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	<title>Storia Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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	<title>Storia Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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		<title>Festa della donna? Non esattamente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 12:20:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Critical Thinking]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[Oggi è l&#8217;8 marzo, in Italia chiamiamo questa giornata festa della donna, un momento per festeggiare le tanto bistrattate donne, per spendere un po&#8217; di soldi in mimose, ristoranti e feste. E poi? E poi il giorno dopo tornare al vecchio comune vivere. Ci sono delle storture in tutto questo. Innanzi tutto, il nome. Perché [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Oggi è l&#8217;8 marzo, in Italia chiamiamo questa giornata <em>festa della donna</em>, un momento per festeggiare le tanto bistrattate donne, per spendere un po&#8217; di soldi in mimose, ristoranti e feste. E poi? E poi il giorno dopo tornare al vecchio comune vivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono delle storture in tutto questo. Innanzi tutto, il nome. Perché dovrebbe essere una festa? Che cosa esattamente dovremmo festeggiare? Nel resto del mondo l&#8217;8 marzo non è la <em>festa della donna</em>, ma la <em>Giornata internazionale della donna</em>. Ma noi siamo la nazione che rinomina titoli come &#8220;<em>Eternal Sunshine of the Spotless Mind</em>&#8221; in <em>&#8220;Se mi lasci ti cancello</em>&#8220;, abbiamo un po&#8217; il sadico gusto di cambiare i titoli rovinandone poeticità e significato per piegarli al commercio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Credo che <em>Giornata internazionale della donna</em> renda un po&#8217; di più l&#8217;idea del fatto che oggi non è un giorno in cui meramente festeggiare le donne che ci circondano, ma un giorno nel quale riflettere sulle disuguaglianze sociali che differenziano lo status della donna da quello dell&#8217;uomo. E ce ne sono molte. Il fatto che una donna sia quasi sempre costretta a lasciare il lavoro anche temporaneamente qualora abbia dei figli, il fatto che in molti casi non si prenda neppure in considerazione che sia l&#8217;uomo a farlo, il fatto che molti non prendano neppure in considerazione l&#8217;eventualità che una donna non voglia avere figli un po&#8217; come se fosse considerata un&#8217;incubatrice semovente, il fatto che ci sia un grosso squilibrio salariale tra uomini e donne, la quantità oggettiva di donne che ogni anno muoiono di morte violenta uccisa da uomini, il fatto che in questi omicidi o nella violenza sessuale si tenda a dare la colpa alla donna &#8220;troppo disponibile&#8221;, o &#8220;poco vestita&#8221; e non si punti sul violentatore che indipendentemente dal resto ha di fatto commesso un crimine violento e inaccettabile (ne ho parlato anche qui <a href="https://short.staipa.it/t7ag8" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://short.staipa.it/t7ag8</a>), e mille altri. Lo ammetto, io sono un uomo, sono dal lato <em>sbagliato</em> e sicuramente non sono in grado di capire o elencare tutte le situazioni che non vedo o che non sono in grado di comprendere a fondo ma è comunque da qui che dobbiamo partire. Dall&#8217;ammettere che determinati problemi esistano e siano oggettivi e che per risolverli sono gli uomini a dover fare un grande grande passo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Vale come per il resto delle cose. Prima si capisce che un problema esiste, poi lo si accetta, poi si prova a cambiare le cose. Conosco molti uomini, ma anche donne purtroppo, che danno per scontato che non esista disparità salariale, che danno per scontato che dato che la donna partorisce sia obbligatorio sia lei ad accudire la prole, che danno per scontato che l&#8217;unico obbiettivo di vita di una donna sia figliare, che le violenze sulle donne siano spesso inventate o provocate. Ma non è così, e la colpa di tutto questo è sia di chi non vede il problema, sia di chi lo vede e non alza un dito per cambiare le cose, perché tanto non tocca a lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anzi se qualcuno vorrà elencarmi altre problematiche da citare/analizzare, mi impegno già da ora ad aggiungerle in coda all&#8217;articolo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Disparità salariale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo un report di Federconsumatori (che potete trovare qui <a href="https://short.staipa.it/25d73" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://short.staipa.it/25d73</a>) questa era la situazione nel 2019.</p>







<h3 class="wp-block-heading">Differenze stipendio per inquadramento</h3>







<h3 class="wp-block-heading"><strong>Gender Tax</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta del fenomeno per cui alcuni prodotti dedicati espressamente alle consumatrici donne costerebbero di più rispetto agli equivalenti destinati agli uomini, e viceversa.</p>







<p class="wp-block-paragraph">A questo vanno aggiunti oggetti fondamentali e necessari come gli assorbenti intimi che fino a poco fa erano tassati al 22% come tutti gli oggetti comuni e che con tanto sforzo è stata abbassata al 10%. Ma non al 4% come i beni di prima necessità. Perché fare figli è obbligatorio, perdere il lavoro per fare figli è necessario, ma gestire tutto quello che c&#8217;è di correlato a farli come il ciclo o i costi di determinate analisi, cure o medicinali invece no, si paga. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Violenza sessuale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo ISTAT (qui i dati <a href="https://short.staipa.it/oaq9r" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://short.staipa.it/oaq9r</a>) </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, una su tre. Una su tre è tantissimo. Il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro e il tentato stupro. Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne, il 5,2% dal partner attuale e il 18,9% dall’ex partner. </p>







<p class="wp-block-paragraph">In tutto questo ovviamente si parla di chi ha avuto la forza di denunciare, perché sono molte le donne che sotto minaccia o in difficoltà magari non riescono a farlo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Donne che lasciano il lavoro per i figli</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Istat (qui i dati completi <a href="https://short.staipa.it/qtduw" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://short.staipa.it/qtduw</a>) sono l&#8217;11,1% le donne con almeno un figlio che non hanno mai lavorato per prendersi cura dei figli a confronto con una media europea di 3,7%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 38,3% delle donne lavoratrici tra i 18 e i 64 anni con figli sotto i 15 anni hanno modificato aspetti professionali per<br>conciliare lavoro e famiglia, per i padri con le stesse caratteristiche il valore è 11,9%</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il resto</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il tutto senza considerare quanto sia facile per una donna essere insultata in quanto tale, fischiata per strada, spaventata, considerata negativamente perché non si cura abbastanza, o perché ingrassa o dimagrisce, o perché invecchia senza rifarsi o tingersi o truccarsi per sembrare giovane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ah. Per la cronaca il #ddlzan avrebbe dovuto anche difendere le donne da questo. Non solo per le persone omosessuali.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Le leggende metropolitane</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La mimosa, che fiorisce tra febbraio e marzo, è stata scelta come simbolo, in Italia, da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Teresa_Noce">Teresa Noce</a>,&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Rita_Montagnana">Rita Montagnana</a>&nbsp;e <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Teresa_Mattei">Teresa Mattei</a>, ma non ha alcun legame precedente con la giornata se non il periodo di fioritura. Per quanto riguarda invece l&#8217;incidente famoso che si tende a commemorare in questa data si fa generalmente riferimento alla morte di centinaia di operaie nel rogo di una inesistente fabbrica di camicie&nbsp;<em>Cotton</em>&nbsp;o&nbsp;<em>Cottons</em>&nbsp;avvenuto nel 1908 a New York, probabilmente la leggenda metropolitana è nata facendo  confusione con una tragedia realmente verificatasi in quella città il 25 marzo&nbsp;1911, l&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Incendio_della_fabbrica_Triangle">incendio della fabbrica Triangle</a> (<a href="https://short.staipa.it/llc73" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://short.staipa.it/llc73</a>), nella quale morirono 146 lavoratori (123 donne e 23 uomini, in gran parte giovani immigrati di origine italiana ed ebraica).</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;8 marzo non è una <em>festa</em> ma un <em>momento di riflessione</em>, per questo è importante. Se fosse solo una <em>festa</em> avrebbe ragione chi dice che è inutile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vi lascio infine con un video divertente ma significativo, sarebbe bello lo vedessero tutti, soprattutto gli uomini. Fa ridere, e fa capire molte cose.</p>



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<p id="wpar-pubdate" class="wpar-pubdate wpar-pubdate-container"><span class="wpar-label">Articolo pubblicato in origine il </span><span class="wpar-time">08/03/2024 @ 09:07</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Giorno del ricordo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2026 18:40:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giornata mondiale di...]]></category>
		<category><![CDATA[Foibe]]></category>
		<category><![CDATA[Giorno del ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[Massacro delle foibe]]></category>
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					<description><![CDATA[Come per il Giorno della memoria, fa pensare questo si chiami solamente Giorno del ricordo, come se dovessimo ricordarci ma non ricordarci cosa. Il&#160;Giorno del ricordo&#160;è una solennità civile nazionale&#160;italiana, celebrata il&#160;10 febbraio&#160;di ogni anno, che ricorda i&#160;massacri delle foibe&#160;e l&#8217;esodo giuliano dalmata. La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, fu firmato [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Come per il <em><a rel="noreferrer noopener" href="https://wp.me/pQMJM-2uB" target="_blank">Giorno della memoria</a></em>, fa pensare questo si chiami solamente <em>Giorno del ricordo</em>, come se dovessimo ricordarci ma non ricordarci cosa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il&nbsp;Giorno del ricordo&nbsp;è una solennità civile nazionale&nbsp;italiana, celebrata il&nbsp;10 febbraio&nbsp;di ogni anno, che ricorda i&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Massacri_delle_foibe">massacri delle foibe</a>&nbsp;e l&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Esodo_giuliano_dalmata">esodo giuliano dalmata</a>. La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, fu firmato il&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_di_Parigi_fra_l%27Italia_e_le_potenze_alleate">trattato di Parigi</a> che assegnava alla&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Jugoslavia">Jugoslavia</a>&nbsp;l&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Istria">Istria</a>, il&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Quarnaro">Quarnaro</a>, la città di&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Zara">Zara</a>&nbsp;con la sua&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Provincia_di_Zara">provincia</a>&nbsp;e la maggior parte della&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Venezia_Giulia">Venezia Giulia</a>, in precedenza facenti parte dell&#8217;Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trovo triste che questa ricorrenza sia sfruttata da certe parti politiche per sminuire il Giorno della Memoria. Non è questione di chi ha fatto cosa. Non è questione di &#8220;anche loro&#8221; o di &#8220;noi no&#8221;, è questione di umani. Queste situazioni mi fanno sempre venire in mente un concetto che ho espresso nell&#8217;articolo <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.staipa.it/blog/restiamo-umani-ma-anche-no/" target="_blank">“Restiamo umani”? Ma anche no</a>: siamo umani, lo siamo sempre. Anche quando facciamo del male, quando massacriamo vite, quando facciamo schifo. Dovremmo fare pace con questo, e non dare la colpa ad altri. Siamo noi. Pensiamo a migliorare.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-staipas-blog wp-block-embed-staipas-blog"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="BB5hg1eWOj"><a href="https://www.staipa.it/blog/restiamo-umani-ma-anche-no/">&#8220;Restiamo umani&#8221;? Ma anche no.</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;&#8220;Restiamo umani&#8221;? Ma anche no.&#8221; &#8212; Staipa&#039;s Blog" src="https://www.staipa.it/blog/restiamo-umani-ma-anche-no/embed/#?secret=c4gqXn3vfq#?secret=BB5hg1eWOj" data-secret="BB5hg1eWOj" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Per il resto anche questa giornata ha lo stesso scopo. Ricordare perché cose del genere non possano più accadere. Ricordare perché non ci siano mai più genocidi. Ricordare che invece di genocidi continuano a essercene. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Come sempre consiglio la pagina Wikipedia sui genocidi (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio</a>), per ricordare tutti quelli che ogni giorno scordiamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Articolo pubblicato in origine il 10/02/2023 @ 09:07</p>
<p id="wpar-pubdate" class="wpar-pubdate wpar-pubdate-container"><span class="wpar-label">Articolo pubblicato in origine il </span><span class="wpar-time">10/02/2024 @ 09:07</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Giorno della Memoria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jan 2026 08:55:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giornata mondiale di...]]></category>
		<category><![CDATA[Foibe]]></category>
		<category><![CDATA[Giorno della Memoria]]></category>
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					<description><![CDATA[Fa pensare che nel resto del mondo si chiami International Holocaust Remembrance Day e qui solamente Giorno della Memoria, come se dovessimo ricordarci ma non ricordarci cosa. Il 27 gennaio è comunque il Giorno della Memoria, giornata per commemorare le vittime dell&#8217;Olocausto. Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Fa pensare che nel resto del mondo si chiami<em> International Holocaust Remembrance Day</em> e qui solamente <em>Giorno della Memoria</em>, come se dovessimo ricordarci ma non ricordarci cosa. Il 27 gennaio è comunque il Giorno della Memoria, giornata per commemorare le vittime dell&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Olocausto">Olocausto</a>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell&#8217;Armata Rossa, impegnate nella&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Offensiva_Vistola-Oder" target="_blank" rel="noreferrer noopener">offensiva Vistola-Oder</a>&nbsp;in direzione della&nbsp;Germania, liberarono il&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Auschwitz" target="_blank" rel="noreferrer noopener">campo di concentramento di Auschwitz</a>. Sicuramente il più famoso e ricordato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché troviamo così importante celebrare questo giorno? Per ricordare appunto. Perché è ricordando cosa l&#8217;uomo ha fatto in passato che si può cercare di evitare che certi fatti si ripetano. Ciò nonostante, sono fatti che tendono a ripetersi in uno o nell&#8217;altro modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure c&#8217;è chi ai vertici del potere sembra ancora avere nostalgia di tutto questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su Wikipedia, alla voce <em>genocidio (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio</a></em>) se ne trovano molti, ben dopo il 1945 e anche non distanti da noi. Solo che tendiamo a dimenticare. O a negare quanto è accaduto per poter credere di essere migliori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo dobbiamo ricordare, mentre ormai quelli che hanno vissuto gli eventi se ne sono quasi tutti andati, chi resta deve ricordare per chi verrà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche solo leggere un libro come il <em>Diario di Anna Frank</em> o <em>Se questo è un uomo</em> di Primo Levi può essere già molto. Non sono pacchi come piace dire a chi non li ha letti per giustificarsi. Sono entrambi libri scorrevoli nella lettura e pesanti solo nei macigni che ci buttano dentro quando ci rendiamo conto che quei fatti sono realmente avvenuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E LE FOIBE??!?!?!?!? <a href="https://www.staipa.it/blog/giorno-del-ricordo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Quelle il 10 febbraio</a>. </p>
<p id="wpar-pubdate" class="wpar-pubdate wpar-pubdate-container"><span class="wpar-label">Articolo pubblicato in origine il </span><span class="wpar-time">27/01/2023 @ 09:07</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Italiani veri &#8211; Giacomo Moro Mauretto</title>
		<link>https://www.staipa.it/blog/italiani-veri-giacomo-moro-mauretto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jun 2025 10:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni di Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[Biologia]]></category>
		<category><![CDATA[Divulgazione scientifica]]></category>
		<category><![CDATA[Entropy For Life]]></category>
		<category><![CDATA[Evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Moro Mauretto]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[Italiani veri- Storia evolutiva e genetica del nostro Paese – di Giacomo Moro Mauretto Esistono libri che provano a raccontare l’evoluzione umana, altri che si concentrano sulla genetica moderna, e altri ancora che cercano di spiegare l’identità italiana da un punto di vista storico. Poi c’è questo libro, che fa tutte e tre le cose [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Italiani veri- Storia evolutiva e genetica del nostro Paese – di Giacomo Moro Mauretto</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Esistono libri che provano a raccontare l’evoluzione umana, altri che si concentrano sulla genetica moderna, e altri ancora che cercano di spiegare l’identità italiana da un punto di vista storico. Poi c’è questo libro, che fa tutte e tre le cose insieme, ma con equilibrio, chiarezza e – soprattutto – onestà intellettuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giacomo Moro Mauretto, volto noto della divulgazione scientifica su YouTube grazie al suo canale <em>Entropy for Life</em>, porta in queste pagine lo stesso stile che lo contraddistingue nei video: preciso, diretto, mai pedante. Chi lo conosce già ritroverà quella sua capacità di parlare con rigore senza prendersi troppo sul serio, di spiegare concetti complessi mantenendo un tono umano, a tratti ironico, ma sempre misurato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un viaggio dentro la nostra storia biologica</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto di partenza è semplice: esiste davvero qualcosa come “gli italiani”?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E da qui parte un percorso che attraversa 40.000 anni di migrazioni, contaminazioni, incontri e scontri. Il libro ci racconta come la penisola italiana sia stata, da sempre, un crocevia: Homo sapiens provenienti da est, mescolati con i Neanderthal già presenti; agricoltori neolitici che hanno portato nuovi geni e nuove tecnologie; popoli dell’età del bronzo, invasori, coloni greci, etruschi, romani, barbari, arabi, normanni… e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratta però di una semplice cronistoria di eventi: ogni passaggio è supportato da dati genetici reali, con riferimenti agli studi più recenti, spiegati con grande attenzione. L’autore mostra, passo dopo passo, come le moderne tecniche di analisi del DNA abbiano permesso di riscrivere (o almeno rivedere) molti dei miti sulle origini dei popoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Divulgazione sì, ma con metodo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle qualità più apprezzabili del libro è proprio il modo in cui spiega la scienza. Non si limita a riportare risultati, ma ci porta dentro il laboratorio: ci racconta come funziona una PCR, cosa si intende per DNA antico, come si classificano gli aplogruppi, quali sono i margini di errore, come si interpretano (e come non si devono interpretare) certi dati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È divulgazione scientifica nel senso più nobile: non un compendio semplificato, ma una guida alla comprensione dei metodi, dei limiti e delle potenzialità della scienza contemporanea. In un’epoca in cui anche i dati più solidi vengono piegati per confermare ideologie o credenze personali, Moro Mauretto fa qualcosa di raro: spiega come si costruisce una verità scientifica, con tutte le cautele del caso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un antidoto contro la propaganda</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che il libro dà il meglio di sé. Perché pur non essendo un saggio politico, <em>Italiani veri</em> ha un valore profondamente politico. Non fa proclami, ma mostra con semplicità e rigore che il concetto di “razza pura” è un’invenzione senza fondamento. I dati genetici ci raccontano una realtà molto diversa da quella propagandata da chi vorrebbe una nazione “etnicamente omogenea”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’autore non si lancia in crociate, non urla, non attacca: semplicemente espone i fatti. E lo fa con la calma di chi sa che non serve alzare la voce quando si hanno buoni argomenti. È proprio questa sobrietà a rendere il libro ancora più potente: chi ha tendenze razziste o populiste potrebbe trovarsi spiazzato, non da una polemica frontale, ma da una serie di verità semplici, limpide e inoppugnabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un libro per chi vuole capire, non solo sapere</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Italiani veri</em> è consigliato a chiunque voglia approfondire la storia evolutiva del nostro Paese, ma anche a chi è interessato al funzionamento della ricerca scientifica. È adatto a studenti, appassionati di storia e biologia, insegnanti, divulgatori… ma anche a lettori comuni, curiosi, magari stanchi delle solite narrazioni identitarie e desiderosi di vedere l’Italia – e l’essere umano – da una prospettiva più ampia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una lettura che non lascia indifferenti. Non per effetto di slogan, ma per il modo in cui cambia la prospettiva: pagina dopo pagina, mostra quanto sia illusoria ogni idea di purezza, quanto le nostre origini siano intrecciate e condivise. E quanto sia liberatorio, tutto sommato, accettarlo.</p>
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		<title>Il fantastico regno delle Due Sicilie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Oct 2023 12:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Critical Thinking]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho creduto a una Fake News. Non solo. Ho creduto a un libro zeppo di Fake News, ne ho parlato in giro e l&#8217;ho pubblicizzato inconsapevole di quanto fosse pericoloso e inutilmente divisivo. Si tratta di Terroni di Pino Aprile, l&#8217;ho anche recensito (https://short.staipa.it/1o3iu). A mia discolpa posso dire di averne sentito parlare da una [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Ho creduto a una Fake News. Non solo. Ho creduto a un libro zeppo di Fake News, ne ho parlato in giro e l&#8217;ho pubblicizzato inconsapevole di quanto fosse pericoloso e inutilmente divisivo. Si tratta di <em>Terroni </em>di Pino Aprile, l&#8217;ho anche recensito (<a href="https://www.staipa.it/blog/terroni-tutto-quello-che-e-stato-fatto-perche-gli-italiani-del-sud-diventassero-meridionali/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://short.staipa.it/1o3iu</a>). A mia discolpa posso dire di averne sentito parlare da una persona cara, a sua discolpa posso dire che il libro prova a rispondere a molte delle domande che chiunque viva al sud giustamente si fa. Domande sulle disparità tra il nord e il sud, disparità nella sanità, nell&#8217;industria, nei trasporti, più in generale disparità sulle possibilità che chi nasce in una zona della nazione può avere rispetto a chi nasce in un&#8217;altra zona. Tutte domande lecite le cui risposte non sono certo quelle fornite dallo sprezzante senso di superiorità di alcuni nordici, soprattutto quelli riuniti in un certo gruppo politico. Domande a cui certamente non rispondono gli stereotipi. Sempre <em>risposte troppo semplici</em>. Sempre risposte in cui si punta il dito contro qualcuno che è il colpevole, ci si assolve in toto e si risolve la questione. Ho pure scritto un articolo che parla di questo meccanismo: <strong><a href="https://www.staipa.it/blog/quando-siamo-estremamente-divisivi-e-probabile-siamo-vittime-di-fake-news/">Quando siamo estremamente divisivi è probabile siamo vittime di Fake News</a></strong> (<a href="https://www.staipa.it/blog/quando-siamo-estremamente-divisivi-e-probabile-siamo-vittime-di-fake-news/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://short.staipa.it/gsin5</a>). Purtroppo nessuno è immune ai <em>bias</em> e alle <em>Fake News</em> ed è bene ammetterlo anche a sé stessi. Credo sia qualcosa di importante anche su temi più recenti e attuali come quando ci si schiera sulla questione Israelo-Palestinese, la scelta giusta non è mai fidarsi di quello che si legge solo perché la risposta ci piace o arriva da qualcuno di cui abbiamo fiducia, è necessario fare quel passo in più per capire informandosi anche dalle fonti contrapposte. Anche di questo ho parlato spesso nei miei articoli sulle<em> <a href="https://www.staipa.it/blog/fakenews">Fake News</a> </em>(<a href="https://www.staipa.it/blog/fakenews" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.staipa.it/blog/fakenews</a>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho cominciato a sentire il dubbio di aver creduto a qualcosa di forzato ascoltando alcune conferenze di Alessandro Barbero quando parlando dell&#8217;Unità d&#8217;Italia spesso nomina e liquida i cosiddetti <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Neoborbonismo">Movimenti Neoborbonici </a></em>(<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Neoborbonismo">https://it.wikipedia.org/wiki/Neoborbonismo</a>) come <em>revisionismo storico</em> spesso senza dilungarcisi ulteriormente. Di Barbero ho una grande fiducia, come immagino chiunque sia un minimo appassionato di storia, ma qui ho scelto di non cadere nell&#8217;errore opposto. Per di più io non sono uno storico e non ho modo di verificare determinate informazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel suo libro Pino Aprile snocciola una grandissima quantità di dati e informazioni, a mente fredda forse ci si rende conto che molti dei dati sono tacciabili della definizione di <em>troppo</em>, troppi morti, troppe cose nascoste, troppo <em>troppo</em> per essere fatti così rimasti nell&#8217;ombra. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Finalmente poi ho trovato <a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858144374"><em>Il fantastico regno delle Due Sicilie</em>: <em>Breve catalogo delle imposture neoborboniche</em></a> di Pino Ippolito Armino (<a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858144374" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://short.staipa.it/b7nmw</a>). Non si tratta prettamente di un libro di storia, ma proprio di un libro di analisi di quanto affermato dai <em>Movimenti Neoborbonici</em>, analizzando ogni affermazione e ogni dato in maniera razionale. Parte proprio analizzando <em>Terroni</em> di Pino Aprile, mostrando in maniera chiara e difficilmente controvertibile come molti dei dati utilizzati per la scrittura di quel libro non tornano, anche basilarmente dal punto di vista aritmetico ma non solo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non di tratta di un libro rivoluzionario e non dà grandi rivelazioni, e contrariamente a quello di Pino Aprile è giusto che sia così. Semplicemente torna ad analizzare nuovamente i dati e le informazioni sull&#8217;Unità d&#8217;Italia e sul risorgimento, in maniera decisamente più chiara ed estesa di come ci è stato raccontato a scuola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Facendo continuamente riferimento al libro di Pino Aprile poi ha senso leggerlo se si ha letto quello o comunque si conosce bene le idee Neoborboniche. La sua importanza risiede nel tentativo di sedare alcune posizioni inutilmente divisive che finiscono per creare uno scontro interno a una nazione già piena di scontri interni, nulla di diverso dalla narrazione leghista con la Padania o il mito di Alberto da Giussano. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sarà mai dando colpe passate o alimentando la rabbia che si risolveranno i problemi. Al massimo si potrà crearne di nuovi.</p>
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		<title>Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Aug 2021 15:07:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ALLERTA FAKE NEWS: Revisionismo storico. Questo articolo è stato impostato con il testo barrato in quanto recensione di un libro di revisionismo storico, e per tanto pieno zeppo di Fake News. Ne parlo meglio qui: Il fantastico regno delle Due Sicilie (https://www.staipa.it/blog/?p=16872) Il fatto che esistano dei pregiudizi tra il nord e il sud dell&#8217;Italia [&#8230;]]]></description>
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<h2 class="wp-block-heading">ALLERTA FAKE NEWS: Revisionismo storico.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Questo articolo è stato impostato con il testo barrato in quanto recensione di un libro di revisionismo storico, e per tanto pieno zeppo di Fake News. Ne parlo meglio qui: <strong><a href="https://www.staipa.it/blog/il-fantastico-regno-delle-due-sicilie/">Il fantastico regno delle Due Sicilie</a></strong> (<a href="https://www.staipa.it/blog/il-fantastico-regno-delle-due-sicilie/">https://www.staipa.it/blog/?p=16872</a>)</p>



