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	<title>desiderio Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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	<title>desiderio Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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		<title>La paura e il desiderio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Oct 2017 14:59:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[È la paura di accelerare che conta, e il desiderio. Essere qui, quando so che dovrei andare. Quell&#8217;istante che non può durare per sempre tra il prima e il dopo. Quando sei dietro al palco e stai per salire e respiri il momento, quando il giudice ha detto &#8220;Ai vostri posti&#8221; e deve ancora pronunciare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph" style="text-align:right">È la paura di accelerare che conta, e il desiderio.<br>
Essere qui, quando so che dovrei andare.<br>
Quell&#8217;istante che non può durare per sempre tra il prima e il dopo.<br>
Quando sei dietro al palco e stai per salire e respiri il momento,<br>
quando il giudice ha detto &#8220;Ai vostri posti&#8221; e deve ancora pronunciare &#8220;Pronti&#8221;<br>
quando ogni muscolo si blocca e il tempo rallenta.<br>
È la paura di accelerare che conta, e il desiderio del poi.<br>
È il desiderio del poi.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il grigio nel mezzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2017 13:08:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;L&#8217;istanza di scarcerazione è andata a buon fine&#8221;Me lo ha detto così, me lo ha detto. Senza nessun preambolo. Si è presentato al colloquio e mi ha detto che sarei presto uscito.&#8220;Ma che cazzo dici?&#8221; risposi.&#8220;Sì, insomma verrai rilasciato a breve&#8221;&#8220;Ma perché? Non ti ho chiesto io di farlo che cazzo di avvocato sei se [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">&#8220;L&#8217;istanza di scarcerazione è andata a buon fine&#8221;<br>Me lo ha detto così, me lo ha detto. Senza nessun preambolo. Si è presentato al colloquio e mi ha detto che sarei presto uscito.<br>&#8220;Ma che cazzo dici?&#8221; risposi.<br>&#8220;Sì, insomma verrai rilasciato a breve&#8221;<br>&#8220;Ma perché? Non ti ho chiesto io di farlo che cazzo di avvocato sei se non fai quello che dico?&#8221;<br>&#8220;Cercare di farti allungare la pena? Allo stato delle cose non sarebbe neppure possibile, e poi è ridicolo io i miei clienti li devo difendere non incastrare peggio di quello che sono, che figura ci farei? Non troverai mai un avvocato disposto a lavorare per farti peggiorare volutamente la pena!&#8221;<br>&#8220;Non è possibile&#8230; sei un folle.&#8221;<br>&#8220;Vedrai che quando respirerai l&#8217;aria di fuori mi ringrazierai&#8221;.<br>Stava sorridendo. Stava perfino sorridendo.<br>&#8220;Vedrai che quando sarò fuori finirò per farlo ancora, e forse passeranno altri anni prima che mi prendano di nuovo. O sarò costretto ad ammazzarmi e mi avrai sulla coscienza.&#8221;<br>Si alzò sempre con quella sua faccia sorridente da sberle e uscì.<br>Il fatto che stia parlandovene e che ve ne stia parlando in passato remoto dovrebbe farvi accendere delle lampadine su come sia andata a finire, almeno escludere una delle due possibilità che avevo paventato a quel folle. O almeno sul fatto che tale possibilità non sia ancora avvenuta e che nel frattempo sia scorsa dell&#8217;acqua sotto i ponti come si dice.<br>Potrei provare a spiegarvelo in un milione di modi che cosa provo quando lo faccio, me lo hanno chiesto miriadi di volte. &#8220;Perché lo fai?&#8221;,&#8221;Cosa hai provato facendolo?&#8221;, &#8220;Quello che hai fatto è terribile come hai potuto esserne in grado?&#8221;, &#8220;Come fai a fare i conti con la tua coscienza mentre fai una cosa del genere?&#8221;. Potrei cercare tutte le parole del mondo, potrei cercare tutti i giri di parole del mondo ma nessuno vi farebbe capire quello che sono. Nessuna vi farebbe capire come io viva con la coscienza completamente piena e assoluta di star facendo un abominio mentre lo faccio, che io sia perfettamente consapevole di stare sbagliando ma che contemporaneamente mi è impossibile non farlo. Non lo capireste perché è totalmente al di fuori del vostro universo di buoni e di cattivi, di morale e di giustizia, di bianchi e di neri anche quando credete di essere in grado di percepire ed accettare tutte le infinite scali di grigi. C&#8217;è sempre qualche sfumatura in più tra quelle che riuscite a vedere ed è lì che si nasconde tutto quello che non siete in grado di comprendere, è li che si nasconde quello che vi terrorizza anche quando siete certi di non avere paure. Io sto lì in mezzo. Sono quella sfumatura che non siete in grado di vedere e ne sono assorbito talmente tanto da non essere in grado di comprendere completamente a mia volta il vostro mondo che per me è così totalmente bianco o totalmente nero da essere al di fuori delle mie percezioni. I conti con la mia coscienza li faccio tutti i giorni. Ogni istante, anche mentre lo faccio. Sono consapevole di dover essere fermato. Sono consapevole di non avere nulla di quello che voi chiamate umano eppure credo di essere più umano di voi, più terreno, più in grado di capire le sfaccettature che stanno dietro proprio all&#8217;essere umano che voi rifuggite cercando di allontanarvi dalle pulsioni fisiche e mentali. Quando vi allontanate da quelle basse pulsioni sessuali che vi spingerebbero ad accoppiarvi in mezzo alla strada, quando invece di urlare in faccia a qualcuno e spaccargli la faccia declinate con cortesia, quando vorreste appropriarvi di un oggetto posseduto da qualcuno di più debole ma che vi è gerarchicamente superiore e aspettate con le orecchie abbassate che vi dia udienza, non credete di starvi allontanando dalla vostra umanità? Di starvi allontanando da ciò che la natura ha deciso sia umano?<br>Per questo tutte le mie parole non potrebbero in alcun modo farvi comprendere ciò che vivo e sono, perché rifuggite l&#8217;essere umani, non volete comprenderlo ed accettarlo perché scoprireste anche voi, infine, di essere come me.<br>Sto dicendo che sono nel giusto? Sto cercando di dare una giustificazione a quello che faccio? No. No di certo perché non vi è giustificazione alcuna. Anche nell&#8217;essere profondamente umani si può essere nel giusto o nello sbagliato.. Fare sesso in mezzo ad una strada non è giusto o sbagliato è solo parte della natura umana di prima che voi decideste di allontanarvici con la morale. Uccidere il proprio vicino di casa per futili motivi invece è sbagliato, o mangiare un bambino per il piacere di sapere che gusto ha, o uccidere milioni di persone per una guerra di potere. Ma sono azioni che stanno dentro ad esseri umani, ad alcuni esseri umani almeno, e sono azioni più umane di farsi la permanente o allenarsi per una maratona e sentirsi superiori agli altri perché se ne da la prova su un social network.<br>Questo significa che io non mi senta in colpa? No. Io probabilmente sono tra tutti voi quello che meno merita di vivere, quello che se la pena di morte fosse ancora in vigore andrebbe fatto fuori senza indugio, solo che quella maledetta parte di me che mi spinge a fare le azioni che tanto vi e mi schifano è così intelligente da riuscire a nasconderle, a renderle talmente perfette che neppure la mia confessione è una prova sufficiente davanti alla legge. Devo farlo davanti ad un giudice perché mi rinchiuda in una gabbia per sempre ma io non lo so fare a comando. Le pulsioni non funzionano a comando. Io vivo la mia vita come tutti voi, il meno umanamente possibile come tutti voi. Guardo su Netflix le stesse vostre serie, tranne i thriller, quelli mi mettono ansia e non sopporto di vedere tutto quel sangue in tv, faccio la spesa e mi cucino quattro cose nel fornetto a microonde che ho preso con i punti del supermercato, poi giro per strada e succede. Tutto lì. Il desiderio arriva improvviso come arriva un alito di vento a scompigliare i capelli, volto l&#8217;angolo ed è lì. Come la vostra irrefrenabile voglia di comprare un iPhone, o una borsetta, o una stronzata a caso. Mi faccio schifo subito appena mi raggiunge, mi terrorizzo. La cosa che mi fa più paura è la consapevolezza che so di non poter fermare me stesso. Vorrei con una mano fermare l&#8217;altra e con l&#8217;altra fermare l&#8217;una