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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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		<title>La mia prima volta (Il sangue)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jun 2017 19:51:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#60;- La mia prima volta &#60;- La mia prima volta (La vita) &#60;- La mia prima volta (L&#8217;anima) Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano lunghi fino quasi a metà schiena castano scuro, lisci e morbidi. Tendevano a stare con la riga in mezzo come li aveva tenuti probabilmente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta/">&lt;- La mia prima volta</a><br />
<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-seconda-versione/">&lt;- La mia prima volta (La vita)</a><br />
<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">&lt;- La mia prima volta (L&#8217;anima)</a></p>
<p>Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano lunghi fino quasi a metà schiena castano scuro, lisci e morbidi. Tendevano a stare con la riga in mezzo come li aveva tenuti probabilmente per anni ma la sua mano continuava a scompigliarli dandole un movimento fluido e compatto posizionandoli ogni volta in maniera diversa. Ricordo perfettamente il bianco chiaro del suo corpo, la sua pancia piatta ma morbida di quel lieve strato di adipe che ogni donna dovrebbe avere, ricordo parte di me scivolarle liquida sulla pelle della pancia ed entrare nell&#8217;ombelico fino a farlo traboccare e poi scendere di lato accanto all&#8217;osso del bacino. Lentamente. Fu quello probabilmente a scatenare il tutto di ciò che avvenne successivamente. Era una sera come un&#8217;altra una sera come tante e lei ancora non l&#8217;avevo mai incontrata. Credo mi abbiano colpito per prima le labbra imbronciate e poi quei capelli lanciati da un lato all&#8217;altro da un braccio bianco e chiaro zeppo di lentiggini. Era triste, seduta su di una panchina al parco, al buio.<br />
&#8220;Tutto bene?&#8221; le dissi.<br />
&#8220;No&#8221; rispose.<br />
Niente altro. Mi sedetti accanto a lei e non si spostò.<br />
Il suo profumo era un profumo unisex, non saprei dirne il nome ma lo avevo già sentito altrove, sfiorava i meandri profondi della mia mente.<br />
Restammo seduti uno accanto all&#8217;altra per minuti, decine di minuti, forse anche più di un&#8217;ora senza rivolgerci la parola poi lei si alzò e si allontanò lentamente.<span id="more-4441"></span>La vidi anche il giorno dopo. La scena fu simile ma non parlammo. Questa volta portava una T-Shirt bianca con una scritta grigia, non ricordo quale, ma mi rimasero impressi i pantaloni slavati e leggermente macchiati. Sembrava avesse deciso di lasciarsi andare. Non parlammo neppure questa volta ma le rimasi accanto. Anche il suo volto aveva delle lentiggini che il buio nascondeva ma quando i fari di un&#8217;auto passavano riuscivo a distinguerle leggermente sulla superficie del naso. Lei teneva lo sguardo basso.<br />
Fu la terza sera che le chiesi gentilmente se avesse voluto usufruire dei miei servigi. Indossava ancora gli stessi pantaloni e la maglia che indossava era strappata in basso. Attraverso si vedeva il bianco del suo corpo, lì apparentemente privo di lentiggini. Si alzò dalla panchina e mi diede uno schiaffo fortissimo quando glie lo chiesi, tanto da farmi schizzare sangue dal naso. La vista del mio strumento doveva averle causato un moto di timore ma alla fine non si mosse confermandomi che tutto sommato desiderava quello che le stavo proponendo. Mi alzai a mia volta cercando di fermare il getto di sangue che stavo perdendo e le spinsi le spalle per farla sedere, si lasciò muovere docile e una volta seduta sulla panca la feci sdraiare. Lo stava aspettando quel momento, nonostante lo schiaffo non disse una parola. Quando le tirai su la maglietta fino ad esporle il seno un altro fiotto del mio sangue finì sulla candida carne morbida che avevo esposto, il sangue rosso chiaro  scivolò nella fossa del suo ombelico riempiendolo in fretta e colando di lato giusto sopra l&#8217;osso del bacino. Mi chinai a leccarlo, a leccare il mio stesso sangue a leccare quella pelle, a sentire il misto tra il metallico e il salato, tra il male ed la purezza.<br />
Lei rimase in silenzio ancora. Mi guardava fremendo leggermente con lo sguardo di un agnellino che attende gli eventi. Reggevo forte nella mano ciò che avrei usato su di lei e lei lo guardava quasi con bramosia. Avrei voluto infilarglielo con forza dentro senza preamboli ma decisi di farlo lentamente, di godere il momento che avrei ricordato per tutta la vita. Lo posai sulla pelle del suo sterno e lo feci andare leggermente avanti ed indietro, lasciava un lieve segno su tutto quel candore poi, ruotandolo, con la lama tagliai la stoffa che univa le due coppe del reggiseno. Lei parve gioire in un istante di ritrovata libertà mentre i suoi seni lanciavano di lato gli scampoli di stoffa rimasti appesi solo alle spalle e dietro la schiena. Osservai quelle morbidezze mentre il sangue dal naso smetteva di scendere poi feci scorrere la lama del mio strumento dallo sterno al pube lentamente premendo a poco a poco di più, quel tanto da segnare la pelle sotto la