<p class="wp-block-paragraph"><s>Il fatto che esistano dei pregiudizi tra il nord e il sud dell&#8217;Italia è innegabile. Non vale ovviamente per tutte le persone ma certamente per molte, alcune delle quali non hanno neppure modo di rendersene conto.</s><br><s>I meridionali sono pigri? Dare soldi al sud equivale a darli alle associazioni a delinquere come Mafia, Ndrangeta, Sacra Corona Unita, Camorra? Al sud c&#8217;è pieno di ladri mentre al nord no? Al sud non sono capaci di <em>fare impresa</em>?</s></p>



<p class="wp-block-paragraph"><s>Forse le cose stanno diversamente e i motivi per cui questi pregiudizi sono nati e sono difficili da abbattere partono da eventi storici che non sono esattamente come ce li hanno raccontati.<br>Come sarebbe se Garibaldi e i suoi prima di scendere ad &#8220;unire l&#8217;Italia&#8221; avessero foraggiato e pagato quelli che poi sono diventati Mafia, Ndrangeta, Sacra Corona Unita, Camorra per alimentare dissidi locali? Come sarebbe se Garibaldi stesso dopo i fasti dei mille si fosse reso conto di aver fatto gravi danni e si fosse pentito? Sarebbe possibile per una nazione ormai unita raccontare ai propri cittadini di essere nata attraverso bagni di sangue, milioni di morti, campi di concentramento e distruzione o sarebbe sempre e comunque più semplice indorare la pillola con racconti di azioni eroiche e di pochi terribili briganti abbattuti?</s></p>



<p class="wp-block-paragraph"><s>Eppure, i documenti che raccontano una storia diversa da quella che ci è stata insegnata a scuola esistono, sono alla portata di tutti. <em>Pino Aprile</em> in &#8220;<em>Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali»</em>&#8221; ci racconta di questo, documentando, citando molti altri saggi sullo stesso argomento, spiegando le ricerche effettuate e sfatando miti.</s></p>



<p class="wp-block-paragraph"><s>Perché il borbonico Regno delle due Sicilie, che all&#8217;epoca vantava in Napoli la città più industrializzata e grande dopo Londra e Parigi, la più grande diffusione di linee ferroviarie e una delle prime economie d&#8217;Europa si è trovato ad essere fanalino di coda dell&#8217;Italia unita, con linee ferroviarie disastrate e limitate, poche autostrade e pessimi servizi? Perché ha perso la spinta innovatrice che aveva prima dell&#8217;unità e ora, per certi personaggi, è considerato una palla al piede alla crescita del Nord?</s></p>



<p class="wp-block-paragraph"><s>Perché nessuno ricorda che quando la grande e ricca Lombardia era sotto il dominio austriaco si trovava nella stessa identica situazione del sud Italia oggi rispetto al nord e gli austriaci pensavano dei lombardi lo stesso che i lombardi pensano dei «meridionali»?</s></p>



<p class="wp-block-paragraph"><s>I motivi ci sono, sono molti, ma non sono quelli che ci raccontano alcuni politici. I motivi sono molto più profondi e seri, e solo con la consapevolezza questa situazione può essere cambiata.</s></p>
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		<title>Sei donne che hanno cambiato il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jul 2021 15:28:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gli scienziati famosi sono soprattutto uomini. Galileo Galilei, Isaac Newton, Albert Einstein, Enrico Fermi, Luis Pasteur, Charles Darwin&#8230; perché non ci sono donne che hanno contribuito altrettanto alla scienza? Gabriella Greyson, fisica e divulgatrice scientifica, in Sei donne che hanno cambiato il mondo ci racconta di questo, sfatando il pregiudizio che le donne non siano [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Gli scienziati famosi sono soprattutto uomini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Galileo Galilei, Isaac Newton, Albert Einstein, Enrico Fermi, Luis Pasteur, Charles Darwin&#8230; perché non ci sono donne che hanno contribuito altrettanto alla scienza?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gabriella Greyson, fisica e divulgatrice scientifica, in <em>Sei donne che hanno cambiato il mondo</em> ci racconta di questo, sfatando il pregiudizio che le donne non siano adatte a questi ruoli e spiegandoci attraverso la vita di sei scienziate, dei loro successi e delle discriminazioni che hanno vissuto i modi in cui nonostante abbiano contribuito a cambiare il mondo per i più siano state dimenticate. Marie Curie (1867-1934), Lise Meitner (1878-1968), Emmy Noether (1882-1935), Rosalind Franklin (1920-1958), Hedy Lamarr (1914-2000) e Mileva Marić (1875-1948), sono le donne di cui viene tracciata la storia completa ma sono molte altre quelle che vengono citate, da <em>Ipazia</em>, a Fabiola Giannotti (1960-) attuale responsabile del CERN, Barbara Mc Clintock (1902–1992), Wu Chien Shiung(1912 – 1997), Vera Rubin (1928 – 2016), Jocelyn Bell (1943-), Lisa Randal (1962-) a Samantha Cristoforetti (1977-).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un percorso utile alle donne per capire che possono arrivare ovunque con la loro forza, ma soprattutto per gli uomini perché possano comprendere che non basta una metà dell&#8217;umanità per rivoluzionare il mondo. Perfino Einstein senza Mileva Marić forse non sarebbe stato altrettanto in grado di raggiungere o propri obbiettivi.</p>
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		<title>Ipazia. La vera storia.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jul 2021 15:01:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho chiamato mia figlia Ipazia. Ormai immagino sia noto per chi mi conosce o mi segue, o forse no. Ma chi è Ipazia? Cosa evoca questo nome? Sicuramente la forza di una donna che nel 400 CE poteva permettersi di insegnare la scienza agli uomini e di gestire uno dei più grandi musei biblioteca del [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Ho chiamato mia figlia Ipazia. Ormai immagino sia noto per chi mi conosce o mi segue, o forse no. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma chi è Ipazia? Cosa evoca questo nome? Sicuramente la forza di una donna che nel 400 CE poteva permettersi di insegnare la scienza agli uomini e di gestire uno dei più grandi musei biblioteca del mondo ad Alessandria d&#8217;Egitto. Una donna che ha combattuto per ideali di libertà e di conoscenza contro chi invece preferiva che la conoscenza non proliferasse. Sicuramente un esempio rimasto nella storia e cantato da poeti, scrittori e filosofi. Filosofa, scienziata, o strega viene considerata martire per la scienza. Ognuno ha provato a portare la storia di questa donna verso la propria posizione. Scienziati, religiosi, cattolici e protestanti, ognuno ha raccontato di lei una storia diversa usando i propri pregiudizi, i propri interessi. Ma cosa sappiamo davvero di lei?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Silvia Ronchey ce lo racconta in <em>Ipazia. La vera storia</em> analizzando tutte le fonti che abbiamo disponibili. Chi ha scritto di lei tra i suoi allievi, chi ha scritto tra i suoi detrattori, chi parla di chi ha organizzato la sua morte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo saggio è un percorso tra tutte le fonti e ci dà un&#8217;idea di chi fosse Ipazia ma soprattutto di chi non fosse.</p>
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		<title>Mussolini ha fatto anche cose buone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Feb 2021 15:03:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo&#8221; è un libro di Francesco Filippi. Un libro che vorrei stesse sulla scrivania di parecchie persone che conosco, ma che spero possa finire almeno su quelle delle altre. Quante volte ci si sente raccontare le solite cose, la bonifica delle paludi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<strong>Mussolini ha fatto anche cose buone. </strong>Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo&#8221; è un libro di <a href="https://www.ibs.it/libri/autori/francesco-filippi" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Francesco Filippi</a>. Un libro che vorrei stesse sulla scrivania di parecchie persone che conosco, ma che spero possa finire almeno su quelle delle altre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quante volte ci si sente raccontare le solite cose, la bonifica delle paludi, le pensioni, l&#8217;assistenza sanitaria, l&#8217;educazione fisica, il welfare, la cassa integrazione, i treni in orario, le grandi strade, le tasse basse, l&#8217;assenza di corruzione&#8230; </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il libro si apre con una delle affermazioni più famose di Joseph Goebbels, che fu il ministro della propaganda nazista</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte, e diventerà una verità</p><cite>Joseph Goebbels</cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">e prende in esame moltissime delle affermazioni tipiche sul <em>fascismo </em>spiegando punto per punto quali sono le cose che sono realmente realizzate dal duce, quali sono quelle di cui ha acquisito i meriti e quali gli sono state attribuite erroneamente. Fa una disamina dettagliata di quando le varie iniziative sono state fatte e da chi con dati verificabili e chicche interessanti di storia del nostro paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe sembrare di parte, e in effetti lo è, ma ogni affermazione viene esposta dando &#8220;<em>a Cesare quel che è di Cesare</em>&#8221; senza troppa retorica e con molti dati. Andrebbe letto da tutti perché racconta una parte di storia di cui, forse per pudicizia nazionale, si fa ancora fatica a parlare approfonditamente senza trovarsi incastrati in uno schieramento politico e nel tifo da stadio.<br>Dovrebbero leggerlo i detrattori di Mussolini ma anche i suoi fan accaniti per poter smentire o confermare le proprie opinioni con un libro che, pur se di storia, risulta facile da leggere. Troppo semplice conoscere la storia usando gli slogan che abbiamo sentito o letto, non è ripetendo mille volte che Mussolini ha creato le pensioni che Mussolini avrà creato le pensioni. Tuttavia, può essere interessante sapere per esempio che sebbene abbia fondato l&#8217;<strong>INFPS</strong> -Istituto Nazionale Fascista Della Previdenza Sociale-, l&#8217;attuale <strong>INPS</strong>, le pensioni sono nate nel 1895 durante il Governo Crispi quando Mussolini aveva dodici anni, e nel 1919 sono state imposte come obbligatorie a tutte le aziende durante il governo Orlando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Imparare come e perché certe affermazioni si sono radicate nell&#8217;immaginario, capire cosa realmente è accaduto e cosa no, è importante anche solo per poter essere intellettualmente onesti con sé stessi quando si vuole sostenere un&#8217;opinione. Qualunque essa sia.<br>In un periodo in cui certe idee pericolose tornano a farsi strada anche nella politica spicciola di aspiranti governanti è fondamentale anche per capire quando ci stanno prendendo in giro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La retorica dovrebbe essere sempre supportata dalla conoscenza storica, altrimenti il rischio è di raccontare baggianate o crederci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se sei a favore del Duce non proseguire con questo articolo.</p>



<span id="more-8083"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Se sei interessato, e se ti senti <strong>Antifascista</strong>, al momento in tutti i comuni italiani è in corso una raccolta di firme per una <strong>Legge di iniziativa popolare</strong> &#8220;Norme contro la propaganda e diffusione di messaggi inneggianti a fascismo e nazismo e la vendita e produzione di oggetti con simboli fascisti e nazisti&#8221;</p>





<p class="wp-block-paragraph">Maggiori informazioni sul sito <a href="https://anagrafeantifascista.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">anagrafe Nazionale Antifascista (anagrafeantifascista.it)</a> o sull&#8217;articolo di repubblica <a href="https://parma.repubblica.it/cronaca/2021/02/03/news/stop_alla_propaganda_fascista_parma_si_mobilita_per_la_legge_di_iniziativa_popolare-285832883/">Stop alla propaganda fascista: Parma si mobilita per la legge di iniziativa popolare</a><a href="https://parma.repubblica.it/cronaca/2021/02/03/news/stop_alla_propaganda_fascista_parma_si_mobilita_per_la_legge_di_iniziativa_popolare-285832883/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> (https://tinyurl.com/w4mxkrgw</a>), o su un qualsiasi motore di ricerca (<a href="https://bfy.tw/QLYw" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://bfy.tw/QLYw</a>) o sul sito del proprio comune, obbligato a esporre tale informazione come per ogni altra raccolta di firme per Legge Di Iniziativa Popolare. La raccolta durerà fino al 31 marzo 2021.</p>
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		<title>Armi, acciaio e malattie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Feb 2021 16:11:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Durante una discussione sull&#8217;immigrazione e sulle cause che hanno portato l&#8217;Europa a essere una zona ricca del mondo a discapito di altre zone meno ricche un amico mi ha consigliato di leggere questo libro: Armi Acciaio e Malattie, Breve storia degli ultimi tredicimila anni&#160;di Jared Diamond. Nella stesura del libro l&#8217;autore parte da una domanda [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Durante una discussione sull&#8217;immigrazione e sulle cause che hanno portato l&#8217;Europa a essere una zona ricca del mondo a discapito di altre zone meno ricche un amico mi ha consigliato di leggere questo libro: <em><strong>Armi Acciaio e Malattie</strong>, Breve storia degli ultimi tredicimila anni&nbsp;</em>di Jared Diamond.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella stesura del libro l&#8217;autore parte da una domanda che gli fece Yali, un abitante della Nuova Guinea. La domanda era &#8220;<em>Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?</em>&#8220;. Nel linguaggio di Yali il <em>Cargo</em>, è l&#8217;insieme delle tecnologie. Cosa di cui i guineani erano privi prima dell&#8217;arrivo dei coloni. Nel saggio l&#8217;autore cerca di rispondere a questa domanda e di spiegare perché gli europei siano partiti alla conquista degli altri popoli e siano riusciti nel loro intento e non sia avvenuto invece il contrario. Si spinge a riflettere su come mai un popolo come quello nativo americano, ricco di grandi guerrieri sia stato sconfitto dall&#8217;invasione di un popolo che aveva come grande vantaggio l&#8217;agricoltura. O perché un impero fiorente e unitario come quello medievale cinese sia finito per essere in un ruolo secondario rispetto a quello spezzettato in decine di nazioni proveniente dall&#8217;Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il saggio parte da una osservazione in particolare, l&#8217;autore osserva come i guineani&nbsp;nativi avessero pressoché tutti l&#8217;abilità di trovare tracce, riconoscere centinaia di piante ognuna per i propri effetti curativi, velenosi, nutritivi, conoscessero i comportamenti degli animali e cose che un cosiddetto <em>uomo civile</em> non avrebbe lontanamente modo di conoscere neppure dopo anni di studi universitari in biologia e zoologia, eppure non siano stati in grado di arrivare agli stessi risultati tecnologici.<br>Dipende da un&#8217;intelligenza biologicamente impressa nel DNA, dal caso o da fattori esterni non legati alla biologia dell&#8217;evoluzione umana? <br>L&#8217;uomo bianco è stato il grande vincitore perché implicitamente più intelligente o aggressivo o il fattore vincente è stato qualcos&#8217;altro? E cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho trovato questo saggio emozionante e divertente. Decisamente illuminante sulle cause che hanno permesso a dei popoli di prevalere e che hanno fatto soccombere la maggioranza. Ci insegna a capire quanto siamo fortunati e quanto in fondo abbiamo in comune con chi lo è stato meno di noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un libro che andrebbe letto per moltissimi motivi ma essenzialmente per capire meglio il mondo e i suoi equilibri.<br>Un libro che andrebbe consigliato a scuola.</p>
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		<title>Aquile Randagie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Oct 2019 14:15:48 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Sono tante le storie che andrebbero conosciute e raccontate, che hanno qualcosa da insegnare a tutti anche a distanza di ottant&#8217;anni. Molte servono anche a ricordarci chi siamo, da dove siamo venuti, dove dovremmo andare. A ricordarci perché facciamo quello che facciamo.<br>Una di queste è la storia delle <em>Aquile Randagie</em>, un piccolo gruppo di scout che dopo il decreto del duce che chiudeva tutte le associazioni giovanili continuarono nelle loro attività. <br>Giocare? Andare nei boschi a dormire nelle tende? No.<br>Lasciare il mondo migliore di come lo avevano trovato, formare buoni cittadini liberi. Presero posizione e si opposero al fascismo aiutando ebrei e perseguitati dal nazifascismo ad oltrepassare il confine svizzero salvando vite a costo delle proprie. Morire pur di aiutare il prossimo. <br>Nel loro essere rivoluzionariamente pacifici arrivarono a fine guerra a preservare le vite dei nazifascisti stessi perché venissero mandati a giusto processo piuttosto che lasciarli linciare dalla folla inferocita; insegnandoci ancora una volta cosa significa amare il nostro prossimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una storia rivoluzionaria che dovrebbe ricordarci come scout, ma anche come normali cittadini, perché sia necessario <em>essere sempre pronti</em>. Ci insegna perché quello che si impara nello scoutismo non è solo un gioco, saper leggere una cartina, sapersi orientare in montagna, saper costruire cose, saper comunicare in assenza della tecnologia e nel segreto non sono solamente <em>giochi educativi</em>, ma sono quello che ci permette di <em>essere pronti</em> a tutto, perché illudersi che la guerra, il male, tutto quello che è già accaduto non possa accadere nuovamente non solo è ingenuo ma è anche estremamente stupido. Fa abbassare la guardia. Ed è per questo che dovremmo sempre anche schierarci, manifestare, mostrare la nostra presenza invece di nicchiare e mantenere sempre una posizione <em>democristiana</em> di mezzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia delle aquile randagie dovrebbe insegnarci ogni giorno che cosa vuol dire impegnarsi per rendere il mondo migliore e non rimanere a guardare sperando che siano altri a farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questi giorni al cinema c&#8217;è un film che racconta questa storia. Un film fatto da scout, con budget da scout ma comunque un film di tutto rispetto. Emozionante, vero, vivo. Un film che dovrebbe avere spazio nei grandi cinema per raccontare a tutti un <em>antifascismo</em> vero, forte, reale e alla portata di chiunque. Se loro sono riusciti a fare quello che hanno fatto ognuno di noi è in grado di fare la propria parte. Non erano supereroi, non erano dei <em>Rambo</em>, non erano invincibili. Erano persone come noi, come ognuno di noi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sono molti i cinema in cui per ora viene mostrato, ma sembra che stia avendo il piccolo successo che potrebbe permettergli di essere ulteriormente proiettato.<br>Sul sito ufficiale <a href="https://www.aquilerandagiefilm.eu/ ">www.aquilerandagiefilm.eu</a> sono indicate le sale in cui è possibile vederlo. Non sono molte ma quasi in ogni città ce ne sono alcune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Andate a vederlo. Andate a conoscere una grande storia di umanità che ci insegna come ognuno possa contribuire a cambiare il mondo. A renderlo migliore. </p>