e ritrovarmi con le braccia conserte e girarmi dall&#8217;altra parte per non guardare quello che sto per fare ma alla fine lo faccio. Nel vostro concetto di bianco e di nero questo non è possibile ed io posso essere solamente cattivo, voi solamente buoni. Fare quello che faccio io è una cosa che può fare solo un cattivo, subirla o guardarla da fuori con il ditino alzato da professorino è una cosa che possono fare solo i buoni. Io non sono cattivo, certo non posso dire di essere buono, lo so perfettamente che sto per fare un abominio, so che non lo voglio fare, ne soffro ma non lo posso fermare. Non posso fermare le mie azioni. E così accade. Lo nascondo perché l&#8217;istinto di conservazione è umano, è una cosa che ho io e che avete voi. Faccio sparire le tracce. E poi torturo me stesso pugnalandomi dentro l&#8217;anima a morte ancora ed ancora e poi cerco di dimenticare. Come fate voi quando accade qualcosa di terribile. Cerco di dimenticare. Nel vostro bianco e nel vostro nero la vittima è e può essere solo chi subisce l&#8217;azione, il carnefice chi la realizza. Probabilmente su questo secondo punto siamo d&#8217;accordo, ho qualche riserva talvolta ma in linea di massima mi sembra un&#8217;affermazione accettabile. Ma sul fatto che non possa essere a sua volta vittima anche chi realizza l&#8217;azione vi sbagliate di grosso. Ce ne sono a centinaia, migliaia, milioni come me che girano, che siano &#8220;solo&#8221; dei vampiri emotivi, o delle madri che scelgono tra curare il proprio figlio e fare qualcosa di drammaticamente sbagliato, o vittime di un impulso che non hanno scelto e non riescono a controllare. Persone, umani come me ce ne è pieno il mondo. Forse lo siete voi stessi, ma è terribilmente difficile ammetterlo se non quando avete il frutto del vostro male ancora davanti o tra le braccia ancora caldo. Poi cercherete di nasconderlo. Poi di dimenticare per sentirvi un po&#8217; più bianchi e un po&#8217; meno grigi. Un po&#8217; più accettabili a voi stessi.</p>
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		<title>Il di dentro di me</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Sep 2017 13:25:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non è semplice avere un super potere. La parte più difficile è saper controllarlo. Evitare che ti trasformi in un mostro, o che il mostro che hai dentro ti uccida. Il processo è stato lento, lungo, passo a passo fino a svuotare tutto ciò che era rimasto dentro di me. La prima parte a morire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Non è semplice avere un super potere. La parte più difficile è saper controllarlo. Evitare che ti trasformi in un mostro, o che il mostro che hai dentro ti uccida.<br>
Il processo è stato lento, lungo, passo a passo fino a svuotare tutto ciò che era rimasto dentro di me.<br>
La prima parte a morire è stata l&#8217;intestino. Dal basso. Era lì che sentivo la tensione la pressione forte e la costrizione dell&#8217;ansia, della paura di perdere qualcuno. Era lì che sentivo il desiderio di amarti per quanto la gente parli di cuore. Era lì che bruciavi di più. Volevo dimenticare quello, cessare di provarlo e basta ma a morire fu soprattutto l&#8217;ansia. La paura. Cessai di essere capace di provarne. In effetti aveva i suoi lati positivi. Non era il risultato che avrei voluto ottenere ma non avere paure, non avere ansie, aveva il suo lato positivo.<br>
Non era sufficiente perché lo stomaco bruciava.<br>
Non provavo ansia ma era lì dentro lo stomaco che succedeva il resto. Un fuoco. Come un roditore che rode e morde e consuma, come una ruota dentata, mille ruote dentate a girare e rotolare, pezzi di vetro spezzati da ruote dentate dentro lo stomaco a ruotare e accumularsi fino a riempirlo e sputare e vomitare sangue e vetro e sabbia. Ho dovuto uccidere il mio stomaco. Escluderlo da ogni emozione. Escluderne ogni sensazione, strapparlo da dentro di me. Non avrei più sentito la tensione della rabbia, del rimorso, della vergogna.<br>
È stato quello il momento in cui mi sono accorto di non essere più in grado di respirare. Erano i polmoni ad opprimermi, erano i polmoni. Sentivo il freddo, il gelo fermarli, renderli incapaci di muoversi. Non era ansia, quella non la provavo da tempo, ne assenza, ne altro di cui fossi in grado di comprendere il motivo. O forse solamente una parte di tutte queste. Sentivo il rantolo della vita opprimere il mio essere, l&#8217;assenza di aria, l&#8217;incapacità di respirare e non esisteva luogo o situazione da cui uscire. Ovunque fossi l&#8217;oppressione era la stessa. Ogni luogo era un fuori luogo, come un pesce fuori dal&#8217;acqua od un uomo che affoga nessuno e nulla era ciò che doveva essere. Decisi di togliere anche i polmoni. Decisi che era l&#8217;unica soluzione.<br>
Rimbombava, il cuore. Rimbombava nel vuoto di una cassa toracica divenuta di risonanza. Rimbombava forte perché ti avevo incontrata ancora. Rimbombava come un martello che rintocchi su un gong amplificato da una stanza vuota e piccola fino a farmi esplodere le orecchie, fino a farmi esplodere il cervello rimbombava. Lo sentivo premere nel collo gonfiare le vene, spingere. Ogni volta che nella mia mente tornava a profilarsi il tuo volto, il ricordo del tuo sorriso, del tuo sguardo. Di ciò che mi avevi fatto e di ciò che avresti potuto ancora farmi. Rimbombava come un suono ridondante, come rocce che rotolano giù da un dirupo. Lo spensi. Spensi anche il cuore e lo estrassi.<br>
Rimase il vuoto. Niente altro dentro che il vuoto. Il silenzio.<br>
E il fuoco.<br>
Dentro il fuoco. Come guardare in alto in una grotta e vederne dall&#8217;interno le pareti rosse, nere di carne bruciata e piaghe. Il fuoco che non sterilizza, non cauterizza. Asciuga piaghe che vomitano pus e quando si ritira le crea di nuovo e in quella grotta ovunque cade liquido giallo e virulento e sangue che accende ancora quel fuoco che asciuga e brucia e chiude piaghe per aprirne altre ed ancora e ancora e ancora.<br>
Decisi infine che l&#8217;unico che doveva essere distrutto era il mio cervello. Schiacciato come a schiacciare una noce quando per aprirla ci si mette troppa energia.<br>
Tutti questi pensieri avrebbero cessato di esistere. Tutti questi ricordi sarebbero scomparsi per niente. Non avrei più pensato al futuro.</p>
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		<title>Perché ho smesso di scrivere poesie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Sep 2017 16:12:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Scrivevo molta più poesia un tempo. Ho scritto sempre molto, ricordo il primo racconto che ho scritto era qualcosa come il 1990. avevo otto anni, forse nove. Raccontava di un viaggio nello spazio in cui io, nel 2017 andavo su Marte e incontravo una popolazione aliena, ma non era fantascienza, utilizzava il cliché inizio novecentesco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivevo molta più poesia un tempo.<br />
Ho scritto sempre molto, ricordo il primo racconto che ho scritto era qualcosa come il 1990. avevo otto anni, forse nove. Raccontava di un viaggio nello spazio in cui io, nel 2017 andavo su Marte e incontravo una popolazione aliena, ma non era fantascienza, utilizzava il cliché inizio novecentesco della perdita di sensi momentanea a distinguere la parte reale da quella immaginaria, un trucco mutuato da Poe o da altri scrittori della sua epoca. Avevo descritto la morte da dentro il morente descrivendo una serie di deformazioni sensoriali e poi la sua resurrezione in questo mondo alieno. Non spiegavo se il protagonista fosse morto davvero o no, se fosse inteso come reale o no tutto quanto accadeva dopo. Avevo otto anni, era il mio primo racconto e non so dire da dove venisse, avevo letto <em>Il Richiamo Della Foresta</em>, <em>20.000 leghe sotto i mari</em>, forse qualcosa di Salgari non di più. La mia vocazione era lì. Nello scrivere. Nella tensione. Nello sperimentare. Nel crossover di generi. L&#8217;anno prima avevo imparato per la prima volta cosa fosse quello che le persone chiamano amore. L&#8217;amore di bimbo, sia chiaro, ma il mio piccolo cuoricino era esploso per la prima volta con le conseguenze imprevedibili con cui esplode un cuore quando un cuore esplode. Amavo anche i chiasmi. Ci vollero altri tre anni prima che esplodesse di nuovo per quel ricciolo su una fronte. Esplose la poesia in quegli anni.