pressione che la schiacciava verso il basso comprimendola ma non abbastanza da tagliare. Nei suoi occhi vidi per la prima volta la paura, come avesse cambiato idea, come se volesse che mi fermassi. Lo fanno sempre pochi istanti prima del momento, è quello l&#8217;istante in cui bisogna agire, il culmine massimo del piacere prima che arrivi il terrore, prima che arrivino le urla. Non lo sapevo ancora in quel momento ma era l&#8217;istinto a guidarmi. Razionalmente lo avrei compreso solamente anni dopo. Feci entrare la lama poco al di sotto dello sterno bucando i polmoni ed il cuore. Vidi i suoi occhi e le sue labbra spalancarsi come a provare un orgasmo prima che un fiotto del suo sangue le uscisse dalla bocca scendendo sotto un orecchio. Avrei voluto sanguinare ancora, mescolare il mio sangue al suo, mescolare i miei liquidi ai suoi ma mi limitai a leccare i suoi dall&#8217;orecchio, da sotto l&#8217;orecchio. Non respirava già più. La lasciai lì, in quel contrasto del rosso e del bianco, con quel segno uscirle dalle labbra come un rossetto sbavato in una serata di passione.<br />
Le avevo donato ciò che desiderava, avevo portato via con me quello di cui desiderava liberarsi e questo mi faceva sentire particolarmente sereno, in pace col mondo. Avevo trovato il mio posto nel mondo, il mio ruolo.<br />
Quella fu la mia prima volta, la prima di tante altre in cui donai i miei servigi a persone che non erano più in grado di scegliere di essere o di non essere, né di sopportare gli oltraggi dell&#8217;iniqua fortuna né di prender le armi contro il mare di triboli.<br />
Ero diventato il braccio della vecchia signora.</p>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Apr 2017 16:03:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Parte tutto da un suono basso e sordo. All&#8217;inizio neppure lo sento. Tutto parte da un suono basso e sordo, come un peso, come un oggetto dentro la parte bassa della mia pancia. Non ci faccio caso perché è qualcosa che non conosco. Non ci faccio caso perché la mia testa lo interpreta come qualcos&#8217;altro. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Parte tutto da un suono basso e sordo.<br />
All&#8217;inizio neppure lo sento.<br />
Tutto parte da un suono basso e sordo, come un peso, come un oggetto dentro la parte bassa della mia pancia. Non ci faccio caso perché è qualcosa che non conosco.<br />
Non ci faccio caso perché la mia testa lo interpreta come qualcos&#8217;altro. Non lo conosco.<br />
Sale.<br />
Immagino sale, tra le mie labbra mentre il peso aumenta. Il suono sordo, basso, vibra.<br />
La mia bocca è secca, le mie labbra.<br />
Mi vibra la pancia, in basso, dentro nel profondo. Lo interpreto come qualcos&#8217;altro perché non sono in grado di capirlo, non sono più in grado di capirlo.<br />
Ne ho perso i ricordi ricoperti da strati di nulla.<br />
E intanto sale, lo sento quasi a bloccarmi lo stomaco. Vibra lento e pesante e si allarga. Sale.<br />
È nello stomaco che lo sento, che mi accorgo che qualcosa dentro si muove come un gorgo al contrario. Quello è il momento in cui apro gli occhi e osservo dall&#8217;altra parte i tuoi.<br />
Come un vortice -dalla parte bassa del mio stomaco- ruota, ed è acqua fresca, e aria, e pesci, e uccelli, e vita e spazio, è essenza non<span id="more-4390"></span> inesistenza. Ed è quello il momento in cui alzo la testa come colpito dal sapore fresco dell&#8217;essere. E vibra. Vibra.<br />
Vibra, esplode, urla tanto da fare esplodere la mente, tanto da diventare infinito tanto da far cessare il mondo intero.<br />
Ed ora vago, è un cosmo immenso, vago. Non ci sono più confini, non ci sono più le mura che avevo costruito attorno.<br />
C&#8217;è questo. Ed è tutto.<br />
<em>Que llegues bien a casa!</em></p>
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		<title>La mia prima volta (L&#8217;anima)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Apr 2017 13:34:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#60;- La mia prima volta &#60;- La mia prima volta (La vita) Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta/">&lt;- La mia prima volta</a><br />
<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-seconda-versione/">&lt;- La mia prima volta (La vita)</a></p>
<p>Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell&#8217;aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.<br />
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l&#8217;atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell&#8217;atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l&#8217;atto non era presente.<span id="more-4321"></span> Le scrissi la mia prima poesia a scuola, durante l&#8217;ora di inglese. Non ricordo le parole e mi chiedo se ci siano ancora nel suo diario di allora, se abbia ancora il diario di allora. Come in ogni prima volta però ricordo le emozioni provate. Non scrivevo realmente a lei, ma a quel riccio che ricordo ancora perfettamente più di quanto ricordi il suo viso, scrissi a me stesso mentre parlavo di quel riccio. Non partii con una classica ode a una donna ma con una specie di ode a dei capelli. D&#8217;altronde non conoscevo altro di lei.<br />