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		<title>Chi lotta contro i diritti dell&#8217;uomo e chi lotta per i diritti del pesce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Sep 2018 15:15:13 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Lo so. Alla domanda &#8220;<i>In che mondo vivranno i nostri figli?</i>&#8221; rispondo sempre &#8220;<i>Nello stesso in cui viviamo noi e in cui hanno vissuto i nostri genitori e i genitori dei nostri genitori e così via</i>&#8220;. Il mondo alla fine è sempre la stessa declinazione di bellezze e brutture. L&#8217;uomo si crede migliore di chi è venuto prima (e di chi verrà dopo) e ogni volta si meraviglia nello scoprire di essere invece peggiore. Di fatto cambiano le situazioni ma non i meccanismi di base. Cambiano i tempi ma non l&#8217;uomo.<br>Una domanda più pertinente per me sarebbe: &#8220;<i>Ma in che mondo stiamo vivendo noi?</i>&#8220;.<br>In questi giorni mi sono trovato ad affrontare un paradosso che come direbbe una mia cara amica, &#8220;<i>non mi ci sta in testa</i>&#8220;. Non trovo una definizione migliore. In poche ore mi sono trovato a leggere articoli di un gruppo parlamentare che lotta per diminuire i diritti dei cittadini (<a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/vita-famiglia-e-liberta-al-via-lintergruppo-parlamentare">https://goo.gl/L7PbCY</a>) e di una <i>attivista vegana</i> che lotta per i diritti dei pesci (<a href="https://www.vegolosi.it/news/la-cena-allacquario-di-genova-mangiando-pesce-davanti-ai-pesci/">https://goo.gl/Fqephw</a>) lamentandosi del fatto che all&#8217;acquario di Genova ci si mangi davanti. Come se un pesce riuscisse a distinguere cos&#8217;hai nel piatto. Come se la differenza tra un uomo e una mucca, entrambi mammiferi, fosse maggiore di quella tra uno delfino e un totano che sono rispettivamente un mammifero cetaceo e un cefalopode.<br>Siamo davvero in un mondo in cui nonostante la crisi economica, nonostante le guerre continue, nonostante esseri umani muoiano quotidianamente nella ricerca della libertà qualcuno si occupa di togliere altre libertà o di lamentarsi perché un delfino, che mangia pesce per definizione, potrebbe offendersi perché ti vede un totano nel piatto. Mi immagino già il totano che fa il tifo quando ti vede nel piatto un tonno o una ricciola, suoi principali predatori.<br>Qualcuno vuole decidere come finire la propria vita e ottiene la possibilità di farlo. Che male ti fa se tu non vuoi avere questa libertà? Qualcuno vuole riconosciuti i diritti di poter ereditare, avere informazioni mediche, condividere degli averi, costruire qualcosa con chi ama indipendentemente dal sesso e riesce ad ottenerlo. Che male ti fa se tu non vuoi farlo?</p>



<span id="more-5765"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Sembra che ognuno si senta in potere di scegliere di che cosa gli altri abbiano diritto, cosa sia giusto e cosa sia sbagliato per gli altri. L&#8217;<i>etero</i> di turno che dall&#8217;alto della propria conoscenza del mondo può sentenziare sulla vita del&nbsp;<i>ricchione</i> di turno. Il <i>benestante dalla vita perfetta</i> che dal suo divano sente di poter decidere per le scelte della <i>ragazza violentata in un vicolo</i>. Il <i>giovane&nbsp;bigotto</i>&nbsp;che si sente di poter decidere per <i>l&#8217;anziano malato ad un passo dalla morte</i>.&nbsp;<br>Nel frattempo in&nbsp;Aceh, Afghanistan, Algeria, Burundi, Colombia, Congo, Costa d&#8217;Avorio, Egitto, Eritrea, Etiopia, Filippine, Yemen, Israele, Palestina, Libia, Kashmir, Kurdistan, Nepal, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Siria, Somalia, Sudan, Uganda, Ucraina (Dati purtroppo aggiornati al 2016<br><a href="https://contropiano.org/documenti/2017/01/06/la-guerra-mondiale-corso-coinvolti-47-paesi-087675">https://goo.gl/u4F3hC</a> ) ci sono persone che muoiono per fame, bombe, diritti negati.&nbsp;<br><br><img data-recalc-dims="1" decoding="async" data-attachment-id="5768" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/guerre-nel-mondo/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?fit=1357%2C628&amp;ssl=1" data-orig-size="1357,628" data-comments-opened="1" data-image-title="Guerre nel mondo 2006" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?fit=1024%2C474&amp;ssl=1" class="wp-image-5768" style="width: 554px;" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?h=256&#038;ssl=1" alt=""  scale="0" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?w=1357&amp;ssl=1 1357w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=300%2C139&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=1024%2C474&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=768%2C355&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=640%2C296&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=100%2C46&amp;ssl=1 100w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=24%2C11&amp;ssl=1 24w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=36%2C17&amp;ssl=1 36w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2018/09/guerre-nel-mondo.png?resize=48%2C22&amp;ssl=1 48w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><br>Altro che&nbsp;<i>Repubblica fondata sul lavoro</i>,&nbsp;<i>diritto al lavoro</i>,&nbsp;<i>diritto all&#8217;autodeterminazione</i>. Loro non hanno diritto a mangiare, a bere, a respirare, a passeggiare, a ridere. Non hanno diritto a vivere. Non sono tonni che guardano umani mangiare totani. Non sono uomini frustrati e insoddisfatti che invidiano la libertà e l&#8217;apertura mentale di altri uomini.<br>E ciò nonostante, quando qualcuno proveniente di questi paesi arriva a chiederci aiuto siamo capaci di rifiutarlo, perché abbiamo paura che ci rubino il nostro di diritto al lavoro, il nostro diritto a sentirci migliori, i nostri diritti. Abbiamo paura che ci tolgano il diritto di stare a pensare quali diritti togliere agli <i>altri di noi</i>. Abbiamo paura che ci sveglino e ci facciano capire quanto sia stupido perdere tempo su queste cose. Abbiamo paura di accorgerci che stiamo a pensare a&nbsp;<i>froci</i>,&nbsp;<i>negri</i>, <i>peccatori che vogliono morire</i>,<i> assassine di feti</i>,&nbsp;solo perché non vogliamo guardare dentro di noi e renderci conto che siamo uguali alle persone che odiamo, siamo uguali a ciò che ci schifa. Siamo uguali.<br>Semplicemente siamo uguali a loro, a chi ci ha preceduto, a chi ci succederà. Siamo uguali ai nostri figli e ai nostri nonni. Siamo uguali a chi diceva <i>Heil Hitler</i>, siamo uguali ai&nbsp;<i>servi della gleba&nbsp;</i>e ai&nbsp;<i>patrizi</i>. Siamo uguali ai seguaci di&nbsp;<i>Malcom X</i> o di <i>Ghandi</i>. Siamo uguali ai <i>cavalieri medievali</i> e ai poveracci che al tempo prendevano la sifilide nei bordelli. Siamo uguali ai grandi viaggiatori eroici come&nbsp;<i>Cristoforo Colombo</i> che arrivò in America e agli europei che spazzarono via le popolazioni autoctone. Siamo uguali a <i>Neil Armstrong</i> che mise il primo piede sulla Luna e ai complottisti convinti che sulla Luna non ci siamo mai stati. Siamo uguali a <i>chi attraversa il Mediterraneo su un gommone</i> e a <i>chi vive sui monti e non ha mai visto il mare</i>. Siamo uguali a chi <i>prega ogni giorno il suo Dio</i> e a <i>chi violenta bambini nascondendosi dietro un ruolo</i>. Siamo uguali a <i>chi prega un dio diverso dal nostro</i> e a <i>chi crede che non esista nulla oltre la morte</i>. Siamo uguali a <i>un qualunque ladro o assassino</i> e siamo uguali alla <i>maestra delle elementari</i>.<br>Basterebbe capire questo. Capire che i miei diritti sono i tuoi. Che toglierne a te equivale a toglierne a me, o ai miei figli.&nbsp;<br>Basterebbe capire questo per rendersi conto di quanto siamo stupidi.<br>Ma non lo faremo, proprio come i nostri genitori, e i loro prima, e i loro prima ancora. E non lo faranno i nostri figli, e i figli dei nostri figli perché in sostanza la questione è sempre e solo che siamo tutti uguali.<br>Il paradosso sta tutto qui. Non nei totani e i delfini. Non nel sentirsi in diritto di togliere diritti.<br>Il paradosso sta nell&#8217;essere tutti uguali da 200.000 anni e non essere in grado di capirlo.</p>



