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	<title>Racconti Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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	<title>Racconti Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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		<title>Di nero vestiti: il piano perfetto di un dio del Male</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2025 10:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[Se io fossi una divinità del male, un&#8217;entità astuta e sottile, non mi manifesterei tra fiamme e corna, con riti oscuri e invocazioni blasfeme. Al contrario, se davvero volessi ingannare l&#8217;umanità, la strada più efficace sarebbe un&#8217;altra: creerei una religione. Non una qualunque, ma una religione che si mascheri da religione del bene. Una fede [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Se io fossi una divinità del male, un&#8217;entità astuta e sottile, non mi manifesterei tra fiamme e corna, con riti oscuri e invocazioni blasfeme. Al contrario, se davvero volessi ingannare l&#8217;umanità, la strada più efficace sarebbe un&#8217;altra: creerei una religione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non una qualunque, ma una religione che si mascheri da religione del bene. Una fede che si presenti come l’unica verità possibile, assoluta, e che prometta amore eterno e salvezza, mentre instilla sensi di colpa, dolore, paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quale miglior modello potrei usare, se non quello già esistente? Quello che ha influenzato per secoli la storia dell&#8217;umanità, la politica, la scienza e la cultura. Se fossi una divinità del male, creerei qualcosa di molto simile alla Chiesa Cattolica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di tutto, accentrerei il potere. Un mio emissario in Terra, infallibile, che parla a nome mio: il Papa. Un uomo che comanda su una rete gerarchica piramidale composta da cardinali, vescovi, preti. Tutti uomini, ovviamente, perché il potere, se deve corrompere, è più efficace se concentrato e maschile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi emissari si vestirebbero di nero (con qualche dettaglio in oro, rosso porpora, bianco candido per dissimulare), predicherebbero la povertà mentre vivono tra ori, marmi e palazzi. Inviterebbero alla castità mentre abusano dei più deboli. Sfrutterebbero la fede per coprire crimini, perpetuare violenze, proteggere se stessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per rendere tutto ancora più efficace, inculcherei nella mente dei fedeli l’idea che il sesso è peccato, che il corpo è corrotto, che la donna è tentazione, che l’amore libero è perversione. Così facendo, li convincerei a rinunciare a ciò che il dio buono avrebbe donato loro: piacere, libertà, bellezza, corporeità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma io non sarei solo una divinità del male: sarei una divinità sadica. E cosa c&#8217;è di più soddisfacente, per un dio sadico, che vedere l&#8217;essere umano soffrire, tormentarsi, privarsi dei suoi istinti più vitali, confuso dal senso di colpa e umiliato nella sua natura?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Li osserverei inginocchiarsi su pavimenti gelidi, frustarsi le carni in nome della purezza, digiunare fino allo svenimento per pregare me, mentre rido nell’ombra. Perché il dolore, quando è scelto da chi è convinto che sia virtù, è il capolavoro della mia opera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Creerei un sistema in cui i bambini crescano fin da piccoli nel timore, non dell’errore, ma del peccato. Un concetto astratto, spesso indefinibile, che rende tutti colpevoli. Per ogni gioia, una colpa. Per ogni desiderio, un castigo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se qualche animo libero si ribellasse? Se qualcuno iniziasse a pensare con la propria testa, a mettere in discussione la verità rivelata? Lo accuserei di eresia, lo metterei al rogo, lo costringerei al silenzio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come con Giordano Bruno, bruciato vivo per aver osato pensare. Come con Galileo, costretto a ritrattare davanti alla mia autorità per aver guardato il cielo e visto qualcosa che non volevo si vedesse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E per evitare che altri seguissero il loro esempio, metterei al bando i libri. Ne creerei un indice, lungo, minaccioso, in cui vietare ogni parola che possa accendere una scintilla di ragione. Perché la cultura è pericolosa: fa pensare. E chi pensa, rischia di vedermi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mio sistema avrebbe anche un nemico, ovviamente. Un nemico che in realtà non esiste, o che esiste ma è innocuo: Satana. Un simbolo che serve a terrorizzare, a mantenere i fedeli legati alla mia religione. &#8220;Fate il bene o finirete all&#8217;inferno&#8221;, direi. Ma quel bene lo definirei io, e coinciderebbe esattamente con ciò che mi conviene, ciò che soddisfa il mio sadismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se invece quel nemico non fosse altro che il vero Dio buono? Colui che li ha creati liberi, perché potessero scegliere da soli la propria strada. Colui che ha dato loro la capacità di provare piacere, perché potessero goderne senza vergogna. Un Dio che ama davvero l’umanità, che l’ha voluta felice, creativa, libera. Ma io, Dio del male, farei in modo che lo odino. Che lo considerino debole, permissivo, falso. Lo coprirei d’insulti attraverso la mia dottrina, lo accuserei di assenza, mentre riempio io stesso il mondo di sofferenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non mi limiterei a influenzare chi già mi conosce. Manderei i miei emissari in terre lontane, in nazioni che non sanno nulla di me. E lì, tra foreste e villaggi, conquistarebbero, razzierebbero, distruggerebbero culture e tradizioni millenarie. Convertirebbero con la croce e la spada. E una volta terminata la conquista, quando le urla degli oppressi si farebbero troppo forti, vestirei quegli stessi emissari da santi. Li trasformerei in missionari buoni, eroi dell’evangelizzazione, anime pie in cerca di anime da salvare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E mentre sradicano popoli interi, intonerebbero canti in mio onore. Le Americhe, l’Africa, l’Asia: ogni continente sarebbe percorso dai miei preti coloniali, con la Bibbia in una mano e il fucile nell’altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Darei valore al martirio, all’autoflagellazione, alla rinuncia. Incoraggerei la sofferenza come via per la salvezza, perché nulla è più utile al male che convincere l’uomo a distruggersi da solo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la sofferenza non sarebbe solo spirituale. La imporrei con le leggi. Impedirei l’educazione sessuale, affinché i giovani vivano il corpo come minaccia. Condannerei l’aborto, anche nei casi più tragici. Difenderei il feto e ignorerei la madre. Benedirei le guerre, ma mi direi difensore della vita. Predicherei la pace, ma benedirei le armi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se poi le epoche cambiassero, se la modernità avanzasse e il dubbio iniziasse a serpeggiare, il mio clero si adatterebbe. Apparirebbe più aperto, più umano, più accogliente. Ma solo in apparenza: nel frattempo, continuerebbe a influenzare le leggi, a osteggiare la scienza, a condannare il suicidio assistito, la libertà delle donne, i diritti LGBTQ+.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gestirei tesori sterminati, collezioni d’arte, immobili, banche. Manterrei un piccolo Stato nel cuore dell’Europa, immune da ogni controllo. E mentre parlo di povertà, siederei su troni d’oro. Quando qualcuno chiedesse trasparenza, risponderei col mistero, col dogma, col silenzio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, userei i simboli. Farei in modo che milioni di persone si segnino ogni giorno, automaticamente, come riflesso condizionato. Insegnerei loro a inginocchiarsi, a mormorare preghiere in lingue che non capiscono, a ripetere formule magiche. Così che la fede diventi abitudine, e l’abitudine obbedienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se fossi una divinità del male, farei esattamente così. Perché non c’è forma di male più potente di quella che si traveste da bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora sorge una domanda inquietante: e se fosse già successo?</p>
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		<title>Spirali mentali e viaggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2024 11:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La Spirale Di Fermat]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[Scrivo, scrivo, scrivo come sempre da sempre scrivo. Gran parte di questo blog, che per forza è di per sé scrivere, è sulla scrittura -nonostante negli anni sia cresciuta la parte sulla divulgazione tecnologica e del pensiero critico- e a volte mi piace tornare a leggere i miei vecchi racconti e le mie vecchie poesie. [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Scrivo, scrivo, scrivo come sempre da sempre scrivo. Gran parte di questo blog, che per forza è di per sé scrivere, è sulla scrittura -nonostante negli anni sia cresciuta la parte sulla divulgazione tecnologica e del pensiero critico- e a volte mi piace tornare a leggere i miei vecchi racconti e le mie vecchie poesie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;ho fatto anche in questi giorni mentre rifacevo il make-up alla grafica, mi sono riletto <a href="https://www.stefanogiolo.it/stefano-giolo/i-miei-progetti/progetti-di-scrittura/racconti/un-racconto-a-caso/">racconti a caso</a> (<a href="https://short.staipa.it/d4gs0" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://short.staipa.it/d4gs0</a>) e <a href="https://www.stefanogiolo.it/stefano-giolo/i-miei-progetti/progetti-di-scrittura/poesie/una-poesia-a-caso/">poesie a caso</a> (<a href="https://short.staipa.it/or6h1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://short.staipa.it/or6h1</a>) rendendomi conto di quanto queste due pagine siano più utili a me che a chi mi segue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Torno un poco a parlare di scrittura però, a quanto ogni parola che scorre dalla penna o dalla tastiera sembra seguire un percorso preciso, un percorso che appare lineare in un primo mentre inizia a scorrere ma che infine non lo è quasi mai. Esiste un gioco segreto tra le frasi, tra i pensieri, come se ogni storia fosse parte di un disegno più grande. Come se ci fosse un filo nascosto che attraversa il tempo, unendo passato, presente e futuro in una spirale senza fine. Anche tra queste mie parole. Ovviamente. Altrimenti non mi metterei a scrivere qualcosa di così criptico senza un motivo evidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho sempre trovato affascinate il tempo. Non quello che vediamo scorrere sull&#8217;orologio, ma quello che viviamo nella mente. Un tempo che si dilata quando ci perdiamo nei ricordi, o che accelera quando siamo immersi in una storia. In fondo, scrivere è un po&#8217; questo: piegare il tempo, farlo nostro, fargli fare ciò che vogliamo. Scrivo da sempre, e ogni volta mi ritrovo a fare lo stesso tipo di viaggio temporale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una spirale di Fermat. Ne ho già parlato, ho spiegato cosa sia (<a href="https://short.staipa.it/xqkxx" target="_blank" rel="noreferrer noopener">short.staipa.it/xqkxx</a>), c&#8217;é qualcosa di magnetico in quella forma. Una spirale che non smette mai di avvolgersi su se stessa, che cresce ma senza mai lasciare davvero il suo centro. È un po’ come scrivere una storia: un movimento continuo, in avanti e indietro, ma che in qualche modo non abbandona mai il suo nucleo. È proprio questa la sfida più grande per chi scrive: raccontare qualcosa di nuovo che ha radici profonde, unire ciò che è stato a ciò che non è ancora. Circondare un nucleo che è il messaggio in un percorso che è la trama, il mezzo; ciò che deve avvolgere anche il lettore e in qualche modo trattenerlo, invogliarlo, spingerlo a ruotare col tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello stesso tempo scrivere è fermare il tempo. Creare un vortice nel quale è possibile tornare, e tornare ancora, e tornare un&#8217;altra volta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scrivere è un viaggio che inizia sempre in un punto, e che non sai mai con certezza dove ti porterà. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa riflessione sul tempo e sullo scrivere, lascia il tempo che trova, sono d&#8217;accordo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qualcosa si sta muovendo. Gira in tondo da un po&#8217;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono vicino, vicino, vicino e poi me ne allontano inesorabilmente, ma poi si torna, e poi si va via, avanti, indietro, avanti, indietro, sempre più vicino, sempre più lontano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Restate sintonizzati, se vi va. La spirale si avvolge, e chissà dove ci porterà.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="968" data-attachment-id="19179" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/ritorno-al-passato/image-1-25/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2024/07/image-1.png?fit=1200%2C1134&amp;ssl=1" data-orig-size="1200,1134" data-comments-opened="1" data-image-title="image-1" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2024/07/image-1.png?fit=1024%2C968&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2024/07/image-1.png?resize=1024%2C968&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-19179" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2024/07/image-1.png?resize=1024%2C968&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2024/07/image-1.png?resize=300%2C284&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2024/07/image-1.png?resize=768%2C726&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2024/07/image-1.png?resize=508%2C480&amp;ssl=1 508w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2024/07/image-1.png?resize=100%2C95&amp;ssl=1 100w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2024/07/image-1.png?resize=24%2C24&amp;ssl=1 24w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2024/07/image-1.png?resize=36%2C34&amp;ssl=1 36w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2024/07/image-1.png?resize=48%2C45&amp;ssl=1 48w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2024/07/image-1.png?w=1200&amp;ssl=1 1200w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>
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		<title>Un racconto, o una poesia, a caso.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jul 2019 13:40:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Questo blog esiste ormai da un tempo lunghissimo, per i tempi della tecnologia almeno. In una forma o nell&#8217;altra il primo articolo è del 19 maggio 2006. Doveva essere un blog corale ma alla fine nel tempo si è trasformato nel mio. Da allora ho scritto molto, prevalentemente credo di aver scritto delle mie polemipolitiche, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Questo blog esiste ormai da un tempo lunghissimo, per i tempi della tecnologia almeno. In una forma o nell&#8217;altra il primo articolo è del <a href="https://www.staipa.it/blog/ecco-il-blog-di-schegge-di-cristallo/">19 maggio 2006</a>. Doveva essere un blog corale ma alla fine nel tempo si è trasformato nel mio. Da allora ho scritto molto, prevalentemente credo di aver scritto delle mie <a href="https://www.staipa.it/blog/category/polemipolitica/">polemipolitiche</a>, ma ci sono moltissimi <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/">racconti</a> e <a href="https://www.staipa.it/blog/category/poesia/">poesie</a>. Ci pensavo oggi, quanti racconti o poesie sono andati perduti, nascosti, finiti nel dimenticatoio?<br>Ho deciso di fare un &#8220;servizio&#8221; per me, o per te che mi leggi. Due nuove pagine quella per <a href="https://www.stefanogiolo.it/stefano-giolo/i-miei-progetti/progetti-di-scrittura/racconti/un-racconto-a-caso/">le</a><a href="https://www.stefanogiolo.it/stefano-giolo/i-miei-progetti/progetti-di-scrittura/racconti/un-racconto-a-caso/">ggere un racconto a caso,</a> e quella per <a href="https://www.stefanogiolo.it/stefano-giolo/i-miei-progetti/progetti-di-scrittura/poesie/una-poesia-a-caso/">leggere una poesia a caso</a>.<br>Un po&#8217; un ritorno al futuro, o al passato. <br>Un piccolo viaggio nel tempo. Se ti va di affrontarlo non devi fare altro che cliccare <a href="https://www.stefanogiolo.it/stefano-giolo/i-miei-progetti/progetti-di-scrittura/racconti/un-racconto-a-caso/">qui</a> per un raccont, e <a href="https://www.stefanogiolo.it/stefano-giolo/i-miei-progetti/progetti-di-scrittura/poesie/una-poesia-a-caso/">qui</a>&nbsp;per una poesia.</p>
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		<title>Sali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Oct 2018 16:56:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[I sali essenziali de&#8217; gli Animali possono essere in tal guisa preparati e conservati,che un Uomo d&#8217;ingegno custodisca nel suo Studio un&#8217;intera Arca di Noè,e a suo piacimento possa resuscitare la Forma perfetta d&#8217;un animale dalle relative Ceneri.In virtù dell&#8217;istesso procedimento un filosofo può,senza macchiarsi di criminale negromanzia,richiamare alla vita uno qualunque dei suoi predecessori,facendolo [&#8230;]]]></description>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>I sali essenziali de&#8217; gli Animali possono essere in tal guisa preparati e conservati,<br>che un Uomo d&#8217;ingegno custodisca nel suo Studio un&#8217;intera Arca di Noè,<br>e a suo piacimento possa resuscitare la Forma perfetta d&#8217;un animale dalle relative Ceneri.<br>In virtù dell&#8217;istesso procedimento un filosofo può,<br>senza macchiarsi di criminale negromanzia,<br>richiamare alla vita uno qualunque dei suoi predecessori,<br>facendolo sorgere da&#8217; sali essenziali e dalla polvere in cui il corpo fu a suo tempo consumato.&nbsp;</p><p>H.P. Lovecraft -Il caso di Charles Dexter Ward-&nbsp; </p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Non avrei mai pensato a quali risultati la mia ricerca avrebbe portato né quali drammatici eventi avrebbe riesumato dalle tenebre dopo quasi un secolo. Avrei potuto pensarci dato lo stato di conservazione perfetto della bambola ma ero accecato dal desiderio, come spinto da una forza superiore, è stato giusto ne pagassi le conseguenze. Tutto è iniziato quando da ragazzo lessi per la prima volta <em>Il caso di Charles Dexter Ward </em>di H.P. Lovecraft. Non che ci abbia mai creduto, ero convinto si trattasse per lo più di fantasia, ma l’idea di riportare in vita qualcuno credo sia un sogno che attraversa tutti noi almeno una volta nella vita. Il mio era quello di riportare alla vita mia nonna.</p>



<span id="more-5849"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Ho avuto la fortuna di nascere in un periodo storico ricco di novità e sull’orlo di un cambiamento tecnologico che ci ha permesso di avere letteralmente tra le mani la conoscenza dell’uomo o almeno i mezzi per trovarla e consultarla. Ho visto nascere Internet quando ero un ragazzino ed ho avuto la fortuna di vederla crescere da strumento per pochi a rivoluzione tecnologica, a rivoluzione sociale, fino al deperimento di oggi in cui le informazioni si trovano solo scavando tra infinità di foto da egocentrici, opinioni di ignoranti e falsità. La chiamo fortuna perché conservo il ricordo di come si usasse la rete prima dei social network e di come si faccia sondarne gli anfratti per trovarne il vero. Mio padre è stato un uomo forte e solido di sani principi. Nato alla fine della seconda guerra mondiale ha conosciuto la depressione, quella economica, ed ha saputo guidarmi e crescermi, rendermi curioso di scoprire e supportarmi durante la mia di depressione, questa volta non certo economica. Tra le curiosità che mi ha trasmesso probabilmente la più grande è quella verso la nostra storia.&nbsp; <br>Mio padre crebbe presso una struttura come orfano di guerra, anche se non si sa con certezza se lo fosse davvero. Sua madre, mia nonna, morì di parto dandolo alla luce e di lei si sa solo che gli aveva lasciato una casa in eredità, di suo padre invece non si sa nulla anche se forse la sua eredità è rimasta chiara nel nostro DNA. Entrambi, io e mio padre, abbiamo dei tratti somatici particolari, potrebbero essere di origini mediorientali, forse ebraiche. Certo potremmo averli ereditati dalla nonna ma in tal caso probabilmente non avremmo ereditato la casa e forse non saremmo neppure nati dato il periodo in cui è vissuta. <br>Di fatto quello che sappiamo delle nostre origini è nulla.