<span id="more-4566"></span>Non sapevo quanta ne avrei scritta, nel frattempo scrivevo lettere. Ricevevo e scrivevo lettere non saprei dire da quante persone, mi chiedo se qualcuno le conservi ancora, io le ho buttate quasi tutte. Centinaia. Tra il 97 e il 98 credo di averne scritta una ogni singolo giorno, molti giorni più di una. Fare qualcosa per così tanto tempo con tale frequenza non può non creare una dipendenza. All&#8217;epoca scrivevo con una stilografica. Scrivevo anche in poesia. Quasi ogni giorno. Credo di aver superato il migliaio di poesie, sperimentavo in quel modo, sperimentavo in quel mondo. Lo feci fino al 2003 con risultati via via più soddisfacenti. La mia emotività era sfogata con quello, l&#8217;unico modo di sfogare un fiume, un mondo, una sofferenza, una gioia, un tutto che trasbordava come un bicchiere pieno in cui continui a versare acqua da una bottiglia infinita. Era il mio modo di fermare un po&#8217; di quell&#8217;acqua e cristallizzarla immobile come una fotografia, pensavo avrebbe fatto bene riprenderla quando ci fosse stata siccità. Pensavo che avevo così tanto da buttare fuori da dare, da regalare che perderlo in un tombino di scarico sarebbe stato uno spreco. Durò fino al 2003. Non avevo mai trovato un tombino vero prima di allora. Era lì che mi attendeva ed era la cosa più bella che potessi incontrare.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">Sono in una gabbia di cristallo,<br />
in una maledetta cazzo di gabbia di cristallo.<br />
E potrei scappare se volessi, se non fosse così fottutamente bella.<br />
Sono in una gabbia di cristallo<br />
e non so più come uscirne, ne so come sono entrato.</p>
</blockquote>
<p>Lo scrivevo allora. Non sapevo quanto quella gabbia sarebbe divenuta il mio vestito, la mia corazza, il mio scheletro, la mia essenza. Scrissi le mie poesie più belle come una stella che prima di spegnersi diventa enorme e brucia tutta se stessa, raggiunsi l&#8217;apice e mi spensi. La siccità era arrivata, il tombino aveva assorbito ognuna delle mie emozioni. Il paradosso è che prima mi tolse l&#8217;ansia, poi la paura, poi la rabbia, poi la tristezza e solo da ultimo l&#8217;amore. Fu l&#8217;esperienza più bella che avessi mai provato ma di me non rimaneva più nulla che valesse la pena essere pronunciato, figurarsi scritto su un foglio. Smisi in quel momento di scrivere in poesia. Ci provai ancora, sì. Credo di aver scritto almeno altre due sillogi complete dopo quel momento. Carta straccia.<br />
Presidio di razionalità incapace di provare ciò di cui voleva disquisire.<br />
C&#8217;era qualcosa di buono in questo. L&#8217;assenza di ansia, di rabbia, di paura sono qualcosa a cui molti ambiscono (Tenetevele, io vi dico, tenetele strette al cuore ed amatele e vivetele) e mi resero sfacciatamente più forte negli anni. Ma mancava qualcosa: la capacità di provare empatia, di piangere, di gioire, di credere nelle piccole cose. Se non provi paura tutto è privo di valore perché non ti interessa perderlo, se non provi ansia tutto è insipido perché o lo raggiungi o lo lasci andare senza ricerca spasmodica. Tutto privo di valore. Smisi di scrivere quando rilessi quello che avevo scritto un tempo. Potevo leccarne ancora l&#8217;acqua liquida scorrere tra le righe, le parole bagnate trasudavano ancora ogni emozione, la trasudano ancora oggi. Quello che scrivevo era secco e nero come la lingua di un uomo morto di sete. Vorrei dire pieno di ulcere ma le ulcere sarebbero state emozione, sarebbero state rabbia e non c&#8217;era neppure quella. Quello che scrivevo era morto. Io ero morto. Tutto era morto. Era come fotografare pareti di cemento che mi stringevano dentro me stesso, una uguale all&#8217;altra seppure con nuove parole, ricerche, sperimentazioni. Una uguale all&#8217;altra. Una</p>
<p>uguale</p>
<p>all&#8217;altra.</p>
<p>Poi mi hai preso per mano e trascinato. Ero ancora quella lingua secca e morta ma tu mi trascinavi inerte avanti e indietro. Aprivo gli occhi ogni tanto, poi li richiudevo, poi li riaprivo, poi sparisti. Anche se ci sei ancora là fuori, almeno tu. E credo ci sarai sempre. Non so quanto tempo passò, una pietra non conosce il tempo. Ed era come se il tempo fluttuasse tra un oggi e un passato remoto e un futuro e un imperfetto come immagini che appariranno e scomparvero e stanno illuminando quello che accadde pochi istanti fa come nei sogni. Poi però ero di nuovo un pezzo di pietra a terra, arido, o forse di terra secca e crepata grigia. Arrivasti tu. Piantando un seme? Non saprei ma la mia testa era aperta, una crepa in fronte e ci guardavi dentro, mentre stavi versandoci dell&#8217;acqua. Non mi volevi trascinare in giro, stavi curandomi o curando il seme che avevi piantato. Te ne sei andata perché non ti coglierò mai o non mi sono lasciato cogliere, stai fuggendo per sempre forse, non ne ho idea.<br />
Fui a terra. Ero terra. Terra secca e non più dura roccia. Nasceva qualcosa nella mia testa. Un sogno, una realtà, un mondo dentro cui posso guardare e vedere muoversi vite ed ogni vita mi parlava e raccontava. Non erano capaci di provare emozioni perché io non sapevo darle a loro. Non erano capaci di provare emozioni perché raccontavano di quello che ero.<br />
Poi sei arrivata tu, sembravi un porto pieno di emozioni, esplosioni, incredibili pulsioni, ti sfiorai il volto e si gelò la mano. Ero o non ero un pezzo di terra secca? Ti sfiorai il volto e si gelò la mia mano perché eri un pozzo. Di nuovo un pozzo di fronte a me. Non lo temevo. Infilai la mano dentro e ne estrassi la rabbia, l&#8217;ansia, ogni paura. Infilai la mano nel pozzo e ne estrassi la paura, la rabbia, l&#8217;ansia mordendole e respirandole e vivendole, non fu un tentativo di togliertele da dentro. Non mi importava, cosciente di quanto sarebbe un vano tentativo, ma fu desiderio di riprendere quello che avevo perduto. Estrassi dal pozzo rabbia, paura, ansia e me ne nutrii come una bestia col sangue che cola dalle fauci, li conoscevo ormai quei pozzi, vi ero già morto non mi spaventavano più. La rabbia, la paura, l&#8217;ansia mi resero più forte di quanto sia mai stato, più forte di quanto divenni perdendole. Ero incapace di controllare le nuove vecchie emozioni, incapace di equilibrio in tutto quel troppo. Non te ne andasti tu, ti cacciai per salvarci. O per lasciarti distruggerti, poco conta. Non tornerò mai. E poi piove. Piovve. Piove. Piovve riempiendo il mondo come un bicchiere vuoto che arriva velocemente al colmo e piove ancora. Mentre mi giravo dall&#8217;altra parte in faccia un abbraccio. Senza un preavviso. Come uno schiaffo. Il cuore battere forte come non avesse mai battuto prima. E scrivo in poesia. In costante disequilibrio tra un&#8217;emozione e l&#8217;altra imparo a domarle e viverle come un&#8217;acrobata su un filo appeso tra due torri nel vento, ed è la paura a reggermi in piedi, l&#8217;ansia, la rabbia che mi fai provare e qualcos&#8217;altro. E vorrei fotografare emozioni, farne trasudare dalle parole tutto quello che scoppia come una fontana ma soprattutto vorrei sentirmi libero di viverle, di essere, di vivere.<br />
Di essere</p>
<p>di vivere</p>
<p>di essere</p>
<p>vivere</p>
<p>essere</p>
<p>vi</p>
<p>es</p>