<p class="has-small-font-size wp-block-paragraph">Immagine in evidenza:&nbsp;<i>Uguaglianza davanti alla morte Bouguereau &#8211; égalité devant la mort</i>&nbsp;di William-Adolphe Bouguereau (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Uguaglianza_davanti_alla_morte">https://goo.gl/K4qrdz</a>)</p>
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		<title>Fare l&#8217;amore con la scrittura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Aug 2017 10:17:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire.-Cesare Pavese- Ho sempre creato un legame nella mia mente tra la scrittura e altri tipi di piacere, in particolare l&#8217;orgasmo (ne ho già scritto). Nel [&#8230;]]]></description>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L&#8217;unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire.<br>-Cesare Pavese-</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Ho sempre creato un legame nella mia mente tra la scrittura e altri tipi di piacere, in particolare l&#8217;orgasmo (<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">ne ho già scritto</a>). Nel tempo ogni cosa evolve, cresce matura. Crescono tutte di pari passo con l&#8217;esperienza. Quando paragonavo il piacere della scrittura all&#8217;orgasmo non conoscevo a fondo nessuna delle due, erano le prime esperienze i primi momenti, le prime cose brevi ed intense. Fossero scritte o provate. Nella vita ci sono momenti in cui il desiderio più forte è quello di provare nuove cose, diverse l&#8217;una dall&#8217;altra, bruciare come lampi o fuochi fatui in una forma di bulimia compulsiva. Scrivevo cose brevi, racconti, poesie, frasi che oggi si definiscono <em>aforismi</em> ma che per me erano sunti di concetti che avrei voluto utilizzare più avanti. Giravo sempre con un Moleskine in tasca ed una penna. Appuntavo e godevo d&#8217;istante, distante dal mondo. Poi quelle rincorse gli impeti, i desideri si acquietano. Credo sia stata così una delle chiavi che hanno definito il mio smettere di scrivere, il mio perdere capacità di emozionarmi, di emozionare, di creare mondi, di vivere nel mondo reale.<br>Aridità.<br>Poi un giorno o l&#8217;altro si arriva ad uno di quei punti in cui si deve scegliere. Ho finito? Ho finito davvero o mi sono solo infilato nel vicolo sbagliato? Il muro che mi trovo di fronte è solamente l&#8217;ennesimo fallimento, il più grande, o c&#8217;è da qualche parte una strada che non ho percorso? Che ho lasciato indietro, qualcosa di intentato. Che cosa voglio davvero?<br>La gioia è quella di cominciare, sì, ma ambire ad un termine veloce è la cosa che uccide. Il bello è cominciare ogni giorno, interrogarsi e scegliere ogni giorno. Ogni istante può essere un inizio, anche sullo stesso progetto, nello stesso mondo, con la stessa persona. Scrivere un romanzo, rimetterci le mani dopo tanto tempo è come amare la stessa persona ancora ed ancora dopo tanto tempo. Non è più il piacere dell&#8217;orgasmo fine a se stesso, della prima volta. Diventa l&#8217;emozione profonda di conoscere dove mettere le mani, di conoscere dove lasciarsi trasportare e dove prendere le redini del discorso, dove provare ad esplorare nuovi orizzonti e dove invece siano già stati esplorati. Ogni singolo giorno, ogni singola parola, ogni singolo pensiero escono con una naturalezza che non sono quelle dei primi giorni, senza quella paura folle di sbagliare, ma con il desiderio di approfondire, di crescere, di avanzare. Non sei più tu a creare ma il tutto cresce con te e tu con il tutto. Bisogna scegliere di abbandonare strade, di riprenderne altre, di creare nuovi spazi e di chiuderne di vecchi, bisogna saper osare con la consapevolezza che si può sbagliare e tornare indietro e riprovare e crescere ancora. Arrivi a conoscere ogni personaggio, ogni situazione, ogni parte di quel corpo che stai toccando e a stupirti ogni volta di più di quanto invece tu non li conosca, di quanto tu non possa averne un reale controllo. Infine è quando hai il coraggio di lasciartene travolgere, di lasciare che sia tutto il resto a guidare le tue mani e non le tue mani a guidare tutto il resto che hai compreso il piacere. L&#8217;essere parte col mondo.<br>È quando trovi ciò che ti scatena questi pensieri, una storia, un&#8217;idea, una persona che è il momento di cominciare, di scegliere di cominciare quel romanzo. Non importa dove può portarti perché la vita è iniziare e percorrere una strada, per tutto il resto c&#8217;è tempo. Se non fosse questo tanto varrebbe morire.</p>
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		<title>La paura di fallire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Aug 2017 19:21:02 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Fallire. Il mondo è zeppo di paura di fallire, di provare a fare qualcosa e non arrivarci in fondo. Fallire in uno sport in cui non sei sicuro di eccellere, fallire provando ad imparare a suonare uno strumento musicale, fallire un esame all&#8217;università, fallire la scelta degli studi, fallire in un rapporto di coppia, fallire un colloquio di lavoro, fallire l&#8217;organizzazione di un viaggio ambizioso, fallire un&#8217;attività lavorativa, fallire nello scrivere un libro, fallire nel dichiarare il proprio affetto, fallire nel coltivare un fiore, fallire nel fare un dolce. Fallire.<br />
Fallire fa paura.<br />
Io l&#8217;ho fatto un milione di volte. L&#8217;ho fatto anche oggi. Anche ieri. Sono abbastanza sicuro che lo farò anche domani, ormai mi conosco abbastanza per conoscere dove andrò a schiantarmi miseramente, come mi sentirò, quale sarà il livello di sofferenza. Conosco abbastanza le mie debolezze da sapere che cosa aspettarmi.<br />
Pochi giorni fa ho raccontato una storia che ho vissuto da piccolo, una di quelle storie che sono la chiave di quello che sono diventato nel tempo, una di quelle storie che riesci ad elaborare solo anni dopo. Ero un bambino, non ricordo il contesto specifico ne perché fossimo lì e perché ma con la mia famiglia eravamo ad un maneggio. Ricordo il fascino terribile di vedere i cavalli saltare gli ostacoli, la maestria dei fantini, ricordo quanto ero affascinato dal vedere la muscolatura di quegli animali possenti cambiare forma sotto il pelo lucido. Dovevo avere un età in cui avevo già fatto dell&#8217;atletica leggera la mia vita, un altro fallimento anche l&#8217;atletica, perché pensavo al movimento dei muscoli nel mio corpo nella spinta della corsa. Non mi aiuta molto a ricordare la mia età perché la mia prima pista l&#8217;avevo affrontata a qualcosa come cinque anni. Finita quell&#8217;esibizione è stato forse mio padre a chiedere a qualcuno se potevamo salire su un cavallo, io desideravo con tutto me stesso toccarne uno. Mi sembrava quasi di avere la possibilità di toccare un animale mitologico. Mio padre mi ha sempre spinto nel provare nuove cose ma non ricordo se lui ci fosse salito quel giorno, ricordo che chiesero a me e mio fratello se volevamo salire ma io tentennai, ci salì mio fratello. Era bellissima l&#8217;idea di salire, era bellissima ma faceva terribilmente paura. Pensavo che non avevo neppure idea di come fosse toccare una di quelle bestie, e pensavo che avevo paura di cadere da lassù mentre mio fratello veniva portato avanti e indietro per qualche decina di metri con il sorriso spaventato e felice. Pensavo che a breve sarebbe toccato a me. Vidi i grandi aiutarlo a scendere e la paura continuava a prendermi. Ero come un cane legato ad una corda, voglioso di correre e lanciarmi frenato da una corda al collo. Pieno di energia positiva e di desiderio e frenato dalla paura dell&#8217;ignoto, del forse, del se. Del sé.<br />
<span id="more-4499"></span>Salì mia madre al mio posto e mi sentii tutto il mondo crollare, sentivo di aver sbagliato, fallito, deluso me stesso e chi mi stava attorno, mi vergognavo di avere paura e mi vergognavo anche di vergognarmi. E guardavo mia madre cercare di arrampicarsi su, perse l&#8217;equilibrio quasi subito spaventata da un movimento della bestia credo. E cadde. Non si era fatta nulla se non un po&#8217; di paura e poco dopo credo fu lei a cercare a convincermi a salire, che non c&#8217;era niente da avere paura. Avevo una seconda possibilità, nella vita reale le seconde possibilità non capitano quasi mai ma io ero un bimbo e non potevo saperlo ancora. Ancora mi ritrovai attaccato a quella catena al collo, era il momento in cui finalmente potevo trovare il coraggio e liberarmi e forse diventare un po&#8217; più uomo. Convinsi tutti che la caduta di mamma mi aveva spaventato. Che era quello il motivo per cui non volevo salire, provarono ancora a convincermi ma di fronte a quella argomentazione c&#8217;era ben poco da fare. Forse si sentirono anche in colpa per non avermi fatto salire per primo, in fondo ero il bambino più piccolo. Tornando in casa sentii un vuoto dentro. Come cadere all&#8217;indietro in un profondo pozzo dentro di me. Non avevo vissuto per paura di fallire. Avevo fallito per paura di fallire. Rimasi laggiù nel pozzo per diverso tempo, non saprei dire quanto.<br />
Negli anni ho vissuto altre volte questa esperienza, molte altre volte. Quasi a diventare un&#8217;abitudine, un pezzo di me. Trovarsi di fronte ad una scelta, ad un&#8217;azione da affrontare e rimanere lì, nel terrore di farlo davvero, nella paura di fallire, di sbagliare, di non essere adeguato, di cadere dal cavallo nel momento più bello. Sono arrivato a non fare nulla della mia vita. Immobile a guardarmi attorno, la schiena appoggiata a quel bastone a cui la catena è legata e a ruotare senza neppure più allontanarmi per la paura stessa di sentire al collo la pressione che mi avrebbe trattenuto. Infine sono arrivato a sedermi per terra, sempre con la schiena appoggiata a quel bastone, a guardare il mondo scorrere al di fuori di quel cerchio. Le persone facevano cose che io non osavo neppure pensare ed io nella mia inadeguatezza restavo lì ad osservarle. Distolsi lo sguardo verso la fine. Guardavo solo lo spazio tra i miei piedi, le mie scarpe da bambino, pur di non vedere il mondo vivere là fuori. Avevo trent&#8217;anni ormai.<br />
Vorrei dire che non ricordo cosa sia stato a far scattare la scintilla anche se lo so benissimo. Non conosco l&#8217;intera cronologia delle situazioni, dei pensieri, delle emozioni, dei fallimenti, ma ricordo diversi istanti e nel tempo la consapevolezza che a cambiare dovevo essere io. Che le belle parole dal di fuori del cerchio non servivano nulla. Ricordo anche qualcuno che in piedi accanto al palo, accanto a me, nel mio cerchio mi parlava nell&#8217;orecchio e mi diceva cose, mentre io guardavo ancora lo spazio tra i miei piedi.<br />
Ma di tutto questo c&#8217;è una singola cosa che ho trovato incontrovertibile: dei cavalli l&#8217;unico ricordo che avevo era la delusione di non essere riuscito a salirci, di aver fallito nel tentativo di trovare il coraggio. Niente altro. Per me i cavalli erano quello. Mi misi a pensare ad altre cose nella mia vita, cosa ricordavo di Francesca? Di non aver avuto il coraggio di affrontarla fino a quando era diventato troppo tardi. Cosa ricordavo della scelta del mio piano di studi? Che avevo scelto la cosa più sensata e non quella che mi emozionava. Che ricordo avevo del suonare la chitarra? Che avevo temuto di non riuscire mai a suonarla come sapevo suonare il sassofono. Mi guardai indietro e la mia vita era più piena di rimorsi e di &#8220;se avessi&#8221; che di emozioni reali. Così piena di occasioni perdute che il mio rimanere lì ad aspettare un&#8217;occasione aveva un&#8217;aspetto terribilmente grottesco e ridicolo. Quello è stato il giorno in cui ho iniziato a vivere. Troppo tardi? Forse. Se lo avessi fatto prima ora sarei sposato? Sarei uno scrittore? Sarei un fisico nucleare? Sarei un atleta? Un musicista? Un cavallerizzo? Non sarei ciò che sono ora. Non mi sarei alzato in piedi a guardare quel bastone su cui ero appoggiato e non avrei provato ad allontanarmene, non avrei provato a strappare quella catena, non starei scrivendo queste cose. Forse non avrei mai imparato cosa significa amare, gioire, soffrire, a stringere i denti e lottare, a rialzarmi dalle cadute. Che cosa invece non ricordo più? Le volte in cui ho provato e fallito. Fallisco quasi ogni giorno ma il fallimento lo posso archiviare come esperienza, ci posso stare male, posso soffrirci come un cane ma non rimanere quel cane alla catena incapace di liberarsi. Fallire è brutto, fa male, ma apre la porta a nuovi tentativi nuove esperienze, nuovi mondi. Un giorno quando sarà il momento di andarmene vorrei girarmi indietro e guardare e non avere rimpianti, non avere più &#8220;se avessi&#8221; e vedere invece un prato costellato dei fiori che sono le esperienze vissute, come rose rosse baluardi di chi e cosa sono stato. Con le loro spine, alcune di bellissimi colori cangianti altre appassite e secche ma ognuna vissuta. Di certo una, due, molte di loro saranno &#8220;quello che ho sempre cercato&#8221;, &#8220;quello che ho sempre desiderato&#8221;, &#8220;quella cosa che mi fa sentire completo&#8221;, &#8220;quello che mi fa sentire realizzato&#8221;, altre &#8220;quello che speravo&#8221;, &#8220;quello che credevo&#8221;, &#8220;quello che sarebbe stato bello funzionasse&#8221;, ma nessuna mai &#8220;Quello che avrei voluto provare&#8221;, &#8220;quello che chissà come sarebbe andata se&#8230;&#8221;</p>
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		<title>Sulle persone che amano la montagna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jun 2017 16:37:25 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono tre sport che amo in questo periodo. Ne ho fatti molti, più di quanti potrei ricordarmi cercando di fare un elenco in questo momento, non sono mai stato un patito di nessuno di questi, forse dell&#8217;atletica leggera a suo tempo. Gli sport che amo in questo periodo sono nell&#8217;ordine il running, la subacquea e il trekking. Ognuno ha il suo perché nell&#8217;economia della mia vita, ognuno ha il suo ruolo specifico.<br />
Il running lo vivo come espressione massima di solitudine. Lo vivo così un po&#8217; perché non sopporto molto di dover andare al ritmo di qualcun&#8217;altro che sia più o meno veloce di me. E non sopporto molto l&#8217;idea di costringere qualcun&#8217;altro al mio ritmo. Facendo running ho modo di pensare, di ragionare, di estraniarmi dalla realtà e osservando solo quei due metri che separano me dai prossimi tre passi lasciare fluire il tempo. Correndo il mio cervello si svuota abbastanza da poter pescare in quel mare enorme delle idee sconnesse. Se non corressi forse non sarei in grado di scrivere, se non scrivessi forse non sarei in grado di vivere. Da qualche ho parte ho letto che molti scrittori corrono, o almeno camminano molto, Murakami e King ne decantano i benefici, qualcuno dice che sia anche l&#8217;unico modo per rigenerare cellule del cervello. Onestamente credo sia una <span id="more-4461"></span>leggenda metropolitana ma mi piace pensare che sia così. A volte ci si chiede dove prendere le idee, se ci sia un luogo magnifico dove trovarle, per me sono lì. Quando corro o, ne parlerò credo più avanti, quando cammino. Le idee sono infinite, milioni e sono tutte banali. La cosa che le rende speciali, non sono le idee stesse ma le connessioni. Camminando e correndo dal mio punto di vista si creano le connessioni. Un bambino con poteri sovrannaturali è qualcosa di interessante? Un padre alcolizzato è qualcosa di interessante? Un albergo deserto è qualcosa di interessante? Sì. Ma banali. Estremamente banali e usate. Lo sono tutte e nessuna di queste è una storia. Un bambino con poteri sovrannaturali rinchiuso con un padre alcolizzato in un albergo isolato invece è <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Shining_(romanzo)"><em>Shining</em></a> e il resto è sotto gli occhi di tutti. Correndo ho qualcosa da fare per costringere la mia mente a non pensare al lavoro, alla bella ragazza che mi gira per la testa, all&#8217;organizzazione di complicate esistenze reali. La mia mente è libera di connettere cose. Non ci sono connessioni ad ogni corsa, non connessioni importanti almeno. Ma pian piano si accumulano concetti, linee, disegni, progetti, mondi, universi. E si infilano in cassetti che poi nel tempo si connetteranno a loro volta. Non voglio essere disturbato in questo processo. Correndo in città le persone che ti passano accanto sono concentrate, non so se sia perché connettono come me le proprie idee o perché in città sono tutti più stronzi. Ma nessuno ti saluta. Nessuno alza lo sguardo. Se lo fai tu ti guardano male.<br />
Il secondo sport è la subacquea. La subacquea è una dimensione a parte. La massima essenza di <em>siamo persone distinte ma senza l&#8217;altro potremmo morire</em>. Fiducia. La cosa più importante è fidarsi del proprio compagno, fidarsi ciecamente. Non del gruppo ma del compagno. Si impara che senza parlare, senza altro che gesti bisogna capirsi, aiutarsi, salvarsi se necessario. Bisogna aspettarsi, seguire il ritmo dell&#8217;altro, dettare il ritmo, guardarsi attorno e godersi il mondo sempre con un occhio all&#8217;altro. Se scompare sei fottuto anche tu. Quando questo lo amplifichi con il freddo e la scarsa visibilità del lago tutto si amplifica. Là sotto è un altro mondo. Altre connessioni ancora, là sotto il mondo è lento. Ti rendi conto che quando pensi di fare qualcosa il tuo corpo risponde dopo un tempo che  ti   pare   infinito    e    questo        ti           permette                         di                                analizzare                           lentamente     quello                   che                                     si                             connette                              dentro                         la                                        tua                                                                          testa.<br />
Lo capisci quasi solo una volta fuori, quando i processi biologici riprendono il corso normale, quando l&#8217;azoto si allontana dalle sinapsi del tuo cervello. Là sotto qualcosa si è connesso. Si connette anche in qualche modo l&#8217;anima con quella della persona a cui devi la vita, che ti deve la vita quando qualcosa va storto. E qualcosa una volta o l&#8217;altra va sempre storta. &#8220;I subacquei con molte immersioni sono persone molto fortunate&#8221; dice il mio di compagno. Ma nessuno di voi puoi comprenderne a fondo l&#8217;ironia senza essere stato la sotto per molte immersioni. I subacquei, le persone che si incontrano prima delle immersioni o dopo sono persone socievoli. Non succede mai, e dico mai, che un subacqueo ne incontri un altro senza socializzare. Per questo molti hanno un apposito adesivo sull&#8217;auto. Ci si ferma a chiacchierare, a chiedersi come è la visibilità, la temperatura, ci si chiede dove si va a mangiare dopo. Perché là sotto l&#8217;ossigeno dell&#8217;aria in pressione ti costringe a consumare molte energie, e quando sali hai una fame boia. Lo sanno tutti quelli che sono andati giù, e così tutti sanno che se ci sono dei subacquei quelli sanno dove andare a mangiare bene dopo l&#8217;immersione. I subacquei snobbano però. C&#8217;è una sorta di gara a chi ha <em>l&#8217;attrezzatura più lunga</em>. Uno che scende col <em>bibo</em> considera sfigato uno che scende col <em>mono</em>, un <em>DIR</em> considera scarso un non <em>DIR</em>. Lo si sa, non serve dirselo. Squadrano la tua attrezzatura e sanno la tua esperienza tecnica. O suppongono di saperla quantomeno. Però a mangiare e a bere una birra ci si va tutti assieme, scarsi, bravi, egocentrici e timidi. Non c&#8217;è niente di più buono del cibo dopo un&#8217;immersione. Ad eccezione del cibo dopo il trekking ovviamente.<br />