&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br>Compiuti i diciotto anni mio padre è tornato a vivere nella casa in cui è nato, una signora del paese l’aveva tenuta pulita e l’aveva arieggiata regolarmene in attesa del momento in cui sarebbe di nuovo stata abitata. L’unica cosa che questa donna ci trasmise, casa a parte, fu l’amore con cui nonna era ricordata. Quando provai a chiederle qualcosa relativa a mio nonno le risposte erano tutte un &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br>– L’è passà massa tempo, son vecia! Sa vuto che me ricorda? –&nbsp;&nbsp; &nbsp; <br>mentre le domande relative a nonna ricevevano solo risposte su quanto fosse buona, su quanto la sua vita fosse stata difficile, su come abbia sbagliato fin da piccola con gli uomini ma mai nulla di specifico. Ovviamente anche mio padre aveva interrogato lei ed altri del paese quando non erano ancora abbastanza vecchi da usare la vecchiaia come scusa ma l’immagine del nonno è sempre rimasta avvolta nel mistero e nei segreti. <br>La casa di nonna è la stessa dove mio padre ha vissuto con mia madre e dove poi io sono cresciuto. I mobili e gli elettrodomestici sono stati rinnovati negli anni, le mattonelle sostituite da un elegante parquet in legno, la soffitta controllata, svuotata e riadattata a studiolo. Dei tempi passati restano ormai solo le pareti in pietra e un piccolo mobile di legno intarsiato su cui poggia una teca di vetro e nella teca una piccola bambola di ceramica. È vestita con un abito che potrebbe essere da battesimo, bianco e con del pizzo ed ha un enorme fiocco bianco sulla fronte. I capelli sono raccolti dietro la schiena in due trecce e il trucco è forte con le guance rosa scuro e le labbra marcatamente rosse. Nella parte posteriore alcune piccole macchie marrone scuro. Mi ha sempre fatto impressione. Forse per lo sguardo triste o lievemente spaventato o forse perché non sono mai stato abituato a bambole di questo genere. Mi è sempre parsa fuori luogo e se possibile evitavo di restare in quella stanza da solo. Mio padre diceva che dovevamo tenerla, era l’unica cosa che gli rimaneva di sua madre. <br>Gli chiesi diverse volte perché quella bambola dovesse essere così importante da essere l’unico oggetto rimasto di una donna adulta, ma non sapeva rispondermi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’idea di provarci sul serio mi venne ormai una decina di anni fa. Se davvero quella bambola era appartenuta a mia nonna era possibile vi fossero ancora tracce di lei. Sono cresciuto nell’epoca di Jurassic Park e della ricerca biomedica ma l’idea di riportare in vita una persona dal suo DNA per quanto irrealizzabile rimaneva insensata per il semplice fatto che una bambina nata dalle stesse cellule non avrebbe avuto i ricordi della donna adulta che aveva generato mio padre. Lessi per la prima volta del viaggio che Lovecraft sembra fece nel 1925 nel Polesine, poco distante da dove sono nato e cresciuto, il viaggio da cui sembra possa aver tratto le idee niente di meno che per il suo <em>Ciclo di Cthulhu</em> traendone ispirazione dai <em>Racconti del Filò</em>, racconti locali su mostri ibridi tra uomo e pesce. Mi chiesi se ne trasse ispirazione o se piuttosto trovò conferma delle teorie che stava scrivendo sotto forma di racconti. Non scrisse forse che di <em>Cthulhu</em> si parlasse in ogni luogo del mondo in forme diverse e in diverse leggende? Mi misi a studiare dettagliatamente i suoi racconti, cercarne le fonti, capire se contenessero parti di verità e quali. Mi chiesi soprattutto da dove trasse ispirazione per <em>Il caso di Charles Dexter Ward</em>. La risposta più ovvia fu<em> Salem</em>, la cita più e più volte nel romanzo stesso e lì doveva stare la spiegazione di tutto. Cominciai a studiare il caso del famoso processo alle streghe del 1692 e trovai le dichiarazioni della schiava Tituba sul coinvolgimento di diversi animali negli atti di stregoneria dell’epoca. <br>Fu immediato leggendole tornare all’incipit del racconto che stavo studiando <em>“I sali essenziali de&#8217; gli Animali possono essere in tal guisa preparati e conservati, che un Uomo d&#8217;ingegno custodisca nel suo Studio un&#8217;intiera Arca di Noè,e a suo piacimento possa resuscitare la Forma perfetta d&#8217;un animale dalle relative Ceneri.”</em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br>Tituba parlò di credenze e superstizioni di origine europea mescolate alle proprie di origine caraibica ma nonostante avesse confessato un omicidio, fosse schiava e di colore non fu processata né condannata, semplicemente se ne persero le tracce. In un paese in cui le streghe ree confesse venivano abitualmente impiccate alla voce di «Non lascerai vivere colei che pratica la magia» (Esodo 22:17)? Tituba il cui nome significa <em>espiare</em> o <em>senza fine </em>in lingua yoruba. La mia ricerca si accese di speranze e proseguì di fatto quasi trasformandomi in quel Charles Dexter che aveva rievocato il proprio avo. Io stesso scordando di temere i pericoli di quello che stavo provando a realizzare.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La rete mi diede non solo il modo di raccogliere informazioni ma anche di sapere dove trovare le informazioni che non contiene, visitai negli stati uniti la biblioteca di un paese vicino a Salem, di cui non voglio riferire il nome perché nessuno mi segua sulla quella strada. Trovai i tasselli che mi avrebbero portato in dieci anni di ricerca al risultato che volevo ottenere. O almeno ad essere in grado di ottenerlo. La bambola rimase rinchiusa in quella teca dove è ancora fino a quel giorno. La estrassi solo qualche minuto cercandone le tracce della bimba che l’aveva posseduta, e trovai con un misto di gioia e di orrore che le piccole macchie marroni non erano che sangue coagulato. Ne grattai via il più possibile e la rimisi nella teca prima effettuare il rito che avrebbe dovuto portarmi a conoscere il mio passato.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non era il sangue di mia nonna. Fu solo quando ne vidi il volto, i denti storti sporchi, i capelli sporchi e sudici avvicinarsi improvvisamente a me, quando lo sentii dentro, quando la mia mente si mescolò alla sua che compresi, quando divenni l’uomo che avevo evocato. Compresi che non avrei conosciuto il mio passato, né la storia dei miei avi.&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br>Improvvisamente mi ritrovai catapultato nel 1935, ero povero e solo. Nella mia testa scorrevano vite. Era come se dentro di me ci fossero infinite altre anime e voci e ricordi. Era come se fossi stato molti e fossi appena diventato nuovamente uno. Provavo un unico desiderio davanti ad un altare che non conoscevo, davanti a un rito che non ricordavo. Uscii dalla chiesa in cui mi trovavo e corsi per chilometri cercando di fuggire al mio desiderio, di fuggire le pulsioni che dal basso mi spingevano. Mi masturbai. Mi masturbai ancora ma non passava, quel desiderio non passava. Compresi tutto quando vidi una bimba giocare con una bambola bianca di ceramica, compresi tutto guardandomi violentarla senza pietà. Piangevo, e godevo, e soffrivo. E non voglio raccontare oltre. So per certo che quella bambina, divenuta donna non giocò mai più con quella bambola, lasciandola intonsa se non per alcune piccole macchie di sangue ma mi chiedo perché la conservò. So che mi presero solo due anni dopo mentre uccidevo un’altra bimba innocente, so che mi linciarono e mi appesero ad un albero per il collo, dove quando smisi di dondolare gli uccelli mi cavarono gli occhi. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con orrore mi ritrovai precipitato nel mio tempo e nel mio corpo, consapevole di aver vissuto mille vite e incerto di quale fosse la mia. Con la stessa sete che avevo vissuto nell’uomo che aveva violentato mia nonna. Avevo solo una cosa da fare. Una sola. Trovai il taglierino che avevo usato per grattare via il sangue e con quello mi sgozzai. &nbsp; <br>Ora sono qui. Nel tuo corpo e non so per quale motivo tu abbia scelto per evocarmi, attraverso quale desiderio io sia passato ma so che voglio vivere. Essere. Continuare.&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br>Io ora sono te.</p>
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		<title>Perché ho smesso di scrivere poesie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Sep 2017 16:12:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Scrivevo molta più poesia un tempo. Ho scritto sempre molto, ricordo il primo racconto che ho scritto era qualcosa come il 1990. avevo otto anni, forse nove. Raccontava di un viaggio nello spazio in cui io, nel 2017 andavo su Marte e incontravo una popolazione aliena, ma non era fantascienza, utilizzava il cliché inizio novecentesco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivevo molta più poesia un tempo.<br />
Ho scritto sempre molto, ricordo il primo racconto che ho scritto era qualcosa come il 1990. avevo otto anni, forse nove. Raccontava di un viaggio nello spazio in cui io, nel 2017 andavo su Marte e incontravo una popolazione aliena, ma non era fantascienza, utilizzava il cliché inizio novecentesco della perdita di sensi momentanea a distinguere la parte reale da quella immaginaria, un trucco mutuato da Poe o da altri scrittori della sua epoca. Avevo descritto la morte da dentro il morente descrivendo una serie di deformazioni sensoriali e poi la sua resurrezione in questo mondo alieno. Non spiegavo se il protagonista fosse morto davvero o no, se fosse inteso come reale o no tutto quanto accadeva dopo. Avevo otto anni, era il mio primo racconto e non so dire da dove venisse, avevo letto <em>Il Richiamo Della Foresta</em>, <em>20.000 leghe sotto i mari</em>, forse qualcosa di Salgari non di più. La mia vocazione era lì. Nello scrivere. Nella tensione. Nello sperimentare. Nel crossover di generi. L&#8217;anno prima avevo imparato per la prima volta cosa fosse quello che le persone chiamano amore. L&#8217;amore di bimbo, sia chiaro, ma il mio piccolo cuoricino era esploso per la prima volta con le conseguenze imprevedibili con cui esplode un cuore quando un cuore esplode. Amavo anche i chiasmi. Ci vollero altri tre anni prima che esplodesse di nuovo per quel ricciolo su una fronte. Esplose la poesia in quegli anni.<span id="more-4566"></span>Non sapevo quanta ne avrei scritta, nel frattempo scrivevo lettere. Ricevevo e scrivevo lettere non saprei dire da quante persone, mi chiedo se qualcuno le conservi ancora, io le ho buttate quasi tutte. Centinaia. Tra il 97 e il 98 credo di averne scritta una ogni singolo giorno, molti giorni più di una. Fare qualcosa per così tanto tempo con tale frequenza non può non creare una dipendenza. All&#8217;epoca scrivevo con una stilografica. Scrivevo anche in poesia. Quasi ogni giorno. Credo di aver superato il migliaio di poesie, sperimentavo in quel modo, sperimentavo in quel mondo. Lo feci fino al 2003 con risultati via via più soddisfacenti. La mia emotività era sfogata con quello, l&#8217;unico modo di sfogare un fiume, un mondo, una sofferenza, una gioia, un tutto che trasbordava come un bicchiere pieno in cui continui a versare acqua da una bottiglia infinita. Era il mio modo di fermare un po&#8217; di quell&#8217;acqua e cristallizzarla immobile come una fotografia, pensavo avrebbe fatto bene riprenderla quando ci fosse stata siccità. Pensavo che avevo così tanto da buttare fuori da dare, da regalare che perderlo in un tombino di scarico sarebbe stato uno spreco. Durò fino al 2003. Non avevo mai trovato un tombino vero prima di allora. Era lì che mi attendeva ed era la cosa più bella che potessi incontrare.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">Sono in una gabbia di cristallo,<br />
in una maledetta cazzo di gabbia di cristallo.<br />
E potrei scappare se volessi, se non fosse così fottutamente bella.<br />
Sono in una gabbia di cristallo<br />
e non so più come uscirne, ne so come sono entrato.</p>
</blockquote>
<p>Lo scrivevo allora. Non sapevo quanto quella gabbia sarebbe divenuta il mio vestito, la mia corazza, il mio scheletro, la mia essenza. Scrissi le mie poesie più belle come una stella che prima di spegnersi diventa enorme e brucia tutta se stessa, raggiunsi l&#8217;apice e mi spensi. La siccità era arrivata, il tombino aveva assorbito ognuna delle mie emozioni. Il paradosso è che prima mi tolse l&#8217;ansia, poi la paura, poi la rabbia, poi la tristezza e solo da ultimo l&#8217;amore. Fu l&#8217;esperienza più bella che avessi mai provato ma di me non rimaneva più nulla che valesse la pena essere pronunciato, figurarsi scritto su un foglio. Smisi in quel momento di scrivere in poesia. Ci provai ancora, sì. Credo di aver scritto almeno altre due sillogi complete dopo quel momento. Carta straccia.<br />
Presidio di razionalità incapace di provare ciò di cui voleva disquisire.<br />
C&#8217;era qualcosa di buono in questo. L&#8217;assenza di ansia, di rabbia, di paura sono qualcosa a cui molti ambiscono (Tenetevele, io vi dico, tenetele strette al cuore ed amatele e vivetele) e mi resero sfacciatamente più forte negli anni. Ma mancava qualcosa: la capacità di provare empatia, di piangere, di gioire, di credere nelle piccole cose. Se non provi paura tutto è privo di valore perché non ti interessa perderlo, se non provi ansia tutto è insipido perché o lo raggiungi o lo lasci andare senza ricerca spasmodica. Tutto privo di valore. Smisi di scrivere quando rilessi quello che avevo scritto un tempo. Potevo leccarne ancora l&#8217;acqua liquida scorrere tra le righe, le parole bagnate trasudavano ancora ogni emozione, la trasudano ancora oggi. Quello che scrivevo era secco e nero come la lingua di un uomo morto di sete. Vorrei dire pieno di ulcere ma le ulcere sarebbero state emozione, sarebbero state rabbia e non c&#8217;era neppure quella. Quello che scrivevo era morto. Io ero morto. Tutto era morto. Era come fotografare pareti di cemento che mi stringevano dentro me stesso, una uguale all&#8217;altra seppure con nuove parole, ricerche, sperimentazioni. Una uguale all&#8217;altra. Una</p>
<p>uguale</p>
<p>all&#8217;altra.</p>
<p>Poi mi hai preso per mano e trascinato. Ero ancora quella lingua secca e morta ma tu mi trascinavi inerte avanti e indietro. Aprivo gli occhi ogni tanto, poi li richiudevo, poi li riaprivo, poi sparisti. Anche se ci sei ancora là fuori, almeno tu. E credo ci sarai sempre. Non so quanto tempo passò, una pietra non conosce il tempo. Ed era come se il tempo fluttuasse tra un oggi e un passato remoto e un futuro e un imperfetto come immagini che appariranno e scomparvero e stanno illuminando quello che accadde pochi istanti fa come nei sogni. Poi però ero di nuovo un pezzo di pietra a terra, arido, o forse di terra secca e crepata grigia. Arrivasti tu. Piantando un seme? Non saprei ma la mia testa era aperta, una crepa in fronte e ci guardavi dentro, mentre stavi versandoci dell&#8217;acqua. Non mi volevi trascinare in giro, stavi curandomi o curando il seme che avevi piantato. Te ne sei andata perché non ti coglierò mai o non mi sono lasciato cogliere, stai fuggendo per sempre forse, non ne ho idea.<br />
Fui a terra. Ero terra. Terra secca e non più dura roccia. Nasceva qualcosa nella mia testa. Un sogno, una realtà, un mondo dentro cui posso guardare e vedere muoversi vite ed ogni vita mi parlava e raccontava. Non erano capaci di provare emozioni perché io non sapevo darle a loro. Non erano capaci di provare emozioni perché raccontavano di quello che ero.<br />
Poi sei arrivata tu, sembravi un porto pieno di emozioni, esplosioni, incredibili pulsioni, ti sfiorai il volto e si gelò la mano. Ero o non ero un pezzo di terra secca? Ti sfiorai il volto e si gelò la mia mano perché eri un pozzo. Di nuovo un pozzo di fronte a me. Non lo temevo. Infilai la mano dentro e ne estrassi la rabbia, l&#8217;ansia, ogni paura. Infilai la mano nel pozzo e ne estrassi la paura, la rabbia, l&#8217;ansia mordendole e respirandole e vivendole, non fu un tentativo di togliertele da dentro. Non mi importava, cosciente di quanto sarebbe un vano tentativo, ma fu desiderio di riprendere quello che avevo perduto. Estrassi dal pozzo rabbia, paura, ansia e me ne nutrii come una bestia col sangue che cola dalle fauci, li conoscevo ormai quei pozzi, vi ero già morto non mi spaventavano più. La rabbia, la paura, l&#8217;ansia mi resero più forte di quanto sia mai stato, più forte di quanto divenni perdendole. Ero incapace di controllare le nuove vecchie emozioni, incapace di equilibrio in tutto quel troppo. Non te ne andasti tu, ti cacciai per salvarci. O per lasciarti distruggerti, poco conta. Non tornerò mai. E poi piove. Piovve. Piove. Piovve riempiendo il mondo come un bicchiere vuoto che arriva velocemente al colmo e piove ancora. Mentre mi giravo dall&#8217;altra parte in faccia un abbraccio. Senza un preavviso. Come uno schiaffo. Il cuore battere forte come non avesse mai battuto prima. E scrivo in poesia. In costante disequilibrio tra un&#8217;emozione e l&#8217;altra imparo a domarle e viverle come un&#8217;acrobata su un filo appeso tra due torri nel vento, ed è la paura a reggermi in piedi, l&#8217;ansia, la rabbia che mi fai provare e qualcos&#8217;altro. E vorrei fotografare emozioni, farne trasudare dalle parole tutto quello che scoppia come una fontana ma soprattutto vorrei sentirmi libero di viverle, di essere, di vivere.<br />
Di essere</p>
<p>di vivere</p>
<p>di essere</p>
<p>vivere</p>
<p>essere</p>
<p>vi</p>
<p>es</p>
<p>sì</p>
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		<title>Fare l&#8217;amore con la scrittura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Aug 2017 10:17:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire.-Cesare Pavese- Ho sempre creato un legame nella mia mente tra la scrittura e altri tipi di piacere, in particolare l&#8217;orgasmo (ne ho già scritto). Nel [&#8230;]]]></description>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L&#8217;unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire.<br>-Cesare Pavese-</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Ho sempre creato un legame nella mia mente tra la scrittura e altri tipi di piacere, in particolare l&#8217;orgasmo (<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">ne ho già scritto</a>). Nel tempo ogni cosa evolve, cresce matura. Crescono tutte di pari passo con l&#8217;esperienza. Quando paragonavo il piacere della scrittura all&#8217;orgasmo non conoscevo a fondo nessuna delle due, erano le prime esperienze i primi momenti, le prime cose brevi ed intense. Fossero scritte o provate. Nella vita ci sono momenti in cui il desiderio più forte è quello di provare nuove cose, diverse l&#8217;una dall&#8217;altra, bruciare come lampi o fuochi fatui in una forma di bulimia compulsiva. Scrivevo cose brevi, racconti, poesie, frasi che oggi si definiscono <em>aforismi</em> ma che per me erano sunti di concetti che avrei voluto utilizzare più avanti. Giravo sempre con un Moleskine in tasca ed una penna. Appuntavo e godevo d&#8217;istante, distante dal mondo. Poi quelle rincorse gli impeti, i desideri si acquietano. Credo sia stata così una delle chiavi che hanno definito il mio smettere di scrivere, il mio perdere capacità di emozionarmi, di emozionare, di creare mondi, di vivere nel mondo reale.<br>Aridità.<br>Poi un giorno o l&#8217;altro si arriva ad uno di quei punti in cui si deve scegliere. Ho finito? Ho finito davvero o mi sono solo infilato nel vicolo sbagliato? Il muro che mi trovo di fronte è solamente l&#8217;ennesimo fallimento, il più grande, o c&#8217;è da qualche parte una strada che non ho percorso? Che ho lasciato indietro, qualcosa di intentato. Che cosa voglio davvero?<br>La gioia è quella di cominciare, sì, ma ambire ad un termine veloce è la cosa che uccide. Il bello è cominciare ogni giorno, interrogarsi e scegliere ogni giorno. Ogni istante può essere un inizio, anche sullo stesso progetto, nello stesso mondo, con la stessa persona. Scrivere un romanzo, rimetterci le mani dopo tanto tempo è come amare la stessa persona ancora ed ancora dopo tanto tempo. Non è più il piacere dell&#8217;orgasmo fine a se stesso, della prima volta. Diventa l&#8217;emozione profonda di conoscere dove mettere le mani, di conoscere dove lasciarsi trasportare e dove prendere le redini del discorso, dove provare ad esplorare nuovi orizzonti e dove invece siano già stati esplorati. Ogni singolo giorno, ogni singola parola, ogni singolo pensiero escono con una naturalezza che non sono quelle dei primi giorni, senza quella paura folle di sbagliare, ma con il desiderio di approfondire, di crescere, di avanzare. Non sei più tu a creare ma il tutto cresce con te e tu con il tutto. Bisogna scegliere di abbandonare strade, di riprenderne altre, di creare nuovi spazi e di chiuderne di vecchi, bisogna saper osare con la consapevolezza che si può sbagliare e tornare indietro e riprovare e crescere ancora. Arrivi a conoscere ogni personaggio, ogni situazione, ogni parte di quel corpo che stai toccando e a stupirti ogni volta di più di quanto invece tu non li conosca, di quanto tu non possa averne un reale controllo. Infine è quando hai il coraggio di lasciartene travolgere, di lasciare che sia tutto il resto a guidare le tue mani e non le tue mani a guidare tutto il resto che hai compreso il piacere. L&#8217;essere parte col mondo.<br>È quando trovi ciò che ti scatena questi pensieri, una storia, un&#8217;idea, una persona che è il momento di cominciare, di scegliere di cominciare quel romanzo. Non importa dove può portarti perché la vita è iniziare e percorrere una strada, per tutto il resto c&#8217;è tempo. Se non fosse questo tanto varrebbe morire.</p>
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		<title>Arrivederci.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Apr 2017 17:19:27 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In questi ultimi mesi questo bLog è stato un esperimento sociale e tecnico. Un bell&#8217;esperimento. Ho avuto modo di testare vari stili di scrittura dove per testare intendo sia nello scrivere sia nelle reazioni di chi legge. Ho visto come far ripartire il giro dai pochi lettori dello scorso anno ai numerosi che ora lo leggono regolarmente fino a picchi impensabili più di dieci volte superiori al suo standard con l&#8217;uso di titoli e tematiche ad oc. Ho conosciuto perfino qualche persona nuova che leggendolo mi ha interpellato non per chiedere ma per ringraziare o dare un&#8217;opinione. Pareri preziosi. Certo come di consueto ho incontrato anche chi insiste a interpretare dieci minuti dopo avergli detto di non farlo e ad incazzarsi per futili motivi ma a questo ormai sono abituato da anni.<br />
In tutto questo breve percorso ho imparato molto, più da chi mi ha letto che da cosa ho scritto, più dal parere di poche persone che dallo scrivere per me stesso.<br />
Una di queste recentemente, almeno considerato che mentre sto scrivendo è passata da poco la metà di marzo, colpita da uno dei racconti mi ha parlato di sé, e poi mi ha parlato di me in maniera che mi ha tuffato indietro in un mondo da cui provengo e che mi ha reso ciò che sono. &#8220;Leggerti è come guardare dalla vetrina di una pasticceria. Vedo pasticcini stupendi e buonissimi, ma<span id="more-4356"></span> io li vorrei mordere, vorrei addentarli non restare fuori a guardarli. Quando tu scrivi a volte sei così, non ti lasci andare, e quando lo fai, quando ti sporchi allora è magnifico&#8221;. Non sono le sue esatte parole ma sono sicuro che non ne avrà a male perché sono molto simili e ammetto di non ricordare quelle esatte. Lo stesso giorno, poche ore prima a dire il vero, lo stesso parere ma con parole più tecniche e meno poetiche lo avevo ricevuto da qualcuno che in qualche modo potrebbe avere in mano il mio futuro. Lo stesso parere, latente inafferrabile nascosto incompreso, lo aveva il mio inconscio quando rileggeva quello su cui sto lavorando da un anno e mezzo, ma non riuscivo ad afferrarlo. Oggi ripensando a tutto questo ho iniziato a sentire respirando, nel palato, dentro infilato tra il palato ed il naso, dove si incastrano gli odori o il catarro lieve di quando il raffreddore sta finendo, ho iniziato a sentire lì. Sentivo l&#8217;odore ferroso del di dentro di una persona. Sentivo attorno le labbra seccarsi il suo di dentro e attorno alla lingua quel legamento come di colla morbida, lo sentivo tra le dita, allargandole le sentivo lisce e scivolose e collose e morbide. Sentivo quella sensazione che perduta nel tempo rievocava il passato. Ero caduto come lanciandomi a braccia aperte all&#8217;indietro sul telo di vigili del fuoco. Nel passato da cui sono arrivato.<br />