<p>sì</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Fare l&#8217;amore con la scrittura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Aug 2017 10:17:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire.-Cesare Pavese- Ho sempre creato un legame nella mia mente tra la scrittura e altri tipi di piacere, in particolare l&#8217;orgasmo (ne ho già scritto). Nel [&#8230;]]]></description>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L&#8217;unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire.<br>-Cesare Pavese-</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Ho sempre creato un legame nella mia mente tra la scrittura e altri tipi di piacere, in particolare l&#8217;orgasmo (<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">ne ho già scritto</a>). Nel tempo ogni cosa evolve, cresce matura. Crescono tutte di pari passo con l&#8217;esperienza. Quando paragonavo il piacere della scrittura all&#8217;orgasmo non conoscevo a fondo nessuna delle due, erano le prime esperienze i primi momenti, le prime cose brevi ed intense. Fossero scritte o provate. Nella vita ci sono momenti in cui il desiderio più forte è quello di provare nuove cose, diverse l&#8217;una dall&#8217;altra, bruciare come lampi o fuochi fatui in una forma di bulimia compulsiva. Scrivevo cose brevi, racconti, poesie, frasi che oggi si definiscono <em>aforismi</em> ma che per me erano sunti di concetti che avrei voluto utilizzare più avanti. Giravo sempre con un Moleskine in tasca ed una penna. Appuntavo e godevo d&#8217;istante, distante dal mondo. Poi quelle rincorse gli impeti, i desideri si acquietano. Credo sia stata così una delle chiavi che hanno definito il mio smettere di scrivere, il mio perdere capacità di emozionarmi, di emozionare, di creare mondi, di vivere nel mondo reale.<br>Aridità.<br>Poi un giorno o l&#8217;altro si arriva ad uno di quei punti in cui si deve scegliere. Ho finito? Ho finito davvero o mi sono solo infilato nel vicolo sbagliato? Il muro che mi trovo di fronte è solamente l&#8217;ennesimo fallimento, il più grande, o c&#8217;è da qualche parte una strada che non ho percorso? Che ho lasciato indietro, qualcosa di intentato. Che cosa voglio davvero?<br>La gioia è quella di cominciare, sì, ma ambire ad un termine veloce è la cosa che uccide. Il bello è cominciare ogni giorno, interrogarsi e scegliere ogni giorno. Ogni istante può essere un inizio, anche sullo stesso progetto, nello stesso mondo, con la stessa persona. Scrivere un romanzo, rimetterci le mani dopo tanto tempo è come amare la stessa persona ancora ed ancora dopo tanto tempo. Non è più il piacere dell&#8217;orgasmo fine a se stesso, della prima volta. Diventa l&#8217;emozione profonda di conoscere dove mettere le mani, di conoscere dove lasciarsi trasportare e dove prendere le redini del discorso, dove provare ad esplorare nuovi orizzonti e dove invece siano già stati esplorati. Ogni singolo giorno, ogni singola parola, ogni singolo pensiero escono con una naturalezza che non sono quelle dei primi giorni, senza quella paura folle di sbagliare, ma con il desiderio di approfondire, di crescere, di avanzare. Non sei più tu a creare ma il tutto cresce con te e tu con il tutto. Bisogna scegliere di abbandonare strade, di riprenderne altre, di creare nuovi spazi e di chiuderne di vecchi, bisogna saper osare con la consapevolezza che si può sbagliare e tornare indietro e riprovare e crescere ancora. Arrivi a conoscere ogni personaggio, ogni situazione, ogni parte di quel corpo che stai toccando e a stupirti ogni volta di più di quanto invece tu non li conosca, di quanto tu non possa averne un reale controllo. Infine è quando hai il coraggio di lasciartene travolgere, di lasciare che sia tutto il resto a guidare le tue mani e non le tue mani a guidare tutto il resto che hai compreso il piacere. L&#8217;essere parte col mondo.<br>È quando trovi ciò che ti scatena questi pensieri, una storia, un&#8217;idea, una persona che è il momento di cominciare, di scegliere di cominciare quel romanzo. Non importa dove può portarti perché la vita è iniziare e percorrere una strada, per tutto il resto c&#8217;è tempo. Se non fosse questo tanto varrebbe morire.</p>
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		<title>La paura di fallire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Aug 2017 19:21:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Fallire. Il mondo è zeppo di paura di fallire, di provare a fare qualcosa e non arrivarci in fondo. Fallire in uno sport in cui non sei sicuro di eccellere, fallire provando ad imparare a suonare uno strumento musicale, fallire un esame all&#8217;università, fallire la scelta degli studi, fallire in un rapporto di coppia, fallire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Fallire. Il mondo è zeppo di paura di fallire, di provare a fare qualcosa e non arrivarci in fondo. Fallire in uno sport in cui non sei sicuro di eccellere, fallire provando ad imparare a suonare uno strumento musicale, fallire un esame all&#8217;università, fallire la scelta degli studi, fallire in un rapporto di coppia, fallire un colloquio di lavoro, fallire l&#8217;organizzazione di un viaggio ambizioso, fallire un&#8217;attività lavorativa, fallire nello scrivere un libro, fallire nel dichiarare il proprio affetto, fallire nel coltivare un fiore, fallire nel fare un dolce. Fallire.<br />
Fallire fa paura.<br />
Io l&#8217;ho fatto un milione di volte. L&#8217;ho fatto anche oggi. Anche ieri. Sono abbastanza sicuro che lo farò anche domani, ormai mi conosco abbastanza per conoscere dove andrò a schiantarmi miseramente, come mi sentirò, quale sarà il livello di sofferenza. Conosco abbastanza le mie debolezze da sapere che cosa aspettarmi.<br />
Pochi giorni fa ho raccontato una storia che ho vissuto da piccolo, una di quelle storie che sono la chiave di quello che sono diventato nel tempo, una di quelle storie che riesci ad elaborare solo anni dopo. Ero un bambino, non ricordo il contesto specifico ne perché fossimo lì e perché ma con la mia famiglia eravamo ad un maneggio. Ricordo il fascino terribile di vedere i cavalli saltare gli ostacoli, la maestria dei fantini, ricordo quanto ero affascinato dal vedere la muscolatura di quegli animali possenti cambiare forma sotto il pelo lucido. Dovevo avere un età in cui avevo già fatto dell&#8217;atletica leggera la mia vita, un altro fallimento anche l&#8217;atletica, perché pensavo al movimento dei muscoli nel mio corpo nella spinta della corsa. Non mi aiuta molto a ricordare la mia età perché la mia prima pista l&#8217;avevo affrontata a qualcosa come cinque anni. Finita quell&#8217;esibizione è stato forse mio padre a chiedere a qualcuno se potevamo salire su un cavallo, io desideravo con tutto me stesso toccarne uno. Mi sembrava quasi di avere la possibilità di toccare un animale mitologico. Mio padre mi ha sempre spinto nel provare nuove cose ma non ricordo se lui ci fosse salito quel giorno, ricordo che chiesero a me e mio fratello se volevamo salire ma io tentennai, ci salì mio fratello. Era bellissima l&#8217;idea di salire, era bellissima ma faceva terribilmente paura. Pensavo che non avevo neppure idea di come fosse toccare una di quelle bestie, e pensavo che avevo paura di cadere da lassù mentre mio fratello veniva portato avanti e indietro per qualche decina di metri con il sorriso spaventato e felice. Pensavo che a breve sarebbe toccato a me. Vidi i grandi aiutarlo a scendere e la paura continuava a prendermi. Ero come un cane legato ad una corda, voglioso di correre e lanciarmi frenato da una corda al collo. Pieno di energia positiva e di desiderio e frenato dalla paura dell&#8217;ignoto, del forse, del se. Del sé.<br />
<span id="more-4499"></span>Salì mia madre al mio posto e mi sentii tutto il mondo crollare, sentivo di aver sbagliato, fallito, deluso me stesso e chi mi stava attorno, mi vergognavo di avere paura e mi vergognavo anche di vergognarmi. E guardavo mia madre cercare di arrampicarsi su, perse l&#8217;equilibrio quasi subito spaventata da un movimento della bestia credo. E cadde. Non si era fatta nulla se non un po&#8217; di paura e poco dopo credo fu lei a cercare a convincermi a salire, che non c&#8217;era niente da avere paura. Avevo una seconda possibilità, nella vita reale le seconde possibilità non capitano quasi mai ma io ero un bimbo e non potevo saperlo ancora. Ancora mi ritrovai attaccato a quella catena al collo, era il momento in cui finalmente potevo trovare il coraggio e liberarmi e forse diventare un po&#8217; più uomo. Convinsi tutti che la caduta di mamma mi aveva spaventato. Che era quello il motivo per cui non volevo salire, provarono ancora a convincermi ma di fronte a quella argomentazione c&#8217;era ben poco da fare. Forse si sentirono anche in colpa per non avermi fatto salire per primo, in fondo ero il bambino più piccolo. Tornando in casa sentii un vuoto dentro. Come cadere all&#8217;indietro in un profondo pozzo dentro di me. Non avevo vissuto per paura di fallire. Avevo fallito per paura di fallire. Rimasi laggiù nel pozzo per diverso tempo, non saprei dire quanto.<br />