L&#8217;ultimo sport è il trekking. Credo sia sia compreso però che in questa classifica ho tenuto per ultimo quello che amo di più. Il trekking è la summa di entrambi i lati positivi di corsa e subacquea, con qualcosa in più. La cosa che amo di più del trekking è senza dubbio ciò che ho già detto. Lo spazio, il tempo, lo spaziotempo nella mia testa. Le connessioni che si creano dentro la mia testa. Ma qui le connessioni si creano anche con le altre teste. Camminare con qualcuno significa attendersi. Significa affrontare un mondo difficile assieme, significa parlare, raccontarsi, essere a nudo. Significa dimostrare all&#8217;altro cosa si è davvero perché se si fa trekking davvero prima o poi la difficoltà arriva e da quella esce il carattere, esce se sei uno sbruffoncello pieno di sé o se la tua esperienza è reale, e quando esce questo o va tutto bene, o va tutto male. Forse la cosa più bella del trekking in montagna sono le difficoltà perché creano connessioni tra le persone e sono le persone quelle che hanno dentro le storie, le vite, le espressioni, i caratteri. Perché tutto alla fine si riassume nella realtà, anche la finzione. Nel trekking tocchi la realtà delle persone, che non è quella che vedi nell&#8217;ambiente lavorativo, al cinema, ad una conferenza, ad una festa. Lì le persone sono nude. Le connessioni si alimentano, la vita si alimenta, l&#8217;amore si alimenta, il tutto si alimenta. Anche tu. Gli gnocchi di malga non sono niente male cazzo. E una fetta di soppressa spessa in un panino sfarinato con un bicchiere di vino mangiato lassù ha un sapore che neppure i subacquei hanno mai sentito. E poi ci sono le persone. La montagna a mio avviso va vissuta nei gruppi piccoli guardandosi attorno per ingrandirli. Le persone in montagna si salutano quasi tutte. Capisci se uno va in montagna spesso perché ti saluta, non perché ha gli scarponi della <em>Sportiva</em> o le scarpe della <em>Scarpa</em>. Poi eh&#8230; se va con le <em>All Stars</em> una domanda te la devi fare lo stesso ovviamente ma senza senso di superiorità, probabilmente tra qualche uscita le <em>All Stars</em> saranno distrutte, i piedi pure e quella persona saluterà la gente con le sue nuove calzature adatte, chissenefrega quanto costose. La gente lassù si saluta, la gente lassù se ti vede zoppicare o stramazzare al suolo ti raccoglie, si siede accanto a te e ti chiede come va. Ti cede l&#8217;ultimo sorso di acqua. Per me se sei stato in montagna con me, se abbiamo faticato, se ci siamo spogliati del mondo per arrivare ad una meta sei un&#8217;amico e questo non lo toglierà mai nessuno. Se poi mi hai dato un pezzo del tuo panino col salame allora siamo fratelli. Cioè non troppo letteralmente, se sei una ragazza potresti interessarmi comunque eh? Dammelo lo stesso un pezzetto di panino col salame. Se ti avanza. Io ti darò il mio.<br />
Lassù si stringono rapporti che quaggiù non puoi immaginare. Infine tra tutte queste persone quelle che considero le migliori, quelle con cui condividerei davvero il mio mondo sono quelle che una volta scese dalla montagna salutano ancora le persone. Che quando vanno a correre non si arrendono e salutano anche quelli dallo sguardo basso che li guarderanno male, che chissenefrega se non ti piacciono le cose che piacciono a loro e se non vieni in montagna con loro perché sei una persona bellissima da scoprire lo stesso, perché non si sentono ne superiori ne inferiori a nessuno.<br />
Ecco. Queste sono le persone che amo.</p>
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		<title>La mia prima volta (L&#8217;anima)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Apr 2017 13:34:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#60;- La mia prima volta &#60;- La mia prima volta (La vita) Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta/">&lt;- La mia prima volta</a><br />
<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-seconda-versione/">&lt;- La mia prima volta (La vita)</a></p>
<p>Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell&#8217;aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.<br />
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l&#8217;atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell&#8217;atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l&#8217;atto non era presente.<span id="more-4321"></span> Le scrissi la mia prima poesia a scuola, durante l&#8217;ora di inglese. Non ricordo le parole e mi chiedo se ci siano ancora nel suo diario di allora, se abbia ancora il diario di allora. Come in ogni prima volta però ricordo le emozioni provate. Non scrivevo realmente a lei, ma a quel riccio che ricordo ancora perfettamente più di quanto ricordi il suo viso, scrissi a me stesso mentre parlavo di quel riccio. Non partii con una classica ode a una donna ma con una specie di ode a dei capelli. D&#8217;altronde non conoscevo altro di lei.<br />
Ricordo tutto il riempirsi dentro come di una bolla che si gonfia, come un liquido che sale dal basso fino ad allargarmi il torace, a silenziarmi la gola, ad entrarmi in testa e spingere forte. Le persone che mi stanno accanto l&#8217;hanno spesso interpretato come se volessi isolarmi ed entrassi in una forma tra autismo e depressione, ognuno ha sempre avuto il proprio modo di interpretarmi in quello stato ma per me è solamente parte del processo. Della mia dipendenza se vogliamo. Una delle tante dipendenze. Ricordo perfettamente la sensazione di estraneazione, di stacco dal mondo, di isolamento non tanto dagli altri quanto da me stesso. Il desiderio che spinge, un desiderio che non avevo idea di da dove venisse né cosa desiderasse né dove e come sfogarlo. Presi in mano la penna, una stilografica blu in plastica gialla tutta mangiucchiata e scrissi a quel riccio, che poi quello che scrivevo arrivasse a Chiara era un fattore secondario. Scrissi di getto ma non so cosa scrissi. Alla fine il mio corpo, la mia anima, la mia mente parvero svuotati. Tutto quel liquido accumulato dentro che schiacciava e premeva su ogni mio organo, pensiero, su ogni parte di ciò che ero allontanandomi da me stesso ed ovattando tutto, era scomparso. Era scomparso con una forma di piacere quasi fisico che avrei imparato più tardi ad assimilare all&#8217;orgasmo. Seppure non fosse la prima volta che usassi la vena creativa per scrivere questa fu <em>la mia prima volta</em>, quella in cui ne compresi il potere terapeutico. Pensai che sarebbe stata comunque l&#8217;ultima. Cosa mai avrebbe potuto nuovamente scatenarmi una simile sensazione? E cosa avrei potuto scrivere di altrettanto forte? E poi queste cose belle a forza di ripetersi perdono forza, perdono valore ed infine si abbandonano, no?<br />
Ne scrissi altre due o tre credo, sempre al ricciolo di Chiara, consegnandole a Chiara perché il ricciolo potesse leggerle mentre le leggeva lei. Credo di averci fatto una passeggiata e ballato un lento e niente altro. Le promisi che un giorno le avrei fatto capire che per me non era solo un gioco, che non l&#8217;avrei dimenticata, e in qualche modo sto mantenendo la promessa anche ora anche se probabilmente non lo saprà mai. Anche se la promessa non era fatta a lei. Ho scritto molto anche sull&#8217;incavatura della sua schiena che ho toccato ballando quell&#8217;unico lento, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ElkqPNvMj6w">Independent Love Song di Scarlet</a>. Ma questo accadde più di quindici anni dopo e ha più a che vedere con il mio modo di scrivere e di pescare nei ricordi che con lei. Come tutto il resto d&#8217;altronde.<br />
Scrissi dell&#8217;altro nell&#8217;anno successivo e probabilmente quello dopo ancora. Mi ero illuso che quella sensazione potesse tornare e mi convinsi che il problema fosse non tanto nello scrivere quanto nell&#8217;amare. Non ero in grado di provare quello che avevo provato per lei. Per il ricciolo praticamente. Fu quando incontrai il mio primo amore, amore vero, che mi accorsi che il mio scrivere aveva poco a che fare con il mio amare gli umani e che quando mi chiese &#8220;Ti è piaciuto?&#8221; risposi &#8220;Sì, è quasi come scrivere.&#8221;<br />
Avevo ripreso a farlo da poco. I cambi, le rivoluzioni, le stranezze dell&#8217;adolescenza e degli ormoni stavano facendomi impazzire, ero un adolescente atipico in un mondo tipizzato, dovevo essere ciò che ero mascherandomi da metallaro, o da bravo ragazzo, o da musicista jazz, o da latin lover, o da timidino. Ero già consapevole di chi volevo essere ma la società non era in grado di accettare che lo fossi quindi dovevo raccontarmi a me stesso per avere la mia direzione. Scrivevo. Scrivevo sopratutto a me stesso. Scrivevo rinchiuso nella mia stanza. Quando tutto si riempiva di quel liquido soffocante che mi obbligava a farlo lo facevo e ogni volta mi dava piacere uscendo da me attraverso la penna. Ero praticamente rinchiuso in me, tra me, con me, all&#8217;interno di me. Iniziai a portarmi dietro un Moleskine, non perché lo avessero fatto Oscar Wilde o Ernest Hemingway ma semplicemente perché era comodo. Potevo scriverci per diminuire il liquido dentro e arrivare fino al momento in cui avrei potuto isolarmi e buttarlo fuori del tutto. Scrivevo sull&#8217;autobus, per strada, nei locali davanti ad una birra, nelle pause durante gli allenamenti. Scrivevo. Scrivevo delle cose che può scrivere un adolescente e di qualche altra. Non pensavo sarebbe durato a lungo. Finii di scrivere il mio primo libro nel giro di pochi mesi, era una raccolta di poesie, o quantomeno di pensieri. Aveva un inizio, uno svolgimento ed una conclusione come un romanzo, una storia organica e precisa di crescita. Pensavo non avrei mai più scritto altro. Conoscevo Rimbaud e mi piaceva l&#8217;idea di chiudere con la scrittura come aveva fatto lui, il <em>poeta dell&#8217;adolescenza</em>. Avevo scartato moltissime poesie che ritenevo buone, alcune ottime. Poesie sulla morte, sul senso della vita, sulle contraddizioni del mondo, poesie troppo sperimentali ma interessanti. Fu in quei giorni che tirai fuori dall&#8217;armadio il cappotto di pelle che avevo messo via la stagione precedente, infilandoci una mano in tasca ne trovai una pallina di carta. La aprii e dentro vi trovai scritto &#8220;Rievocazione dei sensi&#8221;, lo avevo scritto quasi un anno prima in una sera in cui avevo voglia di isolarmi dal mondo. I miei amici avevano preso l&#8217;autobus ed erano in centro ad aspettarmi, io avevo deciso di perdere l&#8217;autobus e di farmela a piedi anche se in venti minuti sarebbe arrivato il successivo. Attorno c&#8217;era nebbia, probabilmente era un novembre o un marzo, un giorno di mezza stagione. Camminavo come ho sempre amato fare nelle parti vietate della zona merci della stazione dei treni. Mi era venuta in mente solo quella frase, avevo una penna, un foglietto ma non il Moleskine. L&#8217;avevo scritta e messa in tasca. Poi tra una cosa e l&#8217;altra avevo finito per appallottolarla e ritrovarla mesi dopo. Fu una frase profetica e una rivelazione. Iniziò a prendere corpo quello che sarebbe stato il mio secondo libro iniziato, anche se ci misi anni a terminarlo, e fu probabilmente il mio quarto finito. Iniziò a prendere corpo <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, tra giochi e sperimentazioni e temi alternativi. Senza fretta. Senza volerlo realmente terminare era il coperchio sotto cui poteva stare molto del materiale che avevo scartato in precedenza. Ero convinto non lo avrei mai terminato, e avrei smesso preso di scrivere come Rimbaud, ma ero lontano dai diciannove anni.<br />
Il secondo libro lo scrissi di botto, in poche settimane dopo aver chiuso con il primo amore ed averne incontrato un&#8217;altro fuggevole ma estremamente provante dal punto di vista personale. Una persona più strana di me, più complicata di me, più estrema di me con cui confrontarsi e chiedermi chi fossi fino al nostro esplodere in una favilla luminosa. Cominciavo a pensare che forse dopo tutto avrei potuto continuare a scrivere un altro po&#8217;. Ma presi una pausa. Così, perché amo contraddirmi.<br />
Sembrava non esserci più nulla da scrivere, si era esaurito il filone e forse mi andava bene così. Scrissi un po&#8217; usando la tecnica e non la passione, scrissi altri pezzi di <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em> fino quasi a completarlo riempiendolo di esperimenti, giochi di parole, tecnica talvolta fredda. Poi come per ogni droga, per ogni dipendenza, per ogni fuga incontrai qualcuno che mi diede una scossa, che mi lanciò nel baratro o me ne estrasse. Che mi fece capire cos&#8217;è la dipendenza. Che mi fece capire cos&#8217;è la depressione. Che mi fece capire cos&#8217;è la vita. La prima volta che capii come sarebbe andata a finire fu sul suo letto quando iniziò a leggermi Prevert. Non avevo mai letto Prevert. Parlammo ore di poesia, giorni, mesi. Mi accorsi di come le sperimentazioni che avessi provato non fossero davvero così inutili, leggendole lei mi mise in mano Pessoa. Non avevo mai letto Pessoa e fu una rivoluzione. Ricordai come all&#8217;inizio la spinta fossero le poesie di Edgar Poe ma capii come ambissi involontariamente, pur non conoscendolo a Pessoa. Ne lessi la prosa e capii che come il mondo fosse più ampio. Fu lei che mi portò a terminare <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, a spingermi fino a farmelo pubblicare. Oggi lo rileggo e nel suo piccolo lo trovo ancora rivoluzionario. Trovo che sia ancora la cosa più bella che io sia mai riuscito a creare. Può non piacere, è ovvio, ma la portata che ha per me, la profeticità dei contenuti per me sono come se il me giovane avesse scritto al me di oggi cose che potrà capire solo il me di domani. Di tutta la mia produzione è stato fino ad oggi l&#8217;apice. Scrissi in quel tempo anche un&#8217;altra raccolta di poesie, ed un&#8217;altra ancora. Dalla prima all&#8217;ultima, ad eccezione del solito <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, che prometto non nominerò più, sono stati un percorso collegato, da una fine all&#8217;inizio successivo, da una fine al successivo ed ancora. Ne scrissi cinque con pause più o meno lunghe. Il cammino di un adolescente che cercava di crescere, di superare le paure, di lanciarsi da una rupe convinto di poter volare, di cadere ed infine di riprendersi. Arrivai a schifarmi di quello che scrivevo. A non voler più quella fuga, avrei voluto qualcosa di più, di più forte. Ero dipendente ma l&#8217;assuefazione aveva fatto il suo corso dopo più di seicento pezzi scritti e catalogati. Qualunque cosa provassi a scrivere mi risultava vuota, già scritta, già vista, inutile. Cominciai a cercare emozioni di altro genere. Di molti altri generi. E poi ancora una volta incontrai l&#8217;amore. Un amore strano e complicato seppure semplice. All&#8217;epoca avevo spostato il mio scrivere alla creazione di questo blog. Ci scrivevo già da qualche anno a dire il vero e scriverlo era stato probabilmente il motore per far nascere questo nuovo amore che quietò apparentemente il mio bisogno. Si spense il blog, si spense tutto. Fu <a href="https://www.staipa.it/blog/perche-ho-smesso-di-scrivere/">il motivo per cui smisi di scrivere</a>. Nel bene e nel male.<br />
Scrivere aveva preso a farmi schifo. Se provavo a scrivere e mi leggevo mi sentivo come un alcolizzato che si renda conto di essersi ubriacato contro il proprio volere l&#8217;ennesima volta. E tutto ciò che scrivevo mi dava il voltastomaco, era inutile, ripetitivo, vuoto. Il liquido che mi si formava dentro era stagnante e puzzolente. Si formava ma liberarlo dava prevalentemente olezzo. Ogni tanto pensavo a quel ricciolo di tanti anni prima, e mi dicevo che forse avevo finalmente raggiunto i diciannove anni di Rimbaud. Ne avevo trenta, ma era uguale. Non provavo più l&#8217;orgasmo dello scrivere ma sentivo ogni istante me stesso pieno di quel liquido che mi estraniava da me e dal mondo ma ero incapace di svuotarmene, privo del desiderio di svuotarmene. Mi stavo allontanando da tutto. Anestetizzato, arido, lontano. Poi l&#8217;amore finì, come era naturale che fosse, e con esso in qualche modo l&#8217;embargo che mi ero imposto. Non che fosse merito della fine dell&#8217;amore ma semplicemente fu un cambiamento abbastanza importante da impormi di riprendere in mano le cose.<br />
Provai a scrivere nuovamente in poesia schifandomi ancora come sempre e allora decisi di scrivere un romanzo. Avevo scritto racconti negli anni, avevo provato a scrivere racconti lunghi ma non mi era mai riuscito di superare poche pagine. Decisi di scrivere un romanzo su di me, per me, da tenere per me. Una forma di auto analisi. Lo scrissi in pochi mesi, era breve e non saprei dire neppure quanto bene fosse scritto ma dopo essere stato mesi a scrivere rinchiuso in casa avevo ritrovato me stesso. Il desiderio, la voglia di buttare fuori tutto, il contatto con il mondo e la realtà. Ed avevo goduto un universo intero. L&#8217;anestesia non era terminata però. L&#8217;aridità. Il distacco dal mondo. L&#8217;incapacità di provare emozioni positive o negative che fossero. L&#8217;apatia. Trovai il modo di emulare le emozioni, di viverle apparentemente, di simularle, di stimolare i ricordi per indurle. Era scriverle, scriverne. Per evocarle, per esorcizzarle, per vivere. Non molto diverso da alcune droghe o dell&#8217;autolesionismo era diventato il mio modo di <em>provare qualcosa</em>, qualunque cosa fosse pur di sentire di essere in vita.<br />
Quello è stato il momento in cui il blog è rinato con <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/dodici-gradi/"><em>dodici gradi</em></a> e con gli altri <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/"><em>racconti</em></a> che da allora mi accompagnano e hanno sostituito le sensazioni di cui un tempo avevo bisogno continuando ad alimentare la mia dipendenza e svuotare il mio dentro dal liquido che lo invade. Ho scritto un altro libro, di racconti da allora o meglio due libri concentrici. Il titolo del progetto nella mia testa era <em>Anestesia</em> ma sarebbe stato stupido fosse il titolo reale perché era costruito esattamente sul percorso e le sensazioni consce ed inconsce di un&#8217;anestesia totale, e dell&#8217;anestesia che stavo provando. Avrei rovinato al lettore (me stesso) il viaggio. Poi come sempre è quando hai bisogno di <em>qualcosa di più forte</em> che incontri qualcuno in grado di dartene. Ho incontrato la persona più importante degli ultimi anni per la mia dipendenza. Mi ha preso per mano e guardato negli occhi dicendo solo <em>io credo in te</em>. Se un giorno i frutti di quello che ho fatto in questi anni si vedranno il merito sarà più suo che di tutta la fatica fatta -che poi non è fatica- in questi anni. Mi ha guardato negli occhi mentre il liquido mi riempiva e isolava dal mondo e mi ha infilato nella pancia un coltello per aprire una breccia e farlo uscire. Il piacere che ne ho ricevuto, in ogni senso, in ogni modo è stato il più sconfinato e dura ancora ogni giorno anche se non ci credo. Ed ancora ogni volta mi sembra l&#8217;ultima. Costringendomi ad iscrivermi alla <a href="https://www.scuolapalomar.it/">scuola palomar</a> che avevo scoperto per caso mi ha messo davanti al fatto che era il momento di provare davvero a seguire un sogno. Ho scritto il mio primo romanzo completo, completo di ogni punto fondamentale. Migliorabile, sicuramente, ma ho superato il mio limite di non riuscire a scrivere più di un racconto lungo. Quel che ne sarà è da vedersi ma oggi scrivo ancora, mi riempio di quel liquido dal mondo e lo butto fuori. Scrivo su questo blog o altrove ed ogni singola volta mi sembra l&#8217;ultima. O la prima. Guardo ciò che ho scritto e mi chiedo come farà a venirmi in mente qualcosa di nuovo fino alla volta successiva ed ancora ed ancora ed ancora ed ancora. Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine, ma scrivo ancora ed è ancora tra tutte l&#8217;emozione più grande, il piacere più forte.<br />
Creare mondi. O raccontare mondi che esistono davvero ma altrove, in luoghi che gli altri  non possono visitare ma tu sì.<br />
Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine.<br />
Non importa.</p>
<ul>
<li><strong>Post Scriptum: </strong>Solo dopo aver scritto tutto questo il caso mi ha portato ad un&#8217;intervista dello scrittore che stimo di più e che ha segnato maggiormente la mia fantasia. Cercavo su internet &#8220;Dipendenza da scrittura&#8221; per trovare un&#8217;immagine interessante da allegare e come a volte capita è piovuto qualcosa.<br />
<blockquote><p><em><em><em><em><br />
Mi ricordo quando ero uno studente che scriveva storie e romanzi, alcuni dei quali furono poi pubblicati, altri no. Era come se la mia testa stesse per esplodere, talmente tante cose volevo scrivere in una volta. Avevo un sacco di idee, tutte intasate. Come se avessero bisogno di chiedere il permesso per uscire. <strong>C’era questa falda acquifera sotterranea di storie che volevo raccontare e dovevo solo conficcarvi una tubatura per far sì che tutto fiottasse fuori.</strong></em></em></em></em></p>
<p><em><em>I can remember as a college student writing stories and novels, some of which ended up getting published and some that didn&#8217;t. It was like my head was going to burst – there were so many things I wanted to write all at once. I had so many ideas, jammed up. It was like they just needed permission to come out. <strong>I had this huge aquifer underneath of stories that I wanted to tell and I stuck a pipe down in there and everything just gushed out. </strong></em></em></p>