Ho sentito le mie mani sporche del suo di dentro di tanti anni fa quando riuscivo ad entrarvi, aprire, entrarvi, scavare, entrarvi e sporcarmi le mani e la bocca e tutta la faccia e gioire come un matto di tutto quello che vi trovavo. Sporcarmi le mani.<br />
Sono stato come un falco negli ultimi tempi. Un falco dalla vista buona in grado di cogliere ogni dettaglio, il grado di elaborarlo, in grado di proporlo e riproporlo ma come un falco lo facevo dall&#8217;alto. Un falco che poi invece di infilare la testa le zampe e il collo nel corpo, nel sangue, nel di dentro della propria vittima, tornava nella sua gabbia a nutrirsi del mangime. Senza provare le emozioni reali. Credevo di sporcarle quelle mani ma nel luogo sbagliato, io luoghi che mi permettevano comunque di non sporcarle con la realtà. Questo è accaduto nel mio scrivere e non solo, ed era divenuto normalità.<br />
Questo ho imparato.<br />
Ci sono decine di cose davanti ancora da scrivere, da fare, da vivere, racconti iniziati e pagine da scrivere ogni dove, progetti. Non mi fermo qui, ma mi fermo qui. Per un po&#8217;.<br />
Mi piace l&#8217;idea di aver appena scritto della dipendenza da scrittura e mi piace l&#8217;idea di contraddirmi smettendo apparentemente di farlo. Ma non smetterò.<br />
Ora devo dedicarmi ad un progetto più grande, più ampio, più lungo, più sporco, più vivo. Tornerò ancora qui, un po&#8217; più di rado probabilmente. Forse già domani o tra un mese.<br />
Ora devo dedicarmi ad un progetto più grande in cui credo. Poi si vedrà.<br />
Arrivederci a presto, e grazie a chi in questi mesi mi ha seguito ancora, grazie a chi continuerà a seguirmi nei prossimi e grazie a chi ha avuto la delicatezza e la forza di parlarmi.</p>
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		<title>La mia prima volta (L&#8217;anima)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Apr 2017 13:34:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#60;- La mia prima volta &#60;- La mia prima volta (La vita) Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta/">&lt;- La mia prima volta</a><br />
<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-seconda-versione/">&lt;- La mia prima volta (La vita)</a></p>
<p>Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell&#8217;aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.<br />
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l&#8217;atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell&#8217;atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l&#8217;atto non era presente.<span id="more-4321"></span> Le scrissi la mia prima poesia a scuola, durante l&#8217;ora di inglese. Non ricordo le parole e mi chiedo se ci siano ancora nel suo diario di allora, se abbia ancora il diario di allora. Come in ogni prima volta però ricordo le emozioni provate. Non scrivevo realmente a lei, ma a quel riccio che ricordo ancora perfettamente più di quanto ricordi il suo viso, scrissi a me stesso mentre parlavo di quel riccio. Non partii con una classica ode a una donna ma con una specie di ode a dei capelli. D&#8217;altronde non conoscevo altro di lei.<br />
Ricordo tutto il riempirsi dentro come di una bolla che si gonfia, come un liquido che sale dal basso fino ad allargarmi il torace, a silenziarmi la gola, ad entrarmi in testa e spingere forte. Le persone che mi stanno accanto l&#8217;hanno spesso interpretato come se volessi isolarmi ed entrassi in una forma tra autismo e depressione, ognuno ha sempre avuto il proprio modo di interpretarmi in quello stato ma per me è solamente parte del processo. Della mia dipendenza se vogliamo. Una delle tante dipendenze. Ricordo perfettamente la sensazione di estraneazione, di stacco dal mondo, di isolamento non tanto dagli altri quanto da me stesso. Il desiderio che spinge, un desiderio che non avevo idea di da dove venisse né cosa desiderasse né dove e come sfogarlo. Presi in mano la penna, una stilografica blu in plastica gialla tutta mangiucchiata e scrissi a quel riccio, che poi quello che scrivevo arrivasse a Chiara era un fattore secondario. Scrissi di getto ma non so cosa scrissi. Alla fine il mio corpo, la mia anima, la mia mente parvero svuotati. Tutto quel liquido accumulato dentro che schiacciava e premeva su ogni mio organo, pensiero, su ogni parte di ciò che ero allontanandomi da me stesso ed ovattando tutto, era scomparso. Era scomparso con una forma di piacere quasi fisico che avrei imparato più tardi ad assimilare all&#8217;orgasmo. Seppure non fosse la prima volta che usassi la vena creativa per scrivere questa fu <em>la mia prima volta</em>, quella in cui ne compresi il potere terapeutico. Pensai che sarebbe stata comunque l&#8217;ultima. Cosa mai avrebbe potuto nuovamente scatenarmi una simile sensazione? E cosa avrei potuto scrivere di altrettanto forte? E poi queste cose belle a forza di ripetersi perdono forza, perdono valore ed infine si abbandonano, no?<br />
Ne scrissi altre due o tre credo, sempre al ricciolo di Chiara, consegnandole a Chiara perché il ricciolo potesse leggerle mentre le leggeva lei. Credo di averci fatto una passeggiata e ballato un lento e niente altro. Le promisi che un giorno le avrei fatto capire che per me non era solo un gioco, che non l&#8217;avrei dimenticata, e in qualche modo sto mantenendo la promessa anche ora anche se probabilmente non lo saprà mai. Anche se la promessa non era fatta a lei. Ho scritto molto anche sull&#8217;incavatura della sua schiena che ho toccato ballando quell&#8217;unico lento, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ElkqPNvMj6w">Independent Love Song di Scarlet</a>. Ma questo accadde più di quindici anni dopo e ha più a che vedere con il mio modo di scrivere e di pescare nei ricordi che con lei. Come tutto il resto d&#8217;altronde.<br />
Scrissi dell&#8217;altro nell&#8217;anno successivo e probabilmente quello dopo ancora. Mi ero illuso che quella sensazione potesse tornare e mi convinsi che il problema fosse non tanto nello scrivere quanto nell&#8217;amare. Non ero in grado di provare quello che avevo provato per lei. Per il ricciolo praticamente. Fu quando incontrai il mio primo amore, amore vero, che mi accorsi che il mio scrivere aveva poco a che fare con il mio amare gli umani e che quando mi chiese &#8220;Ti è piaciuto?&#8221; risposi &#8220;Sì, è quasi come scrivere.&#8221;<br />
Avevo ripreso a farlo da poco. I cambi, le rivoluzioni, le stranezze dell&#8217;adolescenza e degli ormoni stavano facendomi impazzire, ero un adolescente atipico in un mondo tipizzato, dovevo essere ciò che ero mascherandomi da metallaro, o da bravo ragazzo, o da musicista jazz, o da latin lover, o da timidino. Ero già consapevole di chi volevo essere ma la società non era in grado di accettare che lo fossi quindi dovevo raccontarmi a me stesso per avere la mia direzione. Scrivevo. Scrivevo sopratutto a me stesso. Scrivevo rinchiuso nella mia stanza. Quando tutto si riempiva di quel liquido soffocante che mi obbligava a farlo lo facevo e ogni volta mi dava piacere uscendo da me attraverso la penna. Ero praticamente rinchiuso in me, tra me, con me, all&#8217;interno di me. Iniziai a portarmi dietro un Moleskine, non perché lo avessero fatto Oscar Wilde o Ernest Hemingway ma semplicemente perché era comodo. Potevo scriverci per diminuire il liquido dentro e arrivare fino al momento in cui avrei potuto isolarmi e buttarlo fuori del tutto. Scrivevo sull&#8217;autobus, per strada, nei locali davanti ad una birra, nelle pause durante gli allenamenti. Scrivevo. Scrivevo delle cose che può scrivere un adolescente e di qualche altra. Non pensavo sarebbe durato a lungo. Finii di scrivere il mio primo libro nel giro di pochi mesi, era una raccolta di poesie, o quantomeno di pensieri. Aveva un inizio, uno svolgimento ed una conclusione come un romanzo, una storia organica e precisa di crescita. Pensavo non avrei mai più scritto altro. Conoscevo Rimbaud e mi piaceva l&#8217;idea di chiudere con la scrittura come aveva fatto lui, il <em>poeta dell&#8217;adolescenza</em>. Avevo scartato moltissime poesie che ritenevo buone, alcune ottime. Poesie sulla morte, sul senso della vita, sulle contraddizioni del mondo, poesie troppo sperimentali ma interessanti. Fu in quei giorni che tirai fuori dall&#8217;armadio il cappotto di pelle che avevo messo via la stagione precedente, infilandoci una mano in tasca ne trovai una pallina di carta. La aprii e dentro vi trovai scritto &#8220;Rievocazione dei sensi&#8221;, lo avevo scritto quasi un anno prima in una sera in cui avevo voglia di isolarmi dal mondo. I miei amici avevano preso l&#8217;autobus ed erano in centro ad aspettarmi, io avevo deciso di perdere l&#8217;autobus e di farmela a piedi anche se in venti minuti sarebbe arrivato il successivo. Attorno c&#8217;era nebbia, probabilmente era un novembre o un marzo, un giorno di mezza stagione. Camminavo come ho sempre amato fare nelle parti vietate della zona merci della stazione dei treni. Mi era venuta in mente solo quella frase, avevo una penna, un foglietto ma non il Moleskine. L&#8217;avevo scritta e messa in tasca. Poi tra una cosa e l&#8217;altra avevo finito per appallottolarla e ritrovarla mesi dopo. Fu una frase profetica e una rivelazione. Iniziò a prendere corpo quello che sarebbe stato il mio secondo libro iniziato, anche se ci misi anni a terminarlo, e fu probabilmente il mio quarto finito. Iniziò a prendere corpo <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, tra giochi e sperimentazioni e temi alternativi. Senza fretta. Senza volerlo realmente terminare era il coperchio sotto cui poteva stare molto del materiale che avevo scartato in precedenza. Ero convinto non lo avrei mai terminato, e avrei smesso preso di scrivere come Rimbaud, ma ero lontano dai diciannove anni.<br />
Il secondo libro lo scrissi di botto, in poche settimane dopo aver chiuso con il primo amore ed averne incontrato un&#8217;altro fuggevole ma estremamente provante dal punto di vista personale. Una persona più strana di me, più complicata di me, più estrema di me con cui confrontarsi e chiedermi chi fossi fino al nostro esplodere in una favilla luminosa. Cominciavo a pensare che forse dopo tutto avrei potuto continuare a scrivere un altro po&#8217;. Ma presi una pausa. Così, perché amo contraddirmi.<br />
Sembrava non esserci più nulla da scrivere, si era esaurito il filone e forse mi andava bene così. Scrissi un po&#8217; usando la tecnica e non la passione, scrissi altri pezzi di <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em> fino quasi a completarlo riempiendolo di esperimenti, giochi di parole, tecnica talvolta fredda. Poi come per ogni droga, per ogni dipendenza, per ogni fuga incontrai qualcuno che mi diede una scossa, che mi lanciò nel baratro o me ne estrasse. Che mi fece capire cos&#8217;è la dipendenza. Che mi fece capire cos&#8217;è la depressione. Che mi fece capire cos&#8217;è la vita. La prima volta che capii come sarebbe andata a finire fu sul suo letto quando iniziò a leggermi Prevert. Non avevo mai letto Prevert. Parlammo ore di poesia, giorni, mesi. Mi accorsi di come le sperimentazioni che avessi provato non fossero davvero così inutili, leggendole lei mi mise in mano Pessoa. Non avevo mai letto Pessoa e fu una rivoluzione. Ricordai come all&#8217;inizio la spinta fossero le poesie di Edgar Poe ma capii come ambissi involontariamente, pur non conoscendolo a Pessoa. Ne lessi la prosa e capii che come il mondo fosse più ampio. Fu lei che mi portò a terminare <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, a spingermi fino a farmelo pubblicare. Oggi lo rileggo e nel suo piccolo lo trovo ancora rivoluzionario. Trovo che sia ancora la cosa più bella che io sia mai riuscito a creare. Può non piacere, è ovvio, ma la portata che ha per me, la profeticità dei contenuti per me sono come se il me giovane avesse scritto al me di oggi cose che potrà capire solo il me di domani. Di tutta la mia produzione è stato fino ad oggi l&#8217;apice. Scrissi in quel tempo anche un&#8217;altra raccolta di poesie, ed un&#8217;altra ancora. Dalla prima all&#8217;ultima, ad eccezione del solito <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, che prometto non nominerò più, sono stati un percorso collegato, da una fine all&#8217;inizio successivo, da una fine al successivo ed ancora. Ne scrissi cinque con pause più o meno lunghe. Il cammino di un adolescente che cercava di crescere, di superare le paure, di lanciarsi da una rupe convinto di poter volare, di cadere ed infine di riprendersi. Arrivai a schifarmi di quello che scrivevo. A non voler più quella fuga, avrei voluto qualcosa di più, di più forte. Ero dipendente ma l&#8217;assuefazione aveva fatto il suo corso dopo più di seicento pezzi scritti e catalogati. Qualunque cosa provassi a scrivere mi risultava vuota, già scritta, già vista, inutile. Cominciai a cercare emozioni di altro genere. Di molti altri generi. E poi ancora una volta incontrai l&#8217;amore. Un amore strano e complicato seppure semplice. All&#8217;epoca avevo spostato il mio scrivere alla creazione di questo blog. Ci scrivevo già da qualche anno a dire il vero e scriverlo era stato probabilmente il motore per far nascere questo nuovo amore che quietò apparentemente il mio bisogno. Si spense il blog, si spense tutto. Fu <a href="https://www.staipa.it/blog/perche-ho-smesso-di-scrivere/">il motivo per cui smisi di scrivere</a>. Nel bene e nel male.<br />
Scrivere aveva preso a farmi schifo. Se provavo a scrivere e mi leggevo mi sentivo come un alcolizzato che si renda conto di essersi ubriacato contro il proprio volere l&#8217;ennesima volta. E tutto ciò che scrivevo mi dava il voltastomaco, era inutile, ripetitivo, vuoto. Il liquido che mi si formava dentro era stagnante e puzzolente. Si formava ma liberarlo dava prevalentemente olezzo. Ogni tanto pensavo a quel ricciolo di tanti anni prima, e mi dicevo che forse avevo finalmente raggiunto i diciannove anni di Rimbaud. Ne avevo trenta, ma era uguale. Non provavo più l&#8217;orgasmo dello scrivere ma sentivo ogni istante me stesso pieno di quel liquido che mi estraniava da me e dal mondo ma ero incapace di svuotarmene, privo del desiderio di svuotarmene. Mi stavo allontanando da tutto. Anestetizzato, arido, lontano. Poi l&#8217;amore finì, come era naturale che fosse, e con esso in qualche modo l&#8217;embargo che mi ero imposto. Non che fosse merito della fine dell&#8217;amore ma semplicemente fu un cambiamento abbastanza importante da impormi di riprendere in mano le cose.<br />
Provai a scrivere nuovamente in poesia schifandomi ancora come sempre e allora decisi di scrivere un romanzo. Avevo scritto racconti negli anni, avevo provato a scrivere racconti lunghi ma non mi era mai riuscito di superare poche pagine. Decisi di scrivere un romanzo su di me, per me, da tenere per me. Una forma di auto analisi. Lo scrissi in pochi mesi, era breve e non saprei dire neppure quanto bene fosse scritto ma dopo essere stato mesi a scrivere rinchiuso in casa avevo ritrovato me stesso. Il desiderio, la voglia di buttare fuori tutto, il contatto con il mondo e la realtà. Ed avevo goduto un universo intero. L&#8217;anestesia non era terminata però. L&#8217;aridità. Il distacco dal mondo. L&#8217;incapacità di provare emozioni positive o negative che fossero. L&#8217;apatia. Trovai il modo di emulare le emozioni, di viverle apparentemente, di simularle, di stimolare i ricordi per indurle. Era scriverle, scriverne. Per evocarle, per esorcizzarle, per vivere. Non molto diverso da alcune droghe o dell&#8217;autolesionismo era diventato il mio modo di <em>provare qualcosa</em>, qualunque cosa fosse pur di sentire di essere in vita.<br />
Quello è stato il momento in cui il blog è rinato con <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/dodici-gradi/"><em>dodici gradi</em></a> e con gli altri <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/"><em>racconti</em></a> che da allora mi accompagnano e hanno sostituito le sensazioni di cui un tempo avevo bisogno continuando ad alimentare la mia dipendenza e svuotare il mio dentro dal liquido che lo invade. Ho scritto un altro libro, di racconti da allora o meglio due libri concentrici. Il titolo del progetto nella mia testa era <em>Anestesia</em> ma sarebbe stato stupido fosse il titolo reale perché era costruito esattamente sul percorso e le sensazioni consce ed inconsce di un&#8217;anestesia totale, e dell&#8217;anestesia che stavo provando. Avrei rovinato al lettore (me stesso) il viaggio. Poi come sempre è quando hai bisogno di <em>qualcosa di più forte</em> che incontri qualcuno in grado di dartene. Ho incontrato la persona più importante degli ultimi anni per la mia dipendenza. Mi ha preso per mano e guardato negli occhi dicendo solo <em>io credo in te</em>. Se un giorno i frutti di quello che ho fatto in questi anni si vedranno il merito sarà più suo che di tutta la fatica fatta -che poi non è fatica- in questi anni. Mi ha guardato negli occhi mentre il liquido mi riempiva e isolava dal mondo e mi ha infilato nella pancia un coltello per aprire una breccia e farlo uscire. Il piacere che ne ho ricevuto, in ogni senso, in ogni modo è stato il più sconfinato e dura ancora ogni giorno anche se non ci credo. Ed ancora ogni volta mi sembra l&#8217;ultima. Costringendomi ad iscrivermi alla <a href="https://www.scuolapalomar.it/">scuola palomar</a> che avevo scoperto per caso mi ha messo davanti al fatto che era il momento di provare davvero a seguire un sogno. Ho scritto il mio primo romanzo completo, completo di ogni punto fondamentale. Migliorabile, sicuramente, ma ho superato il mio limite di non riuscire a scrivere più di un racconto lungo. Quel che ne sarà è da vedersi ma oggi scrivo ancora, mi riempio di quel liquido dal mondo e lo butto fuori. Scrivo su questo blog o altrove ed ogni singola volta mi sembra l&#8217;ultima. O la prima. Guardo ciò che ho scritto e mi chiedo come farà a venirmi in mente qualcosa di nuovo fino alla volta successiva ed ancora ed ancora ed ancora ed ancora. Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine, ma scrivo ancora ed è ancora tra tutte l&#8217;emozione più grande, il piacere più forte.<br />
Creare mondi. O raccontare mondi che esistono davvero ma altrove, in luoghi che gli altri  non possono visitare ma tu sì.<br />
Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine.<br />
Non importa.</p>
<ul>
<li><strong>Post Scriptum: </strong>Solo dopo aver scritto tutto questo il caso mi ha portato ad un&#8217;intervista dello scrittore che stimo di più e che ha segnato maggiormente la mia fantasia. Cercavo su internet &#8220;Dipendenza da scrittura&#8221; per trovare un&#8217;immagine interessante da allegare e come a volte capita è piovuto qualcosa.<br />
<blockquote><p><em><em><em><em><br />
Mi ricordo quando ero uno studente che scriveva storie e romanzi, alcuni dei quali furono poi pubblicati, altri no. Era come se la mia testa stesse per esplodere, talmente tante cose volevo scrivere in una volta. Avevo un sacco di idee, tutte intasate. Come se avessero bisogno di chiedere il permesso per uscire. <strong>C’era questa falda acquifera sotterranea di storie che volevo raccontare e dovevo solo conficcarvi una tubatura per far sì che tutto fiottasse fuori.</strong></em></em></em></em></p>
<p><em><em>I can remember as a college student writing stories and novels, some of which ended up getting published and some that didn&#8217;t. It was like my head was going to burst – there were so many things I wanted to write all at once. I had so many ideas, jammed up. It was like they just needed permission to come out. <strong>I had this huge aquifer underneath of stories that I wanted to tell and I stuck a pipe down in there and everything just gushed out. </strong></em></em></p>
<p><a href="https://www.rollingstone.com/culture/culture-features/stephen-king-the-rolling-stone-interview-191529/">Stephen King in un intervista a Rolling Stone</a>.</p></blockquote>
</li>
</ul>
<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-quarta-versione/">La mia prima volta (Il sangue) -&gt;</a></p>
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		<title>Kurt Vonnegut, consigli per scrivere racconti e scrivere con stile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Feb 2017 10:55:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Usa il tempo di un perfetto sconosciuto in modo tale che lui o lei non sentirà che il tempo è stato perso. Dai al lettore almeno un personaggio per il quale possa fare il tifo. Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche fosse solo un bicchiere d’acqua. Ogni frase deve fare una delle due cose: rivelare [&#8230;]]]></description>
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<li>Usa il tempo di un perfetto sconosciuto in modo tale che lui o lei non sentirà che il tempo è stato perso.</li>
<li>Dai al lettore almeno un personaggio per il quale possa fare il tifo.</li>
<li>Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche fosse solo un bicchiere d’acqua.</li>
<li>Ogni frase deve fare una delle due cose: rivelare il personaggio o anticipare l’azione.</li>
<li>Inizia il più vicino possibile al finale.</li>
<li>Sii un sadico. Non importa quanto dolci e innocenti siano i tuoi protagonisti, fai accadere loro cose terribili – in modo tale che il lettore possa vedere di cosa sono fatti.</li>
<li>Scrivi per accontentare solo una persona. Se apri una finestra e fai l’amore con il mondo, tanto per dire, la tua storia prenderà la polmonite.</li>
<li>Dai al tuo lettore più informazioni possibili e il prima possibile. Al diavolo la suspense. I lettori dovrebbero avere una così completa comprensione di ciò che sta succedendo, dove e perché, che potrebbero finire la storia da sé, gli scarafaggi dovrebbero mangiare le ultime pagine.</li>
</ol>
<p><span id="more-4229"></span></p>
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<p><strong>TROVA UN SOGGETTO A CUI TIENI</strong><br />