Ricordo tutto il riempirsi dentro come di una bolla che si gonfia, come un liquido che sale dal basso fino ad allargarmi il torace, a silenziarmi la gola, ad entrarmi in testa e spingere forte. Le persone che mi stanno accanto l&#8217;hanno spesso interpretato come se volessi isolarmi ed entrassi in una forma tra autismo e depressione, ognuno ha sempre avuto il proprio modo di interpretarmi in quello stato ma per me è solamente parte del processo. Della mia dipendenza se vogliamo. Una delle tante dipendenze. Ricordo perfettamente la sensazione di estraneazione, di stacco dal mondo, di isolamento non tanto dagli altri quanto da me stesso. Il desiderio che spinge, un desiderio che non avevo idea di da dove venisse né cosa desiderasse né dove e come sfogarlo. Presi in mano la penna, una stilografica blu in plastica gialla tutta mangiucchiata e scrissi a quel riccio, che poi quello che scrivevo arrivasse a Chiara era un fattore secondario. Scrissi di getto ma non so cosa scrissi. Alla fine il mio corpo, la mia anima, la mia mente parvero svuotati. Tutto quel liquido accumulato dentro che schiacciava e premeva su ogni mio organo, pensiero, su ogni parte di ciò che ero allontanandomi da me stesso ed ovattando tutto, era scomparso. Era scomparso con una forma di piacere quasi fisico che avrei imparato più tardi ad assimilare all&#8217;orgasmo. Seppure non fosse la prima volta che usassi la vena creativa per scrivere questa fu <em>la mia prima volta</em>, quella in cui ne compresi il potere terapeutico. Pensai che sarebbe stata comunque l&#8217;ultima. Cosa mai avrebbe potuto nuovamente scatenarmi una simile sensazione? E cosa avrei potuto scrivere di altrettanto forte? E poi queste cose belle a forza di ripetersi perdono forza, perdono valore ed infine si abbandonano, no?<br />
Ne scrissi altre due o tre credo, sempre al ricciolo di Chiara, consegnandole a Chiara perché il ricciolo potesse leggerle mentre le leggeva lei. Credo di averci fatto una passeggiata e ballato un lento e niente altro. Le promisi che un giorno le avrei fatto capire che per me non era solo un gioco, che non l&#8217;avrei dimenticata, e in qualche modo sto mantenendo la promessa anche ora anche se probabilmente non lo saprà mai. Anche se la promessa non era fatta a lei. Ho scritto molto anche sull&#8217;incavatura della sua schiena che ho toccato ballando quell&#8217;unico lento, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ElkqPNvMj6w">Independent Love Song di Scarlet</a>. Ma questo accadde più di quindici anni dopo e ha più a che vedere con il mio modo di scrivere e di pescare nei ricordi che con lei. Come tutto il resto d&#8217;altronde.<br />
Scrissi dell&#8217;altro nell&#8217;anno successivo e probabilmente quello dopo ancora. Mi ero illuso che quella sensazione potesse tornare e mi convinsi che il problema fosse non tanto nello scrivere quanto nell&#8217;amare. Non ero in grado di provare quello che avevo provato per lei. Per il ricciolo praticamente. Fu quando incontrai il mio primo amore, amore vero, che mi accorsi che il mio scrivere aveva poco a che fare con il mio amare gli umani e che quando mi chiese &#8220;Ti è piaciuto?&#8221; risposi &#8220;Sì, è quasi come scrivere.&#8221;<br />
Avevo ripreso a farlo da poco. I cambi, le rivoluzioni, le stranezze dell&#8217;adolescenza e degli ormoni stavano facendomi impazzire, ero un adolescente atipico in un mondo tipizzato, dovevo essere ciò che ero mascherandomi da metallaro, o da bravo ragazzo, o da musicista jazz, o da latin lover, o da timidino. Ero già consapevole di chi volevo essere ma la società non era in grado di accettare che lo fossi quindi dovevo raccontarmi a me stesso per avere la mia direzione. Scrivevo. Scrivevo sopratutto a me stesso. Scrivevo rinchiuso nella mia stanza. Quando tutto si riempiva di quel liquido soffocante che mi obbligava a farlo lo facevo e ogni volta mi dava piacere uscendo da me attraverso la penna. Ero praticamente rinchiuso in me, tra me, con me, all&#8217;interno di me. Iniziai a portarmi dietro un Moleskine, non perché lo avessero fatto Oscar Wilde o Ernest Hemingway ma semplicemente perché era comodo. Potevo scriverci per diminuire il liquido dentro e arrivare fino al momento in cui avrei potuto isolarmi e buttarlo fuori del tutto. Scrivevo sull&#8217;autobus, per strada, nei locali davanti ad una birra, nelle pause durante gli allenamenti. Scrivevo. Scrivevo delle cose che può scrivere un adolescente e di qualche altra. Non pensavo sarebbe durato a lungo. Finii di scrivere il mio primo libro nel giro di pochi mesi, era una raccolta di poesie, o quantomeno di pensieri. Aveva un inizio, uno svolgimento ed una conclusione come un romanzo, una storia organica e precisa di crescita. Pensavo non avrei mai più scritto altro. Conoscevo Rimbaud e mi piaceva l&#8217;idea di chiudere con la scrittura come aveva fatto lui, il <em>poeta dell&#8217;adolescenza</em>. Avevo scartato moltissime poesie che ritenevo buone, alcune ottime. Poesie sulla morte, sul senso della vita, sulle contraddizioni del mondo, poesie troppo sperimentali ma interessanti. Fu in quei giorni che tirai fuori dall&#8217;armadio il cappotto di pelle che avevo messo via la stagione precedente, infilandoci una mano in tasca ne trovai una pallina di carta. La aprii e dentro vi trovai scritto &#8220;Rievocazione