<p><a href="https://www.rollingstone.com/culture/culture-features/stephen-king-the-rolling-stone-interview-191529/">Stephen King in un intervista a Rolling Stone</a>.</p></blockquote>
</li>
</ul>
<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-quarta-versione/">La mia prima volta (Il sangue) -&gt;</a></p>
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		<title>Come funziona questo blog</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Mar 2017 12:42:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Negli ultimi mesi ho notato con piacere un notevole aumento degli accessi a questo sito, probabilmente complice alcuni articoli che vengono quotidianamente visitati da nuovi utenti (vedesi a sinistra li &#8220;Articoli più letti in assoluto&#8221;), il mio cambio di rotta nella scrittura o lo scriverci più spesso, o tutte queste messe assieme. Ti ringrazio. Ringrazio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi mesi ho notato con piacere un notevole aumento degli accessi a questo sito, probabilmente complice alcuni articoli che vengono quotidianamente visitati da nuovi utenti (vedesi a sinistra li &#8220;Articoli più letti in assoluto&#8221;), il mio cambio di rotta nella scrittura o lo scriverci più spesso, o tutte queste messe assieme.<br />
Ti ringrazio.<br />
Ringrazio te che stai leggendo ora, e ancora di più se sei uno di quelli che tornano spesso.<br />
Colgo l&#8217;occasione però di fare chiarezza, come ho già fatto in passato, su come questo blog ed il mio modo di scrivere funzioni, è un discorso che faccio più per le persone che tra quelle che mi seguono mi conoscono direttamente che per gli altri, ma probabilmente può essere interessante anche per questi.<br />
In ogni articolo, ad eccezione probabilmente di quelli palesemente politici sull&#8217;attualità, c&#8217;è finzione e realtà, pensieri reali e di personaggi, ma soprattutto finzione. Si tratta di esercizi di stile, prove di scrittura talvolta estremamente realistica talvolta irrealistica ma pur sempre esercizi di stile. Apprezzo molto quando qualcuno si preoccupa di quello che scrivo e mi chiede se stia succedendo qualcosa di <em>terribile</em>, lo apprezzo perché <span id="more-4257"></span>evidentemente quel pezzo, quella <em>finzione</em> è stato particolarmente efficace, ma non è qui che confiderei la realtà della mia vita. Certo parte di quello che scrivo è influenzato, mescolato, pervaso dalla mia vita, dai fatti che mi accadono ma è davvero difficile da fuori distinguere e discernere le parti ispirate alla realtà e le costruzioni sovrastanti di fantasia e fiction. Certamente se scrivo un pezzo sulla morte è tratto da un&#8217;ispirazione reale ma è davvero difficile per te che leggi distinguere se sia morto qualcuno nella mia vita o se abbia ascoltato &#8220;Mandaci una cartolina&#8221; di Carmen Consoli o se abbia visto un servizio al telegiornale. In questi anni ho dato accesso a questo mondo solo ad una persona che ha avuto modo di starmi vicino abbastanza da capirne il meccanismo, da distinguerlo nel tempo fino a darmi la definizione che adoro di più e che uso più spesso di me. Diceva che io prendo le cose che mi accadono, quelle che leggo, quelle che vedo le butto tutte in un cappello, mescolo e poi ne tiro fuori una storia tutta nuova, che non è una ne l&#8217;altra cosa. Un&#8217;altro motivo per non fare relazioni tra la mia vita e quanto scrivo è il fatto che ormai da diversi mesi gli articoli appaiono sul sito &#8220;in ritardo&#8221;. Generalmente pubblico articoli che ho scritto almeno una settimana se non due prima, quando gli eventuali riferimenti sono ormai lontani, lo faccio per una maggiore qualità e perché mi capita di scrivere anche tre articoli in un giorno e pubblicarli contemporaneamente non aiuterebbe a seguire il blog, tendo a distanziarli di circa sei giorni uno dall&#8217;altro se ne ho tanti quattro giorni. Questo articolo ad esempio sta venendo scritto il 22 febbraio ma probabilmente verrà pubblicato il 07 marzo dopo almeno altri due già schedulati.<br />
Diverso invece è per alcuni articoli, tipicamente quelli di attualità o quelli particolarmente emotivi, spesso poesie o simil poesie. In caso di attualità non posso aspettare settimane a pubblicarli, perderebbero di senso quindi a volte la frequenza aumenta perché in mezzo si infila un articolo di questi. In caso di articoli particolarmente emotivi invece mi capita di pubblicare di botto qualcosa, ma anche questa volta ha poco senso interpretare tale emotività. Di recente ho pubblicato ad esempio un pezzo che trattava del <a href="https://www.staipa.it/blog/silenzio-2/">sentirsi un trapano entrare dall&#8217;orecchio e distruggere il cervello</a>, un lettore molto lontano avrebbe potuto interpretarlo come un momento di depressione spinta, uno più vicino avrebbe potuto sapere maggiormente se in quel periodo fossi stato di buon umore o meno, la realtà è che soffrivo di otite e l&#8217;otite era come un trapano che mi entrava dall&#8217;orecchio e che mi impediva di dormire e di ragionare serenamente. Molto più prosaico di quanto apparisse.<br />
In definitiva leggete pure, divertitevi, apprezzate, arrabbiatevi, preoccupatevi ma ricordate sempre che:</p>
<p><em>Tutto ciò che leggi qui dentro è una libera rielaborazioni di vissuti, sogni e immaginati.  Non rispecchia necessariamente la mia realtà. Se chi legge presume di interpretare la mia vera persona sbaglia. Se chi legge presume che tutto sia inventato sbaglia parimenti. Se tu che leggi mi conosci, leggimi come leggeresti uno scrittore sconosciuto e non chiederti altro di diverso di ciò che chiederesti di questo.</em></p>
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		<title>Incontrare il passato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Mar 2017 17:17:35 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Molte delle persone che mi conoscono, soprattutto quelle che mi conoscono meno probabilmente, mi conoscono per la mia passione per la montagna e per quella per la scienza. Ho raccontato raramente da dove queste due passioni vengano, ho raccontato spesso che venissero dallo scoutismo, talvolta che venissero da mio padre. Tutto questo è vero. Non posso dire che non sia così. Ma prima di questo c&#8217;è un signora nella mia vita che mi ha dato un imprinting tutto speciale, prima che arrivasse lo scoutismo, probabilmente prima che arrivassero i ricordi.<br />
Quando ero molto piccolo, non saprei dire quanto, mio padre mi portava a camminare in montagna, ricordo poche cose, ricordo il Carega, l&#8217;Altissimo, ricordo la Val di Rabbi ed una giornata di pioggia sul percorso dei laghi da quelle parti, ricordo l&#8217;<em>acqua ferrugginosa</em> ma soprattutto ricordo una signora, un&#8217;amica di famiglia che camminava con me. Ricordo il tempo passato a parlare con lei, le domande che le facevo, le risposte, la sua prontezza di spirito e la sua spiccata intelligenza. Era un adulto che riusciva a parlare con me bambino, era una donna come le bibliotecarie dei film, di quelle di una certa età che sanno tutto, con una cultura vasta e frizzante. Almeno così la vedevo. Con lei parlavo di dinosauri.<br />
Dinosauri, minerali e geologia, antropologia e storia. Per me la montagna era parlare con questa signora e imparare e scambiarci opinioni, sapere, conoscere. Vedere sul campo. Vedere la forma delle montagne e ragionare sulla formazione di quelle rocce, quasi sempre sedimentarie, e dei probabili fossili che contenevano, perché li contenessero, come si formavano i fossili, di quali animali o piante, di come si fosse arrivati all&#8217;uomo. Ragionarlo sul campo. Guardandosi attorno.<br />
Credo che sia grazie a lei che buona parte della mia formazione abbia preso una direzione più scientifica che umanistica mentre al contempo mio padre mi raccontava i miti greci e romani e mi leggeva omero.<br />
Non che non potessi parlare di<span id="more-4247"></span> scienze con mio padre, la passione per la fisica la devo probabilmente a lui, ma forse è stato grazie a questa signora che mio padre stesso ha compreso le mie passioni. Quando vado indietro con la mente e mi chiedo perché amo la montagna arrivo infine sempre a lei. E così quando penso ai miei primi approcci con l&#8217;amore per la scienza e la conoscenza.<br />
Di lei ho sempre ricordato la voce negli anni, la voce da vecchina gentile. E l&#8217;immagine di signora colta e raffinata, di quelle col cardigan ordinato e perfetto, il cappello alla francese e gli occhiali leggermente oscurati un po&#8217; allungati nella parte superiore. Ricordo, credo fosse l&#8217;ultima volta che l&#8217;ho vista, di essere stato in casa sua e nei miei occhi di bimbo la ricordo enorme e con un grande tavolo di vetro, ricordo sulle pareti e sui mobili monili e soprammobili etnici, egiziani, e altro, come ti aspetteresti a casa della moglie di Indiana Jones se ne avesse avuta una, ma al contempo ho un ricordo che Indiana Jones fosse lei. Non sono sicuro dei ricordi della casa, e non so quanto di questo sia mutuato da sogni e modifiche dei ricordi nel tempo.<br />
Non l&#8217;ho più vista per anni, trent&#8217;anni probabilmente o poco meno. Mi sono sempre chiesto che fine avesse fatto, se fosse ancora in vita, come stesse, che effetto avrebbe potuto farmi incontrarla, come mi avrebbe parlato, cosa avrei potuto dirle.<br />
Mentre scrivo sono appena tornato da un funerale. I funerali sono un mondo strano a parte. Un tempo erano un luogo di aggregazione dove il paese si riuniva e capitava anche di incontrare e conoscere persone nuove, oggi credo siano prevalentemente un luogo dove si reincontrano persone che non si vedono da tempo e ci si mette alla prova dal punto di vista affettivo con esse. Un luogo dove persone che si sono ignorate per anni si trovano a condividere un dolore, persone che si vedono regolarmente si trovano a condividere un dolore, persone ciniche e prive di sentimenti si trovano a fingere un dolore, persone ciniche e prive di sentimenti si trovano a provare un dolore, persone che hanno ignorato o altri si trovano a provare un senso di colpa, il tutto in vortici di emotività, di abbracci e saluti veri e falsi, persone che fingono di non vedersi per non salutarsi, persone costrette a salutarsi, persone cordialmente e realmente felici di vedersi nonostante tutto.<br />
Tra queste, a distanza di tre decenni ho avuto modo di incontrare lei. La signora a cui devo la montagna, la scienza, il desiderio di conoscenza. Lei.<br />
Non l&#8217;ho neppure riconosciuta nonostante non mi sia sembrata invecchiata ma solo forse dimagrita, ora sono io molto più alto di lei e lei molto più bassa di me ma come potevo aspettarmi aveva ancora un cappello alla francese e quegli occhiali da professoressa, rideva e scherzava col piglio della signora anziana di cultura, ne aveva per ognuno, sorrideva e si muoveva veloce tra le persone ricordando i momenti passati con loro &#8220;Ti ricordi? Come eri piccolo l&#8217;ultima volta!&#8221;, &#8220;Non invecchi mai mio caro!&#8221;, &#8220;I tuoi figli come stanno?&#8221;, &#8220;Tu sei Simone!&#8221;, &#8220;Ciao Nicola! Ti ricordi quando andavamo in montagna assieme e tu mi camminavi davanti?&#8221; questa volta si rivolgeva a me.<br />
&#8220;Sì, lo ricordo, ma mi chiamo Stefano.&#8221;<br />
&#8220;Ah.&#8221; ha detto &#8220;Stefano. Beh ti ricordi quando andavamo in montagna?&#8221;<br />
Credo che di tutto il funerale sia stato per me il momento più emozionante. Il carico di lacrime pronte ad uscire si era gonfiato a dismisura in un istante. Ho fatto in tempo a dire che sì, lo ricordavo bene, prima che lei cambiasse ed andasse a salutare qualcun&#8217;altro.<br />
Ho pensato diversi minuti cosa avrei potuto dirle, che avrei voluto dirle quanto le devo, quanto sia una figura importante nella mia crescita di persona, ero confuso, felice, stranito. Tra il desiderio di scoppiare a raccontare la mia vita e la paura di invaderla come un fulmine a ciel sereno.<br />
Sono passati alcuni minuti prima di potermi trovare di fronte a lei e con l&#8217;emozione, forse la voce leggermente tremante ho trovato modo di rivolgerle nuovamente la parola.<br />
&#8220;Mi ricordo molto bene le camminate, sai?&#8221; le ho detto &#8220;E mi ricordo che parlavamo moltissimo!&#8221;<br />
Lei mi ha sorriso e poi mi ha detto<br />
&#8220;Sì, è vero, mi camminavi sempre davanti e mi facevi un mucchio di domande, ti ricordi che domande mi facevi?&#8221;<br />
&#8220;Sì, parlavamo dei dinosauri. E dei minerali, e della storia!&#8221;<br />
&#8220;Io non lo sopportavo, lo facevo per te che ne avevi bisogno.&#8221; ha detto con serietà.</p>
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		<title>Kurt Vonnegut, consigli per scrivere racconti e scrivere con stile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Feb 2017 10:55:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Usa il tempo di un perfetto sconosciuto in modo tale che lui o lei non sentirà che il tempo è stato perso. Dai al lettore almeno un personaggio per il quale possa fare il tifo. Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche fosse solo un bicchiere d’acqua. Ogni frase deve fare una delle due cose: rivelare [&#8230;]]]></description>
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<li>Usa il tempo di un perfetto sconosciuto in modo tale che lui o lei non sentirà che il tempo è stato perso.</li>
<li>Dai al lettore almeno un personaggio per il quale possa fare il tifo.</li>
<li>Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche fosse solo un bicchiere d’acqua.</li>
<li>Ogni frase deve fare una delle due cose: rivelare il personaggio o anticipare l’azione.</li>
<li>Inizia il più vicino possibile al finale.</li>
<li>Sii un sadico. Non importa quanto dolci e innocenti siano i tuoi protagonisti, fai accadere loro cose terribili – in modo tale che il lettore possa vedere di cosa sono fatti.</li>
<li>Scrivi per accontentare solo una persona. Se apri una finestra e fai l’amore con il mondo, tanto per dire, la tua storia prenderà la polmonite.</li>
<li>Dai al tuo lettore più informazioni possibili e il prima possibile. Al diavolo la suspense. I lettori dovrebbero avere una così completa comprensione di ciò che sta succedendo, dove e perché, che potrebbero finire la storia da sé, gli scarafaggi dovrebbero mangiare le ultime pagine.</li>
</ol>
<p><span id="more-4229"></span></p>
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<p><strong>TROVA UN SOGGETTO A CUI TIENI</strong><br />
Trova un soggetto a cui tieni e a cui, senti nel tuo cuore, gli altri potrebbero tenere. Questo interesse genuino, e non i tuoi giochi di linguaggio, sarà l’elemento più convincente e seducente&nbsp;nel tuo stile. A proposito, non ti sto spingendo a scrivere un romanzo – anche se non mi dispiacerebbe se ne scrivessi uno, a patto che tu sia sinceramente interessato a qualcosa. Una petizione&nbsp;al sindaco per&nbsp;una buca di fronte alla tua&nbsp;casa o una lettera d’amore per la ragazza della porta accanto lo saranno.</p>
<p><strong>MANTIENILO SEMPLICE</strong><br />
Per quanto riguarda l’uso del linguaggio: ricorda che&nbsp;due dei più grandi maestri della lingua, William Shakespeare e James Joyce, scrivevano frasi quasi infantili quando i loro soggetti erano più profondi. “To be, or not to be?” domanda l’Amleto di Shakespeare. La parola più lunga è di tre lettere. Joyce, quand’era vivace, poteva mettere insieme una frase tanto intricata e sfavillante quanto la collana di Cleopatra, ma la mia frase preferita nel suo racconto <em>Eveline</em> è questa: “Lei era stanca”. A quel punto della storia, nessun altra parola avrebbe potuto spezzare il cuore del lettore come hanno fatto quelle tre parole.</p>
<p><strong>SUONA COME TE STESSO</strong><br />
L’inglese era la terza lingua di Conrad e ciò&nbsp;che sembra arguto nel suo uso della lingua inglese è stato senza dubbio colorato dalla sua prima lingua, il polacco.&nbsp;Ed è&nbsp;infatti fortunato lo scrittore che è cresciuto in Irlanda, perché l’inglese parlato lì&nbsp;è così divertente e musicale. Io stesso sono cresciuto a Indianapolis, dove il linguaggio comune suona come&nbsp;una sega a nastro che taglia dello stagno galvanizzato, e si avvale di un vocabolario tanto disadorno quanto una chiave inglese. […] Non importa quale sia la tua prima lingua, dovresti farne tesoro per tutta la vita. Se per caso&nbsp;non è&nbsp;l’inglese standard, e se si manifesta quando la scrivi in&nbsp;inglese standard, il risultato è di solito delizioso, come una ragazza molto carina con un occhio verde e uno blu. Mi ritrovo a&nbsp;fidarmi di più della mia scrittura, e anche gli altri sembrano fidarsi di più, quando suono più come una persona da Indianapolis, che è ciò&nbsp;che sono. Quali alternative ho?</p>
<p><strong>DÌ QUELLO CHE VUOI DIRE</strong><br />
I miei insegnanti volevano che scrivessi con precisione, sempre selezionando le parole più efficaci, e relazionando le parole tra di loro senza ambiguità, rigidamente, come parti di una macchina. Speravano che sarei diventato comprensibile – e quindi compreso. E là andavano i miei sogni,&nbsp;fare con le parole quello che Pablo Picasso faceva con la pittura o quello che qualsiasi idolo del jazz faceva con la musica. Se&nbsp;avessi rotto&nbsp;tutte le regole della punteggiatura,&nbsp;in modo che le&nbsp;parole significassero ciò che volevo che significavano, e le avessi&nbsp;infilate insieme su una corda alla rinfusa, semplicemente non sarei stato&nbsp;capito. I lettori vogliono che le nostre pagine assomigliano molto alle pagine che hanno visto in precedenza. Perché? Perché essi stessi hanno un lavoro duro da fare, e hanno bisogno di tutto l’aiuto possibile da noi.</p>
<p><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" data-attachment-id="4230" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/kurt-vonnegut-consigli-per-scrivere-racconti-e-scrivere-con-stile/vonnegut-how-to-write-with-style1/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/02/vonnegut-how-to-write-with-style1.jpg?fit=480%2C325&amp;ssl=1" data-orig-size="480,325" data-comments-opened="1" data-image-title="How to write with style &amp;#8211; Vonnegut" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/02/vonnegut-how-to-write-with-style1.jpg?fit=480%2C325&amp;ssl=1" class="aligncenter size-full wp-image-4230" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/02/vonnegut-how-to-write-with-style1.jpg?resize=480%2C325&#038;ssl=1" alt="" width="480" height="325" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/02/vonnegut-how-to-write-with-style1.jpg?w=480&amp;ssl=1 480w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/02/vonnegut-how-to-write-with-style1.jpg?resize=300%2C203&amp;ssl=1 300w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p>
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		<title>Teo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jan 2017 17:52:11 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Teo, di&nbsp;Lorenza Gentile è stato un libro che mi ha stupito. Scritto con la voce narrante di un bambino e la stessa apparente ingenuità potrebbe apparire una fiaba per bambini e come tale è raccontata, la stessa innocenza e incoscienza di un bimbo. Solo che questo bimbo ha un sogno: imparare a vincere tutte le battaglie come il suo idolo Napoleone, quello del libro che gli hanno regalato. Non sa ancora nulla di Waterloo e della sua sconfitta, sa solo che è <em>Napoleone è un morto</em> ed è determinato a raggiungerlo per parlargli. Scrive elenchi su modi per morire cercandoli su Wikipedia, interroga gli adulti per capire cosa ci sia dopo la vita, c&#8217;è chi dice il paradiso e l&#8217;inferno, chi la reincarnazione, chi dei numeri, chi il nulla. Ma sul nulla non ci sta, Napoleone dovrà pure essere da qualche parte! La battaglia che Teo vorrebbe vincere, la più grande, è quella di riappacificare i genitori e così si inoltra in questa avventura nel mondo adulto visto con gli occhi di un bambino, nella morte, nella visione della vita.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-medium wp-image-4173"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="188" height="300" data-attachment-id="4173" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/teo/arton157/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/arton157.png?fit=298%2C475&amp;ssl=1" data-orig-size="298,475" data-comments-opened="1" data-image-title="Teo di Lorenza Gentile" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;Teo di Lorenza Gentile&lt;/p&gt;
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<p class="wp-block-paragraph">Non ci vuole insegnare niente, vuole</p>