Trova un soggetto a cui tieni e a cui, senti nel tuo cuore, gli altri potrebbero tenere. Questo interesse genuino, e non i tuoi giochi di linguaggio, sarà l’elemento più convincente e seducente&nbsp;nel tuo stile. A proposito, non ti sto spingendo a scrivere un romanzo – anche se non mi dispiacerebbe se ne scrivessi uno, a patto che tu sia sinceramente interessato a qualcosa. Una petizione&nbsp;al sindaco per&nbsp;una buca di fronte alla tua&nbsp;casa o una lettera d’amore per la ragazza della porta accanto lo saranno.</p>
<p><strong>MANTIENILO SEMPLICE</strong><br />
Per quanto riguarda l’uso del linguaggio: ricorda che&nbsp;due dei più grandi maestri della lingua, William Shakespeare e James Joyce, scrivevano frasi quasi infantili quando i loro soggetti erano più profondi. “To be, or not to be?” domanda l’Amleto di Shakespeare. La parola più lunga è di tre lettere. Joyce, quand’era vivace, poteva mettere insieme una frase tanto intricata e sfavillante quanto la collana di Cleopatra, ma la mia frase preferita nel suo racconto <em>Eveline</em> è questa: “Lei era stanca”. A quel punto della storia, nessun altra parola avrebbe potuto spezzare il cuore del lettore come hanno fatto quelle tre parole.</p>
<p><strong>SUONA COME TE STESSO</strong><br />
L’inglese era la terza lingua di Conrad e ciò&nbsp;che sembra arguto nel suo uso della lingua inglese è stato senza dubbio colorato dalla sua prima lingua, il polacco.&nbsp;Ed è&nbsp;infatti fortunato lo scrittore che è cresciuto in Irlanda, perché l’inglese parlato lì&nbsp;è così divertente e musicale. Io stesso sono cresciuto a Indianapolis, dove il linguaggio comune suona come&nbsp;una sega a nastro che taglia dello stagno galvanizzato, e si avvale di un vocabolario tanto disadorno quanto una chiave inglese. […] Non importa quale sia la tua prima lingua, dovresti farne tesoro per tutta la vita. Se per caso&nbsp;non è&nbsp;l’inglese standard, e se si manifesta quando la scrivi in&nbsp;inglese standard, il risultato è di solito delizioso, come una ragazza molto carina con un occhio verde e uno blu. Mi ritrovo a&nbsp;fidarmi di più della mia scrittura, e anche gli altri sembrano fidarsi di più, quando suono più come una persona da Indianapolis, che è ciò&nbsp;che sono. Quali alternative ho?</p>
<p><strong>DÌ QUELLO CHE VUOI DIRE</strong><br />
I miei insegnanti volevano che scrivessi con precisione, sempre selezionando le parole più efficaci, e relazionando le parole tra di loro senza ambiguità, rigidamente, come parti di una macchina. Speravano che sarei diventato comprensibile – e quindi compreso. E là andavano i miei sogni,&nbsp;fare con le parole quello che Pablo Picasso faceva con la pittura o quello che qualsiasi idolo del jazz faceva con la musica. Se&nbsp;avessi rotto&nbsp;tutte le regole della punteggiatura,&nbsp;in modo che le&nbsp;parole significassero ciò che volevo che significavano, e le avessi&nbsp;infilate insieme su una corda alla rinfusa, semplicemente non sarei stato&nbsp;capito. I lettori vogliono che le nostre pagine assomigliano molto alle pagine che hanno visto in precedenza. Perché? Perché essi stessi hanno un lavoro duro da fare, e hanno bisogno di tutto l’aiuto possibile da noi.</p>
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		<title>Silenzioso deserto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Feb 2017 17:37:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Osservo attorno a me. Sabbia e deserto e null&#8217;altro, e silenzio. Nessun uomo ha mai visto il deserto come lo sto vedendo io ora, nessun uomo ha mai vissuto il silenzio come lo sto vivendo io. Ed è pace eternamente immobile. Non c&#8217;è vento qui. Non c&#8217;è pioggia. Non c&#8217;è vita. Questo è il primo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Osservo attorno a me. Sabbia e deserto e null&#8217;altro, e silenzio. Nessun uomo ha mai visto il deserto come lo sto vedendo io ora, nessun uomo ha mai vissuto il silenzio come lo sto vivendo io.<br />
Ed è pace eternamente immobile. Non c&#8217;è vento qui. Non c&#8217;è pioggia. Non c&#8217;è vita.<br />
Questo è il primo momento in cui posso davvero guardarmi attorno senza l&#8217;ansia di cosa possa accadere, prima dell&#8217;ansia di cosa possa accadere. Ironico che sia anche l&#8217;ultimo momento che passerò qui. La prossima volta sarà qualcun&#8217;altro al mio posto, o forse chissà un giorno&#8230;<br />
Da qui il mondo è così piccolo, infinitesimo. Come guardare uno di quei souvenir che si comprano nelle grandi città: la Tour Eiffel in una sfera di cristallo, il Colosseo. Una sfera di cristallo da prendere e ruotare per vederci scendere la neve. Non è molto più di questo il mondo quando lo osservi da qui. Eppure l&#8217;unico souvenir che avrò sarà qualche roccia ed il ricordo indelebile, tatuato per sempre di come l&#8217;intera umanità se ne stia a litigare dentro un piccolo ricordino da viaggio.<br />
&#8220;Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini.&#8221;, lo aveva detto <a href="https://it.wikiquote.org/wiki/Jurij_Gagarin">Jurij</a>.<br />
Penso a come lì, in quella piccola sfera uomini convinti di essere al centro dell&#8217;universo abbiano combattuto guerre, e siano morti, o semplicemente si siano sentiti in dovere di far sapere al mondo delle proprie avventure sentimentali, universitarie o che cosa stessero cucinando in quel momento, convinti di poter cambiare tutto, di fare la differenza.<br />
Da qui posso prendermi un istante per osservare come tutto quello sia incredibilmente ridicolo.<br />
Ora che sto per lasciare tutto questo silenzio, tutto questa sabbia su cui ho lasciato orme che rimarranno nei millenni, ora che sto per tornare laggiù su quella sfera ho un momento di paura. Non temo il viaggio, ci siamo arrivati qui, torneremo a casa, ma il contatto di nuovo col suono. Come sarà il contatto col suono? Con la frenesia della vita in quegli spazi ristretti che sono case, o uffici o palazzi?<br />
Mi chiedevo quale sarebbe stata la colonna sonora migliore qui. Ma ho capito solo venendoci che i suoni che sento, il mio respiro ed il silenzio assoluto sono una colonna sonora che nessuno mai potrebbe immaginare, rovinare, storpiare con i suoni del mondo. Fermare il respiro ed ascoltare il silenzio fa venire voglia di non respirare più per non infettare l&#8217;universo di suoni che fuori da questa tuta sarebbero comunque silenzio assoluto.<br />
Provo nostalgia di questa sabbia, di questo luogo che sto lasciando e mentre alzo il piede per salire la scaletta del Lem so che è inutile cercare di comprendere l&#8217;eterno, l&#8217;abisso. Va solamente vissuto.<br />
Va solamente vissuto.<br />
Ascoltando.</p>
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		<title>Alex pt2 (Umanità)</title>
		<link>https://www.staipa.it/blog/alex-pt2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jan 2017 20:41:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Precedente: Alex pt1) Non puoi capire come gli innesti cibernetici ti cambino fino a quando gli innesti cibernetici non ti hanno cambiato. Non puoi capire fino a che punto tutte quelle stronzate del fatto che ti facciano perdere umanità non siano affatto stronzate. Il primo innesto l&#8217;ho fatto quasi per gioco, per moda. Non avevo ancora [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(Precedente: <a href="https://www.staipa.it/blog/alex-pt1/">Alex pt1</a>)</p>
<p>Non puoi capire come gli innesti cibernetici ti cambino fino a quando gli innesti cibernetici non ti hanno cambiato. Non puoi capire fino a che punto tutte quelle stronzate del fatto che ti facciano perdere umanità non siano affatto stronzate. Il primo innesto l&#8217;ho fatto quasi per gioco, per moda. Non avevo ancora i miei seguaci all&#8217;epoca ma ero entrato nel gruppo da poco. Ognuno di loro aveva la propria <em>caratteristica speciale</em>, che lo rendeva più minaccioso. Gli anni dei tatuaggi, dei piercing o delle creste in testa erano passati, cioè voglio dire tutti li avevano e non era più un segno di distinzione, era quasi conformismo almeno tra chi viveva nei bassifondi, gli innesti sottocutanei tradizionali erano anche questi roba passata. C&#8217;era chi si era fatto innestare un braccio bionico solo per il gusto di averlo e di essere più forte senza dover sostituire necessariamente un braccio non più funzionante, c&#8217;era chi si era fatto innestare mezza calotta cranica in acciaio a vista, chi denti in titanio affilati. Quello con i denti in titanio tra l&#8217;altro si tagliava spesso mangiando, anzi si taglia ancora, è quello che uso come capo apparente, quello che in formazione sta davanti a tutti fingendo di essere me. Io sono sempre stato un ragazzo timido almeno all&#8217;apparenza, un ragazzo dimesso. La prima installazione che mi sono fatto fare è stata una sostituzione dell&#8217;iride. La prima versione che avevo installato si limitava ad illuminarsi di rosso quando lo sceglievo. Mi permetteva di rimanere anonimo ma diventare minaccioso al bisogno, non era ancora una versione come quella di oggi con<span id="more-4195"></span> la sostituzione completa del bulbo oculare per avere la visione a zoom ed il mirino migliorato. Ce l&#8217;ho su un solo occhio comunque, per evitare problemi nelle zone in cui è richiesto lo spegnimento delle attrezzature cibernetiche. Almeno l&#8217;altro occhio continuerà a vedere. Solo le funzioni di vista aggiuntive le ho ad un solo occhio, le illuminazioni ed i cambi di colore li ho ad entrambi ovviamente. Ma in genere li tengo normali su un banale colore marroncino chiaro. Non sentii nessun cambiamento particolare al primo innesto. Più avanti dopo l&#8217;incidente sostituii il braccio destro. Mi era rimasto maciullato e a ripararlo non sarebbe più venuto bene, lo sostituii comunque con un modello similumano, senza metallo a vista, e cose tamarre. Mi piace l&#8217;idea di rimanere anonimo, di non essere troppo notato. Certo la forza del braccio è un tantino migliorata, e con essa la precisione di tiro. Il puntamento con l&#8217;occhio è automatico e la precisione farebbe impallidire un cecchino, era di dotazione in offerta nel prezzo e così ho fatto installare la nuova versione di occhi, anche se me piacciono ancora le lame. Certo anche il lancio di coltelli è agevolato comunque ma preferisco lavorare da ravvicinato quando posso. Nadja quasi non si accorse del cambiamento, nel periodo dell&#8217;incidente eravamo forzatamente lontani e preferii non coinvolgerla, si accorse della differenza una sera.<br />
&#8220;Tutto bene?&#8221; disse. &#8220;Sembri freddo, quasi inumano.&#8221; disse.<br />
Io risi. Non avevo ancora capito.<br />
Il terzo innesto che installai furono dei filtri ai polmoni. Dei filtri avanzati. Era accaduto di trovarmi in un tafferuglio con gli sbirri ed avevo scoperto che non amo molto respirare fumogeni. Mi pareva una buona soluzione ed avevo abbastanza soldi in quel momento. Le modifiche mi stavano rendendo migliore. Mi stavano rendendo migliore degli umani comuni. Stavo diventando superiore ai comuni umani.<br />
Il quarto innesto fu un cuore avanzato, in grado di pompare il sangue più velocemente in caso di emergenza e di rallentare quando necessario per non causare l&#8217;affanno. Accoppiato ai polmoni bionici controlla ed ottimizza la resistenza fisica e lo sforzo. Hanno dovuto iniettarmi in circolo una sostanza simile a silicone per rinforzare le vene e le arterie, in passato c&#8217;erano stati casi di aneurisma da sovrapressione, ictus e altro.<br />
Ora ero davvero superiore agli umani. Sotto ogni punto di vista. Superiore. Fu un momento iniziare a snobbarli, a non considerarne neppure l&#8217;uso in attacchi di scarso valore, inaffidabili, facili a rompersi. Un giorno guardai Nadja e mi chiesi per quale motivo dovessi stare con una donna così. Non era più in grado di resistere a letto il tempo che desideravo, e spesso piangeva per motivi futili. La notte non mi era più così necessario dormire perché l&#8217;ossigenazione migliorata del sangue era in grado di tenermi sveglio molto più a lungo, lei invece aveva sempre bisogno di ricaricarsi e dormire. Se non lo faceva di notte doveva comunque farlo il giorno dopo ed io mi trovavo in difficoltà a seguire i suoi cicli di sonno e d&#8217;altro genere. Mi resi conto in fretta che stare con un&#8217;umana era un inutile perdita di tempo. Fu così che la lasciai la prima volta. Fu così che la persi assieme alla mia umanità.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt6: Da dove proveniva il lampo. Da dove proveniva il tutto.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Dec 2016 10:41:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Da dove proveniva il lampo? Sono sicuro di aver premuto io il grilletto, ho sentito anche il botto. Ma allora perché sono riuscito a vedere così bene il volto dell&#8217;uomo dall&#8217;altra parte, a vederne l&#8217;uniforme? Era identica alla mia. Era identica alla mia. Il buio è tornato e gli occhi abbagliati dal lampo, forse dai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da dove proveniva il lampo?<br />
Sono sicuro di aver premuto io il grilletto, ho sentito anche il botto.<br />
Ma allora perché sono riuscito a vedere così bene il volto dell&#8217;uomo dall&#8217;altra parte, a vederne l&#8217;uniforme? Era identica alla mia.<br />
Era identica alla mia.<br />
Il buio è tornato e gli occhi abbagliati dal lampo, forse dai lampi mi impedisce di guardare ancora quell&#8217;uomo ma sento il fischio di un proiettile nella mia direzione, tra pochi decimi di secondo sentirò il botto provenire dalla direzione di quell&#8217;uomo se non mi sto sbagliando e l&#8217;unico movimento che riesco a fare e quello per toccare la tasca sinistra e vedere che lì c&#8217;è ancora il nuovo feticcio che potrei non consegnare più. Che non avrei mai consegnato comunque.<br />
Poi come un tarlo nella testa sento un dolore cupo avanzare tra i pensieri, qualcosa che scardina ogni altro pensiero, inaspettato. Un ricordo, una rivelazione, una comprensione tragica e forte di cosa mi abbia portato qui e di quale fosse stata la mia missione.<br />
Si fa strada spostando ricordi, istanti, distruggendo, aprendo.<br />
Apro gli occhi.<br />
“Quindi? Hai deciso?” mi dice l&#8217;uomo di fronte a me.<br />
Mi ricorda me stesso, me stesso invecchiato. Ha perso gran parte dei capelli e le rughe gli segnano il volto. La carnagione sembra più chiara, forse ha problemi di pressione bassa?<br />
Sembra consumato e magro.<br />
&#8220;Qual&#8217;è la tua scelta definitiva?&#8221; mi dice.<br />
&#8220;Fallo&#8221; rispondo.<br />
Appoggiato sulla scrivania uno stiletto lucido e perfetto di acciaio. L&#8217;uomo con tutta calma lo raccoglie e mi gira attorno mentre resto immobile e chiudo gli occhi. Sento le sue braccia cingermi un attimo e spostarmi i capelli poi la lama mi sfiora sotto l&#8217;orecchio sinistro, la punta scorre lentamente fino al punto dove la mascella si unisce al cranio e rimane ferma un secondo mentre l&#8217;uomo cerca la giusta inclinazione. Poi quasi senza dolore sento la lama entrare nel mio collo. Dura un&#8217;istante solo come la puntura di una siringa prima che vada a recidere il midollo tra due vertebre staccando di fatto ogni sensazione del corpo.<br />
Tutto sommato è stato gentile.<br />
Apro gli occhi ed il cane è ancora lì.<br />
Dall&#8217;altra parte della rete.<br />
Abbaia e ringhia.<br />
Ringhia.<br />
Lo so che è dall&#8217;altra parte della rete e non potrà farmi male ma sono un bambino e il terrore mi sta paralizzando. Cerco la mano del nonno ma non la trovo e non riesco a fuggire.<br />
Non vedo altro attorno, non riesco neppure a voltare lo sguardo.<br />
Cerco di svegliarmi, ma mi accorgo che il dolore al ginocchio sbucciato è reale.<br />
Cerco di svegliarmi.<br />
Ma sono lì.<br />
Sono lì.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt5: -lampo-</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2016 23:25:21 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è lo sparare l&#8217;atto principe dell&#8217;azione, è solo la conseguenza. Tutto l&#8217;insieme dell&#8217;atto è soprattutto nella respirazione e nell&#8217;attesa. Un susseguirsi di momenti in cui riempi i tuoi polmoni, stabilizzi il corpo e attendi un susseguirsi di istanti che sarebbero quelli sbagliati. Dal puntare al momento in cui premerai il grilletto passano solo pochi secondi di inspirazione, attesa, stabilizzazione della mira. Poi arriva l&#8217;istante esatto, subito dopo è troppo tardi. La mano incomincerà a tremare, il peso dell&#8217;arma a pesare, il cuore accelererà pompando il sangue e non potrai fare altro che abbassare l&#8217;arma e ricominciare un nuovo ciclo.<br />
Il nemico è là, in fondo alla canna del mio fucile, allineato al mirino, poco più in basso per bilanciare la curva della traiettoria lunga. Il vento è calato in questa notte fredda e lo vedo mentre mi cerca col lo sguardo. Il colpo che ha appena sparato gli ha fatto perdere il punto, o forse non si era accorto fossimo in due quando ha ucciso il mio compagno.<br />
Passano nella mia mente infinite cose mentre inizio ad inspirare l&#8217;aria nei miei polmoni, passano i nomi degli uomini di cui ricordo il volto nella morte, passa l&#8217;impressione di essere già stato a questo punto come in un dejavu, mi sembra anche di ricordare come sia andata a finire ma il ricordo si ferma un&#8217;istante prima di arrivare alla mia mente cosciente. Non riesco a farlo.<br />
Un tempo ero stato spietato, e non mi occorreva pensare, i movimenti immediati in una successione unica erano oliati di anni di esercizio e non serviva ragionare, le mie mani non tremavano neppure sotto la più grande pressione ma questa volta sto involontariamente lasciando al nemico il tempo di armarsi di nuovo e di puntarmi. So che se vedrò un lampo avrò ancora solo il tempo di premere il grilletto prima di sentire il colpo addosso e poi il botto, e non avrei il tempo di sapere dove sia finito il mio proiettile ma so anche che non avrò una seconda possibilità.<br />
Potrei nascondermi ed aspettare che vengano a prenderci tutti.<br />
Potrei urlare e svegliare i miei e nella loro agitazione prendere quello zaino e fuggire evitando forse i loro spari alla schiena.<br />
Potrei invece essere uomo ed uccidere il cecchino prima di svegliare i miei e fare il mio lavoro.<br />
&#8220;Quindi hai deciso?&#8221; mi rimbomba nella testa la voce.<br />
Mi sento come quando hai il terrore dei cani e c&#8217;è un cane dall&#8217;altra parte della ringhiera, quando sai che non potrà farti male ma hai il desiderio forte di fuggire lo stesso, quando hai le spalle al muro e sai che ormai è tardi per fuggire e che l&#8217;unica cosa che puoi fare è affrontare quella paura. Non temo l&#8217;uomo che ho di fronte, ne la sua pallottola, ne la morte. Temo di fallire la mia missione, non quella di questi uomini, non quella per cui sono vestito in questo modo, ma la mia missione, quella per cui sono nato.<br />
Ho il ricordo fisso di avere già usato questa metafora, o forse è solo un ricordo di quando da piccolo provavo il terrore per i cani per colpa di quel bastardo che mi ha morso.<br />
Il fucile di quell&#8217;uomo è puntato verso di me ora. Ora so che non avrò un altro tentativo, ne la scelta di fuggire. Conta solo chi dei due avrà per primo le mani ferme.<br />
“Quindi? Qual’è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.” mi rimbomba nella testa la voce.<br />
Sento il cane abbaiare e qualcuno recita i nomi delle persone che ho lasciato indietro, sembra la voce del biondo, nella mia testa. Solo nella mia testa.<br />
Quanto sarà passato, tre secondi? Non è ancora il momento, non lo è ancora, la mano trema sotto il peso del feticcio, la mano trema come a sostenere un peso che va al di là di quello di questo fucile, la mano trema. Non è ancora il momento.<br />
&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; ancora nomi, credevo fossero meno, credevo di aver lasciato meno persone dietro.<br />
Abbai di cane rabbioso. Nella mia testa. Nella mia testa.<br />
Questo è il -lampo- momento.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt4: Spari?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Nov 2016 17:35:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Puzzi di grappa Baffo.&#8221; Nessuna risposta. &#8220;Puzzi di grappa, Stronzo mi vuoi dire che hai fatto la sta notte? Sei rimasto a scolarti la bottiglia? Non sembrerebbe, è ancora quasi del tutto piena!&#8221; Nessuna risposta. &#8220;Hai una bottiglia nascosta da qualche parte?&#8221; si stava alterando. &#8220;Senti Biondo. Lo sai che non bevo, non troppo almeno.&#8221; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Puzzi di grappa Baffo.&#8221;<br />
Nessuna risposta.<br />
&#8220;Puzzi di grappa, Stronzo mi vuoi dire che hai fatto la sta notte? Sei rimasto a scolarti la bottiglia? Non sembrerebbe, è ancora quasi del tutto piena!&#8221;<br />
Nessuna risposta.<br />
&#8220;Hai una bottiglia nascosta da qualche parte?&#8221; si stava alterando.<br />
&#8220;Senti Biondo. Lo sai che non bevo, non troppo almeno.&#8221; Baffo sembrava realmente dispiaciuto e altrettanto dispiaciuta parve la risposta di Biondo.<br />
&#8220;Lo so, qui beviamo tutti, non c&#8217;è modo di sopravvivere a questo senza bere ma non mi piace affatto come ti stai comportando, sembri bloccato, in panico, e lo sembri da giorni. Allunga un braccio in avanti.&#8221;<br />
Baffo allungò in avanti il braccio, la sua mano tremava. Lui rimase in silenzio.<br />
&#8220;Ti rendi conto che tu sei probabilmente il miglior tiratore tra di noi? Non spari un colpo da giorni, forse da settimane&#8221; Biondo stava osservando Baffo con uno sguardo grave, parlava a bassa voce. &#8220;La mia sopravvivenza, quella di tutti gli uomini che abbiamo attorno dipende anche da te. Credi non mi sia accorto che punti il fucile assieme agli altri e poi non spari? Che le uniche volte che lo fai spari volutamente fuori bersaglio?&#8221; Baffo guardava in basso, in silenzio. Osservava le proprie mani tremare e provava con scarso impegno a concentrarsi per fermarle.<br />
Attorno il vento fischiava nella notte, era una notte umida e fredda, folate di neve entravano nella trincea e gli uomini non di guardia cercavano inutilmente di dormire.<br />
&#8220;Credi che io possa fare la differenza?&#8221; disse Baffo, guardava lo zaino pronto con la coda dell&#8217;occhio.<br />