dei sensi&#8221;, lo avevo scritto quasi un anno prima in una sera in cui avevo voglia di isolarmi dal mondo. I miei amici avevano preso l&#8217;autobus ed erano in centro ad aspettarmi, io avevo deciso di perdere l&#8217;autobus e di farmela a piedi anche se in venti minuti sarebbe arrivato il successivo. Attorno c&#8217;era nebbia, probabilmente era un novembre o un marzo, un giorno di mezza stagione. Camminavo come ho sempre amato fare nelle parti vietate della zona merci della stazione dei treni. Mi era venuta in mente solo quella frase, avevo una penna, un foglietto ma non il Moleskine. L&#8217;avevo scritta e messa in tasca. Poi tra una cosa e l&#8217;altra avevo finito per appallottolarla e ritrovarla mesi dopo. Fu una frase profetica e una rivelazione. Iniziò a prendere corpo quello che sarebbe stato il mio secondo libro iniziato, anche se ci misi anni a terminarlo, e fu probabilmente il mio quarto finito. Iniziò a prendere corpo <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, tra giochi e sperimentazioni e temi alternativi. Senza fretta. Senza volerlo realmente terminare era il coperchio sotto cui poteva stare molto del materiale che avevo scartato in precedenza. Ero convinto non lo avrei mai terminato, e avrei smesso preso di scrivere come Rimbaud, ma ero lontano dai diciannove anni.<br />
Il secondo libro lo scrissi di botto, in poche settimane dopo aver chiuso con il primo amore ed averne incontrato un&#8217;altro fuggevole ma estremamente provante dal punto di vista personale. Una persona più strana di me, più complicata di me, più estrema di me con cui confrontarsi e chiedermi chi fossi fino al nostro esplodere in una favilla luminosa. Cominciavo a pensare che forse dopo tutto avrei potuto continuare a scrivere un altro po&#8217;. Ma presi una pausa. Così, perché amo contraddirmi.<br />
Sembrava non esserci più nulla da scrivere, si era esaurito il filone e forse mi andava bene così. Scrissi un po&#8217; usando la tecnica e non la passione, scrissi altri pezzi di <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em> fino quasi a completarlo riempiendolo di esperimenti, giochi di parole, tecnica talvolta fredda. Poi come per ogni droga, per ogni dipendenza, per ogni fuga incontrai qualcuno che mi diede una scossa, che mi lanciò nel baratro o me ne estrasse. Che mi fece capire cos&#8217;è la dipendenza. Che mi fece capire cos&#8217;è la depressione. Che mi fece capire cos&#8217;è la vita. La prima volta che capii come sarebbe andata a finire fu sul suo letto quando iniziò a leggermi Prevert. Non avevo mai letto Prevert. Parlammo ore di poesia, giorni, mesi. Mi accorsi di come le sperimentazioni che avessi provato non fossero davvero così inutili, leggendole lei mi mise in mano Pessoa. Non avevo mai letto Pessoa e fu una rivoluzione. Ricordai come all&#8217;inizio la spinta fossero le poesie di Edgar Poe ma capii come ambissi involontariamente, pur non conoscendolo a Pessoa. Ne lessi la prosa e capii che come il mondo fosse più ampio. Fu lei che mi portò a terminare <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, a spingermi fino a farmelo pubblicare. Oggi lo rileggo e nel suo piccolo lo trovo ancora rivoluzionario. Trovo che sia ancora la cosa più bella che io sia mai riuscito a creare. Può non piacere, è ovvio, ma la portata che ha per me, la profeticità dei contenuti per me sono come se il me giovane avesse scritto al me di oggi cose che potrà capire solo il me di domani. Di tutta la mia produzione è stato fino ad oggi l&#8217;apice. Scrissi in quel tempo anche un&#8217;altra raccolta di poesie, ed un&#8217;altra ancora. Dalla prima all&#8217;ultima, ad eccezione del solito <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, che prometto non nominerò più, sono stati un percorso collegato, da una fine all&#8217;inizio successivo, da una fine al successivo ed ancora. Ne scrissi cinque con pause più o meno lunghe. Il cammino di un adolescente che cercava di crescere, di superare le paure, di lanciarsi da una rupe convinto di poter volare, di cadere ed infine di riprendersi. Arrivai a schifarmi di quello che scrivevo. A non voler più quella fuga, avrei voluto qualcosa di più, di più forte. Ero dipendente ma l&#8217;assuefazione aveva fatto il suo corso dopo più di seicento pezzi scritti e catalogati. Qualunque cosa provassi a scrivere mi risultava vuota, già scritta, già vista, inutile. Cominciai a cercare emozioni di altro genere. Di molti altri generi. E poi ancora una volta incontrai l&#8217;amore. Un amore strano e complicato seppure semplice. All&#8217;epoca avevo spostato il mio scrivere alla creazione di questo blog. Ci scrivevo già da qualche anno a dire il vero e scriverlo era stato probabilmente il motore per far nascere questo nuovo amore che quietò apparentemente il mio bisogno. Si spense il blog, si spense tutto. Fu <a href="https://www.staipa.it/blog/perche-ho-smesso-di-scrivere/">il motivo per cui smisi di scrivere</a>. Nel bene e nel male.<br />