<p class="wp-block-paragraph"> capire, progetta la propria morte come solo un bambino potrebbe fare e con l&#8217;ironia di una storia per bambini ci fa riflettere sulla nostra vita di adulti, sorridendo, ridendo e qualche volta ricordando con un pizzico di malinconia quando anche noi eravamo innocenti.<br>Una piccola chicca da leggere in poche ore e da portare nel cuore.</p>
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		<title>“Io sono riuscito a camminare sulla Luna. Cos&#8217;è che non puoi fare tu?”.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2017 13:42:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ieri se ne è andato uno dei miei miti, Gene Cernan. In pochi lo ricordano di fronte ai più blasonati Neil Armstrong o Buzz Aldrin, ma lo ricordo con grande affetto. Ho sempre trovato affascinante l&#8217;epoca dei pionieri dello spazio, forse l&#8217;ultima grande conquista dopo Cristoforo Colombo: salire su una navicella poco più grande di te [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri se ne è andato uno dei miei miti, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Eugene_Cernan">Gene Cernan</a>. In pochi lo ricordano di fronte ai più blasonati <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Neil_Armstrong">Neil Armstrong</a> o <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Buzz_Aldrin">Buzz Aldrin</a>, ma lo ricordo con grande affetto. Ho sempre trovato affascinante l&#8217;epoca dei pionieri dello spazio, forse l&#8217;ultima grande conquista dopo Cristoforo Colombo: salire su una navicella poco più grande di te ed andare là dove nessun&#8217;uomo è mai stato prima, lontano centinaia di migliaia di km da terra senza possibilità di recupero.<br />
Lo si ricorda come &#8220;L&#8217;ultimo uomo a camminare sulla luna&#8221; ma ha fatto parte del piccolo gruppo di Astronauti che vi camminò fin dal primo giorno, fu il secondo americano ed il terzo uomo in assoluto a camminare liberamente nello spazio con la missione Gemini 9 per effettuare una serie di esercizi e di prove di macchinari all&#8217;esterno della nave, successero cose che abituati alla fantascienza non ci aspetteremmo come l&#8217;appannarsi della visiera e il non avere appigli sufficientemente ergonomici per portare a termine la missione.<br />
La sua seconda missione fu Apollo 10, e lo scopo fu portare il LEM (modulo di allunaggio) a 15 km dalla luna per poter fare i test che avrebbero permesso ad Apollo 11 di atterrare con Armstrong e Aldrin.<br />
Alla terza missione, Apollo 17 fu concesso anche a lui di sbarcare e mettere piede sul suono lunare assieme ad <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Harrison_Schmitt">Harrison H. Schmitt</a>, ultimo uomo a mettere il piede sulla luna ma penultimo a risalire subito prima di Cernan. Sulla luna si prese la libertà di scendere dal Lunar Rover e tracciare sulla sabbia tre lettere<span id="more-4126"></span>: TDC, Teresa Down Cerdan lasciando così per sempre le iniziali della propria bambina dove nessuno potrà mai cancellarle, ne vento, ne pioggia ne altra forma di intemperia.</p>
<p><figure id="attachment_4129" aria-describedby="caption-attachment-4129" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" data-attachment-id="4129" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/io-sono-riuscito-a-camminare-sulla-luna-cose-che-non-puoi-fare-tu/tracy-cernan-eugene-cernan/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/tracy-cernan-eugene-cernan.png?fit=600%2C450&amp;ssl=1" data-orig-size="600,450" data-comments-opened="1" data-image-title="Tracy e Eugene Cernan" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;Tracy e Eugene Cernan&lt;/p&gt;
" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/tracy-cernan-eugene-cernan.png?fit=600%2C450&amp;ssl=1" class="size-medium wp-image-4129" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/tracy-cernan-eugene-cernan.png?resize=300%2C225&#038;ssl=1" alt="Tracy e Eugene Cernan" width="300" height="225" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/tracy-cernan-eugene-cernan.png?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/tracy-cernan-eugene-cernan.png?resize=100%2C75&amp;ssl=1 100w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/tracy-cernan-eugene-cernan.png?resize=24%2C18&amp;ssl=1 24w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/tracy-cernan-eugene-cernan.png?resize=36%2C27&amp;ssl=1 36w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/tracy-cernan-eugene-cernan.png?resize=48%2C36&amp;ssl=1 48w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2017/01/tracy-cernan-eugene-cernan.png?w=600&amp;ssl=1 600w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-4129" class="wp-caption-text">Tracy e Eugene Cernan</figcaption></figure></p>
<p>Sulla sua storia ha scritto un libro ed è stato tratto un bellissimo documentario che si può vedere su Netflix: <a href="https://thelastmanonthemoon.com/">The Last Man On The Moon</a>, purtroppo mai tradotto in italiano se non nei sottotitoli ma comunque emozionante e di enorme impatto.</p>
<p>Tutto quel mondo di viaggi durò solo tre anni da quando iniziarono quei viaggi fino all&#8217;ultimo ed ora di quei dodici uomini che sono stati lassù ne restano in vita solamente sei a memento di cosa l&#8217;uomo era in grado di fare con tecnologie che oggi appaiono obsolete ma con la passione di chi ci crede fino in fondo ed è disposto a perdere la vita per un sogno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per i più pigri un veloce riassunto sulla sua vita da uno dei miei divulgatori scientifici preferiti: <a href="https://www.youtube.com/user/link4universe?cbrd=1&amp;ucbcb=1">Link4Universe</a> con divertenti scene di Gene che canta sulla luna o che inciampa e cade, sempre sulla luna stessa.</p>
<p><iframe loading="lazy" class="youtube-player" width="550" height="310" src="https://www.youtube.com/embed/_AjlfB3zAuU?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent" allowfullscreen="true" style="border:0;" sandbox="allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation allow-popups-to-escape-sandbox"></iframe></p>
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		<title>Lettera sul nulla che è tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 May 2016 23:58:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Continuo a ripetere ossessivo nella mia mente le stesse note &#8220;Nulla cade dal cielo, ad eccezione delle stelle quando, avvolte nel velo della notte, come perle scivolano dal niente dentro ai sogni della gente.&#8221; Una canzone di Gazzè, non un caso, non una scelta. &#8220;Nulla sfavilla al confronto dei lunghi albori sul mare, quando lampi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Continuo a ripetere ossessivo nella mia mente le stesse note</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla cade dal cielo, ad eccezione delle stelle quando, avvolte nel velo della notte, come perle scivolano dal niente dentro ai sogni della gente.&#8221;</em></p>
<p>Una canzone di Gazzè, non un caso, non una scelta.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla sfavilla al confronto dei lunghi albori sul mare, quando lampi amaranto fabbricano martingale di luce sospesa, pendente, a sorreggere l’orizzonte.&#8221;</em></p>
<p>Penso ancora all&#8217;averti vista ed al mio modo nuovo di viverti, l&#8217;unico in fondo che mi sia possibile, l&#8217;unico che la mia mente possa reggere davvero senza che qualcosa straripi e si scontri con qualcos&#8217;altro. Senza che qualcosa vada a cozzare con qualcos&#8217;altro e lasciando che tu faccia di me -involontariamente- qualcosa di migliore, qualcosa che trascenda il mio essere stesso</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,</em><br />
<em>come il pensiero costante di averti vista.&#8221;</em></p>
<p>E non è questione di amore, o di sogno, o di qualsiasi romantico disegno da raccontare in musica, non è un qualcosa a cui anelare o da cui fuggire, è semplicemente ciò che è ed è così che scelgo di viverlo. Semplicemente per ciò che è, di momento in momento. Di ora in ora. Ho lottato una vita a costruire mura, fortificazioni, armi e corazze, ho passato una vita a distruggerle, ho passato una vita a destrutturarmi e ricostruirmi fino ad essere quello che sono oggi, fino a stare bene con me stesso. Solo con me stesso. Trovo sia raro, soprattutto oggi, arrivare ad essere autocompleti, a sentirsi parte di un mondo come entità a se stante in grado di provvedere ai propri bisogni a pieno. E ci sono arrivato oggi. Un oggi così vicino da apparire minuti fa, secondi forse. Ed è lì che ti ho vista. Forse pochi istanti prima. E non importa. Non importa nulla perché il solo guardare le tue labbra, il sentire la tua voce mi rende consapevole che posso essere migliore, che posso dare di più, che quando sto cadendo, mollando, frenando esiste qualcosa per lottare più forte. E non si tratta di lottare per te, per quelle labbra, quella voce, non si tratta di perdere me per quelle labbra, quella voce, per te. Ciò nonostante sono una spinta di cui potrei fare a meno ma di cui non ha senso privarsi, si tratta di lottare nel mondo e non arrendersi mai.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla precipita gli occhi più di abissi o spaccature, se visti da certe alture di nuvole e pennacchi.</em><br />
<em>Il resistere tenacemente di ogni essere vivente…&#8221;</em></p>
<p>E non desidero viverti accanto seppure saprei farlo, non desidero amarti seppure potrei farlo, non desidero lottare per rendere la tua vita migliore benché sicuro di esserne in grado. Benché sia pronto a farlo. Perché esiste un equilibrio, perché oggi la mia vita è migliore di quanto non lo sia mai stata, perché oggi la mia vita è come alla fine di una storia di cui sai esistere un seguito che non conosci, quando ti pregusti l&#8217;idea di cosa potrà essere scoprirne una nuova parte.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla crepita e schiocca tra parole in assemblea, come fa un’idea che di quelle non trabocca ma persevera paziente, finché giunto sia l’istante.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: left;">Ed è così che il concetto stesso di &#8220;averti&#8221; diventa privo di significato, ricoperto di un velo di tempo, come un orologio immobile che abbia acquistato un altro significato e non serva più a segnare le ore.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,</em><br />
<em>come il pensiero costante di averti vista,di averti vista&#8221;<br />
</em></p>
<p style="text-align: left;">Ed ancora il ricordo del tuo sorriso, sta notte, oggi, domani rivolto al mondo -o a chiunque, o non a me, o a me non importa- è motivo sufficiente per divenire migliore rispetto a me stesso senza neppure scegliere di cambiare o essere, senza neppure scegliere.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla interrompe e spariglia le cose ed il loro andamento, come la grandine e il vento, quando ogni chicco è una biglia, e di quell’Alto soltanto furente l’urlo impazzito si sente.&#8221;</em></p>
<p>Perché tu? Non lo so. Non l&#8217;ho scelto. Perché io? Vorrei chiedermi. O perché no? Ma non importano queste domande.  Non è questo che cerco. Non sono risposte. Vivo un altrove da qui, dove queste cose non importano, dove tu esisti come parte in un universo di cui faccio parte io stesso in un tutt&#8217;uno con gli altri, e non è questa stoffa azzurra tra le dita, non sono le parole dette o sentite, o le domande o le risposte a renderci parte di uno stesso uno in cui non conti ne tu ne io. Ma se fossi tu a chiederti perché, perché tu, perché io, non ti risponderò. Voglio solo che il mondo, le emozioni, la vita mi attraversi come quando osservo, sento, vivo ciò che osservo, sento, vivo quel sorriso, quella voce, quell&#8217;anima che sei.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,</em><br />
<em>come il pensiero costante di averti vista.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: center;"><span id="more-3859"></span></p>
<p><iframe loading="lazy" class="youtube-player" width="550" height="310" src="https://www.youtube.com/embed/APEz5a513RA?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent" allowfullscreen="true" style="border:0;" sandbox="allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation allow-popups-to-escape-sandbox"></iframe></p>
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		<title>Ora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Feb 2016 22:50:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che mi dicevano degli uomini, non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che volesse dire umanità. Ero giunto in questo mondo per vie che voi non comprendereste, ero giunto in questo mondo per mezzo di ciò che voi chiamereste dolore, di ciò che voi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che mi dicevano degli uomini, non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che volesse dire umanità. Ero giunto in questo mondo per vie che voi non comprendereste, ero giunto in questo mondo per mezzo di ciò che voi chiamereste dolore, di ciò che voi definireste sofferenza. Non le conosco, non ancora, queste cose, non mi appartengono questi termini. Ero giunto in questo mondo come ognuno giunge al proprio, un istante prima non esistevo, il successivo ero qui con una storia davanti ed una dietro, un puntino in movimento su di una linea infinita pronto ad andare avanti nel tempo e non tornare mai indietro. Come tutti voi.<br />
Avevo sentito i vostri cuori battere e visto i vostri occhi inumidirsi, avevo sentito parlare di cose che non comprendevo, avevo sentito dire che la mia storia era triste, che ero forte, che sentirla e vedere qualcuno superarla rendeva felici ma non conoscevo queste parole, non avevo mai vissuto nulla di ciò che sentivo raccontare. Non avevo mai compreso il significato intrinseco dei gesti, del cingere persone con le braccia o del guardare negli occhi.<br />
Solo un giorno d&#8217;improvviso fu come entrare davvero in un corpo o come se una pelle si togliesse, fu come sentire qualcosa di stretto infilarsi caldo sul corpo o di freddo sfilarsi.<br />
Fu guardando il tuo sguardo ma non fu quello sguardo, sembra un tempo remoto ma mi guardo indietro ed è accaduto oggi, solo poche ore fa, pochi minuti, sta accadendo ora, in questo esatto momento, adesso. Ed è un&#8217;abbraccio, ed è un bacio ed è il caldo ed il freddo, il cuore che batte, trabocca, il cielo dentro e la testa che non può contenere ogni cosa e vortici e il silenzio e la musica e non importa il dopo, il domani, il tra poco, sia quel che sia ho provato questo infinitesimo istante.<br />
Sono a casa.</p>
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		<title>Chiara Passilongo &#8211; La parabola delle stelle cadenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2015 17:45:37 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Non recensisco spesso ed in genere lo faccio sulla musica, ma oggi mi sento di parlare di questo libro, e di questa scrittrice emergente Veronese che mi è capitato di avere l&#8217;onore di conoscere nelle mie peripezie.<br>Si tratta di &#8220;<em>La parabola delle stelle cadenti</em>&#8221; e di Chiara Passilongo.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-medium wp-image-3821"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="169" height="300" data-attachment-id="3821" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/chiara-passilongo-la-parabola-delle-stelle-cadenti/wp_20151105_002/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?fit=920%2C1632&amp;ssl=1" data-orig-size="920,1632" data-comments-opened="1" data-image-title="La parabola delle stelle cadenti &amp;#8211; Chiara Passilongo" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;La parabola delle stelle cadenti &amp;#8211; Chiara Passilongo&lt;/p&gt;
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<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Come ho già avuto modo di dire a lei il genere del romanzo se preso così come in sinossi, non è decisamente qualcosa che normalmente mi attirerebbe, si tratta della storia di una immaginaria famiglia veronese che nell&#8217;arco dei circa trent&#8217;anni a partire dal 1981 si trova ad affrontare la nascita ed il successo di una azienda&nbsp;dolciaria partendo da una piccola gestione familiare fino a raggiungere il successo nazionale trovandosi ad incontrarsi e scontrarsi con la realtà storica e politica dell&#8217;ultimo trentennio fino alla crisi dei nostri giorni, ma si tratta anche della vicende familiari, della crescita dei figli e dello scontro tra una generazione legata alla terra ed una proiettata verso la modernità.<br>Basta leggere l&#8217;incipit per avere un&#8217;idea chiara di non trovarsi di fronte un romanzo comune, la delicatezza e la precisione con cui viene tratteggiata l&#8217;intera vicenda in poche righe sembra la precisione semplice di un testo come &#8220;Imagine&#8221; di John Lennon, dove non una sola parola è fuori luogo, non una sola parola è di troppo ed una sola parola in meno sarebbe stata una mancanza.<br>Traspare in ogni riga un controllo e un dosaggio delle parole che non a tutti è possibile realizzare e l&#8217;intero svolgimento tra personaggi ben tratteggiati e da un lato così tipici dall&#8217;altro interessanti invoglia alla conoscenza di un mondo che è un po&#8217; quello che ha creato la nostra generazione di trentenni nel bene e nel male e sembra di rileggere senza troppa nostalgia ma anche senza troppo distacco un mondo che sembra ormai distante ma che è ancora il nostro.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-medium wp-image-3819"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="169" height="300" data-attachment-id="3819" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/chiara-passilongo-la-parabola-delle-stelle-cadenti/wp_20151105_004/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_004-e1446745293633.jpg?fit=920%2C1632&amp;ssl=1" data-orig-size="920,1632" data-comments-opened="1" data-image-title="La parabola delle stelle cadenti &amp;#8211; Chiara Passilongo &amp;#8211; Incipit" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;La parabola delle stelle cadenti &amp;#8211; Chiara Passilongo &amp;#8211; Incipit&lt;/p&gt;
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<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Su <a href="https://www.amazon.it/La-parabola-delle-stelle-cadenti/dp/8804658304">Amazon</a>&nbsp;è possibile leggerne la prima parte se questa mia recensione avesse acceso in voi il desiderio di conoscerla</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-thumbnail wp-image-3820"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="150" height="150" data-attachment-id="3820" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/chiara-passilongo-la-parabola-delle-stelle-cadenti/wp_20151105_003/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323.jpg?fit=920%2C1632&amp;ssl=1" data-orig-size="920,1632" data-comments-opened="1" data-image-title="Dedica" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;Dedica&lt;/p&gt;
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		<title>Attese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 16:52:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci. La panca su cui sono seduto è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.<br />
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.<br />
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare. Qualche volta mi capitava di vedere una donna o un bimbo piangere e cercavo di immaginare cosa ci fosse dietro quel volto, quale fosse la storia.<br />
Non accadde da subito, non dalle prime volte, iniziai a pensarci solo dopo quella volta della <i>porta misteriosa</i>.<br />
Sedevo sempre qui. Sulla parete alla mia destra già allora vi era questa mensola e dietro la mensola attraverso una finestra la signora dei biglietti chiacchierava e chiedeva e chiacchierava e chiedeva e chiacchierava ed io la ascoltavo ed ascoltavo le storie, i ricordi, le emozioni delle persone mentre osservavo chi sedeva sull’altra panca giusto sotto gli orari. Le ascoltavo all’epoca non mi veniva in mente di cercarle, di immaginarle, di scavare tra i lineamenti i colori dei vestiti, le espressioni delle persone ignare.<br />
<i>Entra una signora, ora. Porta i capelli lunghi raccolti in una lunga coda ed ha un grande cane bianco, non me ne intendo di cani ma sembra come quello delle pubblicità della carta igienica solo più grande. Sembra affettuoso e lei è distesa e sorridente. Porta un vestito grigio/marrone ma in qualche modo allegro, ricco di movimento, la maglia è morbida e larga e le maniche corte sono a sbuffo e così anche la parte attorno al seno e il collo, la gonna lunga la fa sembrare quasi una donna dei miei tempi, così larga a pieghe morbide. Fa il biglietto alla macchinetta &#8211;</i>Dio quanto era bella la signora dei biglietti quando ero piccolo e chissà che fine avrà fatto, la sua finestra ormai è chiusa da anni<i>&#8211; è così giovane, nel fiore dell’età la immagino felice in questo inizio estate avrà appena finito gli studi e starà andando in collina a ridere e correre con il suo cane e magari con un ragazzo. La immagino con a casa una vespa del modello vecchio, bianca e con i girasoli, non so perché debba prendere il bus se ha una vespa ma probabilmente è per portare il cane con se. La sua aria distesa distende a mia volta la mia anima mentre si siede giusto sotto la bacheca e si accorge che la sto guardando </i>ti accorgesti che ti stavo guardando, non credo avessimo più di dodici anni e il mio sguardo schizzò sulla bacheca all’improvviso fingendo di non starti osservando. Rimasi qualche minuto ancora ad osservare i foglietti appesi sotto quel vetro mentre con la coda dell’occhio cercavo di osservare il tuo volto, il tuo profilo, cercavo di spiare se mi guardassi, di scorgere un lieve rossore, un segno, un sentore. Di non lasciarti scorgere il lieve rossore che sentivo divamparmi dalle orecchie.<br />
Il bus arrivava sempre troppo presto e tu salivi correndo e ti sedevi accanto al tuo gruppo di amiche, io ti osservavo ancora un istante mentre salivo ed andavo a sedermi lontano in attesa di essere trasportati verso scuola.<br />
La porta accanto alla “<i>tua</i>” panca mi era sempre parsa misteriosa. Nei miei sogni poterla aprire era il più grande desiderio, paura, gioia, terrore che potessero esistere. Immaginavo dietro di essa ogni volta un mondo diverso ma sempre in qualche modo misterioso, immaginavo talvolta che fosse solo uno sgabuzzino, altre volte che fosse l’accesso ad una vasta cantina che poteva nascondere di volta in volta incredibili tesori, segreti, delitti. Talvolta credevo vi si nascondesse tutta una base segreta dei militari o l’accesso ad un mondo sotterraneo, o ancora l’ingresso ad un treno sotterraneo o verso l’interno del caveau di una banca, credevo né potessero uscire mostri o agenti segreti o diavoli direttamente dall’inferno o gli antichi egizi.<br />
Di volta in volta, qualcosa di più bello e fantasioso. Passarono anni credo da quando iniziai a fantasticarvi a quando potei scoprire l’ovvia verità.<br />
Una volta quando mi capitò di essere lì da solo, mi alzai e furtivo mi ci avvicinai a quella maniglia sempre fingendo di osservare gli orari, rimasi immobile e teso diversi minuti prima di prendere finalmente il coraggio, ma poi infine trovai la forza di posarvi la mano quasi temendo di ustionarmi o congelarmi o che sarebbe accaduto qualcosa di terribile, che si sarebbe aperta all’improvviso verso l’interno risucchiandomi in un luogo di paura o in un’avventura alla Tom Sawyer. La abbassai il più possibile lentamente ma mentre la sentivo cigolare sentii urlare “<i>Hei ragazzino!</i>”. Finsi di stare perdendo l’equilibrio e di essermi appoggiato solo per quel futile motivo e mi allontanai di corsa.<br />
Ebbi però una soddisfazione, un piccolo passo verso la conoscenza: ora sapevo che la porta era chiusa a chiave e che la signora dei biglietti ne era l’inflessibile guardiana. Lei doveva sapere cosa vi fosse dietro, doveva essere a conoscenza del segreto.</p>
<p><i>Ho dimenticato tanto nella vecchiaia, mi sembra di perdere pezzi per strada e di non ricordare la mia stessa vita, avrei voluto saperne scrivere, non perché gli altri leggessero ma per poterla leggere io ora e ricordarmi ogni dettaglio come ricordo oramai solo quelli più lontani. Forse per questo sono tornato qui, mi sono come risvegliato qui seduto.</i></p>
<p>Quella macchia accanto alla porta. Quella macchia accanto alla porta, non quella scura fatta dall’usura dallo scrostamento dell’intonaco, quella più chiara che sta sotto. Ricordo ancora quel giorno in cui Marchetto fu spinto dai bulli contro la parete.<br />
Marchetto era un ragazzino mite e un po’ sottomesso ed era il preferito dei prepotenti, era il preferito perché si offendeva ma non poteva rispondere, perché era buono e non si sapeva difendere. Non quella volta. Quella volta li vidi arrivare dal corridoio di sinistra, schivarono per un soffio la panca dove ero seduto, Marchetto sbatté contro la panca a destra e dopo aver appoggiato il sedere alla stessa si rialzò arrancando verso la porta a vetri; i tre gradassi invece lo spinsero di lato e andò a sbattere giusto contro lo stipite sinistro. Era in lacrime ed urlava “<i>lasciatemi stare, non vi ho fatto niente, lasciatemi stare!</i>”. In mano aveva uno dei primi succhi di frutta Yoga, probabilmente era stato questo ad attirare su di lui le ire dei compagni. Riuscì miracolosamente a divincolarsi dalle le braccia degli aggressori e in un incredibile impeto di rabbia scagliò contro di loro la bottiglietta che andò a fracassarsi giusto in quel punto sporcando quella parete. Lo vidi aprire la porta e correre, scappare fuori e poi li vidi rincorrerlo un istante prima che tutti uscissero dal campo visivo che la porta mi lasciava a disposizione mentre si chiudeva.<br />
Non so come sia finita perché io ero seduto sulla solita panca ed osservavo il mondo intero da lì. Me lo immaginai a correre e correre come un forsennato e poi girarsi di scatto poco prima che lo raggiungessero per stenderli con un bel pugno sul naso. Un bel pugno a testa e poi fermarsi con le mani ai fianchi a contemplare la propria opera. Non credo andò esattamente così, qualche giorno dopo lo incontrai ed aveva al braccio un gesso e portava dignitosamente un occhio pesto.<br />
Mentre fantasticavo su questo però ero rimasto seduto sulla panca e nel mentre accadde l’inaspettato, l’incredibile. Sentii ancora una volta urlare “<i>Hei Ragazzino!</i>” e poco dopo sentii netto il rumore di una serratura. Istintivamente voltai lo sguardo prima verso la finestra della vendita dei biglietti e la vidi per la prima volta senza la sua signora e subito dopo verso la porta misteriosa.<br />
Mi parve come se il tempo si fermasse o rallentasse all’estremo.<br />
Vidi la maniglia scendere di pochi millimetri, la vidi ritornare al suo posto e poi nuovamente la inclinarsi sempre di più fino a fermarsi, come se il cigolio fosse lungo minuti, ore anni tra l’inizio del movimento e la fine della sua corsa.<br />
Rimase ferma un secolo o due e poi la vidi avanzare un po’, rientrare e nuovamente avanzare con tutta la porta. Vidi la fessura tra la porta e lo stipite aprirsi e vidi da dentro la luce artificiale formare da prima una linea sul pavimento e poi la linea allargarsi e divenire un cuneo. Non credo vi fosse sufficientemente buio perché la luce dalla stanza risaltasse così tanto ma nella mia mente era la luce del paradiso o dell’inferno o di entrambi, la luce di un altro mondo.<br />
Quando la porta fu aperta abbastanza ebbi la sorpresa.<br />
Non sapevo se essere deluso o stupito o entrambi. Dalla porta non spuntò un mostro e neppure il re, e neppure il diavolo o Gesù, dalla porta spuntò la signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino.<br />
La signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino! Ed aveva le gambe ed un corpo! Non mi ero mai posto prima il problema del fatto che potesse avere delle gambe ed un corpo sotto le spalle e mi accorsi solo ora che le avesse, che fosse una signora come quelle che prendono l’autobus, come quelle che camminano per strada, che dovesse tornare a casa la sera, avere forse dei figli un marito, una vita. Mi cambiò molto questo fatto. Capii allora che tutte le persone hanno dietro una storia, hanno dietro qualche cosa che non si può sapere, e pensai a tutto questo mentre cercava invano di far andare via quella macchia di succo ottenendo solo il risultato di allungare la striscia e sbiadirla un po’.<br />
<i>Anche oggi quando vedo un ombra arrivare ad oscurare il vetro della porta aspetto con ansia di vedere la sua mano raggiungere la maniglia all’esterno della porta centrale, di vedere la maniglia abbassarsi, di vedere il cuneo della luce sul pavimento ed in esso il riflesso della persona che sta entrando, quasi con lo stesso stupore della volta che si aprì invece la porta misteriosa. Questo è un signore distinto di mezza età, ha in mano un libro, il suo portamento è quello di un uomo che ha vissuto molto ma anche quello di uno che ha ancora molto da vivere. Sicuro di se ed al contempo umile. Fa un cenno alla ragazza col cane e si siede sulla panca di fronte a leggere con le gambe accavallate. Credo che questo sia il suo momento di rilassamento, il momento in cui con soddisfazione può leggere in pace forse tra una giornata di lavoro e il rientro in una famiglia piena di ragazzini allegri e rumorosi, deve averne più di uno perché sembra benestante ed ha il volto di un brav’uomo. Di certo almeno uno perché quella macchia di cioccolato all’altezza del ginocchio, di lato, sembra essere la bocca di bambino felice.</i><i><br />
</i><i>Porta scarpe eleganti come quelle </i>del controllore che ogni giorno saliva sul bus e ci controllava i biglietti. La prima volta che qualcuno di sconosciuto mi rivolse la parola fu proprio lui “<i>Ti piace proprio tanto quella ragazzina, vero? Perché non ti fai avanti?</i>” disse. Io negai tutto ma aveva ragione, seduto lontano alcuni posti più dietro e sull’altro lato ti osservavo incantato, osservavo il tuo profilo dolce e la tua gota sinistra mentre ridevi con le tue amiche parlando di cosa non so. La osservavo gonfiarsi e sgonfiarsi, osservavo la fossetta crearsi e ricrearsi, riuscivo a vedere anche i bianchi denti talvolta.<br />
Era come un sogno, e parlarti era come interromperlo, e poi parlarti come, dicendoti cosa?</p>
<p>Ti scrissi un bigliettino, non ricordo le parole, sono passati decenni, ma ricordo ancora dove lo misi: sotto la bacheca, poco più a destra del centro vi era una fessura tra il muro ed il legno, giusto sopra a dove in genere ti mettevi. La vedo ancora da qui seduto quella fossetta, il mio scrigno del grande sogno, sperai per giorni che lo notassi, sperai per giorni che facesse da ambasciatore, da colomba, da messaggero. Ma non accadde mai che ti accorgessi della sua presenza. Non ero sicuro neppure che davvero mi avessi mai notato quando avevo l’impressione che i nostri sguardi si incrociassero.<br />
Poi non ricordo molto altro di quel tempo, come se anche questo sia stato cancellato, non ricordo per quanto andai avanti in quel sogno.</p>
<p>Fu solo molti anni dopo, quando ti incontrai, quando ci incontrammo di nuovo e ci amammo che ti portai a prendere quel foglietto e a leggerlo per riderne assieme, ma la tua reazione non fu quella che mi aspettavo.<br />