&#8220;Tu credi di no? Credi che potresti prendere quello zaino e fuggire? Ci sei in mezzo ormai. Ci sei in mezzo con tutte le scarpe, ci sei in mezzo con tutta la vita. Se provi a scappare qualcuno ti sparerà alla schiena come disertore. Non sarò certo io, sia chiaro ma qualcuno di certo se ne occuperà. E lo stesso potrebbe accadere quando qualcun&#8217;altro si accorgerà che hai smesso di sparare. Il tuo cibo è il cibo di tutti, la tua acqua l&#8217;acqua di tutti, le tue munizioni le munizioni di tutti. Non puoi sprecarle e startene seduto qui in attesa che qualcosa accada. Se attendi la morte tanto vale indossare ora quello zaino e fuggire, almeno ti sparerebbe qualcuno di noi e non attireresti l&#8217;attenzione del nemico.&#8221;<br />
Baffo rimase in silenzio di nuovo, guardò lo zaino senza nascondersi, poi strinse le mani, ne sfilò il feticcio ed iniziò a farlo ruotare tra le dita. Aveva incontrato un uomo che faceva lo stesso con una pallottola ed ipnotizzava la gente ma lui era in grado solo di ipnotizzare se stesso.<br />
&#8220;Siamo di guardia, io e te&#8221; continuò Biondo, &#8220;io e te e nessun&#8217;altro. Cosa pensi accada se ci attaccano e tu non spari, se te ne stai lì immobile in silenzio mentre arrivano e ci massacrano tutti? Se puoi fare la differenza? Puoi far si che tutti questi uomini vivano o muoiano. Ognuno di loro, ognuno di noi può fare la differenza ogni istante, e non sai chi la farà, quando la farà. Siate pronti. Non è questo che ci hanno ripetuto mille volte? Siate pronti. Lo hanno detto a me, lo hanno detto a te, lo hanno detto ad ognuno di questi uomini. Tu non puoi salvare te stesso, sono loro che ti salveranno e loro, ognuno di loro non può salvare se stesso senza l&#8217;aiuto degli altri. Credi possa mai uno solo di noi sopravvivere da solo?&#8221;<br />
Baffo rimase ancora in silenzio, scosse leggermente la testa mentre si toccava la camicia sulla tasca, sul cuore. Aveva rimesso il feticcio al suo posto ma subito dopo tornò a toccarlo e ancora se ne allontanò come un fumatore che avesse aperto il pacchetto anche se aveva deciso di smettere.<br />
&#8220;Baffo. Davvero. Pensi di farcela? Credi di essere in grado di riprenderti prima che sia troppo tardi?&#8221;<br />
&#8220;Non lo so.&#8221; rispose Baffo. &#8220;Non lo so.&#8221;<br />
Un istante prima del botto Baffo fece in tempo a vedere un lampo e a sentire un fischio ed un rumore sordo come di un cocomero colpito da un martello. Il lampo era alle spalle di Biondo, poi arrivò il botto e quasi contemporaneamente pezzi mollicci e caldi gli arrivarono sul volto e sulla tasca, e altrove. Fece in tempo a vedere un buco nella faccia di Biondo, un buco nero che aveva portato via una parte del naso e si univa all&#8217;orbita di un occhio non più presente.<br />
Si alzò urlando e puntò il fucile nella direzione da cui aveva visto il lampo.<br />
&#8220;Maledetto! Ti ammazzo!&#8221; fu il suo grido. Solo nella testa.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt3: Lettere e notti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Nov 2016 23:08:22 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Succede in notti come queste, notti subito prima o subito dopo di una battaglia, notti insonni, che accade. Dovresti pensare a fare un briefing per il giorno successivo o un debriefing del precedente ma non importa. Non ci riusciresti comunque. E forse è la grappa che hai buttato giù per non pensarci o il manto stesso della notte, del silenzio attorno mentre il mondo sembra scomparso e così lontano ma le inibizioni se ne sono andate, resti solo con te stesso e con i demoni che questa guerra avrebbe dovuto esorcizzare, i demoni da cui volevi scappare il giorno in cui hai iniziato questa strada ti osservano e ti ruotano attorno. Osservi il tuo zaino. Sai che è pronto, non ti serve neppure controllarlo. Sai che è pronto per fuggire al primo cenno di pericolo eppure lo hai scelto. Lo hai scelto tu questo percorso, hai scelto tu di lottare per questa causa, hai scelto tu di andare verso la gloria o la morte. Guardi anche il fucile del tuo compagno e lo carezzi, vorresti puntartelo sul mento e premere quel cazzo di grilletto, sarebbe una fuga così semplice, così veloce eppure non sei uomo neppure per andartene così.<br />
Ci sono cose che hai deciso non avresti mai più detto, persone a cui avevi deciso non le avresti più dette eppure la notte, o forse quel sorso di grappa&#8230; era solo un sorso, non abbastanza ma ti ritrovi con un foglio in mano ed una penna e stai scrivendo parole che vorresti dire, vivere qualcosa che per esplicito ti è stato chiesto di non vivere, ed allora prendi un altro po&#8217; di grappa, lo versi su quel foglio e poco prima di dargli fuoco ti rendi conto che qualcuno da lontano potrebbe vederlo, avresti potuto attirare il nemico. Ti tendi conto che ciò che hai scritto non solo è vero, ma resta indelebile nelle tue mani. Così asciughi il foglio e lo riponi nella tasca della camicia, la tasca sul cuore. Domani puzzerai ancora di grappa e ti daranno dell&#8217;alcolizzato e non potrai dire quanto vicino alla morte sei stato, quanto vicini alla morte tu abbia portato i tuoi compagni, annuirai e dirai solo &#8220;Sì.&#8221; pensando che forse hai un nuovo feticcio perché non ne bastava uno, non bastava quello che incessantemente ti fai ruotare tra le mani, non bastava il cazzo di feticcio che ti ricorda ogni giorno perché sei lì, perché sei finito i quel mondo, non ti bastava.<br />
Ed è ora di infilarsi nel sacco a pelo, forse è la volta che ti si chiuderanno gli occhi.<br />
Forse è la volta che i tuoi occhi si chiuderanno. O si apriranno forse.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt2: &#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2016 23:26:18 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221;<br />
La persona da cui proveniva la voce lo stava guardando con aria interrogativa dall&#8217;altra parte di una scrivania. Lui era immobile, nel suo completo elegante leggermente stropicciato.<br />
&#8220;Sì, non è stata chiara la mia risposta?&#8221;<br />
Sembrava stupito del sentire nuovamente chiedere in merito alla decisione, era molto sudato ma apparentemente era come se qualunque fatica avesse fatto fosse relegata al di fuori di quella stanza, in una specie di oblio di cose dimenticate.<br />
&#8220;Ricordi cosa hai risposto poco fa?&#8221; disse la persona dall&#8217;altra parte della scrivania.<br />
&#8220;Certo ho detto che&#8230;&#8221; il volto dell&#8217;uomo si rabbuiò qualche istante. &#8220;Ho detto che&#8230;&#8221; Una vena gli si gonfiò sulla fronte, pulsava mentre si copriva il volto con le mani scuotendo la testa.<br />
&#8220;Cazzo.&#8221; aggiunse. &#8220;Non avevo detto questo, solo pochi istanti fa ero certo del contrario! Ero sicuro che la decisione più sensata fosse&#8230;&#8221;<br />
&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; ripeté nuovamente l&#8217;altra persona.<br />
L&#8217;uomo alzò la faccia dai palmi delle mani poco prima di urlare &#8220;Che cazzo mi avete dato da bere?&#8221;<br />
&#8220;Nulla.&#8221; rispose la persona di fronte con tutta la calma del mondo.<br />
La vena dell&#8217;uomo continuò a pulsare mentre lui rimaneva in silenzio.<br />
Passarono alcuni minuti.<br />
&#8220;Allora respirare, qualcosa? Qualche siero della verità?&#8221;<br />
&#8220;Sei sicuro che sia questa la verità? Che sia la tua risposta definitiva?&#8221;<br />
&#8220;Cazzo. No. Non è un siero della verità, non lo è perché la verità sarebbe una ed una soltanto, non è un cazzo di siero della verità, cosa mi avete dato?&#8221;<br />
&#8220;Non ti ho dato nulla. Quello che sta accadendo sta accadendo solo grazie alla tua mente, a ciò che tu pensi. Ma non hai ricevuto nessuna sostanza ne da me ne da nessun altro.&#8221; La voce era assolutamente calma e rilassata, forse parlava leggermente a rilento &#8220;Ora è il momento di prendere una decisione, non c&#8217;è più tempo. Vuoi combattere o arrenderti? Ci credi ancora nonostante tutto o hai deciso che sia il momento di lasciarti andare?&#8221;<br />
&#8220;Sei tu a controllare la mia mente. Sei tu che devi avere qualche potere, qualche cosa. Mi stai manipolando con le cose che dici&#8221; l&#8217;uomo sembrava agitarsi sempre di più, il pulsare della vena pareva volerla fare esplodere e le gocce di sudore avevano ripreso a scendere copiose. &#8220;Parli in maniera melliflua e mi fai cambiare idea, mi fai sragionare.&#8221; batté il pugno sul tavolo.<br />
&#8220;Quindi? Qual&#8217;è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.&#8221;<br />
&#8220;Fanculo! Non credo di potercela fare! Mi è già stato detto che non ha senso, che non c&#8217;è speranza, che non c&#8217;è modo di affrontare quella battaglia, chi mi fa fare di lottare per qualcosa che non può che portare alla distruzione?&#8221;<br />
&#8220;Il tempo sta per scadere, sarà qualcun&#8217;altro a decidere per te.&#8221;<br />
L&#8217;uomo rimase in silenzio, i suoi occhi si muovevano velocemente in tutte le direzioni, cercava un appiglio, una certezza ma la stanza era vuota, non vi erano finestre e non si vedevano gli spigoli delle pareti. Tutto era di un bianco abbacinante tranne la sedia su cui era seduto, la scrivania e la sedia su cui era seduto il suo interlocutore. Vestito a sua volta di bianco.<br />
All&#8217;esterno, qualunque cosa fosse l&#8217;esterno vi erano voci di persone, chiacchiere, risate.Cercava di isolarne le voci e di capire se qualcuno potesse comunicare con lui. A volte gli pareva di riconoscerne qualcuna, forse erano ricordi. Una frase gli ruotava in testa, gli pareva di vederla scritta, non aveva mai sentito una frase così pesante, schiacciante, pregna di responsabilità. La battaglia forse stava tutta in quella frase, il senso della battaglia, della sua vita stessa stava forse in quella frase e in niente altro. Era il peso che lo portava a cedere e la forza che lo portava a lottare. Allo stesso tempo.<br />
Il ticchettio di un orologio segnava il tempo ed evidenziava il silenzio di quel luogo mentre la persona di fronte a lui lo fissava senza proferire parola.<br />
Passarono ancora alcuni secondi che parvero ore.<br />
&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; disse l&#8217;uomo.</p>
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		<title>Di lei non so.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jul 2016 23:28:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Lei? Non lo so. Non lo capisco se è ferita. Non la capisco e basta. Per me è un enorme muro inattaccabile ed incomprensibile. Un muro bellissimo. Le altre donne spesso sono un libro aperto, talmente aperto da essere noioso, di lei credo di non aver mai compreso neppure il titolo.&#8221;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<div class="" data-block="true" data-editor="9qogh" data-offset-key="2dva0-0-0">
<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="2dva0-0-0"><span data-offset-key="2dva0-0-0"><span data-text="true">&#8220;Lei? Non lo so. Non lo capisco se è ferita. Non la capisco e basta. Per me è un enorme muro inattaccabile ed incomprensibile. Un muro bellissimo.</span></span></div>
</div>
<div class="" data-block="true" data-editor="9qogh" data-offset-key="6aia3-0-0">
<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="6aia3-0-0"><span data-offset-key="6aia3-0-0"><span data-text="true">Le altre donne spesso sono un libro aperto, talmente aperto da essere noioso, di lei credo di non aver mai compreso neppure il titolo.&#8221;</span></span></div>
</div>
</blockquote>
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		<title>Achille</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2015 21:55:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Fu così che infine scelse di pugnalarsi nell&#8217;unico punto in cui il suo corpo era vulnerabile, non lo fece per morire, ne scelse di voler soffrire per punire una propria scelta od errore. Si pugnalò nell&#8217;unico punto in cui avrebbe potuto creargli dolore, forse morte, e scelse di farlo accanto ad una persona che conosceva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Fu così che infine scelse di pugnalarsi nell&#8217;unico punto in cui il suo corpo era vulnerabile, non lo fece per morire, ne scelse di voler soffrire per punire una propria scelta od errore.<br />
Si pugnalò nell&#8217;unico punto in cui avrebbe potuto creargli dolore, forse morte, e scelse di farlo accanto ad una persona che conosceva appena, una persona di cui aveva però piena fiducia.<br />
<em>&#8220;Questo è il più grande dono che possa farti&#8221; </em>disse.<br />
<em>&#8220;Questo è il dono della conoscenza di ciò che sono, il dono della mia stessa esistenza&#8221;<br />
</em>Fu così che scelse di porgergli l&#8217;elsa dell&#8217;arma.<br />
<i>&#8220;Questo è il più grande dono che possa farti&#8221; </i>disse.<br />
<em>&#8220;Non importa cosa sceglierai di farne&#8221;.</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Fumo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2015 17:49:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Ricorda di quando iniziò ad avere queste fantasie?&#8221; Fantasie? &#8220;Si, omicidi morti, cose di questo genere&#8221; Io non ho di queste fantasie, e soprattutto non vedo perché dovrei averne, al limite ho fatto qualche sogno, poco altro. &#8220;Bene, ricorda quando è iniziata questa sua ossessione, questa serie di sogni, questo suo pensare alla morte di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Ricorda di quando iniziò ad avere queste fantasie?&#8221;<br />
</em>Fantasie?<br />
<em>&#8220;Si, omicidi morti, cose di questo genere&#8221;</em><br />
Io non ho di queste fantasie, e soprattutto non vedo perché dovrei averne, al limite ho fatto qualche sogno, poco altro.<br />
<em>&#8220;Bene, ricorda quando è iniziata questa sua ossessione, questa serie di sogni, questo suo pensare alla morte di donne?&#8221;</em><br />
Non credo di esserne ossessionato, nel modo più assoluto, mi capita qualche volta di pensarci, si come può capitare di pensare nuda una bella donna che passa, ma non direi di esserne ossessionato o dipendente, io sono uno che sta ben alla larga dalle dipendenze e cose simili, sto lontano dalle droghe, dal fumo, dall&#8217;alcool, si qualche birretta a volte tuttalpiù, ma niente di che.<br />
<em>&#8220;Cosa le viene in mente pensando parola ossessione?&#8221;<br />
</em>I fumatori.<br />
<em>&#8220;Lei si sente ossessionato dai fumatori?&#8221;<br />
</em>No, i fumatori sono ossessionati dal fumo<br />
<em>&#8220;Provi a parlarmene&#8221;<br />
</em>Li guarda mai? Sembra come se la presenza stessa del fumo li attorni, come chiocciole che si portino dietro il propri guscio, loro si portano dietro il fumo, l&#8217;alone di puzza, il bisogno di fumare, la sigaretta in tasca sempre pronta e se non lo è la comprano o la rollano ossessivamente, continuamente. Il loro bisogno di uscire ogni ora a respirare da quel loro rotolino di morte, di respirare la morte passo passo, piano piano, ogni giorno più e più volte, e ogni volta ancora non ne sono soddisfatti. Sa, da piccolo ho letto Momo, di Michael Ende, non so se ha presente, mi sono rimasti impressi nella testa, proprio dentro, tatuati i personaggi cattivi: degli uomini grigi che si nutrivano del tempo sottraendolo alle persone, uomini in giacca e cravatta e con la valigetta, ma soprattutto uomini con il sigaro. Il sigaro e fatto con le foglie -o i petali non ricordo- del tempo essiccati ed arrotolati, ne erano talmente dipendenti da dover fumare ogni istante e dover accendere un sigaro ogni volta con quello che stava finendo. Lo vedo così il fumatore. Mi sembra come un malato bisognoso di una flebo, incapace di viverne senza ma come se la flebo fosse contemporaneamente veleno e piacere, lo vedo come una persona sopraffatta dal bisogno impellente di assumere qualcosa di esterno per riequilibrare qualcosa di interno, quasi come se non lo assumesse il cuore dovesse esplodere o il cervello spegnersi. Lo vedo come un malato che non si rende conto di essere malato, come uno zombie che non si sia reso conto di essere morto, lì attaccato a questa sua sigaretta a credere di aspirare la vita mentre è il fumo ad aspirarla via. Non credo di saperne rendere l&#8217;idea fino in fondo ma penso al fumo che invade i bronchi come a veder fumare l&#8217;uomo invisibile e questo fumo entrare poi nelle vene e dalle vene entrare nel cervello, negli organi e colonizzarli, colonizzane i desideri come un parassita, mille parassiti, milioni di parassiti che necessitino di nutrirsi ancora con una nuova boccata e vedo il fumatore ignaro, incapace di capire come ognuna sia un darsi ulteriormente a questo demone. Vedo il corpo marcire dentro partendo dai polmoni ed irrorando il marcio a raggiera seguendo le vene e via via fino ai capillari e mentre vedo il corpo marcire li vedo attaccati a quel bastoncino fumante come se non fosse capace di staccarsi, mi sembra uno di quei topi a cui hanno dato un tasto che stimola il piacere e che muoiono di fame a forza di stare a stimolare quello, come una lumaca attratta dal sale che a poco a poco si scoglie ed ho la consapevolezza che non servirà a nulla dirglielo, farglielo notare, perché otterrebbe lo stesso scopo.<br />
<em>“Quindi li vede senza speranze in qualche modo?”<br />
</em>Si, anche se alcuni si salvano o sopravvivono a lungo.<br />
“<em>Capisco, ed invece come vede le donne? Come è il suo rapporto con esse?</em>”<br />
Non credo valga la pena parlarne, non credo che abbiano questa importanza da doverne discutere, no?<br />
<em>“Eppure in questi incontri lei me ne ha parlato spesso, ha spesso parlato di fantasie che le riguardano”<br />
</em>No, non credo lo siano. Non credo siano fantasie quantomeno.<br />
<em>“Cosa sono se non sono fantasie?”<br />
</em>La seduta è finita.<br />
<em>“Cosa sono se non sono fantasie?”<br />
</em>La seduta è finita.<br />
<em>“Ritorneremo sull’argomento alla prossima seduta”</em></p>
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		<title>Attese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 16:52:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci. La panca su cui sono seduto è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.<br />
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.<br />
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare. Qualche volta mi capitava di vedere una donna o un bimbo piangere e cercavo di immaginare cosa ci fosse dietro quel volto, quale fosse la storia.<br />
Non accadde da subito, non dalle prime volte, iniziai a pensarci solo dopo quella volta della <i>porta misteriosa</i>.<br />
Sedevo sempre qui. Sulla parete alla mia destra già allora vi era questa mensola e dietro la mensola attraverso una finestra la signora dei biglietti chiacchierava e chiedeva e chiacchierava e chiedeva e chiacchierava ed io la ascoltavo ed ascoltavo le storie, i ricordi, le emozioni delle persone mentre osservavo chi sedeva sull’altra panca giusto sotto gli orari. Le ascoltavo all’epoca non mi veniva in mente di cercarle, di immaginarle, di scavare tra i lineamenti i colori dei vestiti, le espressioni delle persone ignare.<br />
<i>Entra una signora, ora. Porta i capelli lunghi raccolti in una lunga coda ed ha un grande cane bianco, non me ne intendo di cani ma sembra come quello delle pubblicità della carta igienica solo più grande. Sembra affettuoso e lei è distesa e sorridente. Porta un vestito grigio/marrone ma in qualche modo allegro, ricco di movimento, la maglia è morbida e larga e le maniche corte sono a sbuffo e così anche la parte attorno al seno e il collo, la gonna lunga la fa sembrare quasi una donna dei miei tempi, così larga a pieghe morbide. Fa il biglietto alla macchinetta &#8211;</i>Dio quanto era bella la signora dei biglietti quando ero piccolo e chissà che fine avrà fatto, la sua finestra ormai è chiusa da anni<i>&#8211; è così giovane, nel fiore dell’età la immagino felice in questo inizio estate avrà appena finito gli studi e starà andando in collina a ridere e correre con il suo cane e magari con un ragazzo. La immagino con a casa una vespa del modello vecchio, bianca e con i girasoli, non so perché debba prendere il bus se ha una vespa ma probabilmente è per portare il cane con se. La sua aria distesa distende a mia volta la mia anima mentre si siede giusto sotto la bacheca e si accorge che la sto guardando </i>ti accorgesti che ti stavo guardando, non credo avessimo più di dodici anni e il mio sguardo schizzò sulla bacheca all’improvviso fingendo di non starti osservando. Rimasi qualche minuto ancora ad osservare i foglietti appesi sotto quel vetro mentre con la coda dell’occhio cercavo di osservare il tuo volto, il tuo profilo, cercavo di spiare se mi guardassi, di scorgere un lieve rossore, un segno, un sentore. Di non lasciarti scorgere il lieve rossore che sentivo divamparmi dalle orecchie.<br />
Il bus arrivava sempre troppo presto e tu salivi correndo e ti sedevi accanto al tuo gruppo di amiche, io ti osservavo ancora un istante mentre salivo ed andavo a sedermi lontano in attesa di essere trasportati verso scuola.<br />
La porta accanto alla “<i>tua</i>” panca mi era sempre parsa misteriosa. Nei miei sogni poterla aprire era il più grande desiderio, paura, gioia, terrore che potessero esistere. Immaginavo dietro di essa ogni volta un mondo diverso ma sempre in qualche modo misterioso, immaginavo talvolta che fosse solo uno sgabuzzino, altre volte che fosse l’accesso ad una vasta cantina che poteva nascondere di volta in volta incredibili tesori, segreti, delitti. Talvolta credevo vi si nascondesse tutta una base segreta dei militari o l’accesso ad un mondo sotterraneo, o ancora l’ingresso ad un treno sotterraneo o verso l’interno del caveau di una banca, credevo né potessero uscire mostri o agenti segreti o diavoli direttamente dall’inferno o gli antichi egizi.<br />
Di volta in volta, qualcosa di più bello e fantasioso. Passarono anni credo da quando iniziai a fantasticarvi a quando potei scoprire l’ovvia verità.<br />
Una volta quando mi capitò di essere lì da solo, mi alzai e furtivo mi ci avvicinai a quella maniglia sempre fingendo di osservare gli orari, rimasi immobile e teso diversi minuti prima di prendere finalmente il coraggio, ma poi infine trovai la forza di posarvi la mano quasi temendo di ustionarmi o congelarmi o che sarebbe accaduto qualcosa di terribile, che si sarebbe aperta all’improvviso verso l’interno risucchiandomi in un luogo di paura o in un’avventura alla Tom Sawyer. La abbassai il più possibile lentamente ma mentre la sentivo cigolare sentii urlare “<i>Hei ragazzino!</i>”. Finsi di stare perdendo l’equilibrio e di essermi appoggiato solo per quel futile motivo e mi allontanai di corsa.<br />