Negli anni ho vissuto altre volte questa esperienza, molte altre volte. Quasi a diventare un&#8217;abitudine, un pezzo di me. Trovarsi di fronte ad una scelta, ad un&#8217;azione da affrontare e rimanere lì, nel terrore di farlo davvero, nella paura di fallire, di sbagliare, di non essere adeguato, di cadere dal cavallo nel momento più bello. Sono arrivato a non fare nulla della mia vita. Immobile a guardarmi attorno, la schiena appoggiata a quel bastone a cui la catena è legata e a ruotare senza neppure più allontanarmi per la paura stessa di sentire al collo la pressione che mi avrebbe trattenuto. Infine sono arrivato a sedermi per terra, sempre con la schiena appoggiata a quel bastone, a guardare il mondo scorrere al di fuori di quel cerchio. Le persone facevano cose che io non osavo neppure pensare ed io nella mia inadeguatezza restavo lì ad osservarle. Distolsi lo sguardo verso la fine. Guardavo solo lo spazio tra i miei piedi, le mie scarpe da bambino, pur di non vedere il mondo vivere là fuori. Avevo trent&#8217;anni ormai.<br />
Vorrei dire che non ricordo cosa sia stato a far scattare la scintilla anche se lo so benissimo. Non conosco l&#8217;intera cronologia delle situazioni, dei pensieri, delle emozioni, dei fallimenti, ma ricordo diversi istanti e nel tempo la consapevolezza che a cambiare dovevo essere io. Che le belle parole dal di fuori del cerchio non servivano nulla. Ricordo anche qualcuno che in piedi accanto al palo, accanto a me, nel mio cerchio mi parlava nell&#8217;orecchio e mi diceva cose, mentre io guardavo ancora lo spazio tra i miei piedi.<br />
Ma di tutto questo c&#8217;è una singola cosa che ho trovato incontrovertibile: dei cavalli l&#8217;unico ricordo che avevo era la delusione di non essere riuscito a salirci, di aver fallito nel tentativo di trovare il coraggio. Niente altro. Per me i cavalli erano quello. Mi misi a pensare ad altre cose nella mia vita, cosa ricordavo di Francesca? Di non aver avuto il coraggio di affrontarla fino a quando era diventato troppo tardi. Cosa ricordavo della scelta del mio piano di studi? Che avevo scelto la cosa più sensata e non quella che mi emozionava. Che ricordo avevo del suonare la chitarra? Che avevo temuto di non riuscire mai a suonarla come sapevo suonare il sassofono. Mi guardai indietro e la mia vita era più piena di rimorsi e di &#8220;se avessi&#8221; che di emozioni reali. Così piena di occasioni perdute che il mio rimanere lì ad aspettare un&#8217;occasione aveva un&#8217;aspetto terribilmente grottesco e ridicolo. Quello è stato il giorno in cui ho iniziato a vivere. Troppo tardi? Forse. Se lo avessi fatto prima ora sarei sposato? Sarei uno scrittore? Sarei un fisico nucleare? Sarei un atleta? Un musicista? Un cavallerizzo? Non sarei ciò che sono ora. Non mi sarei alzato in piedi a guardare quel bastone su cui ero appoggiato e non avrei provato ad allontanarmene, non avrei provato a strappare quella catena, non starei scrivendo queste cose. Forse non avrei mai imparato cosa significa amare, gioire, soffrire, a stringere i denti e lottare, a rialzarmi dalle cadute. Che cosa invece non ricordo più? Le volte in cui ho provato e fallito. Fallisco quasi ogni giorno ma il fallimento lo posso archiviare come esperienza, ci posso stare male, posso soffrirci come un cane ma non rimanere quel cane alla catena incapace di liberarsi. Fallire è brutto, fa male, ma apre la porta a nuovi tentativi nuove esperienze, nuovi mondi. Un giorno quando sarà il momento di andarmene vorrei girarmi indietro e guardare e non avere rimpianti, non avere più &#8220;se avessi&#8221; e vedere invece un prato costellato dei fiori che sono le esperienze vissute, come rose rosse baluardi di chi e cosa sono stato. Con le loro spine, alcune di bellissimi colori cangianti altre appassite e secche ma ognuna vissuta. Di certo una, due, molte di loro saranno &#8220;quello che ho sempre cercato&#8221;, &#8220;quello che ho sempre desiderato&#8221;, &#8220;quella cosa che mi fa sentire completo&#8221;, &#8220;quello che mi fa sentire realizzato&#8221;, altre &#8220;quello che speravo&#8221;, &#8220;quello che credevo&#8221;, &#8220;quello che sarebbe stato bello funzionasse&#8221;, ma nessuna mai &#8220;Quello che avrei voluto provare&#8221;, &#8220;quello che chissà come sarebbe andata se&#8230;&#8221;</p>
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		<title>La mia prima volta (Il sangue)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jun 2017 19:51:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#60;- La mia prima volta &#60;- La mia prima volta (La vita) &#60;- La mia prima volta (L&#8217;anima) Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano lunghi fino quasi a metà schiena castano scuro, lisci e morbidi. Tendevano a stare con la riga in mezzo come li aveva tenuti probabilmente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta/">&lt;- La mia prima volta</a><br />
<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-seconda-versione/">&lt;- La mia prima volta (La vita)</a><br />
<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">&lt;- La mia prima volta (L&#8217;anima)</a></p>
<p>Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano lunghi fino quasi a metà schiena castano scuro, lisci e morbidi. Tendevano a stare con la riga in mezzo come li aveva tenuti probabilmente per anni ma la sua mano continuava a scompigliarli dandole un movimento fluido e compatto posizionandoli ogni volta in maniera diversa. Ricordo perfettamente il bianco chiaro del suo corpo, la sua pancia piatta ma morbida di quel lieve strato di adipe che ogni donna dovrebbe avere, ricordo parte di me scivolarle liquida sulla pelle della pancia ed entrare nell&#8217;ombelico fino a farlo traboccare e poi scendere di lato accanto all&#8217;osso del bacino. Lentamente. Fu quello probabilmente a scatenare il tutto di ciò che avvenne successivamente. Era una sera come un&#8217;altra una sera come tante e lei ancora non l&#8217;avevo mai incontrata. Credo mi abbiano colpito per prima le labbra imbronciate e poi quei capelli lanciati da un lato all&#8217;altro da un braccio bianco e chiaro zeppo di lentiggini. Era triste, seduta su di una panchina al parco, al buio.<br />
&#8220;Tutto bene?&#8221; le dissi.<br />
&#8220;No&#8221; rispose.<br />
Niente altro. Mi sedetti accanto a lei e non si spostò.<br />
Il suo profumo era un profumo unisex, non saprei dirne il nome ma lo avevo già sentito altrove, sfiorava i meandri profondi della mia mente.<br />
Restammo seduti uno accanto all&#8217;altra per minuti, decine di minuti, forse anche più di un&#8217;ora senza rivolgerci la parola poi lei si alzò e si allontanò lentamente.<span id="more-4441"></span>La vidi anche il giorno dopo. La scena fu simile ma non parlammo. Questa volta portava una T-Shirt bianca con una scritta grigia, non ricordo quale, ma mi rimasero impressi i pantaloni slavati e leggermente macchiati. Sembrava avesse deciso di lasciarsi andare. Non parlammo neppure questa volta ma le rimasi accanto. Anche il suo volto aveva delle lentiggini che il buio nascondeva ma quando i fari di un&#8217;auto passavano riuscivo a distinguerle leggermente sulla superficie del naso. Lei teneva lo sguardo basso.<br />
Fu la terza sera che le chiesi gentilmente se avesse voluto usufruire dei miei servigi. Indossava ancora gli stessi pantaloni e la maglia che indossava era strappata in basso. Attraverso si vedeva il bianco del suo corpo, lì apparentemente privo di lentiggini. Si alzò dalla panchina e mi diede uno schiaffo fortissimo quando glie lo chiesi, tanto da farmi schizzare sangue dal naso. La vista del mio strumento doveva averle causato un moto di timore ma alla fine non si mosse confermandomi che tutto sommato desiderava quello che le stavo proponendo. Mi alzai a mia volta cercando di fermare il getto di sangue che stavo perdendo e le spinsi le spalle per farla sedere, si lasciò muovere docile e una volta seduta sulla panca la feci sdraiare. Lo stava aspettando quel momento, nonostante lo schiaffo non disse una parola. Quando le tirai su la maglietta fino ad esporle il seno un altro fiotto del mio sangue finì sulla candida carne morbida che avevo esposto, il sangue rosso chiaro  scivolò nella fossa del suo ombelico riempiendolo in fretta e colando di lato giusto sopra l&#8217;osso del bacino. Mi chinai a leccarlo, a leccare il mio stesso sangue a leccare quella pelle, a sentire il misto tra il metallico e il salato, tra il male ed la purezza.<br />