Scrivere aveva preso a farmi schifo. Se provavo a scrivere e mi leggevo mi sentivo come un alcolizzato che si renda conto di essersi ubriacato contro il proprio volere l&#8217;ennesima volta. E tutto ciò che scrivevo mi dava il voltastomaco, era inutile, ripetitivo, vuoto. Il liquido che mi si formava dentro era stagnante e puzzolente. Si formava ma liberarlo dava prevalentemente olezzo. Ogni tanto pensavo a quel ricciolo di tanti anni prima, e mi dicevo che forse avevo finalmente raggiunto i diciannove anni di Rimbaud. Ne avevo trenta, ma era uguale. Non provavo più l&#8217;orgasmo dello scrivere ma sentivo ogni istante me stesso pieno di quel liquido che mi estraniava da me e dal mondo ma ero incapace di svuotarmene, privo del desiderio di svuotarmene. Mi stavo allontanando da tutto. Anestetizzato, arido, lontano. Poi l&#8217;amore finì, come era naturale che fosse, e con esso in qualche modo l&#8217;embargo che mi ero imposto. Non che fosse merito della fine dell&#8217;amore ma semplicemente fu un cambiamento abbastanza importante da impormi di riprendere in mano le cose.<br />
Provai a scrivere nuovamente in poesia schifandomi ancora come sempre e allora decisi di scrivere un romanzo. Avevo scritto racconti negli anni, avevo provato a scrivere racconti lunghi ma non mi era mai riuscito di superare poche pagine. Decisi di scrivere un romanzo su di me, per me, da tenere per me. Una forma di auto analisi. Lo scrissi in pochi mesi, era breve e non saprei dire neppure quanto bene fosse scritto ma dopo essere stato mesi a scrivere rinchiuso in casa avevo ritrovato me stesso. Il desiderio, la voglia di buttare fuori tutto, il contatto con il mondo e la realtà. Ed avevo goduto un universo intero. L&#8217;anestesia non era terminata però. L&#8217;aridità. Il distacco dal mondo. L&#8217;incapacità di provare emozioni positive o negative che fossero. L&#8217;apatia. Trovai il modo di emulare le emozioni, di viverle apparentemente, di simularle, di stimolare i ricordi per indurle. Era scriverle, scriverne. Per evocarle, per esorcizzarle, per vivere. Non molto diverso da alcune droghe o dell&#8217;autolesionismo era diventato il mio modo di <em>provare qualcosa</em>, qualunque cosa fosse pur di sentire di essere in vita.<br />
Quello è stato il momento in cui il blog è rinato con <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/dodici-gradi/"><em>dodici gradi</em></a> e con gli altri <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/"><em>racconti</em></a> che da allora mi accompagnano e hanno sostituito le sensazioni di cui un tempo avevo bisogno continuando ad alimentare la mia dipendenza e svuotare il mio dentro dal liquido che lo invade. Ho scritto un altro libro, di racconti da allora o meglio due libri concentrici. Il titolo del progetto nella mia testa era <em>Anestesia</em> ma sarebbe stato stupido fosse il titolo reale perché era costruito esattamente sul percorso e le sensazioni consce ed inconsce di un&#8217;anestesia totale, e dell&#8217;anestesia che stavo provando. Avrei rovinato al lettore (me stesso) il viaggio. Poi come sempre è quando hai bisogno di <em>qualcosa di più forte</em> che incontri qualcuno in grado di dartene. Ho incontrato la persona più importante degli ultimi anni per la mia dipendenza. Mi ha preso per mano e guardato negli occhi dicendo solo <em>io credo in te</em>. Se un giorno i frutti di quello che ho fatto in questi anni si vedranno il merito sarà più suo che di tutta la fatica fatta -che poi non è fatica- in questi anni. Mi ha guardato negli occhi mentre il liquido mi riempiva e isolava dal mondo e mi ha infilato nella pancia un coltello per aprire una breccia e farlo uscire. Il piacere che ne ho ricevuto, in ogni senso, in ogni modo è stato il più sconfinato e dura ancora ogni giorno anche se non ci credo. Ed ancora ogni volta mi sembra l&#8217;ultima. Costringendomi ad iscrivermi alla <a href="https://www.scuolapalomar.it/">scuola palomar</a> che avevo scoperto per caso mi ha messo davanti al fatto che era il momento di provare davvero a seguire un sogno. Ho scritto il mio primo romanzo completo, completo di ogni punto fondamentale. Migliorabile, sicuramente, ma ho superato il mio limite di non riuscire a scrivere più di un racconto lungo. Quel che ne sarà è da vedersi ma oggi scrivo ancora, mi riempio di quel liquido dal mondo e lo butto fuori. Scrivo su questo blog o altrove ed ogni singola volta mi sembra l&#8217;ultima. O la prima. Guardo ciò che ho scritto e mi chiedo come farà a venirmi in mente qualcosa di nuovo fino alla volta successiva ed ancora ed ancora ed ancora ed ancora. Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine, ma scrivo ancora ed è ancora tra tutte l&#8217;emozione più grande, il piacere più forte.<br />
Creare mondi. O raccontare mondi che esistono davvero ma altrove, in luoghi che gli altri  non possono visitare ma tu sì.<br />
Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine.<br />
Non importa.</p>
<ul>
<li><strong>Post Scriptum: </strong>Solo dopo aver scritto tutto questo il caso mi ha portato ad un&#8217;intervista dello scrittore che stimo di più e che ha segnato maggiormente la mia fantasia. Cercavo su internet &#8220;Dipendenza da scrittura&#8221; per trovare un&#8217;immagine interessante da allegare e come a volte capita è piovuto qualcosa.<br />
<blockquote><p><em><em><em><em><br />