Ebbi però una soddisfazione, un piccolo passo verso la conoscenza: ora sapevo che la porta era chiusa a chiave e che la signora dei biglietti ne era l’inflessibile guardiana. Lei doveva sapere cosa vi fosse dietro, doveva essere a conoscenza del segreto.</p>
<p><i>Ho dimenticato tanto nella vecchiaia, mi sembra di perdere pezzi per strada e di non ricordare la mia stessa vita, avrei voluto saperne scrivere, non perché gli altri leggessero ma per poterla leggere io ora e ricordarmi ogni dettaglio come ricordo oramai solo quelli più lontani. Forse per questo sono tornato qui, mi sono come risvegliato qui seduto.</i></p>
<p>Quella macchia accanto alla porta. Quella macchia accanto alla porta, non quella scura fatta dall’usura dallo scrostamento dell’intonaco, quella più chiara che sta sotto. Ricordo ancora quel giorno in cui Marchetto fu spinto dai bulli contro la parete.<br />
Marchetto era un ragazzino mite e un po’ sottomesso ed era il preferito dei prepotenti, era il preferito perché si offendeva ma non poteva rispondere, perché era buono e non si sapeva difendere. Non quella volta. Quella volta li vidi arrivare dal corridoio di sinistra, schivarono per un soffio la panca dove ero seduto, Marchetto sbatté contro la panca a destra e dopo aver appoggiato il sedere alla stessa si rialzò arrancando verso la porta a vetri; i tre gradassi invece lo spinsero di lato e andò a sbattere giusto contro lo stipite sinistro. Era in lacrime ed urlava “<i>lasciatemi stare, non vi ho fatto niente, lasciatemi stare!</i>”. In mano aveva uno dei primi succhi di frutta Yoga, probabilmente era stato questo ad attirare su di lui le ire dei compagni. Riuscì miracolosamente a divincolarsi dalle le braccia degli aggressori e in un incredibile impeto di rabbia scagliò contro di loro la bottiglietta che andò a fracassarsi giusto in quel punto sporcando quella parete. Lo vidi aprire la porta e correre, scappare fuori e poi li vidi rincorrerlo un istante prima che tutti uscissero dal campo visivo che la porta mi lasciava a disposizione mentre si chiudeva.<br />
Non so come sia finita perché io ero seduto sulla solita panca ed osservavo il mondo intero da lì. Me lo immaginai a correre e correre come un forsennato e poi girarsi di scatto poco prima che lo raggiungessero per stenderli con un bel pugno sul naso. Un bel pugno a testa e poi fermarsi con le mani ai fianchi a contemplare la propria opera. Non credo andò esattamente così, qualche giorno dopo lo incontrai ed aveva al braccio un gesso e portava dignitosamente un occhio pesto.<br />
Mentre fantasticavo su questo però ero rimasto seduto sulla panca e nel mentre accadde l’inaspettato, l’incredibile. Sentii ancora una volta urlare “<i>Hei Ragazzino!</i>” e poco dopo sentii netto il rumore di una serratura. Istintivamente voltai lo sguardo prima verso la finestra della vendita dei biglietti e la vidi per la prima volta senza la sua signora e subito dopo verso la porta misteriosa.<br />
Mi parve come se il tempo si fermasse o rallentasse all’estremo.<br />
Vidi la maniglia scendere di pochi millimetri, la vidi ritornare al suo posto e poi nuovamente la inclinarsi sempre di più fino a fermarsi, come se il cigolio fosse lungo minuti, ore anni tra l’inizio del movimento e la fine della sua corsa.<br />
Rimase ferma un secolo o due e poi la vidi avanzare un po’, rientrare e nuovamente avanzare con tutta la porta. Vidi la fessura tra la porta e lo stipite aprirsi e vidi da dentro la luce artificiale formare da prima una linea sul pavimento e poi la linea allargarsi e divenire un cuneo. Non credo vi fosse sufficientemente buio perché la luce dalla stanza risaltasse così tanto ma nella mia mente era la luce del paradiso o dell’inferno o di entrambi, la luce di un altro mondo.<br />
Quando la porta fu aperta abbastanza ebbi la sorpresa.<br />
Non sapevo se essere deluso o stupito o entrambi. Dalla porta non spuntò un mostro e neppure il re, e neppure il diavolo o Gesù, dalla porta spuntò la signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino.<br />
La signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino! Ed aveva le gambe ed un corpo! Non mi ero mai posto prima il problema del fatto che potesse avere delle gambe ed un corpo sotto le spalle e mi accorsi solo ora che le avesse, che fosse una signora come quelle che prendono l’autobus, come quelle che camminano per strada, che dovesse tornare a casa la sera, avere forse dei figli un marito, una vita. Mi cambiò molto questo fatto. Capii allora che tutte le persone hanno dietro una storia, hanno dietro qualche cosa che non si può sapere, e pensai a tutto questo mentre cercava invano di far andare via quella macchia di succo ottenendo solo il risultato di allungare la striscia e sbiadirla un po’.<br />
<i>Anche oggi quando vedo un ombra arrivare ad oscurare il vetro della porta aspetto con ansia di vedere la sua mano raggiungere la maniglia all’esterno della porta centrale, di vedere la maniglia abbassarsi, di vedere il cuneo della luce sul pavimento ed in esso il riflesso della persona che sta entrando, quasi con lo stesso stupore della volta che si aprì invece la porta misteriosa. Questo è un signore distinto di mezza età, ha in mano un libro, il suo portamento è quello di un uomo che ha vissuto molto ma anche quello di uno che ha ancora molto da vivere. Sicuro di se ed al contempo umile. Fa un cenno alla ragazza col cane e si siede sulla panca di fronte a leggere con le gambe accavallate. Credo che questo sia il suo momento di rilassamento, il momento in cui con soddisfazione può leggere in pace forse tra una giornata di lavoro e il rientro in una famiglia piena di ragazzini allegri e rumorosi, deve averne più di uno perché sembra benestante ed ha il volto di un brav’uomo. Di certo almeno uno perché quella macchia di cioccolato all’altezza del ginocchio, di lato, sembra essere la bocca di bambino felice.</i><i><br />
</i><i>Porta scarpe eleganti come quelle </i>del controllore che ogni giorno saliva sul bus e ci controllava i biglietti. La prima volta che qualcuno di sconosciuto mi rivolse la parola fu proprio lui “<i>Ti piace proprio tanto quella ragazzina, vero? Perché non ti fai avanti?</i>” disse. Io negai tutto ma aveva ragione, seduto lontano alcuni posti più dietro e sull’altro lato ti osservavo incantato, osservavo il tuo profilo dolce e la tua gota sinistra mentre ridevi con le tue amiche parlando di cosa non so. La osservavo gonfiarsi e sgonfiarsi, osservavo la fossetta crearsi e ricrearsi, riuscivo a vedere anche i bianchi denti talvolta.<br />
Era come un sogno, e parlarti era come interromperlo, e poi parlarti come, dicendoti cosa?</p>
<p>Ti scrissi un bigliettino, non ricordo le parole, sono passati decenni, ma ricordo ancora dove lo misi: sotto la bacheca, poco più a destra del centro vi era una fessura tra il muro ed il legno, giusto sopra a dove in genere ti mettevi. La vedo ancora da qui seduto quella fossetta, il mio scrigno del grande sogno, sperai per giorni che lo notassi, sperai per giorni che facesse da ambasciatore, da colomba, da messaggero. Ma non accadde mai che ti accorgessi della sua presenza. Non ero sicuro neppure che davvero mi avessi mai notato quando avevo l’impressione che i nostri sguardi si incrociassero.<br />
Poi non ricordo molto altro di quel tempo, come se anche questo sia stato cancellato, non ricordo per quanto andai avanti in quel sogno.</p>
<p>Fu solo molti anni dopo, quando ti incontrai, quando ci incontrammo di nuovo e ci amammo che ti portai a prendere quel foglietto e a leggerlo per riderne assieme, ma la tua reazione non fu quella che mi aspettavo.<br />
Stavamo assieme da un po’, non ricordo quanto tempo e tu non credevi che il mio pensiero di te durasse da ormai anni, credevi ti prendessi in giro, fu per questo che ti portai qui, in questa piccola stanza di questa stazione e una volta arrivati alla bacheca ti chiesi di guardare sotto, di vedere il piccolo pezzetto di carta incastrato nella fessura, niente di più di un biglietto del bus con sopra una scritta. Io ridevo, lo trovavo divertente ma poco dopo che le tue dita tastarono la carta e riuscisti ad estrarre ed aprire quel messaggio la tua reazione fu completamente diversa da quella che mi aspettavo: scoppiasti in lacrime abbracciandomi come fosse stata la rivelazione più grande di tutti i tempi, lacrime di emozione, di commozione, di amore immenso scaturito come cascata dal tuo volto. Sentii il calore del tuo respiro sul lato del mio viso e la morbidezza del tuo corpo stringermi forte, sentii le tue lacrime scorrere sulla mia guancia, il profumo del sale e della tua pelle e “<i>Grazie, grazie, grazie</i>”. Fu la prima volta che ti sentii pronunciare le parole “<i>ti amo</i>” la prima di una vita che però sta cadendo a pezzi momento per momento.<br />
<i>Li sto perdendo tutti, li sto perdendo tutti i ricordi di te se non quelli legati a questa panchina e a quel giorno in cui piangendo mi abbracciavi e quell’altro giorno in cui ci hai lasciati. Non ricordo il momento in se, non ricordo il giorno ma l’assenza successiva. La mancanza. Per anni, decenni hai portato al collo una medaglietta con dentro il mio bigliettino, quel giorno -da quel giorno- l’avevo io in mano, una mano non ancora vecchia come quella di oggi ma ancora più tremante. Una medaglietta e due o tre ricordi sono l’unica cosa che mi resta di te, l’unica cosa che resta di te se di noi quello che resta è il ricordo.</i></p>
<p><i>L’ho ancora al collo ora. Non l’ho mai aperta, come la </i>porta misteriosa<i> ho sempre temuto ne uscissero mostri, ricordi terribili per quanto belli, ricordi che mi facessero precipitare nell’abisso dentro di me, ricordi che mi facessero sorridere e rimpiangere di essere ancora qui dopo tutti questi anni. Ma non è forse di ricordi che sono in cerca ora? Non è forse per i ricordi che il mio corpo in un momento senza mente ha voluto portarmi qui?</i></p>
<p><i>L’assenza. Come è possibile ricordare un’assenza ancor più di una presenza? Una mancanza ancor più che un’intera vita?</i></p>
<p><i>Osservo le mie mani tremanti mentre si avvicinano al mio collo, mentre armeggiano per trovare la catenella. La temo e la bramo, ne fuggo e ne desidero la scoperta e mentre le mani tremano la sento cadere e sbattere nuovamente sul mio petto, poi di nuovo le mani a muoversi quasi ansiose quasi non fossero le mie quasi a vederle osservando il mondo da fuori da seduto su una panca di una stazione mentre ti passa accanto.</i></p>
<p><i>Sono vecchie le mie mani, tremanti e vecchie e secche mentre premono il tastino sul lato e la aprono</i><i><br />
</i><i>Armeggiano e mentre il pendaglio si apre vi vedo dentro due piccoli foglietti.</i><i><br />
</i><i>Le mani ne prendono uno e lo aprono, lo conosco, è un biglietto dell’autobus, un biglietto vecchissimo e sopra vi è scritto “Ciao, mi piaci. Se mi vuoi conoscere domani vieni qui con un fiore!”. </i><i><br />
</i><i>Sento scendere una lacrima lentamente mentre osservo le mie mani ancora. Hanno ripiegato il foglietto ed una lo tiene tra l’anulare il mignolo e il palmo mentre entrambe stanno aprendo l’altro. Un altro biglietto dell’autobus, vecchio ma non antico. </i><i><br />
</i><i>“Non avere paura, ti ho cercato amato e conosciuto anche senza un tuo messaggio, dove vado io non c’è bisogno di ricordi, né di paure”.</i><i><br />
</i><i>Vedo un ombra avvicinarsi ora ad oscurare un po’ il vetro della porta da fuori, è un ombra bassa di una ragazzina, la vedo alzare il braccio verso la maniglia e vedo la maniglia abbassarsi senza fare alcun rumore. Vedo anche la maniglia non abbassarsi e mentre osservo la porta aprirsi so che non si sta aprendo affatto.</i><i><br />
</i><i>La vedo lo stesso, la vedo entrare la bambina od attraversare la soglia chiusa, cammina verso di me e ne osservo l’assenza di un riflesso sul pavimento. Sorride,</i> sorridi.<br />
Hai un fiore tra i capelli, un fiore di lavanda, e mentre mi alzo dandoti la mano mi accorgo che anche io sono un bimbo.<i><br />
</i></p>
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		<title>Lama</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Oct 2015 19:39:53 +0000</pubDate>
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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">È affilando la tua lama che cambio, che al termine del mio&nbsp;mese genetlìaco inizio un mondo nuovo senza compromessi.<br>È sempre stato l&#8217;inizio<br>-la fine-<br>il capodanno reale che a dispetto del mondo ho sempre festeggiato<br>in<br>solitudine<br>raccolta.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Affilo la lama del tuo coltello e lascio tu possa scegliere di usarlo<br>non temo più quello nè altro<br>non temo più<br>non tremo più</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">lascio che il mondo resti indietro<br>-o vada avanti, non mi importa-<br>mentre incontro un nuovo mondo che sa di vecchio mondo<br>un vecchio mondo che sa di nuovo mondo</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">affilo la tua lama perché ora la so usare<br>non userò la tua lama perché non ho bisogno di usarla</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">è la mia strada,<br>quella mi è stata negata per lasciarmi il tempo di vederla<br>quella che mi è stata negata per darmi modo di dimostrane&nbsp;l&#8217;attaccamento<br>è la mia strada.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ed improvviso una luce si accende.</p>
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		<title>Mathilde</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2015 14:57:24 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">La sua infanzia non fu delle più felici, non che le mancassero gli affetti, i giochi, gli amici, non che la sua famiglia fosse particolarmente povera o disattenta, la causa scatenante fu certamente un evento della durata di poco più di quindici minuti, una frazione di questi quindici minuti durata forse non più di dieci. Una visione sola di un solo istante e di nuovo tutto ciò che ci sta attorno dilatato nuovamente in quello che significavano quei quindici minuti ed infine verso tutto il resto della vita a partire dal centro del tempo, del corpo, dell’energia, dal centro dello stomaco. La sua nascita fu semplice e veloce e in breve si trovò tra le braccia di una mamma medio borghese e di cultura abbastanza alta e quelle di un padre altrettanto medio borghese ma di una cultura ben più elevata, una famiglia ricca sia del tempo che delle sostanze, una famiglia accogliente e di sani principi, quasi da film americano. Non sempre però è tutto questo quello che serve ad una figlia per crescere o non sempre tutto questo può rimanere il tempo giusto per darle il tempo di conoscere il mondo ed abituarvisi. Crebbe come una bimba felice e sorridente, lo fu sempre in ogni fase della sua vita ad eccezione di quella fase dell’adolescenza che quasi tutti passano, la fase degli scontri generazionali, della ricerca dell’identità, e della fuga da qualcosa che in lei risultava irrisolto ed incomprensibile. Dimenticato e al contempo indimenticabile. Quest’ultima, la presenza costante di un mostro, per fortuna della maggior parte delle persone non è una fase fondamentale, ma fu questa probabilmente la cosa che la rese ciò che fu, nel bene e nel male. Nella forza e nella debolezza qualunque delle due parti fosse l’una e qualunque l’altra. Erano tempi di un passato quasi fiabesco in cui ancora i ritmi erano blandi, in cui per comunicare si usavano lettere di carta, telefoni con i fili, tempi in cui era necessario essere in casa per ricevere una telefonata ed aspettare per ricevere risposte scritte, tempi in cui si comunicava a parole e discorsi e non a faccine ed abbreviazioni. Suo padre però aveva la consuetudine pochi istanti prima di tornare a lavoro di alzare la cornetta del telefono e fare il numero di casa, un singolo squillo e da quel momento partiva il tempo. Mathilde da quell’istante contava quindici minuti esatti, non uno di meno e non uno di più e poi correva alla porta ad attenderlo, puntualmente sentiva le chiavi appese alla cintura di suo padre tintinnare su per le scale, fino a davanti alla porta, poi nuovamente tintinnare più forte e la serratura girare, la porta aprirsi e poi vedeva spuntare quelle grandi manone forti e la pancia tonda ma non grande sovrastate da due spalle grandi e lontane lontane lassù in alto e più in su ancora la sua barbuta faccia allegra che si avvicinava scendendo, abbracciandola e dandole un bacio grande sulla fronte. Quella volta accadde qualcosa di diverso. Quella volta suo padre doveva passare a prenderla per portarla al compleanno della sua migliore amica e lei era vestita a festa, il vestito intero azzurro e rosa con la gonna poco sopra le ginocchia, la schiena un po’ scoperta e le braccia completamente. Di profilo un po’ di seno iniziava a spuntare in un misto di apprensione e di aspettativa, sentiva di stare crescendo di fuori ma si sentiva ancora bimba dentro ed il rossetto un po’ vistoso e le unghie con lo smalto colorato di colori vivaci aumentavano questo contrasto in modo visivo e lo facevano uscire dalla sua testa per concretizzarsi. Non avrebbe mai più indossato dello smalto colorato, né un rossetto forte, ne molti altri dei trucchi che ne modificavano la gioventù e la facevano essere quasi adulta e al contempo bimba ma non avrebbe ricordato per anni il perché di questa scelta inconsapevole. Quella sera i quindici minuti passarono in fretta, come se l’orologio corresse, come se il mondo precipitasse in fretta verso una singolarità nel tempo e passata quella al contrario parve dilatarsi, rallentare, rallentare fortissimo e disperdersi. Poi squillò il telefono, squillò di nuovo mentre mamma si avvicinava lentamente come già aspettandosi qualcosa, bianca in volto “<em>pronto</em>”, disse. E niente altro per un tempo interminabile e poi “<em>va bene</em>”. Si vestì in fretta, senza dire nulla, con il volto come congelato, immobile, inespressivo. La spinse dolcemente ma risolutamente in macchina e la portò alla festa. Attese qualche istante dopo che la porta della casa che ospitava la festa fu chiusa ma non abbastanza perché l’urlo non si sentisse sopra al rumore del motore dell’auto accesa, sopra la musica e le urla dei ragazzini, non lo sentì quasi nessuno, tranne Mathilde che lo dimenticò secondi o anni dopo. Suo padre non era più. Vi era da qualche parte un corpo privo di una mente, di un’anima, di una personalità, un corpo spento che non poté più abbassarsi a stringere, né a baciare ma non le fu concesso di saperlo, non le fu concesso di salutarlo, non le fu concesso nulla di quello che forse sarebbe bastato a salvarla. Qualche ora dopo la madre tornò a prenderla. Dal suo punto di vista l’aria degli adulti era particolarmente mesta, non solo quella di sua madre ma quella di tutti indistintamente; aveva passato la festa mangiando per non parlare con gli altri, per non dover spiegare perché non avesse voglia di giocare, per non spiegare che era offesa perché era accaduto qualcosa e nessuno aveva avuto la decenza di spiegarglielo ed ora tutto quel cibo pesava nel suo stomaco come un macigno enorme mentre nella conferma di uno stato alterato del mondo la sacca si stringeva in un pugno. Sua madre la portò a casa e dopo averla lasciata in camera si chiuse a sua volta nella propria nel silenzio. Non disse una parola per tutto il tragitto, non disse una parola in casa mentre la casa stessa era come un enorme cuscino schiacciato sulla faccia della vita che era esistita fino a quel momento. Solo un tempo lunghissimo più tardi bussò alla porta e disse “<em>Mathilde, ti devo parlare, è successa una cosa a papà</em>” le raccontò una favola come la si racconta ai bambini, le raccontò che suo padre se ne era andato via e che non sarebbe tornato mai più. I bambini non temono la morte, i bambini hanno piena coscienza della morte del cessare di esistere e lo vivono come un fatto naturale, triste ma naturale, è tutto ciò che gli adulti vi costruiscono sopra a creare il problema e questo fu il suo personale di problema, il suo specifico, enorme personale problema, non il fatto che suo padre non sarebbe tornato. Non il fatto che suo padre avesse cessato per sempre di esistere. Il mondo era improvvisamente divenuto falso. Il mondo stava improvvisamente mentendo. Ascoltò sua madre parlare e piangere e parlare ancora e giustificarsi per cose inesistenti e piangere ancora fino a quando concluse “<em>C’è pronto da mangiare. Ti va di mangiare qualcosa? Non mangi da un po’. Vai a lavarti le mani</em>”. Annuì e il suo stomaco ancora pieno, bloccato si strinse fino a divenire una nocciolina. Si alzò e andò in bagno: fu questo il momento. Questo e nessun’altro. Lo stomaco orma pieno, bloccato, cementificato volle svuotarsi e lei si chinò a vomitare nel gabinetto, in un misto di schifo e liberazione, di sofferenza e di gioia, di acido e liberatorio. Si pulì la bocca con la carta igienica e per un istante si fermò dicendo “<em>Mam…</em>” e poi pensò che forse sarebbe stato peggio per entrambe. Fu la prima volta che si sentì grande, fu la prima volta che ebbe il sentore che avrebbe dovuto cavarsela da sola nella vita. Ma il momento nel momento, il momento chiave di tutti i momenti fu quando allungò la mano, prese distinto l’asciugamano di suo padre e vi pianse dentro. Quando l’odore della pelle misto al dopobarba entrarono dritti nel suo cervello, entrarono come un colpo di pistola, come una penjet di benzodiazepine diretta nell’ippocampo e le lacrime di rabbia, di impotenza, di gioia sgorgarono contemporaneamente come in un fiume di emozioni. Suo padre sembrava ancora lì, ancora presente, era in definitiva davvero parte di lui e attraverso i polmoni entrava in lei. “<em>Mathilde! Dai è pronto!</em>” era lui ad averle dato quel nome, il nome di un asteroide scoperto cento anni prima. Nascose l’asciugamani nel suo posto segreto e come se niente fosse andò a cena.</p>