Lei rimase in silenzio ancora. Mi guardava fremendo leggermente con lo sguardo di un agnellino che attende gli eventi. Reggevo forte nella mano ciò che avrei usato su di lei e lei lo guardava quasi con bramosia. Avrei voluto infilarglielo con forza dentro senza preamboli ma decisi di farlo lentamente, di godere il momento che avrei ricordato per tutta la vita. Lo posai sulla pelle del suo sterno e lo feci andare leggermente avanti ed indietro, lasciava un lieve segno su tutto quel candore poi, ruotandolo, con la lama tagliai la stoffa che univa le due coppe del reggiseno. Lei parve gioire in un istante di ritrovata libertà mentre i suoi seni lanciavano di lato gli scampoli di stoffa rimasti appesi solo alle spalle e dietro la schiena. Osservai quelle morbidezze mentre il sangue dal naso smetteva di scendere poi feci scorrere la lama del mio strumento dallo sterno al pube lentamente premendo a poco a poco di più, quel tanto da segnare la pelle sotto la pressione che la schiacciava verso il basso comprimendola ma non abbastanza da tagliare. Nei suoi occhi vidi per la prima volta la paura, come avesse cambiato idea, come se volesse che mi fermassi. Lo fanno sempre pochi istanti prima del momento, è quello l&#8217;istante in cui bisogna agire, il culmine massimo del piacere prima che arrivi il terrore, prima che arrivino le urla. Non lo sapevo ancora in quel momento ma era l&#8217;istinto a guidarmi. Razionalmente lo avrei compreso solamente anni dopo. Feci entrare la lama poco al di sotto dello sterno bucando i polmoni ed il cuore. Vidi i suoi occhi e le sue labbra spalancarsi come a provare un orgasmo prima che un fiotto del suo sangue le uscisse dalla bocca scendendo sotto un orecchio. Avrei voluto sanguinare ancora, mescolare il mio sangue al suo, mescolare i miei liquidi ai suoi ma mi limitai a leccare i suoi dall&#8217;orecchio, da sotto l&#8217;orecchio. Non respirava già più. La lasciai lì, in quel contrasto del rosso e del bianco, con quel segno uscirle dalle labbra come un rossetto sbavato in una serata di passione.<br />
Le avevo donato ciò che desiderava, avevo portato via con me quello di cui desiderava liberarsi e questo mi faceva sentire particolarmente sereno, in pace col mondo. Avevo trovato il mio posto nel mondo, il mio ruolo.<br />
Quella fu la mia prima volta, la prima di tante altre in cui donai i miei servigi a persone che non erano più in grado di scegliere di essere o di non essere, né di sopportare gli oltraggi dell&#8217;iniqua fortuna né di prender le armi contro il mare di triboli.<br />
Ero diventato il braccio della vecchia signora.</p>
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		<title>Come cambierà la mia vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 May 2017 19:28:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ci sono persone che riescono a farti odiare le cose che ami di più, rivolgerle e sconvolgerle di inettitudine, incapaci neppure di rendersi conto della propria incapacità e di essere un danno per chi li circonda, convinte di salvare il mondo che stanno prendendo a calci nel culo fino farti capire che il mondo è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono persone che riescono a farti odiare le cose che ami di più, rivolgerle e sconvolgerle di inettitudine, incapaci neppure di rendersi conto della propria incapacità e di essere un danno per chi li circonda, convinte di salvare il mondo che stanno prendendo a calci nel culo fino farti capire che il mondo è degli inetti e che per chi ha una testa non c&#8217;è luogo.<br />
Ci sono persone che riescono a farti amare le cose che odi di più, a spingerti a credere che l&#8217;impossibile non esiste, che è l&#8217;impegno a rivoltare il mondo, cambiarlo, farlo progredire, che i limiti sono fatti per essere superati che nel mondo sono gli inetti che<span id="more-4421"></span> rimarranno indietro e quelli che non ci credono, quelli che non si lanciano.<br />
Ci sono persone che con la loro immobilità, il non esporsi, il non dire, il rimanere immobili su posizioni, il rifuggire ogni discussione accesa spengono gli animi. Immobili inamovibili ti convincono che il mondo è nelle mani di chi non si lascia muovere, di chi non prende posizione perché non può perdere, perché alla fine gli altri attorno si stancheranno.<br />
Poi ci sei tu. Ci sono io. Navigando tra tutto, tra questo e quello consapevole che troppe cose nel mondo dipendono dagli altri per poter essere autonomi, che per quanto tu possa essere forte, deciso, preparato finirai per scontrarti sempre con la realtà di chi può prevedere le tue mosse. Di chi può conoscere il perché, di chi vuole poter scegliere anche nella vita degli altri. C&#8217;è sempre, in definitiva, qualcuno che prenderà parte alla tua decisione perché sopra di te, accanto, o in mezzo alla decisione.<br />
Lancerò monete.<br />
Lancerò monete come un folle per scegliere. Lancerò monete.<br />
Ma non saranno monete, sceglierebbero loro, sceglierebbe un pezzo di metallo che ruota.<br />
Cambierà così la mia vita. Ogni aspetto, ogni istante, mi volto e scelgo.<br />
Cambierà così, in un caotico movimento neutrale.</p>
<p>Un caotico<br />
neutrale</p>
<p>mo vi men t o</p>
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		<title>La mia prima volta (L&#8217;anima)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Apr 2017 13:34:30 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta/">&lt;- La mia prima volta</a><br />
<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-seconda-versione/">&lt;- La mia prima volta (La vita)</a></p>
<p>Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell&#8217;aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.<br />
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l&#8217;atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell&#8217;atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l&#8217;atto non era presente.<span id="more-4321"></span> Le scrissi la mia prima poesia a scuola, durante l&#8217;ora di inglese. Non ricordo le parole e mi chiedo se ci siano ancora nel suo diario di allora, se abbia ancora il diario di allora. Come in ogni prima volta però ricordo le emozioni provate. Non scrivevo realmente a lei, ma a quel riccio che ricordo ancora perfettamente più di quanto ricordi il suo viso, scrissi a me stesso mentre parlavo di quel riccio. Non partii con una classica ode a una donna ma con una specie di ode a dei capelli. D&#8217;altronde non conoscevo altro di lei.<br />
Ricordo tutto il riempirsi dentro come di una bolla che si gonfia, come un liquido che sale dal basso fino ad allargarmi il torace, a silenziarmi la gola, ad entrarmi in testa e spingere forte. Le persone che mi stanno accanto l&#8217;hanno spesso interpretato come se volessi isolarmi ed entrassi in una forma tra autismo e depressione, ognuno ha sempre avuto il proprio modo di interpretarmi in quello stato ma per me è solamente parte del processo. Della mia dipendenza se vogliamo. Una delle tante dipendenze. Ricordo perfettamente la sensazione di estraneazione, di stacco dal mondo, di isolamento non tanto dagli altri quanto da me stesso. Il desiderio che spinge, un desiderio che non avevo idea di da dove venisse né cosa desiderasse né dove e come sfogarlo. Presi in mano la penna, una stilografica blu in plastica gialla tutta mangiucchiata e scrissi a quel riccio, che poi quello che scrivevo arrivasse a Chiara era un fattore secondario. Scrissi di getto ma non so cosa scrissi. Alla fine il mio corpo, la mia anima, la mia mente parvero svuotati. Tutto quel liquido accumulato dentro che schiacciava e premeva su ogni mio organo, pensiero, su ogni parte di ciò che ero allontanandomi da me stesso ed ovattando tutto, era scomparso. Era scomparso con una forma di piacere quasi fisico che avrei imparato più tardi ad assimilare all&#8217;orgasmo. Seppure non fosse la prima volta che usassi la vena creativa per scrivere questa fu <em>la mia prima volta</em>, quella in cui ne compresi il potere terapeutico. Pensai che sarebbe stata comunque l&#8217;ultima. Cosa mai avrebbe potuto nuovamente scatenarmi una simile sensazione? E cosa avrei potuto scrivere di altrettanto forte? E poi queste cose belle a forza di ripetersi perdono forza, perdono valore ed infine si abbandonano, no?<br />
Ne scrissi altre due o tre credo, sempre al ricciolo di Chiara, consegnandole a Chiara perché il ricciolo potesse leggerle mentre le leggeva lei. Credo di averci fatto una passeggiata e ballato un lento e niente altro. Le promisi che un giorno le avrei fatto capire che per me non era solo un gioco, che non l&#8217;avrei dimenticata, e in qualche modo sto mantenendo la promessa anche ora anche se probabilmente non lo saprà mai. Anche se la promessa non era fatta a lei. Ho scritto molto anche sull&#8217;incavatura della sua schiena che ho toccato ballando quell&#8217;unico lento, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ElkqPNvMj6w">Independent Love Song di Scarlet</a>. Ma questo accadde più di quindici anni dopo e ha più a che vedere con il mio modo di scrivere e di pescare nei ricordi che con lei. Come tutto il resto d&#8217;altronde.<br />