Mi ricordo quando ero uno studente che scriveva storie e romanzi, alcuni dei quali furono poi pubblicati, altri no. Era come se la mia testa stesse per esplodere, talmente tante cose volevo scrivere in una volta. Avevo un sacco di idee, tutte intasate. Come se avessero bisogno di chiedere il permesso per uscire. <strong>C’era questa falda acquifera sotterranea di storie che volevo raccontare e dovevo solo conficcarvi una tubatura per far sì che tutto fiottasse fuori.</strong></em></em></em></em></p>
<p><em><em>I can remember as a college student writing stories and novels, some of which ended up getting published and some that didn&#8217;t. It was like my head was going to burst – there were so many things I wanted to write all at once. I had so many ideas, jammed up. It was like they just needed permission to come out. <strong>I had this huge aquifer underneath of stories that I wanted to tell and I stuck a pipe down in there and everything just gushed out. </strong></em></em></p>
<p><a href="https://www.rollingstone.com/culture/culture-features/stephen-king-the-rolling-stone-interview-191529/">Stephen King in un intervista a Rolling Stone</a>.</p></blockquote>
</li>
</ul>
<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-quarta-versione/">La mia prima volta (Il sangue) -&gt;</a></p>
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		<title>La mia prima volta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2017 09:33:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">La prima volta che lo feci non sembrava nulla di che. Alla fine lo facevano tutti, o almeno lo facevano le persone che io ritenevo le più intelligenti, le più sensibili, quelle di cui preferivo circondarmi. Ero un ragazzo, eravamo tutti ragazzi e sembrava una cosa figa.<br />
Provi. Tanto hai tutta la vita davanti, anzi ai tuoi piedi. Perché a quell&#8217;età non hai idea di cosa sia la vita ne davanti ne dietro, sai cos&#8217;è l&#8217;oggi, l&#8217;adesso. Il domani è tuttalpiù il tempo che ti separa tra l&#8217;adesso e un evento interessante. Non sapevo che un giorno sarebbe diventato il tempo che mi separava tra l&#8217;ultima volta e la prossima, niente altro.<br />
Il gioco è stato divertente, me lo ha proposto Marco e mi sono chiesto &#8220;cosa succede se provo? Cosa se non provo?&#8221;. L&#8217;unica risposta che mi sono dato è che se non lo avessi fatto sarei stato uno sfigato, che Marco non mi avrebbe considerato all&#8217;altezza. E così l&#8217;ho fatto.<br />
Ero consapevole che non fosse una cosa di quelle che si dicono&nbsp;<em>cose buone</em> ma avevo la testa sulle spalle ed ero perfettamente in grado di controllarmi. Proprio il mio essere più sensibile della media, il mio guardare dentro le persone e capirle, era la cosa che mi rendeva più forte ed in grado di controllare me stesso in ogni situazione. Non ero una persona molto socievole, anzi lo ero, ma i miei spazi interiori erano fondamentali, ricavarmi momenti per rimanere da solo e per riflettere, per isolarmi dal chiasso del mondo. Le prime volte lo facevo con gli altri, non l&#8217;isolarmi ovviamente, lo facevo con gli altri perché era un modo di fare gruppo, di essere gruppo, di appartenere a qualcosa. Poi mi resi conto che forse in qualche modo stavo un po&#8217; esagerando. Gli amici me lo fecero notare. &#8220;Cos&#8217;è? Non ti sai divertire senza? Ultimamente sembri strano, va tutto bene? Anche sta sera? E se andassimo al cinema invece?&#8221; la cosa mi dava fastidio perché mi faceva vedere un po&#8217; più debole ai loro occhi. Mi dava fastidio anche perché non mi va di parlare troppo di me se non ho voglia di farlo io. Ne parlo quando decido e non mi piace ricevere troppe domande insistenti. Iniziai a farlo nei momenti di solitudine. Era consolatorio, mi aiutava ad aprire maggiormente la mente, ad essere maggiormente in comunione con me stesso e con il mondo. In fondo il mondo non era in grado di comprendere le cose che avevo dentro e questo mi aiutava a far maggiormente coscienza all&#8217;interno di me. Qualunque cosa volesse dire. Poi quando fai cose incontri sempre prima o poi persone che fanno le stesse <span id="more-4277"></span>cose. Alla fine anche nella solitudine l&#8217;uomo è un animale sociale. Frequentavo ancora i miei vecchi amici ma tra quelli nuovi qualcuno mi conosceva meglio, o quantomeno conosceva meglio il mondo interiore che mi ero creato perché era lo stesso che si era creato lui. Imparai cose nuove, nuove esperienze da provare, mi sembrò di ritrovare me stesso in queste esperienze, di avere finalmente un obbiettivo ed un motivo di vita. Mi sentivo rinascere perché dentro queste esperienze tutto il brutto del mondo scompariva e mi ritrovavo con la parte più vera di me in una continua spirale tra riflessione e urla di piacere, tra distorsione della realtà e realtà più vive di quelle che avessi mai provato. Credo sia stato il periodo più bello della mia vita, il più spensierato. I miei vecchi amici continuavano a chiedermi cose, non ricordo neppure cosa ma non mi importava, erano di certo cose inutili, quasi tutti avevano smesso ed io non trovavo molto da condividere con loro. I nuovi invece mi insegnavano la vita. Correvo. Correvo e ridevo. E viaggiavo. Qualunque cosa intendessi per viaggiare viaggiavo. Fu crescendo che mio padre si accorse che qualcosa non andava bene. Secondo i suoi canoni intendo, perché