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		<title>Fessura nel tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2015 07:40:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sento ancora scorrere le mie dita, due, nella fessura sul tuo corpo, lentamente.Come fosse oggi le sento scivolare dall&#8217;alto al basso ripercorrendola tutta mentre stiamo abbracciati. I muscoli della tua schiena né rilassati né contratti, lisci sotto il vestito, sotto quella maglia bianca di lino con sul petto un apertura ricoperta di azzurro quasi come [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Sento ancora scorrere le mie dita, due, nella fessura sul tuo corpo, lentamente.<br>Come fosse oggi le sento scivolare dall&#8217;alto al basso ripercorrendola tutta mentre stiamo abbracciati.<br> I muscoli della tua schiena né rilassati né contratti, lisci sotto il vestito, sotto quella maglia bianca di lino con sul petto un apertura ricoperta di azzurro quasi come un pizzo e quelle maniche lunghe che scendono con i polsini allargati a strascico e le mie dita a scorrere sulla fessura che i tuoi muscoli sulla schiena lasciano a nascondere la colonna vertebrale.<br> Ho i tuoi capelli accanto al mio zigomo,<br> il loro profumo,<br> chiaro,<br> chiari,<br> il loro profumo,<br> i tuoi capelli come se fossi stata creata per essere tutt&#8217;uno con me,<br> con il mio corpo<br> danzando lentamente al suono di musiche del tutto nostre.<br> Sono passati anni -decenni- da allora,<br> sono passati anni -decenni-.<br> Siamo invecchiati nel tempo,<br> certamente anche tu,<br> lontani nel tempo,<br> lontani,<br> siamo invecchiati.<br> Ti feci una promessa allora -non la ricorderai- ed oggi mentre la ripenso, mentre ti ripenso, mentre penso alle mie dita nella fessura della tua colonna vertebrale mi chiedo come sia oggi la tua schiena, come sia il profumo dei tuoi capelli, come siano cambiate le nostre altezze e provo ad immaginare se tra le mie braccia il tuo corpo possa stare ancora perfettamente come quella volta, quell&#8217;unica volta, prima ed ultima, inizio e fine.</p>
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		<title>Viscido</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2015 14:39:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ti osservo da un po’, sei lì, seduto immobile con gli occhi chiusi.È ora di svegliarsi mio amato, è ora di vegliarsi.Scuoto il pavimento.Ti osservo mentre improvvisamente apri gli occhi, lo sguardo allucinato con il quale ti guardi attorno, spaventato attonito incredulo nel buio.Ti osservo.Senti il morbido di quel molle pavimento sotto il tuo corpo.Viscido.Senti [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Ti osservo da un po’, sei lì, seduto immobile con gli occhi chiusi.<br>È ora di svegliarsi mio amato, è ora di vegliarsi.<br>Scuoto il pavimento.<br>Ti osservo mentre improvvisamente apri gli occhi, lo sguardo allucinato con il quale ti guardi attorno, spaventato attonito incredulo nel buio.<br>Ti osservo.<br>Senti il morbido di quel molle pavimento sotto il tuo corpo.<br>Viscido.<br>Senti le pieghe morbide e tumide su cui sei seduto.<br>Viscido.<br>Ti osservo mentre come cieco abbassi le mani e lo tocchi, ne saggi la consistenza, cerchi di comprenderne il significato mentre la tua mente torna lentamente attiva, lentamente.<br>Ti metti a carponi mentre speri che il tuo sguardo si abitui al rossastro buio che ti circonda.<br>Ti metti a carponi e tocchi<br>viscido<br>ciò che ti circonda.<br>Vedo nei tuoi occhi la paura, il dubbio, l’incomprensione prima e poi lentamente montante dal nulla all’estremo il panico.<br>Ti alzi in piedi e urli a squarciagola, urli, urli come se qualcuno potesse sentirti ma solo io<br>dentro di me<br>posso sentire la tua paura il tuo terrore.<br>Guardi la discesa di fronte a te, il buco pulsante e scuro che ti porterebbe dove non puoi sapere e mentre gli occhi si sono abituati sono più grandi, più veloci<br>si muovono senza tregua attorno con le tue mani, con la tua testa con il tuo collo<br>scivoli<br>per un momento scivoli verso la fossa<br>il buco<br>l’uscita sbagliata<br>ma ti aggrappi, ti aggrappi alle tumide pieghe rosse e non cadi<br>ti arrampichi, sali, ti arrampichi e torni in posizione sicura.<br>Ti osservi attorno circondato di questa molle situazione mentre osservi in alto e guardi l’altra possibile uscita.<br>Sei nella follia del panico<br>sei nel non controllo della paura<br>sei nell’ossessiva ricerca di comprensione di qualcosa che non puoi capire<br>urli ancora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Urli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Calci la parete molle accanto a te, le dai pugni, le dai calci ancora e ancora pugni urlando e non ti accorgi che in tutto questo si muove<br>ciò che ti circonda si muove e si agita mentre io ne godo<br>ma non è ancora il momento di lasciarti andare, non è ancora il momento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti fermi e controlli nelle tua tasche ciò che puoi avere.<br>Nulla ovviamente<br>ma tu controlli e speri ricordando di aver scordato qualcosa</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti siedi nuovamente sconsolato.<br>Con una mano carezzi una molle piega su cui seduto mentre sei sovrappensiero e questa ancora in uno spasmo si muove,<br>ti sposta, ti allontana<br>gioisco nel mentre<br>sorrido<br>Il tuo sguardo si rabbuia qualche istante, vedo le tue sopracciglia avvicinarsi tra loro, le pupille puntare verso il basso come a cercare concentrazione, il tuo sguardo si sposta leggermente di lato, verso destra,<br>ricordo quella tua espressione, quella di quando frughi nella tua testolina a cercare un’idea, un ricordo, un appiglio.<br>Non mi serve supporre o immaginare ciò che stai per fare ed infatti porti la mano alla fronte e ti massaggi le sopracciglia mentre osservi qualcosa di inesistente oltre la tua mano o meglio dentro la tua testa. So già contare i secondi che ti ci vogliono prima di vederti alzare, togliere la mano dalla faccia e guardare in basso col collo incurvato quasi a guardare così in basso da guardare sotto il tuo stesso braccio poi dopo aver fatto due passi provi ad arrampicarti sulla superficie ruvida e ricca di pieghe e mentre ti arrampichi le pieghe stesse si allargano, si muovono, si agitano sempre di più ed io ti osservo e rido e penso a quanto ti amo e quanto nella mia vita tu sia stato un punto di riferimento e al contempo rido di questa tua situazione.<br>Rido<br>e mentre rido tutto attorno a te si muove ancora si agita come se ciò che ti contiene fosse preso da convulsioni<br>ma non è ancora il momento, sto godendo della situazione ma come se stessi facendo l’amore con te non voglio arrivare subito al momento fatidico, voglio gustarmi ancora la tua situazione mentre scivoli e ricadi nuovamente sul fondo e scalci a terra e dai pugni con la faccia della rabbia, con la faccia di chi vorrebbe una mazza per spaccare tutto anche se non c’è niente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti fermi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Osservi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per un istante hai nuovamente l’aria di chi ha capito e ricominci ad arrampicarti, incessantemente nonostante le scosse, nonostante i movimenti inconsulti sali attaccato come un ragno o un geco alle pieghe e mentre queste si muovono, mentre si scuotono, mentre cercano di cacciarti tu resti aggrappato fina a giungere quasi all’uscita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È quello il momento in cui una scossa più forte mi dice che è il momento del piacere<br>il momento in cui ti lascerò andare fuori per sempre dalla mia vita<br>il momento in cui il mio stomaco ti sputerà fuori da questo mio mondo nel cesso di un bar schifoso dietro la cui parete amici sorridenti ed ignari mi aspettano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ti osservo mentre risali il mio esofago impigliandoti un istante nel cardias come per trattenerti, spinto dagli acidi in cui neppure ti accorgevi di essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi sembra di vederti un istante in mezzo alla cena di questa sera mentre premo il tasto dello sciacquone, mi sembra di sentirti urlare mentre soddisfatta mi pulisco la bocca e risistemo il trucco, mentre la bolla attorno a me scompare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora posso tornare a sorridere, ora posso tornare da loro.</p>
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		<title>Come una freccia lanciata nel cielo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2015 14:35:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Finalmente ciò che avevo iniziato e nato dagli esercizi di stile recenti e da dell&#8217;altro è terminato, ha una sua dignità un suo essere ed è ora per me di lasciarlo andare non tanto alle spalle quanto per la sua strada qualunque essa sia.Verrà a chiamarmi quando sarà ora, a bussarmi alla spalla dicendo &#8220;Hei, [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Finalmente ciò che avevo iniziato e nato dagli esercizi di stile recenti e da dell&#8217;altro è terminato, ha una sua dignità un suo essere ed è ora per me di lasciarlo andare non tanto alle spalle quanto per la sua strada qualunque essa sia.<br>Verrà a chiamarmi quando sarà ora, a bussarmi alla spalla dicendo &#8220;Hei, io sono qui, è il momento&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come un arciere lancia una freccia in una direzione ma non avrà mai la certezza di dove questa sia arrivata fino a quando non la vedrà piantarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tributo ad Elisabetta Grieco che ha così celermente e precisamente trasposto su carta l&#8217;idea che avevo in testa nell&#8217;immagine che aveva in testa lei pur non avendo ancora letto una versione completa dell&#8217;opera stessa e pur non avendola io ancora finita nel mentre.<br>Mi sono reso conto solo a posteriori che rappresentava ciò che vi è dentro molto più di quanto avrei mai potuto immaginare in quei giorni.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="282" height="407" data-attachment-id="3774" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/come-una-freccia-lanciata-nel-cielo/copertinapiccola/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/07/copertinaPiccola.png?fit=282%2C407&amp;ssl=1" data-orig-size="282,407" data-comments-opened="1" data-image-title="copertinaPiccola" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/07/copertinaPiccola.png?fit=282%2C407&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/07/copertinaPiccola.png?resize=282%2C407&#038;ssl=1" alt="copertinaPiccola" class="wp-image-3774" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/07/copertinaPiccola.png?w=282&amp;ssl=1 282w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/07/copertinaPiccola.png?resize=208%2C300&amp;ssl=1 208w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/07/copertinaPiccola.png?resize=69%2C100&amp;ssl=1 69w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/07/copertinaPiccola.png?resize=17%2C24&amp;ssl=1 17w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/07/copertinaPiccola.png?resize=25%2C36&amp;ssl=1 25w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/07/copertinaPiccola.png?resize=33%2C48&amp;ssl=1 33w" sizes="auto, (max-width: 282px) 100vw, 282px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Ora arriveranno probabilmente altri esercizi, simili ma diversi in un mondo che si sta creando nella mia testa. Credo che il genere rimarrà ancora lo stesso per un po&#8217;, poi si vedrà dove cadranno le frecce, poi si vedrà come cambierà il mondo.</p>
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		<title>Lettera al mio lettore</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2015 22:14:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie.Iniziava così la lettera, senza un riferimento ad un nome, ad una persona specifica, semplicemente Grazie. La lettera era indirizzata a coloro che nel tempo avevano iniziato a seguirne le creazioni. Il tutto era iniziato come un blog di poesia trasformatosi nel tempo in uno di politica, fatti propri, e varie ed eventuali. Nel tempo, [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>Grazie.</em><br>Iniziava così la lettera, senza un riferimento ad un nome, ad una persona specifica, semplicemente <em>Grazie</em>. La lettera era indirizzata a coloro che nel tempo avevano iniziato a seguirne le creazioni. Il tutto era iniziato come un blog di poesia trasformatosi nel tempo in uno di politica, fatti propri, e varie ed eventuali. Nel tempo, negli anni era cambiato, evoluto per certi versi ed involuto per altri. I lettori erano stati molti in alcuni periodi e pochi in altri, talvolta dall&#8217;estero e spesso invece da specifici centri e zone nazionali.<br>Negli anni c&#8217;erano state crisi, periodi di scrittura compulsiva, periodi di assenza e silenzio.<br>Ultimamente vi era stata una nuova evoluzione improvvisa, come dal nulla, dopo un periodo di silenzio aveva ricominciato a scrivere, molto in privato ma molto anche sul blog. Racconti prevalentemente, alcuni filoni di racconti.<br>Qualcosa era cambiato in questo, nel modo di scrivere, nel modo di vedere lo scrivere stesso, erano prevalentemente esercizi di stile per trovare una nuova strada un nuovo percorso da seguire un nuovo modo di esprimersi ma senza un reale fine, senza un fine preciso.<br>I lettori ormai scomparsi da tempo tuttavia cominciarono a tornare, improvvisamente come improvvisamente vi era stato questo cambio repentino, cominciarono ad arrivargli complimenti, richieste su come sarebbe andato a finire la storia di un personaggio, incitamenti.<br>Fu nel periodo stesso che come un segno del cielo arrivò un premio ad un concorso letterario neppure cercato.<br>Comprese che forse col suo modo di scrivere, era cambiato in qualche modo il suo modo di essere, che tutti quegli esercizi di stile potevano essere finalizzati diversamente.&nbsp;Fu per questo che scrisse quella lettera ai propri lettori, quel ringraziamento per la stima accordatagli, lo scrisse nel suo stile tra l&#8217;egocentrico e lo sperimentale, con un filo di ironia, lo scrisse per dire che forse per un po&#8217; non sarebbero più stati pubblicati altri esercizio-racconti, lo scrisse mentre in sottofondo &#8220;The Call of Cthulhu&#8221; rilasciava le sue note.<br>Era il momento di rimettersi a studiare, di fare ricerca per realizzare qualcosa di più ampio, di più organico, era il momento di chiamare a raccolta le conoscenze tecniche, sue e di consulenti, disegnatori, esoteristi, medici ed untori.<br>Scrisse un egocentrico <em>Grazie, tornerò su questo argomento più&nbsp;avanti</em> e poi lasciò quella lettera a&nbsp;scivolare nell&#8217;etere perché potesse raggiungere le persone che ama.</p>
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		<title>Spleen et idéal</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2015 19:30:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tengo chiusi gli occhi ancora un po&#8217;, attorno a me il buio filtra tra le palpebre ed il silenzio mi avvolge, lo vivo, me ne lascio pervadere, mi lascio attraversare mentre osservo i tuoi occhi.Capita talvolta osservando&#160;troppo un flash, una luce forte, il sole che questo si imprima in qualche modo sulla retina e che [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Tengo chiusi gli occhi ancora un po&#8217;, attorno a me il buio filtra tra le palpebre ed il silenzio mi avvolge, lo vivo, me ne lascio pervadere, mi lascio attraversare mentre osservo i tuoi occhi.<br>Capita talvolta osservando&nbsp;troppo un flash, una luce forte, il sole che questo si imprima in qualche modo sulla retina e che chiudendo gli occhi essa appaia ancora impressa come dentro le palpebre, come sospesa a qualche centimetro dagli occhi a seguirti in qualunque direzione osservi. Tutto ciò che vedi non puoi che vederlo attraverso quella palla al centro in qualche modo iridescente, mutante ma stabilmente immobile al centro del tuo sguardo.<br>Sono così i tuoi occhi per me, immobili al centro, privi quasi di un viso che resta evanescente, bianco&nbsp;quasi trasparente, nascosto nel buio come un fantasma. Al centro i tuoi occhi non chiari eppure neppure scuri di un colore indefinibile perché definirlo sarebbe come perdersi nell&#8217;infinità di un abisso, &nbsp;così vivi da non poter non esserne attratto come due buchi neri in grado di assorbire la luce ma non come buchi neri perché in grado di emettere una brillantezza che neppure alla perla più preziosa sarà mai concesso; indefinibili perché impossibile osservarli senza&nbsp; sentircisi l&#8217;anima trascinata giù&nbsp;e al contempo impossibili da non osservare per comprenderli.<br>Li vedo ancora qui, di fronte a me dagli occhi chiusi e non voglio&nbsp;sporcare questa vista col mondo, mi sento quasi soffocare da questa immensità come un peso sulla trachea come se l&#8217;aria pesasse, come il silenzio di tutto questo fosse così eterno da non aver bisogno di essere conservato nei ricordi.<br>Apro lentamente gli occhi, perché so che infine prima o poi lo dovrei fare comunque e nel buio assoluto vedo ancora queste due immense sfere, questi astri lucenti ed attorno ad essi sfumato un volto bianco, truccato per sembrare più smunto, un volto quasi impercettibile.<br>Provo a ruotare lentamente lo sguardo ma ancora, ovunque vedo i tuoi occhi, quegli occhi che ormai sento in qualche modo miei, come fossero parte di me. Resto ad osservarli ancora mentre i miei si abituano lentamente, molto lentamente al buio. Penso ai pochi istanti passati assieme o ai moltissimi, penso a cosa sei stata o sono, o siamo mai stati, e mentre penso mi accorgo che nulla di questo conta quanto conta ciò che vedo ora, ciò attraverso cui vedo ora.<br>Il senso di stretto alla gola si fa più pressante, non lo comprendo ma non rappresenta un problema in grado di distrarmi mentre il tuo volto si avvicina, truccato in modo stravagante davvero e poi si allontana un po&#8217; e torna ad avvicinarsi ancora, osservo le occhiaie attorno a quei due portali verso l&#8217;infinito, così scure mentre la testa mi gira, mi gira mentre il tuo volto immobile ondeggia con me stabile al centro, si avvicina lentamente, si allontana, si avvicina.<br>Osservo le sopracciglia, la fronte liscia mentre gli occhi si abituano ma comincio a scorgere qualcosa che non torna, qualcosa di te che non ricordavo, una cicatrice che mi fa arrivare alla mente ricordi improvvisi che mi fanno sentire ancora più il peso di quest&#8217;aria assente.<br>E mentre quel volto si avvicina, si allontana mi accorgo che lentamente il tuo sguardo è scomparso nei meandri di un ricordo di un istante di un passato di un sogno di una racconto di una fiaba di un libro non scritto e quel volto, bianco, smunto, con nere occhiaie mi accorgo essere lentamente il mio che si allontana, si avvicina, si allontana, si avvicina.<br>Provo ad alzare una mano per toccarlo, per toccare il mio ma non mi è possibile e mentre dondolo avanti, ed indietro, avanti ed indietro davanti allo specchio di questo armadio ricordo all&#8217;improvviso di un anello che portavo al collo e che non vedo più nel riflesso al suo posto, di un anello che vedo ondeggiare in alto&nbsp;dietro la mia nuca legato al filo che lo reggeva, legato a qualcosa più in alto e che non vedo nel buio, mi accorgo l&#8217;aria nei polmoni non c&#8217;è più, che i polmoni non chiedono più aria. Mi accorgo che non so come io sia finito qui se per errore o desiderio ma che non rivedrò più quel ricordo di un istante di due immensità e del loro sorriso lucente e del riflesso del mondo attraverso di esse.</p>