Scrissi dell&#8217;altro nell&#8217;anno successivo e probabilmente quello dopo ancora. Mi ero illuso che quella sensazione potesse tornare e mi convinsi che il problema fosse non tanto nello scrivere quanto nell&#8217;amare. Non ero in grado di provare quello che avevo provato per lei. Per il ricciolo praticamente. Fu quando incontrai il mio primo amore, amore vero, che mi accorsi che il mio scrivere aveva poco a che fare con il mio amare gli umani e che quando mi chiese &#8220;Ti è piaciuto?&#8221; risposi &#8220;Sì, è quasi come scrivere.&#8221;<br />
Avevo ripreso a farlo da poco. I cambi, le rivoluzioni, le stranezze dell&#8217;adolescenza e degli ormoni stavano facendomi impazzire, ero un adolescente atipico in un mondo tipizzato, dovevo essere ciò che ero mascherandomi da metallaro, o da bravo ragazzo, o da musicista jazz, o da latin lover, o da timidino. Ero già consapevole di chi volevo essere ma la società non era in grado di accettare che lo fossi quindi dovevo raccontarmi a me stesso per avere la mia direzione. Scrivevo. Scrivevo sopratutto a me stesso. Scrivevo rinchiuso nella mia stanza. Quando tutto si riempiva di quel liquido soffocante che mi obbligava a farlo lo facevo e ogni volta mi dava piacere uscendo da me attraverso la penna. Ero praticamente rinchiuso in me, tra me, con me, all&#8217;interno di me. Iniziai a portarmi dietro un Moleskine, non perché lo avessero fatto Oscar Wilde o Ernest Hemingway ma semplicemente perché era comodo. Potevo scriverci per diminuire il liquido dentro e arrivare fino al momento in cui avrei potuto isolarmi e buttarlo fuori del tutto. Scrivevo sull&#8217;autobus, per strada, nei locali davanti ad una birra, nelle pause durante gli allenamenti. Scrivevo. Scrivevo delle cose che può scrivere un adolescente e di qualche altra. Non pensavo sarebbe durato a lungo. Finii di scrivere il mio primo libro nel giro di pochi mesi, era una raccolta di poesie, o quantomeno di pensieri. Aveva un inizio, uno svolgimento ed una conclusione come un romanzo, una storia organica e precisa di crescita. Pensavo non avrei mai più scritto altro. Conoscevo Rimbaud e mi piaceva l&#8217;idea di chiudere con la scrittura come aveva fatto lui, il <em>poeta dell&#8217;adolescenza</em>. Avevo scartato moltissime poesie che ritenevo buone, alcune ottime. Poesie sulla morte, sul senso della vita, sulle contraddizioni del mondo, poesie troppo sperimentali ma interessanti. Fu in quei giorni che tirai fuori dall&#8217;armadio il cappotto di pelle che avevo messo via la stagione precedente, infilandoci una mano in tasca ne trovai una pallina di carta. La aprii e dentro vi trovai scritto &#8220;Rievocazione dei sensi&#8221;, lo avevo scritto quasi un anno prima in una sera in cui avevo voglia di isolarmi dal mondo. I miei amici avevano preso l&#8217;autobus ed erano in centro ad aspettarmi, io avevo deciso di perdere l&#8217;autobus e di farmela a piedi anche se in venti minuti sarebbe arrivato il successivo. Attorno c&#8217;era nebbia, probabilmente era un novembre o un marzo, un giorno di mezza stagione. Camminavo come ho sempre amato fare nelle parti vietate della zona merci della stazione dei treni. Mi era venuta in mente solo quella frase, avevo una penna, un foglietto ma non il Moleskine. L&#8217;avevo scritta e messa in tasca. Poi tra una cosa e l&#8217;altra avevo finito per appallottolarla e ritrovarla mesi dopo. Fu una frase profetica e una rivelazione. Iniziò a prendere corpo quello che sarebbe stato il mio secondo libro iniziato, anche se ci misi anni a terminarlo, e fu probabilmente il mio quarto finito. Iniziò a prendere corpo <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, tra giochi e sperimentazioni e temi alternativi. Senza fretta. Senza volerlo realmente terminare era il coperchio sotto cui poteva stare molto del materiale che avevo scartato in precedenza. Ero convinto non lo avrei mai terminato, e avrei smesso preso di scrivere come Rimbaud, ma ero lontano dai diciannove anni.<br />
Il secondo libro lo scrissi di botto, in poche settimane dopo aver chiuso con il primo amore ed averne incontrato un&#8217;altro fuggevole ma estremamente provante dal punto di vista personale. Una persona più strana di me, più complicata di me, più estrema di me con cui confrontarsi e chiedermi chi fossi fino al nostro esplodere in una favilla luminosa. Cominciavo a pensare che forse dopo tutto avrei potuto continuare a scrivere un altro po&#8217;. Ma presi una pausa. Così, perché amo contraddirmi.<br />
Sembrava non esserci più nulla da scrivere, si era esaurito il filone e forse mi andava bene così. Scrissi un po&#8217; usando la tecnica e non la passione, scrissi altri pezzi di <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em> fino quasi a completarlo riempiendolo di esperimenti, giochi di parole, tecnica talvolta fredda. Poi come per ogni droga, per ogni dipendenza, per ogni fuga incontrai qualcuno che mi diede una scossa, che mi lanciò nel baratro o me ne estrasse. Che mi fece capire cos&#8217;è la dipendenza. Che mi fece capire cos&#8217;è la depressione. Che mi fece capire cos&#8217;è la vita. La prima volta che capii come sarebbe andata a finire fu sul suo letto quando iniziò a leggermi Prevert. Non avevo mai letto Prevert. Parlammo ore di poesia, giorni, mesi. Mi accorsi di come le sperimentazioni che avessi provato non fossero davvero così inutili, leggendole lei mi mise in mano Pessoa. Non avevo mai letto Pessoa e fu una rivoluzione. Ricordai come all&#8217;inizio la spinta fossero le poesie di Edgar Poe ma capii come ambissi involontariamente, pur non conoscendolo a Pessoa. Ne lessi la prosa e capii che come il mondo fosse più ampio. Fu lei che mi portò a terminare <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, a spingermi fino a farmelo pubblicare. Oggi lo rileggo e nel suo piccolo lo trovo ancora rivoluzionario. Trovo che sia ancora la cosa più bella che io sia mai riuscito a creare. Può non piacere, è ovvio, ma la portata che ha per me, la profeticità dei contenuti per me sono come se il me giovane avesse scritto al me di oggi cose che potrà capire solo il me di domani. Di tutta la mia produzione è stato fino ad oggi l&#8217;apice. Scrissi in quel tempo anche un&#8217;altra raccolta di poesie, ed un&#8217;altra ancora. Dalla prima all&#8217;ultima, ad eccezione del solito <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, che prometto non nominerò più, sono stati un percorso collegato, da una fine all&#8217;inizio successivo, da una fine al successivo ed ancora. Ne scrissi cinque con pause più o meno lunghe. Il cammino di un adolescente che cercava di crescere, di superare le paure, di lanciarsi da una rupe convinto di poter volare, di cadere ed infine di riprendersi. Arrivai a schifarmi di quello che scrivevo. A non voler più quella fuga, avrei voluto qualcosa di più, di più forte. Ero dipendente ma l&#8217;assuefazione aveva fatto il suo corso dopo più di seicento pezzi scritti e catalogati. Qualunque cosa provassi a scrivere mi risultava vuota, già scritta, già vista, inutile. Cominciai a cercare emozioni di altro genere. Di molti altri generi. E poi ancora una volta incontrai l&#8217;amore. Un amore strano e complicato seppure semplice. All&#8217;epoca avevo spostato il mio scrivere alla creazione di questo blog. Ci scrivevo già da qualche anno a dire il vero e scriverlo era stato probabilmente il motore per far nascere questo nuovo amore che quietò apparentemente il mio bisogno. Si spense il blog, si spense tutto. Fu <a href="https://www.staipa.it/blog/perche-ho-smesso-di-scrivere/">il motivo per cui smisi di scrivere</a>. Nel bene e nel male.<br />