dal mio punto di vista andava tutto alla grande. I soldi che prendevo in prestito da lui erano troppi diceva. Io non gli avevo mai detto che li stavo prendendo, e neppure quanti fossero. Fece in modo di non farmeli più trovare ed il periodo più bello della mia vita si trasformò lentamente in qualcos&#8217;altro. I primi tempi i miei nuovi amici mi supportavano e mi davano una mano con le spese importanti, quelle che <em>io</em> ritenevo importanti, anche i miei vecchi amici per un po&#8217; mi aiutarono senza chiedermi mai a cosa mi servissero quei soldi poi smisero. Prima i vecchi amici e poco dopo i nuovi. I vecchi si allontanarono, o accettarono il mio distacco non saprei dire, i nuovi diventarono aggressivi. &#8220;Abbiamo gli stessi bisogni amico, siamo sulla stessa barca ma chi non contribuisce al bene è meglio scenda.&#8221;. Avrei fatto meglio a scendere. Sì. Non furono rare le volte in cui nella mia mente facevo paralleli tra lo scendere dalla chiatta e lo schiattare. Una delle due sarebbe valsa tranquillamente l&#8217;altra. Ma quei viaggi, quelle emozioni, quelle esperienze valevano tutta la mia vita. Almeno così mi pareva, e se un modo c&#8217;era per viverli valeva la pena vivere la mia vita. Trovai modi alternativi per procurarmi il necessario. I primi furono dei piccoli furtarelli ma era difficile rubare soldi. Le casse dei negozi sono troppo controllate e non mi andava di fare una rapina. Le vecchiette portavano la borsa in quel modo fastidioso sotto il braccio che per strappargliela dovevi per forza fargli del male. Solo le ragazzine portano ancora la borsa alla leggera che glie la puoi portare via in un momento, ma non sempre ero fisicamente in grado di correre veloce, più veloce dei loro ragazzi o della gente. Così le usavo solo quando ero in forma, quando non era passato troppo tempo tra l&#8217;ultima volta e la prossima. Ero un bel ragazzo e scoprii presto che alcuni uomini sarebbero stati disposti ad aiutarmi se io avessi aiutato loro e così lo feci, feci il possibile per soddisfarli e così riuscivo a soddisfare me, la mia brama di viaggiare. Ci volle diverso tempo prima di cominciare a farmi schifo da solo. Non succede mai tutto di un botto ma comunque mi ce ne volle più di quanto ce ne voglia ad una persona normale. La mia vita era come una sinusoide, su, giù, su, giù, su giù. Il ciclo iniziava sempre dall&#8217;ultima volta. Subito dopo l&#8217;ultima volta ero un dio. Subito dopo l&#8217;ultima volta il mondo era bello e se anche era brutto non me ne fregava un cazzo. Poi l&#8217;ultima volta cominciava ad allontanarsi e vedevo il mondo diversamente. Vedevo me stesso diversamente. Stavo invecchiando precocemente, stavo distruggendomi ed era ora di chiudere una volta per tutte. Non era quello il punto più basso. Il punto più basso era più avanti, non a metà tra l&#8217;ultima volta e la successiva. Spesso era più vicino alla successiva. Il punto più basso era il momento in cui il desiderio tornava a farsi forte, il momento in cui mi rendevo tragicamente conto che non potevo fermare il ciclo. Non questa volta. Lo avrei fermato alla prossima tuttalpiù. Tornavo a compiacere qualche uomo, o a portare via la borsa qualche sciacquetta, o peggio nel tempo. O peggio. E poi finalmente potevo ricominciare il ciclo. Ero nuovamente un dio e fanculo a tutti.<br />
Per un po&#8217;.<br />
Ancora oggi non sarei in grado di dire di non farlo. Perché la mia vita è stata fantastica in questi pochi anni che ho vissuto. Non sono in grado di dirti che i miei viaggi non siano stati epici, che non lo rifarei. Guardo mio padre negli occhi mentre mi guarda negli occhi. Sa che vivrà più di me. Sa che un padre non dovrebbe mai vivere più a lungo del proprio figlio ma sembra più giovane di me. O io sembro più vecchio di lui. Ormai sono anni che gli uomini non mi vogliono più per compiacersi e le rapine ho dovuto imparare farle, qualche volta ho dovuto trovare il coraggio di strappare la borsa a qualche vecchietta perché non ce la faccio più a scappare dai morosi delle squinze. Una volta uno di quei ragazzi mi ha pestato a sangue e poi sono stato arrestato. Il carcere è stato il periodo più brutto della mia vita. Non potevo viaggiare. Non potevo fare ed avere esperienze. Quando ne uscii mi dicevano &#8220;Ora sei pulito! Cambia la tua vita!&#8221; ma io mi sentivo sporco. Sporco e schifoso. Anche in carcere avevo dovuto compiacere alcuni per sopravvivere ma non mi importava, dovevo solo aspettare il tempo di uscire. Il tempo della prossima volta.<br />
Mio padre sa che me ne andrò presto, e lo so anche io, e lo sanno questi medici che non fanno che farmi la morale e dirmi che sono le conseguenze della vita sregolata che ho avuto. Hanno ragione. Sì. Hanno tutti ragione. Avete tutti ragione. Sbaglio solo io. Ma l&#8217;avete provata voi quella prima volta? Quella sensazione di sentirsi speciali, quella voglia di rovesciare il mondo, quella consapevolezza? L&#8217;avete provata? Allora no. Non lo potete capire perché un uomo può ridursi così.<br />
Se vi consiglierei di farlo? Sì. Se volete rimanere da soli, guardarvi avanti ed accorgervi che domani non esiste. Guardarvi dietro ed accorgervi che ieri è terra bruciata. Guardarvi ora ed accorgervi che non siete più nulla se non un pezzo di carne che pulsa ancora un po&#8217;.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-seconda-versione/">La mia prima volta (La vita) -&gt;<br />