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		<title>Oltre il muro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2015 10:57:50 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Non ho voglia di svegliarmi, non credo sia ancora il momento, voglio rimanere ancora qui un po&#8217; nel letto a ricordare la serata di ieri.<br>Quando mi sono vestita per lui e&#8230;<br>&#8230;cos&#8217;è successo ieri? Perché non riesco a ricordare?<br>Il letto non è affatto morbido, ed è freddo, ed ho un dolore forte al centro del petto.<br>Dove sono?!<br>Attorno a me buio, non sento il ticchettio della sveglia, ma è qui, la tocco ma sono sul pavimento e attorno sento solo la sveglia che non fa rumore e non sento le fughe delle mattonelle.<br>Sono seduta e gli occhi si stanno abituando all&#8217;oscurità, il pavimento di questo luogo è nero e lucido, somiglia a vetro ma è in qualche modo più solido del vetro, quasi fosse una pietra vetrosa, liscia, infinita. Non vedo niente altro attorno a me. Tranne la mia sveglia a terra, ferma a segnare le dodici, mezzanotte credo data la stanchezza che sento nel corpo.<br>Mi guardo attorno e mi viene da piangere perché non so cosa fare qui, non c&#8217;è lui, non ho modo di contattarlo, e non c&#8217;è nessuno.<br>&#8220;<em>Hei?! C&#8217;è nessuno?! C&#8217;è nessuno qui? Dove mi trovo?&#8221;.<br></em>Sento il mio cuore battere forte e tremo, l&#8217;aria mi manca.<br><em>&#8220;Calmati, su, calmati, cerca di capire cosa è successo, calmati&#8221;<br></em>Mi alzo e comincio a camminare, mi sento tremare, sento caldo, freddo.<br>Cammino avanti ed indietro in questo buio, in questa assenza di mondo, cammino e non riesco a stare ferma, avanti, indietro, avanti indietro, ma dove vado?<br>&#8220;<em>Calmati, calmati, ragiona, calmati</em>&#8220;<br>Mi viene da piangere, mi viene da piangere e non so cosa fare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poco distante comincio a scorgere un grande specchio, mi ricorda l&#8217;armadio a specchio che ho in camera ma ha più le proporzioni di una porta. Cos&#8217;altro ho da fare se non andare a vedere di cosa si tratta?<br>&#8220;<em>Cos&#8217;ho da fare se non andare a vederlo?</em>&#8220;<br>Porterò con me la sveglia, per quel che può servire, è pur sempre un pezzo della mia vita, anche se in questo momento ricordo solo la sveglia e che ero uscita per lui. Non ricordo il suo volto, non ricordo il suo nome e non ricordo il mio, e non ricordo chi fossi io ne niente altro, forse ho preso una botta, non ricordo di essere una che beve molto ne che si droga.<br>&#8220;<em>Non mi hanno drogata, non mi sento drogata, mi devo calmare</em>&#8220;<br>Il mio lavoro è invece qualcosa che ha a che fare con &#8230; una stella, un simbolo, alloro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mal di testa, una fitta, alla testa ed al petto, sto sudando tantissimo, sento l&#8217;odore del mio sudore, e il freddo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono arrivata allo specchio, è grande pressappoco come una porta ma privo di maniglie, ha solo un bordo dove potrebbe esserci quello di una porta stessa ma dietro c&#8217;è un pannello nero e niente altro. Si tratta di un normale&nbsp;specchio per quanto sembri spuntare dal pavimento con soluzione di continuità.<br><em>&#8220;Uno specchio.&#8221;</em><br>&#8220;<em>Sono una bimba?</em>&#8221; Una bimba un po&#8217; gotica però. Appena truccata indosso una maglia con sbuffi di pizzo sul petto e maniche fini quasi trasparenti, una gonna a falde di stoffe delle varie tonalità del nero,&nbsp;asimmetrica e degli stivaletti con il tacco, il tutto in toni di nero.<br>Qualcosa mi dice che non sia un vestiario tipico per una bambina che potrebbe avere meno di dieci anni.<br>La mia pelle è stranamente bianca, quasi da bambola di ceramica e con i capelli lisci e biondo scuro do l&#8217;impressione di una metallara un po&#8217; prematura, anche se non porto unghie nere o borchie o pendagli strani.<br>Mi siedo dando le spalle allo specchio e metto le faccia tra le mani.<br>Devo riuscire a ricordare chi sono, da dove vengo, cosa ci faccio in questo strano ambiente, è come se questo specchio ne fosse in qualche modo l&#8217;entrata, o l&#8217;uscita, il talismano, il centro. Il centro di un nulla però.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Le mie mani</em>&#8220;<br>Le mie mani non sono quelle di una bimba, le dita sono lunghe, fresche di manicure, affusolate, porto unghie perfette, di media lunghezza e&nbsp;con le cuticole ben curate<br>-&#8220;<em>Di chi sono queste mani?</em>&#8220;-&nbsp;smalto trasparente.<br>Formicolio che attraversa le spalle, muscoli che si irrigidiscono, mi alzo e mi allontano dallo specchio, cammino, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti ed indietro.<br>&#8220;<em>Calmati, calmati</em>&#8220;<br>La gamba che involontariamente vibra, si muove<br>&#8220;<em>Chi cazzo sono?! Chi sono?!</em>&#8221; urlo.<br>Il vestito è quello che ho visto ma non sono una bambina, non ho gambe da bambina, non ho il petto piatto di una bambina.<br>Ma non so chi sono.<br>Mi giro di scatto a guardare nuovamente lo specchio, e mi vedo adulta, indosso un tailleur grigio antracite, con una borsa bauletto più chiara, e delle scarpe nere con tacco, i capelli raccolti di lato sulla spalla destra, credo&nbsp;abbia a che fare con&nbsp;il mio lavoro, ma il mio corpo, quello reale, quello che posso toccare continua ad essere vestito di nero, con quella gonna, quei tacchi quelle maniche.<br>Il mio riflesso si muove come me, ha le stesse unghie curate, la stessa espressione perplessa ma indossa un vestito da rappresentanza, nel riflesso, dietro di me compare per un istante un cartello con scritto&nbsp;&#8220;Agenzia investigativa HL&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre il cuore comincia a battere meno forte sento forse l&#8217;ultima goccia di sudore scendere dall&#8217;attaccatura dei capelli giù per il mio visto, sfioro le labbra con la mano e riaffiora qualche ricordo.<br>&#8220;<em>Agenzia investigativa HL</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stavo seguendo un caso, un uomo aveva ucciso diverse donne, o almeno diverse donne erano morte: due? Tre? Forse anche una bambina.<br>&#8220;<em>Investite</em>&#8220;<br>Lavoravo da poco per l&#8217;agenzia, una giovane spavalda rampante appena arrivata, ma pare che quell&#8217;uomo prediligesse giusto le ragazze giovani ed io potevo&nbsp;sembrarlo ancora&nbsp;più di quanto lo fossi. Si fidavano di me perché avevo una buona capacità di correlare dati ma non ero mai stata sotto copertura, non è neppure una pratica che queste agenzie facciano in genere, troppo rischioso. Eravamo stati ingaggiati da una famiglia la cui figlia era scomparsa, all&#8217;inizio avremmo dovuto solo trovarla ma quando la trovammo schiacciata ci chiesero di proseguire l&#8217;indagine senza coinvolgere le istituzioni ufficiali. Credo che il mio capo accettò solo per l&#8217;offerta economica notevole, perché invadere questo genere di indagine per un&#8217;agenzia rischia di essere più un danno che un guadagno.<br>Non eravamo mai riusciti a risalire all&#8217;auto perché le stordiva o uccideva&nbsp;prima di investirle e quindi non faceva danni tali da dover riparare il mezzo o comprare ricambi, e non avevamo neppure idea di che modello fosse.&nbsp;Gli omicidi che supponevamo essere&nbsp;stati effettuati dallo stesso autore erano avvenuti in posti apparentemente slegati tra loro, nessun legame se non il gusto nel vestirsi di nero, e le modalità estremamente simili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Il gusto nel vestirsi di nero.</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;era lui, lo vedo ora nello specchio dietro di me ad osservarmi col suo sorriso ironico di quando mi osservava convinto di non essere visto, quel suo sguardo ironico ed innamorato che tante volte ho spiato mentre lui pensava di spiare me, avrei potuto lasciarlo fare per ore.<br>Ma non avrei mai dovuto innamorarmi di lui non avrei mai potuto immaginare che avrei finito per farlo quando sono stata inviata ad indagare da vicino, avevamo pensato che potesse essere il nostro uomo solo grazie ad una segnalazione anonima&nbsp;su un auto sporca di qualcosa che poteva essere sangue.<br>Anonima.<br>Ma con il cachet proposto non potevamo dire che&nbsp;ce ne stavamo con le mani in mano,&nbsp;non avevo la certezza fosse lui, anzi non c&#8217;era nessuna prova che lo fosse,&nbsp;ma era l&#8217;unica pista disponibile ed io mi trovavo abbastanza bene nell&#8217;ambiente che frequentava.<br>Avevo scelto di non innamorarmi di lui nonostante quelle spalle non grandi ma fiere, nonostante il suo modo di farmi ridere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima volta che un brivido mi prese fu passeggiando, quando la sua mano sfiorò per un istante la mia, non saprò mai quanto fosse reale, casuale, o manipolatorio quel tocco, ne i successivi, ne quel bacio sulle labbra&nbsp;mancato che doveva essere un normale saluto sulla guancia, ma a pensarli mi fanno ancora sorridere di piacere, sento ancora sulla nuca salire qualcosa tra i capelli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il momento in cui mi accorsi che il danno era fatto fu però quando una sera parlando di un&#8217;amica descrisse con dovizia di particolari il&nbsp;cappottino sfiancato, verde scuro di velluto raso con la cintura in vita, il suo stupido papillon da uomo indossato su una camicia viola con uno strano scollo e perfino l&#8217;anello&nbsp;con pietra ovale viola. Stupido non lo disse lui ovviamente, e questo mi fece capire che ne ero gelosa, che non avrei voluto mi fosse portato via neppure da me, dal mio lavoro. Fu il modo di descriverla, così ricco di particolari, così fatto di pregi di poca importanza eppure così piccoli da dover richiedere un interesse nel dettaglio che non aveva con me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cominciai ad accorgermi dell&#8217;odore della sua pelle quando mi passava accanto, della pelle del suo collo, ricordava i particolari di altre e mi faceva incazzare quando non ricordava la collana che avevo indossato il giorno prima, o&nbsp;forse lo faceva apposta per farmi rodere e trattenermi un po&#8217; più accanto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi convinsi che&nbsp;avevamo sbagliato obbiettivo, mi convinsi che quella persona non poteva essere un assassino, che dalla sua gentilezza d&#8217;uomo d&#8217;altri tempi non potesse scaturire violenza, mi convinsi che forse dopotutto c&#8217;era un motivo se ero finita tra le sue braccia.<br>C&#8217;era un motivo, mi sentivo in una storia scritta da uno scrittore pazzo, ma mi sentivo viva, sentivo il cuore accelerare quando lo stavo per incontrare e fermarsi quando le sue labbra si posavano sulle mie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Cos&#8217;è questo?</em>&#8220;<br>Al centro del mio petto c&#8217;è una zona di nero più scuro, più secco, più rappreso ed al centro un buco.<br>&#8220;<em>Ah</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella sera lui era strano, lo aspettai più del solito, era sempre puntuale ma non quella sera. Uscimmo come quasi ogni&nbsp;giorno da qualche tempo ma non parlò quasi mai, mi portò in riva al fiume a guardare l&#8217;acqua scorrere seduti sui sassi bianchi e lisci e poi tornammo alla macchina&nbsp;dove mi guardò con aria grave.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo come fosse ieri, o forse era ieri davvero, o forse era addirittura oggi, il suo sussurro a voce bassa ma calda all&#8217;orecchio sinistro. La sua voce calda.<br>&#8220;<em>Mi dispiace, deve finire. Qui. Oggi. Ora. Ho provato a convincermi che non fosse così, che tu fossi diversa, che io fossi diverso, ma non è così. Io devo seguire la mia strada e tu sulla mia strada sei solo una tappa</em>&#8220;.<br>Il suo fiato si addensava poco distante dalla bocca e le sue braccia non bastavano a non farmi sentire i brividi<br>Sentivo le lacrime scendere ma mi sentivo apatica, intontita, come immobilizzata. Credevo avrei pensato un milione di cose in un momento simile ma invece la mia mente era piatta, vuota, calma.<br>Mi passavano solo nella mente i ricordi dei momenti vissuti e niente altro.<br><em>&#8220;E il senso di colpa.&#8221;</em><br>L&#8217;idea di aver sbagliato io di non essere abbastanza, di non essere adeguata, di essere sbagliata. Non mi passò per la mente neppure per un istante a che cosa si riferisse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dissi qualcosa, non so neppure cosa.<br>Disse qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbassai la guardia completamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi come un improvviso spasmo sentii entrarmi nella carne qualcosa. Nel petto.<br>Mi congelò. Era come sentire un pezzo di ghiaccio che al contempo bruciasse la carne.<br>Lo vidi girarsi lentamente e mi sentii dire da lontano qualcosa come &#8220;io ti amavo stupido idiota&#8221; mentre la mente si annebbiava, mentre tutto diveniva scuro, mentre mi sentivo posare su di un pavimento nero di asfalto, mentre&nbsp;una chiazza lucida si allargava sotto di me e faceva apparire l&#8217;asfalto vetro nero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vidi una porta aprirsi, la sentii chiudersi con un tonfo alle spalle anche se ero sdraiata. Vidi un riflesso come se la porta fosse di specchio ed eccomi qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Ed eccomi qui.</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Credo che l&#8217;unica cosa da fare sia incamminarsi nella direzione indicata da questa che un tempo forse era una porta, credo di sapere dove sto andando anche se non ne conosco ancora la forma, e mentre cammino&nbsp;un pappo di un pioppo mi passa accanto, di sfuggita mi è parso ci fosse un piccolo omino appeso dentro ma la luce, l&#8217;erba, il cielo che si stanno aprendo mi fanno pensare di essere quasi giunta alla meta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Ora ricordo</em>&#8220;</p>
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		<title>Oltre il muro del sonno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2015 19:12:28 +0000</pubDate>
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<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Quella sera indossavi un vestito nero, un bellissimo vestito nero. Un po&#8217; oscuro forse ma su di te, sulla tua pelle candida, sul tuo corpo&nbsp;non poteva che essere perfetto. Ricordo come fosse oggi i tuoi capelli castano chiari, lisci ma voluminosi&nbsp;scendere fino metà schiena scalati in modo da avere la zona centrale più lunga. Il rosa chiaro della tua pelle spuntare da dietro&nbsp;ai lati dei tuoi capelli dove la maglia finiva con una scollatura larga ma non volgare lasciando immaginare dove la curvatura del tuo collo andava ad attaccarsi al di sotto di orecchie perfette ed invitanti.<br>La maglia era nera, come il resto, e a contrapporsi al dietro liscio sulla parte frontale era ricca di fronzoli e pizzi monocromatici spinti all&#8217;esterno da un seno non troppo prorompente ne assente, di una misura perfetta. La scollatura lasciava scoperte le clavicole in tutta la loro lunghezza e solo poco più in basso lasciando l&#8217;immaginazione scivolare sui tendini del tuo collo piuttosto che sul décolleté pudicamente coperto, e vorticare fino al tuo mento perfetto, le guance lisce e gli occhi di una gradazione tra il verde ed il grigio truccati solo&nbsp;lievemente per allungarne l&#8217;angolo. Occhi che avrebbero potuto tagliare in due, o sciogliere, o far ridere a crepapelle, o far morire d&#8217;invidia. Le braccia erano coperte da maniche semi trasparenti di pizzo che terminavano con strisce di stoffa da cui uscivano le tue bianche mani con&nbsp;le dita affusolate e unghie mediamente lunghe prive di smalti ma perfette.<br>La maglia scendeva fino ad una gonna coprendone una piccola parte con un triangolo rivolto verso il basso. Era la gonna il pezzo forte, fatta di veli neri di stoffa finissima alcuni quasi trasparenti ed altri più spessi messi in modo assimmetrico e rialzati dietro dal tuo corpo a scendere sinuosamente staccati dalle tue gambe.<br>La maglia stretta evidenziava i tuoi fianchi altrettanto stretti e la gonna scendeva a tratti poco sotto il ginocchio a mostrare gambe chiare coperte di collant a rete come una tela di ragno, sostenute da stivaletti col tacco in stoffa opaca.<br>Ricordo come fosse ieri ogni particolare di quella sera, dal tuo vestito alla musica che stavamo ascoltando, &#8220;Crimson&#8221; dei Sentenced, la nostra preferita era &#8220;Killing Me, Killing you&#8221;, ironia della sorte e quella sera la ascoltammo la ascoltammo la ascoltammo ancora ed ancora ed ancora una volta.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Killing Me Killing You<br>Killing all we have<br>As our loves wither away</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Burning Me Burning You<br>Burning us to ash<br>Drowning us in a sea of flames</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Darling, do you feel, there is a storm coming our way<br>The burning light between us is already starting to fade<br>The fire in our hearts is smothered by the rain<br>and the crimson flame of passion turns into something gray</p>



<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Non ci conoscevamo da molto ma era come se tu mi conoscessi da una vita, come se sapessi ogni istante quale sarebbe stata la mia reazione, quale sarebbe stato il luogo che avrei desiderato visitare, quasi ogni istante. Uno ti sfuggì probabilmente.<br>Era l&#8217;una di una notte di primavera, una di quelle in cui il caldo se ne va e il pizzo che copriva il tuo corpo lasciava andare un po&#8217; troppo calore, giusto quel tanto da farti da farti irrigidire i muscoli e dare&nbsp;la possibilità al tuo uomo, a me, di abbracciarti stretta e&nbsp;stringerti per trasmetterti il mio, e farti vedere che c&#8217;ero, che ero lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti guardai diretta negli occhi e ti dissi il mio pensiero. Quel giorno sarebbe dovuta finire.<br>Mentre parlavo le parole sembravano riassumersi, raggrumarsi nell&#8217;aria, addensarsi in nuvole e fermarsi qualche istante tra me e te&nbsp;prima di proseguire dileguandosi nell&#8217;aria, non&nbsp;ero sicuro che&nbsp;tu stessi comprendendo quanto&nbsp;stava accadendo<br>&#8220;<em>Non dico che sarebbe potuta finire in modo diverso</em>&#8220;<br>Mi dissi guardandomi dritto negli occhi.<br>&#8220;<em>Dico solo che, poteva non finire</em>&#8220;<br>Le lacrime rigavano il tuo volto trascinando quel poco di&nbsp;mascara che era&nbsp;il tuo unico vezzo, il tuo volto era però immobile, impassibile mentre i tuoi occhi sembravano spegnersi virando dal verde grigio al grigio, qualche goccia cadeva sul pizzo&nbsp;esposto dal tuo seno scurendolo se possibile con un piccolo alone, un altro, un altro ancora.<br>Pensavi che il problema fosse tuo, che fossi tu a non sapermi amare come credi ma non avrei mai potuto dirti dove fosse il problema, non avrei mai potuto rivelarlo a nessuno senza drammatici epiloghi.<br>Eravamo appoggiati al cofano della mia macchina, tu seduta con un tacco sul paraurti ed un ginocchio in avanti, io abbracciato a te leggermente di lato&nbsp;in piedi probabilmente nel mio cappotto nero di pelle anni settanta, i miei stivali, il cappello con la tesa e qualche jeans e camicia a caso.<br>Il discorso non durò molto a lungo, d&#8217;altronde, non c&#8217;era neppure molto da dire se non la realtà di come stavano i fatti. Te lo concessi alla fine, ti concessi di sapere,&nbsp;ti concessi di conoscere ciò che mi portavo dentro da troppo tempo e che mai avevo condiviso, poi misi in tasca la mano e ne estrassi qualcosa.<br>Ricordo le tue mani posarsi sul mio viso qualunque espressione esso avesse, la tua attesa delle mie parole, e gocce ancora che cadevano. Le ricordo scendere dal tuo volto prima lentamente quando si staccavano dalle tue ciglia e poi accelerare sempre più fino al colmo delle tue gote e precipitare sulla superficie della tua guancia, arrivare in prossimità del centro del mento dove avevi una lieve e buffa rigonfiatura e da lì gettarsi suicide sul pizzo sul tuo petto sul tuo cuore sul tuo sangue sul tuo silenzio sui sussulti dei tuoi polmoni sui suoni del di dentro del tuo corpo a macchiare altre macchie che stavano crescendo.<br>Il tuo sguardo era allora di stupore, gli occhi grandi aperti più del dovuto, le labbra leggermente aperte, l&#8217;incavo al centro del collo tra le sporgenze delle clavicole incavato.<br>Non ebbi il coraggio di guardarti ulteriormente, non di guardarti così, immobile di sasso, di restare senza aver più nulla da dire ne da sentire, lasciai scivolare le mie mani una dal tuo volto ed una dal tuo addome verso i miei fianchi, pensai ancora quanto avevo amato il liscio di quella pelle e mi girai. Ricordo il vento che mi spingeva i capelli sul volto, sentii la tua voce dire &#8220;io ti amavo stupido idiota&#8221;, lottai per non voltarti e guardarti un ultima volta, lottai per ricordarti come ti ricordo ora e poi sentii infine un tonfo lieve e sordo.<br>L&#8217;asfalto cominciava a bagnarsi di pioggia, sentii le gocce sul viso e le ringraziai perchè non avrei dovuto chiedermi cos&#8217;era quel liquido sul mio volto. Ti immaginai lì ancora sull&#8217;asfalto, con i capelli spettinati e bagnati di troppe cose, immobile con il volto della speranza forse non ancora disillusa ma allontanai questa immagine.<br>Girai attorno alla macchina senza guardare in direzione del muso, salii, mi fermai il tempo di mettere al massimo il volume su &#8220;Beyond The Wall Of Sleep&#8221; ed diedi gas in avanti.<br>Poi andai a lavare via i resti di quella sera dall&#8217;auto, quelli che la pioggia non aveva lavato.</p>
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		<title>Navigando</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2015 22:25:21 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Il turno di lavoro oggi è stato duro, più duro del solito e sento la stanchezza chiudermi gli occhi, apro i finestrini e metto l&#8217;aria al massimo per cercare di svegliarmi meglio per questa ultima mezzora di strada e poi potrò infilarmi sotto le coperte. Il termometro indica che fuori ci sono dodici gradi ed io indosso solo la t-shirt dell&#8217;Oktoberfest 2011, ottima situazione per svegliarmi fuori un po&#8217;.<br>Il navigatore da qualche giorno quando punto casa dopo un po&#8217; sembra impazzire e mi indica un altro luogo, gli altri giorni questa cosa mi fa incazzare terribilmente oggi stranamente invece mi sento così rilassato, forse per questo misto tra stanchezza e freddo da sentirmi quasi inerte. La mente riprende a lavorare anche se gli occhi rimangono mezzo chiusi, e la testa mi</p>



<p class="wp-block-paragraph">cade</p>



<p class="wp-block-paragraph">non sono sulla strada di casa!<br>Mi sono distratto e come uno scemo mi sono messo a seguire l&#8217;indicazione sbagliata del navigatore che non so dove mi sta portando, indica un luogo a dieci minuti da qui, e stanchezza a parte non ho davvero molto da perdere, domani finalmente potrò starmene a casa almeno il mattino e a casa nessuno mi aspetta quindi quale miglior momento per fare una cosa scema?<br>Fermo al semaforo osservo le mie braccia scoperte, i peli dritti della pelle d&#8217;oca, tremo leggermente ma è un bene, mi tiene senza dubbio più sveglio, metto la testa fuori e respiro l&#8217;odore umido di questa serata, non mi ero accorto avesse piovuto, il respiro si addensa e dietro il respiro vedo il rosso del semaforo trasformarsi un verde. Sono in una zona della città che mi sembra terribilmente, ancora un paio di svolte e ci sono, chissà dov&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">TUMPH</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8230;una bambina?! Era una bambina! Ho investito una bambina? Cosa ci faceva in mezzo alla strada?<br>Scendo a controllare? Scappo? Non credo mi abbia visto nessuno, ma cosa ci faceva una bambina da sola in mezzo alla strada immobile, come mi guardasse, e poi era vestita completamente di nero, non fosse per quella pelle bianca cinerea non avrei neppure visto che era una bambina, avrei sentito il tonfo, e&#8230; e la macchina che si è alzata quando la ruota sinistra le è passata sopra.<br>La macchina che si è sbilanciata spingendo il mio corpo verso destra mentre la ruota le passava sopra.<br>Il rumore molliccio di qualcosa sotto la mia ruota sinistra che passava su di lei.<br>Il rumore della gomma che cigola su qualcosa di umido dopo essere scesa, dopo essere passata sul corpo della bambina.<br>E sto ancora guidando, il navigatore punta a casa mia, casa mia e rimbomba nella mia testa il rumore, lo spostamento del corpo la ruota il silenzio, non ho neppure frenato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono a casa ora, non ho il coraggio di scendere di guardare il sangue che deve essere sul fanale, sulla ruota sulla ruota che ha schiacciato quel corpo sul fanale che ha spaccato quel corpo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scendo e guardo a terra la strada priva di segni, osservo il muso della macchina, anch&#8217;esso&nbsp;normale, liscio, senza ammaccatura, senza macchie, addirittura impolverato, la ruota normale, sporca di terra come sempre e di nient&#8217;altro.<br>Credo di aver sognato.<br>L&#8217;unica cosa è questa sostanza nera, come carta velina bagnata incollatasi sul paraurti come un adesivo umido, come le decalcomanie per i tatuaggi dei bambini prima che si asciughino, come foglie umide e fini portate dal vento e sferzate da ore di pioggia.</p>
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