Stavamo assieme da un po’, non ricordo quanto tempo e tu non credevi che il mio pensiero di te durasse da ormai anni, credevi ti prendessi in giro, fu per questo che ti portai qui, in questa piccola stanza di questa stazione e una volta arrivati alla bacheca ti chiesi di guardare sotto, di vedere il piccolo pezzetto di carta incastrato nella fessura, niente di più di un biglietto del bus con sopra una scritta. Io ridevo, lo trovavo divertente ma poco dopo che le tue dita tastarono la carta e riuscisti ad estrarre ed aprire quel messaggio la tua reazione fu completamente diversa da quella che mi aspettavo: scoppiasti in lacrime abbracciandomi come fosse stata la rivelazione più grande di tutti i tempi, lacrime di emozione, di commozione, di amore immenso scaturito come cascata dal tuo volto. Sentii il calore del tuo respiro sul lato del mio viso e la morbidezza del tuo corpo stringermi forte, sentii le tue lacrime scorrere sulla mia guancia, il profumo del sale e della tua pelle e “<i>Grazie, grazie, grazie</i>”. Fu la prima volta che ti sentii pronunciare le parole “<i>ti amo</i>” la prima di una vita che però sta cadendo a pezzi momento per momento.<br />
<i>Li sto perdendo tutti, li sto perdendo tutti i ricordi di te se non quelli legati a questa panchina e a quel giorno in cui piangendo mi abbracciavi e quell’altro giorno in cui ci hai lasciati. Non ricordo il momento in se, non ricordo il giorno ma l’assenza successiva. La mancanza. Per anni, decenni hai portato al collo una medaglietta con dentro il mio bigliettino, quel giorno -da quel giorno- l’avevo io in mano, una mano non ancora vecchia come quella di oggi ma ancora più tremante. Una medaglietta e due o tre ricordi sono l’unica cosa che mi resta di te, l’unica cosa che resta di te se di noi quello che resta è il ricordo.</i></p>
<p><i>L’ho ancora al collo ora. Non l’ho mai aperta, come la </i>porta misteriosa<i> ho sempre temuto ne uscissero mostri, ricordi terribili per quanto belli, ricordi che mi facessero precipitare nell’abisso dentro di me, ricordi che mi facessero sorridere e rimpiangere di essere ancora qui dopo tutti questi anni. Ma non è forse di ricordi che sono in cerca ora? Non è forse per i ricordi che il mio corpo in un momento senza mente ha voluto portarmi qui?</i></p>
<p><i>L’assenza. Come è possibile ricordare un’assenza ancor più di una presenza? Una mancanza ancor più che un’intera vita?</i></p>
<p><i>Osservo le mie mani tremanti mentre si avvicinano al mio collo, mentre armeggiano per trovare la catenella. La temo e la bramo, ne fuggo e ne desidero la scoperta e mentre le mani tremano la sento cadere e sbattere nuovamente sul mio petto, poi di nuovo le mani a muoversi quasi ansiose quasi non fossero le mie quasi a vederle osservando il mondo da fuori da seduto su una panca di una stazione mentre ti passa accanto.</i></p>
<p><i>Sono vecchie le mie mani, tremanti e vecchie e secche mentre premono il tastino sul lato e la aprono</i><i><br />
</i><i>Armeggiano e mentre il pendaglio si apre vi vedo dentro due piccoli foglietti.</i><i><br />
</i><i>Le mani ne prendono uno e lo aprono, lo conosco, è un biglietto dell’autobus, un biglietto vecchissimo e sopra vi è scritto “Ciao, mi piaci. Se mi vuoi conoscere domani vieni qui con un fiore!”. </i><i><br />
</i><i>Sento scendere una lacrima lentamente mentre osservo le mie mani ancora. Hanno ripiegato il foglietto ed una lo tiene tra l’anulare il mignolo e il palmo mentre entrambe stanno aprendo l’altro. Un altro biglietto dell’autobus, vecchio ma non antico. </i><i><br />
</i><i>“Non avere paura, ti ho cercato amato e conosciuto anche senza un tuo messaggio, dove vado io non c’è bisogno di ricordi, né di paure”.</i><i><br />
</i><i>Vedo un ombra avvicinarsi ora ad oscurare un po’ il vetro della porta da fuori, è un ombra bassa di una ragazzina, la vedo alzare il braccio verso la maniglia e vedo la maniglia abbassarsi senza fare alcun rumore. Vedo anche la maniglia non abbassarsi e mentre osservo la porta aprirsi so che non si sta aprendo affatto.</i><i><br />
</i><i>La vedo lo stesso, la vedo entrare la bambina od attraversare la soglia chiusa, cammina verso di me e ne osservo l’assenza di un riflesso sul pavimento. Sorride,</i> sorridi.<br />
Hai un fiore tra i capelli, un fiore di lavanda, e mentre mi alzo dandoti la mano mi accorgo che anche io sono un bimbo.<i><br />
</i></p>
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		<title>Odore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2015 07:39:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non accadde nulla quella sera.Nulla che valga la pena raccontare.Nulla che possa rimanere nella storia se non la tua inconsapevole scelta di portarmi a vedere un qualcosa che non sopporto.Non vi fu nulla da tramandare ai posteri in un racconto, una poesia un ricordo vivido che abbia un senso scrivere su carta, non perché tu [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Non accadde nulla quella sera.<br>Nulla che valga la pena raccontare.<br>Nulla che possa rimanere nella storia se non la tua inconsapevole scelta di portarmi a vedere un qualcosa che non sopporto.<br>Non vi fu nulla da tramandare ai posteri in un racconto, una poesia un ricordo vivido che abbia un senso scrivere su carta, non perché tu non valga, non perché tu non fossi bella, non perché qualcosa fosse andato male, semplicemente non accadde nulla.<br>Ci fu però l&#8217;odore della tua pelle, forse complice il caldo, forse complice la vicinanza fisica, forse complice il vento, o il silenzio o qualcos&#8217;altro che non so, o qualcos&#8217;altro ancora.<br>Ma c&#8217;era l&#8217;odore della tua pelle e attorno niente altro, non c&#8217;erano migliaia di persone, non c&#8217;erano nel cielo fuochi non c&#8217;erano le chiacchiere che facevo con qualcun&#8217;altro di cui neppure ricordo il nome, non c&#8217;era il rumore né il silenzio, né la presenza né l&#8217;assenza. Se qualcosa c&#8217;era oltre all&#8217;odore della tua pelle era l&#8217;inesistenza di tutto il resto.<br>Non c&#8217;era il tuo sguardo verso un altro, le tue domande a lui, quel lieve sentore di intesa quell&#8217;interesse velato poi non troppo.<br>C&#8217;era l&#8217;odore della tua pelle che penetrava nelle mie narici creando vortici di esplosioni luminose, che attraversava i pori stessi della mia pelle, l&#8217;epitelio olfattivo dentro di me, dentro la mia faccia, dentro la mia testa teso come quando sulla schiena i muscoli e la pelle si tendono nell&#8217;eccitazione o nella paura, ogni neurone olfattivo a correre abbracciato ad un altro come in un circolo di esaltati, come fighette ad un concerto di una boyband.<br>Ogni neurone olfattivo a spingere nel cervello un ago indolore pieno di sostanze psicodislettiche.<br>C&#8217;era solo questo e niente altro, e le conseguenze di questo, e qualcos&#8217;altro di me a muoversi in basso.<br>Non accadde niente, probabilmente non accadrà mai più.</p>
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		<title>In quale mondo cresceranno i nostri figli?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2015 14:08:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;In quale mondo cresceranno i nostri figli?&#8221; credo sia la domanda che sento fare più spesso dopo accadimenti come quelli recenti, terrorismo, esplosioni, morti.Sembra di essere alle soglie di una nuova guerra mondiale seppur diversa dalle precedenti, un mondo contro un altro mondo. &#8220;In quale mondo cresceranno i nostri figli?&#8220; La risposta temo sia più [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>In quale mondo cresceranno i nostri figli?</em>&#8221; credo sia la domanda che sento fare più spesso dopo accadimenti come quelli recenti, terrorismo, esplosioni, morti.<br>Sembra di essere alle soglie di una nuova guerra mondiale seppur diversa dalle precedenti, un mondo contro un altro mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>In quale mondo cresceranno i nostri figli?</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><span data-reactid=".8.1:4:1:$comment10204508977619729_10204509086302446:0.0.$right.0.$left.0.0.1.$comment-body.0.$end:0:$text4:0">La risposta temo sia più semplice (e al contempo complessa) di quello che sembri: nello stesso in cui viviamo noi e in cui hanno vissuto i nostri genitori, i nostri nonni ed i nostri bisnonni e tutti prima di loro.</span><br data-reactid=".8.1:4:1:$comment10204508977619729_10204509086302446:0.0.$right.0.$left.0.0.1.$comment-body.0.$end:0:$text5:0"><br data-reactid=".8.1:4:1:$comment10204508977619729_10204509086302446:0.0.$right.0.$left.0.0.1.$comment-body.0.$end:0:$text7:0"><span data-reactid=".8.1:4:1:$comment10204508977619729_10204509086302446:0.0.$right.0.$left.0.0.1.$comment-body.0.$end:0:$text8:0">Oggi abbiamo il terrorismo islamico, ci fa tanta paura ed abbiamo ragione, ma trent&#8217;anni fa quando i nostri genitori erano più giovani e noi appena nati o non ancora in Italia eravamo negli anni di Piombo, gli attentati ce li facevamo in casa, una trentina di anni prima i nostri nonni stavano combattendo la seconda guerra mondiale, prima ancora stavano combattendo la prima guerra mondiale, ed avanti così.</span><br data-reactid=".8.1:4:1:$comment10204508977619729_10204509086302446:0.0.$right.0.$left.0.0.1.$comment-body.0.$end:0:$text9:0"><span data-reactid=".8.1:4:1:$comment10204508977619729_10204509086302446:0.0.$right.0.$left.0.0.1.$comment-body.0.$end:0:$text10:0">Il fatto che noi siamo vissuti in questa ventina/trentina d&#8217;anni in relativa pace dove viviamo non significa che il mondo stia peggiorando o che fosse migliorato, in Congo in tutto questo tempo c&#8217;è stata guerra ma non ce la siamo cagata, e così in Guatemala e così in decine di altri posti che neppure sappiamo come si chiamano.</span><br data-reactid=".8.1:4:1:$comment10204508977619729_10204509086302446:0.0.$right.0.$left.0.0.1.$comment-body.0.$end:0:$text11:0"><span data-reactid=".8.1:4:1:$comment10204508977619729_10204509086302446:0.0.$right.0.$left.0.0.1.$comment-body.0.$end:0:$text12:0">E se non bastasse ci sono state le due Guerre del Golfo, la Jugoslavia, l&#8217;undici settembre che per quanti sembri vicino è accaduto quasi quindici anni fa.</span><br data-reactid=".8.1:4:1:$comment10204508977619729_10204509086302446:0.0.$right.0.$left.0.0.1.$comment-body.0.$end:0:$text13:0"><span data-reactid=".8.1:4:1:$comment10204508977619729_10204509086302446:0.0.$right.0.$left.0.0.1.$comment-body.0.$end:0:$text14:0">Non siamo più civili che nel medioevo e nel medioevo non erano meno civili dei romani o degli etruschi o degli uomini preistorici.</span><br data-reactid=".8.1:4:1:$comment10204508977619729_10204509086302446:0.0.$right.0.$left.0.0.1.$comment-body.0.$end:0:$text15:0"><span data-reactid=".8.1:4:1:$comment10204508977619729_10204509086302446:0.0.$right.0.$left.0.0.1.$comment-body.0.$end:0:$text16:0">I nostri figli vivranno nello stesso mondo in cui siamo vissuti noi, i nostri genitori, i nostri nonni e tutti prima di loro, ne migliore ne peggiore, e sopravvivranno come stiamo facendo noi e tutti quelli prima di noi cercando di costruire nel loro piccolo un oasi.<br></span></p>
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		<title>Lettera al mio lettore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2015 22:14:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie.Iniziava così la lettera, senza un riferimento ad un nome, ad una persona specifica, semplicemente Grazie. La lettera era indirizzata a coloro che nel tempo avevano iniziato a seguirne le creazioni. Il tutto era iniziato come un blog di poesia trasformatosi nel tempo in uno di politica, fatti propri, e varie ed eventuali. Nel tempo, [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>Grazie.</em><br>Iniziava così la lettera, senza un riferimento ad un nome, ad una persona specifica, semplicemente <em>Grazie</em>. La lettera era indirizzata a coloro che nel tempo avevano iniziato a seguirne le creazioni. Il tutto era iniziato come un blog di poesia trasformatosi nel tempo in uno di politica, fatti propri, e varie ed eventuali. Nel tempo, negli anni era cambiato, evoluto per certi versi ed involuto per altri. I lettori erano stati molti in alcuni periodi e pochi in altri, talvolta dall&#8217;estero e spesso invece da specifici centri e zone nazionali.<br>Negli anni c&#8217;erano state crisi, periodi di scrittura compulsiva, periodi di assenza e silenzio.<br>Ultimamente vi era stata una nuova evoluzione improvvisa, come dal nulla, dopo un periodo di silenzio aveva ricominciato a scrivere, molto in privato ma molto anche sul blog. Racconti prevalentemente, alcuni filoni di racconti.<br>Qualcosa era cambiato in questo, nel modo di scrivere, nel modo di vedere lo scrivere stesso, erano prevalentemente esercizi di stile per trovare una nuova strada un nuovo percorso da seguire un nuovo modo di esprimersi ma senza un reale fine, senza un fine preciso.<br>I lettori ormai scomparsi da tempo tuttavia cominciarono a tornare, improvvisamente come improvvisamente vi era stato questo cambio repentino, cominciarono ad arrivargli complimenti, richieste su come sarebbe andato a finire la storia di un personaggio, incitamenti.<br>Fu nel periodo stesso che come un segno del cielo arrivò un premio ad un concorso letterario neppure cercato.<br>Comprese che forse col suo modo di scrivere, era cambiato in qualche modo il suo modo di essere, che tutti quegli esercizi di stile potevano essere finalizzati diversamente.&nbsp;Fu per questo che scrisse quella lettera ai propri lettori, quel ringraziamento per la stima accordatagli, lo scrisse nel suo stile tra l&#8217;egocentrico e lo sperimentale, con un filo di ironia, lo scrisse per dire che forse per un po&#8217; non sarebbero più stati pubblicati altri esercizio-racconti, lo scrisse mentre in sottofondo &#8220;The Call of Cthulhu&#8221; rilasciava le sue note.<br>Era il momento di rimettersi a studiare, di fare ricerca per realizzare qualcosa di più ampio, di più organico, era il momento di chiamare a raccolta le conoscenze tecniche, sue e di consulenti, disegnatori, esoteristi, medici ed untori.<br>Scrisse un egocentrico <em>Grazie, tornerò su questo argomento più&nbsp;avanti</em> e poi lasciò quella lettera a&nbsp;scivolare nell&#8217;etere perché potesse raggiungere le persone che ama.</p>
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		<title>Oltre il muro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2015 10:57:50 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Non ho voglia di svegliarmi, non credo sia ancora il momento, voglio rimanere ancora qui un po&#8217; nel letto a ricordare la serata di ieri.<br>Quando mi sono vestita per lui e&#8230;<br>&#8230;cos&#8217;è successo ieri? Perché non riesco a ricordare?<br>Il letto non è affatto morbido, ed è freddo, ed ho un dolore forte al centro del petto.<br>Dove sono?!<br>Attorno a me buio, non sento il ticchettio della sveglia, ma è qui, la tocco ma sono sul pavimento e attorno sento solo la sveglia che non fa rumore e non sento le fughe delle mattonelle.<br>Sono seduta e gli occhi si stanno abituando all&#8217;oscurità, il pavimento di questo luogo è nero e lucido, somiglia a vetro ma è in qualche modo più solido del vetro, quasi fosse una pietra vetrosa, liscia, infinita. Non vedo niente altro attorno a me. Tranne la mia sveglia a terra, ferma a segnare le dodici, mezzanotte credo data la stanchezza che sento nel corpo.<br>Mi guardo attorno e mi viene da piangere perché non so cosa fare qui, non c&#8217;è lui, non ho modo di contattarlo, e non c&#8217;è nessuno.<br>&#8220;<em>Hei?! C&#8217;è nessuno?! C&#8217;è nessuno qui? Dove mi trovo?&#8221;.<br></em>Sento il mio cuore battere forte e tremo, l&#8217;aria mi manca.<br><em>&#8220;Calmati, su, calmati, cerca di capire cosa è successo, calmati&#8221;<br></em>Mi alzo e comincio a camminare, mi sento tremare, sento caldo, freddo.<br>Cammino avanti ed indietro in questo buio, in questa assenza di mondo, cammino e non riesco a stare ferma, avanti, indietro, avanti indietro, ma dove vado?<br>&#8220;<em>Calmati, calmati, ragiona, calmati</em>&#8220;<br>Mi viene da piangere, mi viene da piangere e non so cosa fare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poco distante comincio a scorgere un grande specchio, mi ricorda l&#8217;armadio a specchio che ho in camera ma ha più le proporzioni di una porta. Cos&#8217;altro ho da fare se non andare a vedere di cosa si tratta?<br>&#8220;<em>Cos&#8217;ho da fare se non andare a vederlo?</em>&#8220;<br>Porterò con me la sveglia, per quel che può servire, è pur sempre un pezzo della mia vita, anche se in questo momento ricordo solo la sveglia e che ero uscita per lui. Non ricordo il suo volto, non ricordo il suo nome e non ricordo il mio, e non ricordo chi fossi io ne niente altro, forse ho preso una botta, non ricordo di essere una che beve molto ne che si droga.<br>&#8220;<em>Non mi hanno drogata, non mi sento drogata, mi devo calmare</em>&#8220;<br>Il mio lavoro è invece qualcosa che ha a che fare con &#8230; una stella, un simbolo, alloro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mal di testa, una fitta, alla testa ed al petto, sto sudando tantissimo, sento l&#8217;odore del mio sudore, e il freddo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono arrivata allo specchio, è grande pressappoco come una porta ma privo di maniglie, ha solo un bordo dove potrebbe esserci quello di una porta stessa ma dietro c&#8217;è un pannello nero e niente altro. Si tratta di un normale&nbsp;specchio per quanto sembri spuntare dal pavimento con soluzione di continuità.<br><em>&#8220;Uno specchio.&#8221;</em><br>&#8220;<em>Sono una bimba?</em>&#8221; Una bimba un po&#8217; gotica però. Appena truccata indosso una maglia con sbuffi di pizzo sul petto e maniche fini quasi trasparenti, una gonna a falde di stoffe delle varie tonalità del nero,&nbsp;asimmetrica e degli stivaletti con il tacco, il tutto in toni di nero.<br>Qualcosa mi dice che non sia un vestiario tipico per una bambina che potrebbe avere meno di dieci anni.<br>La mia pelle è stranamente bianca, quasi da bambola di ceramica e con i capelli lisci e biondo scuro do l&#8217;impressione di una metallara un po&#8217; prematura, anche se non porto unghie nere o borchie o pendagli strani.<br>Mi siedo dando le spalle allo specchio e metto le faccia tra le mani.<br>Devo riuscire a ricordare chi sono, da dove vengo, cosa ci faccio in questo strano ambiente, è come se questo specchio ne fosse in qualche modo l&#8217;entrata, o l&#8217;uscita, il talismano, il centro. Il centro di un nulla però.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Le mie mani</em>&#8220;<br>Le mie mani non sono quelle di una bimba, le dita sono lunghe, fresche di manicure, affusolate, porto unghie perfette, di media lunghezza e&nbsp;con le cuticole ben curate<br>-&#8220;<em>Di chi sono queste mani?</em>&#8220;-&nbsp;smalto trasparente.<br>Formicolio che attraversa le spalle, muscoli che si irrigidiscono, mi alzo e mi allontano dallo specchio, cammino, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti ed indietro.<br>&#8220;<em>Calmati, calmati</em>&#8220;<br>La gamba che involontariamente vibra, si muove<br>&#8220;<em>Chi cazzo sono?! Chi sono?!</em>&#8221; urlo.<br>Il vestito è quello che ho visto ma non sono una bambina, non ho gambe da bambina, non ho il petto piatto di una bambina.<br>Ma non so chi sono.<br>Mi giro di scatto a guardare nuovamente lo specchio, e mi vedo adulta, indosso un tailleur grigio antracite, con una borsa bauletto più chiara, e delle scarpe nere con tacco, i capelli raccolti di lato sulla spalla destra, credo&nbsp;abbia a che fare con&nbsp;il mio lavoro, ma il mio corpo, quello reale, quello che posso toccare continua ad essere vestito di nero, con quella gonna, quei tacchi quelle maniche.<br>Il mio riflesso si muove come me, ha le stesse unghie curate, la stessa espressione perplessa ma indossa un vestito da rappresentanza, nel riflesso, dietro di me compare per un istante un cartello con scritto&nbsp;&#8220;Agenzia investigativa HL&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre il cuore comincia a battere meno forte sento forse l&#8217;ultima goccia di sudore scendere dall&#8217;attaccatura dei capelli giù per il mio visto, sfioro le labbra con la mano e riaffiora qualche ricordo.<br>&#8220;<em>Agenzia investigativa HL</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stavo seguendo un caso, un uomo aveva ucciso diverse donne, o almeno diverse donne erano morte: due? Tre? Forse anche una bambina.<br>&#8220;<em>Investite</em>&#8220;<br>Lavoravo da poco per l&#8217;agenzia, una giovane spavalda rampante appena arrivata, ma pare che quell&#8217;uomo prediligesse giusto le ragazze giovani ed io potevo&nbsp;sembrarlo ancora&nbsp;più di quanto lo fossi. Si fidavano di me perché avevo una buona capacità di correlare dati ma non ero mai stata sotto copertura, non è neppure una pratica che queste agenzie facciano in genere, troppo rischioso. Eravamo stati ingaggiati da una famiglia la cui figlia era scomparsa, all&#8217;inizio avremmo dovuto solo trovarla ma quando la trovammo schiacciata ci chiesero di proseguire l&#8217;indagine senza coinvolgere le istituzioni ufficiali. Credo che il mio capo accettò solo per l&#8217;offerta economica notevole, perché invadere questo genere di indagine per un&#8217;agenzia rischia di essere più un danno che un guadagno.<br>Non eravamo mai riusciti a risalire all&#8217;auto perché le stordiva o uccideva&nbsp;prima di investirle e quindi non faceva danni tali da dover riparare il mezzo o comprare ricambi, e non avevamo neppure idea di che modello fosse.&nbsp;Gli omicidi che supponevamo essere&nbsp;stati effettuati dallo stesso autore erano avvenuti in posti apparentemente slegati tra loro, nessun legame se non il gusto nel vestirsi di nero, e le modalità estremamente simili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Il gusto nel vestirsi di nero.</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;era lui, lo vedo ora nello specchio dietro di me ad osservarmi col suo sorriso ironico di quando mi osservava convinto di non essere visto, quel suo sguardo ironico ed innamorato che tante volte ho spiato mentre lui pensava di spiare me, avrei potuto lasciarlo fare per ore.<br>Ma non avrei mai dovuto innamorarmi di lui non avrei mai potuto immaginare che avrei finito per farlo quando sono stata inviata ad indagare da vicino, avevamo pensato che potesse essere il nostro uomo solo grazie ad una segnalazione anonima&nbsp;su un auto sporca di qualcosa che poteva essere sangue.<br>Anonima.<br>Ma con il cachet proposto non potevamo dire che&nbsp;ce ne stavamo con le mani in mano,&nbsp;non avevo la certezza fosse lui, anzi non c&#8217;era nessuna prova che lo fosse,&nbsp;ma era l&#8217;unica pista disponibile ed io mi trovavo abbastanza bene nell&#8217;ambiente che frequentava.<br>Avevo scelto di non innamorarmi di lui nonostante quelle spalle non grandi ma fiere, nonostante il suo modo di farmi ridere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima volta che un brivido mi prese fu passeggiando, quando la sua mano sfiorò per un istante la mia, non saprò mai quanto fosse reale, casuale, o manipolatorio quel tocco, ne i successivi, ne quel bacio sulle labbra&nbsp;mancato che doveva essere un normale saluto sulla guancia, ma a pensarli mi fanno ancora sorridere di piacere, sento ancora sulla nuca salire qualcosa tra i capelli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il momento in cui mi accorsi che il danno era fatto fu però quando una sera parlando di un&#8217;amica descrisse con dovizia di particolari il&nbsp;cappottino sfiancato, verde scuro di velluto raso con la cintura in vita, il suo stupido papillon da uomo indossato su una camicia viola con uno strano scollo e perfino l&#8217;anello&nbsp;con pietra ovale viola. Stupido non lo disse lui ovviamente, e questo mi fece capire che ne ero gelosa, che non avrei voluto mi fosse portato via neppure da me, dal mio lavoro. Fu il modo di descriverla, così ricco di particolari, così fatto di pregi di poca importanza eppure così piccoli da dover richiedere un interesse nel dettaglio che non aveva con me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cominciai ad accorgermi dell&#8217;odore della sua pelle quando mi passava accanto, della pelle del suo collo, ricordava i particolari di altre e mi faceva incazzare quando non ricordava la collana che avevo indossato il giorno prima, o&nbsp;forse lo faceva apposta per farmi rodere e trattenermi un po&#8217; più accanto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi convinsi che&nbsp;avevamo sbagliato obbiettivo, mi convinsi che quella persona non poteva essere un assassino, che dalla sua gentilezza d&#8217;uomo d&#8217;altri tempi non potesse scaturire violenza, mi convinsi che forse dopotutto c&#8217;era un motivo se ero finita tra le sue braccia.<br>C&#8217;era un motivo, mi sentivo in una storia scritta da uno scrittore pazzo, ma mi sentivo viva, sentivo il cuore accelerare quando lo stavo per incontrare e fermarsi quando le sue labbra si posavano sulle mie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Cos&#8217;è questo?</em>&#8220;<br>Al centro del mio petto c&#8217;è una zona di nero più scuro, più secco, più rappreso ed al centro un buco.<br>&#8220;<em>Ah</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella sera lui era strano, lo aspettai più del solito, era sempre puntuale ma non quella sera. Uscimmo come quasi ogni&nbsp;giorno da qualche tempo ma non parlò quasi mai, mi portò in riva al fiume a guardare l&#8217;acqua scorrere seduti sui sassi bianchi e lisci e poi tornammo alla macchina&nbsp;dove mi guardò con aria grave.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo come fosse ieri, o forse era ieri davvero, o forse era addirittura oggi, il suo sussurro a voce bassa ma calda all&#8217;orecchio sinistro. La sua voce calda.<br>&#8220;<em>Mi dispiace, deve finire. Qui. Oggi. Ora. Ho provato a convincermi che non fosse così, che tu fossi diversa, che io fossi diverso, ma non è così. Io devo seguire la mia strada e tu sulla mia strada sei solo una tappa</em>&#8220;.<br>Il suo fiato si addensava poco distante dalla bocca e le sue braccia non bastavano a non farmi sentire i brividi<br>Sentivo le lacrime scendere ma mi sentivo apatica, intontita, come immobilizzata. Credevo avrei pensato un milione di cose in un momento simile ma invece la mia mente era piatta, vuota, calma.<br>Mi passavano solo nella mente i ricordi dei momenti vissuti e niente altro.<br><em>&#8220;E il senso di colpa.&#8221;</em><br>L&#8217;idea di aver sbagliato io di non essere abbastanza, di non essere adeguata, di essere sbagliata. Non mi passò per la mente neppure per un istante a che cosa si riferisse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dissi qualcosa, non so neppure cosa.<br>Disse qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbassai la guardia completamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi come un improvviso spasmo sentii entrarmi nella carne qualcosa. Nel petto.<br>Mi congelò. Era come sentire un pezzo di ghiaccio che al contempo bruciasse la carne.<br>Lo vidi girarsi lentamente e mi sentii dire da lontano qualcosa come &#8220;io ti amavo stupido idiota&#8221; mentre la mente si annebbiava, mentre tutto diveniva scuro, mentre mi sentivo posare su di un pavimento nero di asfalto, mentre&nbsp;una chiazza lucida si allargava sotto di me e faceva apparire l&#8217;asfalto vetro nero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vidi una porta aprirsi, la sentii chiudersi con un tonfo alle spalle anche se ero sdraiata. Vidi un riflesso come se la porta fosse di specchio ed eccomi qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Ed eccomi qui.</em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Credo che l&#8217;unica cosa da fare sia incamminarsi nella direzione indicata da questa che un tempo forse era una porta, credo di sapere dove sto andando anche se non ne conosco ancora la forma, e mentre cammino&nbsp;un pappo di un pioppo mi passa accanto, di sfuggita mi è parso ci fosse un piccolo omino appeso dentro ma la luce, l&#8217;erba, il cielo che si stanno aprendo mi fanno pensare di essere quasi giunta alla meta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Ora ricordo</em>&#8220;</p>
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		<title>La danza dell&#8217;essere infiniti</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2015 19:41:16 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Sono passate alcune notti da che ti ho sognata, ma resta indelebile la sensazione mentre sfumano i ricordi come fumo nel vento.<br>Ricordo d&#8217;essermi svegliato immerso nella sensazione d&#8217;infatuazione con cui nella più piena adolescenza ci si innamora la prima volta, ricordo di essermi svegliato stupito dal sogno stupendo e perfettamente coerente appena fatto.<br>Volevo alzarmi dal letto e scriverlo per filo e per segno, con il suo inizio, lo svolgimento e la fine perfetta come mai avrebbe potuto essere una storia ragionata a tavolino, rimasi a letto a cullarmi del tuo ricordo inaspettato proveniente da non so quale recesso della mia mente.<br>Al mattino non ricordavo più nulla. Non ricordavo neppure di averti sognata, ma provavo quella sensazione di dolce inquietudine che si prova poco prima o poco dopo di un bell&#8217;incontro.<br>Sono andato a lavoro pensandoti, pensando perché ti pensavo, e poi d&#8217;un tratto il ricordo di quel sogno.<br>Non saprei ripetere il finale, e neppure lo svolgimento a dire il vero, ricordo l&#8217;inizio, lo svolgimento che era durato moltissimo invece lo ricordo compresso in una sensazione che non saprei spiegare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ero in una casa di pietra, saprei dirti anche dove probabilmente, ma più probabilmente è un dettaglio che la mia mente ha aggiunto a posteriori, c&#8217;erano molte persone, anche queste seppure nel sogno ci fossero potrebbero essere identificate con persone che potrei aver aggiunto a posteriori, ma poi c&#8217;eri tu, e di questo non c&#8217;è alcun dubbio.<br>Ci incontravamo come non ci vedessimo da moltissimo tempo, come è poi un dato di fatto, ma anche come fosse inaspettato. Immobili qualche secondo che potevano essere secoli a guardarci con lo sguardo tipico indeciso di chi non sa cosa fare e perché.<br>Poi come se tu fossi miglia lontana prendevi la rincorsa per abbracciarmi. Ricordo come fosse reale l&#8217;istante in cui il tuo corpo ha abbracciato il mio, è penetrato nel mio e si è fuso al mio, ricordo come la sensazione che tu stessi danzando con e dentro di me, come se ruotassi e la tua testa attraversata la mia facesse una capriola e con te me e il mio corpo e la mia mente compenetrati a te, vedevo dai miei occhi e vedevo dai tuoi e tu danzavi e mi danzavi, e ruotavamo e volavamo e non eri più tu od io a guidare era un tutt&#8217;uno con infiniti occhi infiniti orecchi, senza più un corpo fisico ma con un corpo fisico, senza più essere due ma senza essere uno, come due enormi palline di plastilina di colori diversi amalgamate, ricordo i colori diversi eravamo azzurri e verdi, eravamo blu e rossi ed eravamo una sfera e una forma mutante immutabile in movimento.<br>E poi il finale, bellissimo, è rimasto nell&#8217;oblio dei sogni scordati.</p>
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