</a><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">La mia prima volta (L&#8217;anima) -&gt;<br />
</a><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-quarta-versione/">La mia prima volta (Il Sangue) -&gt;</a><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-quarta-versione/"><br />
</a></p>
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		<title>Silenzio.</title>
		<link>https://www.staipa.it/blog/silenzio-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 23:25:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[Sento un dolore forte entrarmi nella testa sento forte un dolore come una punta entrare dall&#8217;orecchio sento forte un dolore sordo come urla nel fondo del cervello -sento- sordo il dolore di urla che mi accecano impedendomi di sentirti -sento- un dolore cane nell&#8217;orecchio che urla fino nel profondo del mio cervello (sento) nella testa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sento</em><br />
un dolore forte entrarmi nella testa<br />
<em>sento</em><br />
forte un dolore come una punta entrare dall&#8217;orecchio<br />
<em>sento</em><br />
forte un dolore sordo come urla nel fondo del cervello<br />
<em>-sento-</em><br />
sordo il dolore di urla che mi accecano impedendomi di sentirti<br />
<em>-sento-</em><br />
un dolore cane nell&#8217;orecchio che urla fino nel profondo del mio cervello<br />
<em>(sento)</em><br />
nella testa entrare da dentro l&#8217;orecchio urla pulsanti che rodono e grattano il cervello<br />
<em>(sento)</em><br />
nelle urla dentro la testa sputare fuori il dolore di roditori che mordono assordanti ogni pensiero<br />
<em>(sento qualcosa strapparsi)</em></p>
<p><em>Silenzio.</em></p>
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		<title>Lettera d&#8217;amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2015 23:25:25 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Ricordo l&#8217;ultima volta che ti vidi, la penultima a dire il vero, ma l&#8217;ultima prima di quel momento.<br>Ti guardavo mentre mi sorridevi, ti guardavo come si guarda qualcuno che non si da per scontato non si perderà mai,<br>ti guardavo con l&#8217;aria distratta di quando si vede qualcuno ogni giorno, ogni istante.<br>Non potevo sapere che non ti avrei mai più rivista, che ti avrei rivista solo un&#8217;altra volta in uno stato ben diverso.<br>Non potevo comprendere l&#8217;amore che mi legava a te e il non avertelo mostrato ancora abbastanza,<br>ti osservai sorridermi e voltarti, allontanarti da me a passi lenti mentre lavavo i piatti, ti osservavo dalla finestra finché uscisti dal mio campo visivo e poi mai più ti vidi sorridere, mai più ti vidi voltarti con l&#8217;aria che solo tu avevi.<br>Ricordo il primo giorno che ti vidi, schiva e solitaria.<br>Bellissima, e schiva, e solitaria, e timida.<br>Ti scelsi subito perché eri tu che volevo, ti scelsi subito perché avvicinandomi non fuggisti, ti lasciasti dolcemente sfiorare, fu come cogliere un fiore, come cogliere tutta la bellezza di un mondo in una mano.<br>Ricordo i mesi che passammo assieme, la tua diffidenza crescere e calare, e scivolare come una vibrazione di un diapason prima forte ed instabile poi sempre più stabile e poi flebile in oscillazioni sempre minori, fino a quel giorno, quel sorriso.<br>Non da molto lasciavi che io sfiorassi il tuo intero corpo, che ti prendessi tra le mie braccia e baciassi ogni parte di te, non da molto avevi cominciato a cercarmi a mostrarmi quell&#8217;amore che avevo già compreso, intravisto, amato a mia volta, non da molto avevi iniziato a lasciarti amare quel giorno che fu l&#8217;ultimo.<br>Furono improvvise le urla dalla strada, inaspettate, stavo asciugandomi ancora le mani dai piatti, non avevo capito che quel sorriso, quel lieve tentennamento, quel girarsi a guardarmi e fermarti un secondo era il tuo modo di salutarmi, di lasciarmi una fotografia nella mente, eterna ed indelebile, non avevo capito che stavi dicendomi &#8220;Ecco&#8230; io vado&#8221; e che stavi andando davvero.<br>Furono improvvise le urla dalla strada, mi chiamavano, chiamavano il mio nome, ci misi un po&#8217; a capirlo a rendermi conto che all&#8217;improvviso tu non c&#8217;eri più, che ti avrei vista una sola volta ancora ma mai più sorridere, mai più camminare, mai più correre, mai più saltare.<br>Furono improvvise le urla di chi ti ha trovata accanto a tuo fratello che provava a salvarti rischiando a sua volta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed ora non mi resta che il ricordo di te dopo anni, di come ad ogni goffo movimento ti uscisse un miagolio, di come rispondessi al tuo nome come ad un appello &#8220;io!&#8221; e tuo fratello che prima di allora era silenzioso che iniziò a miagolare e piangere come non mai, a far uscire un miagolio ad ogni goffo movimento, a ricordarmi ogni giorno di te, della tua bellezza, di quello che sei stata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Precipitevolissimevolmente scivolo nei meandri dei ricordi di te.</p>
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