Scrivere aveva preso a farmi schifo. Se provavo a scrivere e mi leggevo mi sentivo come un alcolizzato che si renda conto di essersi ubriacato contro il proprio volere l&#8217;ennesima volta. E tutto ciò che scrivevo mi dava il voltastomaco, era inutile, ripetitivo, vuoto. Il liquido che mi si formava dentro era stagnante e puzzolente. Si formava ma liberarlo dava prevalentemente olezzo. Ogni tanto pensavo a quel ricciolo di tanti anni prima, e mi dicevo che forse avevo finalmente raggiunto i diciannove anni di Rimbaud. Ne avevo trenta, ma era uguale. Non provavo più l&#8217;orgasmo dello scrivere ma sentivo ogni istante me stesso pieno di quel liquido che mi estraniava da me e dal mondo ma ero incapace di svuotarmene, privo del desiderio di svuotarmene. Mi stavo allontanando da tutto. Anestetizzato, arido, lontano. Poi l&#8217;amore finì, come era naturale che fosse, e con esso in qualche modo l&#8217;embargo che mi ero imposto. Non che fosse merito della fine dell&#8217;amore ma semplicemente fu un cambiamento abbastanza importante da impormi di riprendere in mano le cose.<br />
Provai a scrivere nuovamente in poesia schifandomi ancora come sempre e allora decisi di scrivere un romanzo. Avevo scritto racconti negli anni, avevo provato a scrivere racconti lunghi ma non mi era mai riuscito di superare poche pagine. Decisi di scrivere un romanzo su di me, per me, da tenere per me. Una forma di auto analisi. Lo scrissi in pochi mesi, era breve e non saprei dire neppure quanto bene fosse scritto ma dopo essere stato mesi a scrivere rinchiuso in casa avevo ritrovato me stesso. Il desiderio, la voglia di buttare fuori tutto, il contatto con il mondo e la realtà. Ed avevo goduto un universo intero. L&#8217;anestesia non era terminata però. L&#8217;aridità. Il distacco dal mondo. L&#8217;incapacità di provare emozioni positive o negative che fossero. L&#8217;apatia. Trovai il modo di emulare le emozioni, di viverle apparentemente, di simularle, di stimolare i ricordi per indurle. Era scriverle, scriverne. Per evocarle, per esorcizzarle, per vivere. Non molto diverso da alcune droghe o dell&#8217;autolesionismo era diventato il mio modo di <em>provare qualcosa</em>, qualunque cosa fosse pur di sentire di essere in vita.<br />
Quello è stato il momento in cui il blog è rinato con <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/dodici-gradi/"><em>dodici gradi</em></a> e con gli altri <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/"><em>racconti</em></a> che da allora mi accompagnano e hanno sostituito le sensazioni di cui un tempo avevo bisogno continuando ad alimentare la mia dipendenza e svuotare il mio dentro dal liquido che lo invade. Ho scritto un altro libro, di racconti da allora o meglio due libri concentrici. Il titolo del progetto nella mia testa era <em>Anestesia</em> ma sarebbe stato stupido fosse il titolo reale perché era costruito esattamente sul percorso e le sensazioni consce ed inconsce di un&#8217;anestesia totale, e dell&#8217;anestesia che stavo provando. Avrei rovinato al lettore (me stesso) il viaggio. Poi come sempre è quando hai bisogno di <em>qualcosa di più forte</em> che incontri qualcuno in grado di dartene. Ho incontrato la persona più importante degli ultimi anni per la mia dipendenza. Mi ha preso per mano e guardato negli occhi dicendo solo <em>io credo in te</em>. Se un giorno i frutti di quello che ho fatto in questi anni si vedranno il merito sarà più suo che di tutta la fatica fatta -che poi non è fatica- in questi anni. Mi ha guardato negli occhi mentre il liquido mi riempiva e isolava dal mondo e mi ha infilato nella pancia un coltello per aprire una breccia e farlo uscire. Il piacere che ne ho ricevuto, in ogni senso, in ogni modo è stato il più sconfinato e dura ancora ogni giorno anche se non ci credo. Ed ancora ogni volta mi sembra l&#8217;ultima. Costringendomi ad iscrivermi alla <a href="https://www.scuolapalomar.it/">scuola palomar</a> che avevo scoperto per caso mi ha messo davanti al fatto che era il momento di provare davvero a seguire un sogno. Ho scritto il mio primo romanzo completo, completo di ogni punto fondamentale. Migliorabile, sicuramente, ma ho superato il mio limite di non riuscire a scrivere più di un racconto lungo. Quel che ne sarà è da vedersi ma oggi scrivo ancora, mi riempio di quel liquido dal mondo e lo butto fuori. Scrivo su questo blog o altrove ed ogni singola volta mi sembra l&#8217;ultima. O la prima. Guardo ciò che ho scritto e mi chiedo come farà a venirmi in mente qualcosa di nuovo fino alla volta successiva ed ancora ed ancora ed ancora ed ancora. Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine, ma scrivo ancora ed è ancora tra tutte l&#8217;emozione più grande, il piacere più forte.<br />
Creare mondi. O raccontare mondi che esistono davvero ma altrove, in luoghi che gli altri  non possono visitare ma tu sì.<br />
Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine.<br />
Non importa.</p>
<ul>
<li><strong>Post Scriptum: </strong>Solo dopo aver scritto tutto questo il caso mi ha portato ad un&#8217;intervista dello scrittore che stimo di più e che ha segnato maggiormente la mia fantasia. Cercavo su internet &#8220;Dipendenza da scrittura&#8221; per trovare un&#8217;immagine interessante da allegare e come a volte capita è piovuto qualcosa.<br />
<blockquote><p><em><em><em><em><br />
Mi ricordo quando ero uno studente che scriveva storie e romanzi, alcuni dei quali furono poi pubblicati, altri no. Era come se la mia testa stesse per esplodere, talmente tante cose volevo scrivere in una volta. Avevo un sacco di idee, tutte intasate. Come se avessero bisogno di chiedere il permesso per uscire. <strong>C’era questa falda acquifera sotterranea di storie che volevo raccontare e dovevo solo conficcarvi una tubatura per far sì che tutto fiottasse fuori.</strong></em></em></em></em></p>
<p><em><em>I can remember as a college student writing stories and novels, some of which ended up getting published and some that didn&#8217;t. It was like my head was going to burst – there were so many things I wanted to write all at once. I had so many ideas, jammed up. It was like they just needed permission to come out. <strong>I had this huge aquifer underneath of stories that I wanted to tell and I stuck a pipe down in there and everything just gushed out. </strong></em></em></p>
<p><a href="https://www.rollingstone.com/culture/culture-features/stephen-king-the-rolling-stone-interview-191529/">Stephen King in un intervista a Rolling Stone</a>.</p></blockquote>
</li>
</ul>
<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-quarta-versione/">La mia prima volta (Il sangue) -&gt;</a></p>
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		<title>La mia prima volta (La vita)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Mar 2017 12:48:59 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta/">&lt;- La mia prima volta</a></p>
<p>Quando Marco mi fece provare non sembrava nulla di che. Alla fine lo facevano tutti, o almeno lo facevano le persone che io ritenevo le più intelligenti, le più sensibili, quelle di cui preferivo circondarmi. Ero un ragazzo, eravamo tutti ragazzi e sembrava una cosa figa.<br />
Provi. Tanto hai tutta la vita davanti, anzi ai tuoi piedi. Perché a quell&#8217;età non hai idea di cosa sia la vita ne davanti ne dietro, sai cos&#8217;è l&#8217;oggi, l&#8217;adesso. Il domani tuttalpiù è il tempo che ti separa tra l&#8217;adesso e un evento interessante. Non sapevo ancora che un giorno sarebbe diventato un mondo di possibilità, di scelte, di fatica, fino a quel giorno non esisteva, e basta.<br />
Il gioco è stato divertente, quando me lo ha proposte mi sono chiesto &#8220;cosa succede se provo? Cosa se non provo?&#8221;. L&#8217;unica risposta che mi sono dato è che se non lo avessi fatto sarei stato uno sfigato, che Marco non mi avrebbe considerato all&#8217;altezza. E così l&#8217;ho fatto.<br />
Sapevo perfettamente non fosse una cosa di quelle cose che fanno i <em>bravi ragazzi</em> ma non avevo mai ambito ad esserlo, sinceramente non mi piacevano le categorizzazioni, quindi neppure questa. Ero consapevole che proprio il mio essere intelligente ed attento mi rendeva in grado di controllare la situazione e di non rischiare troppo tutto quello che i grandi dicevano fosse pericoloso o senza via di ritorno. Non sono mai stato una persona da festoni e casino ma questa esperienza mi univa comunque di più al piccolo gruppo di amici, non farlo me ne avrebbe probabilmente allontanato, tanto valeva provare. Non ne rimanei particolarmente colpito, non che facesse schifo o che fosse privo di effetti ma nella mia breve vita avevo provato vari generi di emozione, questo era uno dei tanti. Andrea invece lo trovava entusiasmante, <em>la cosa più bella che mai avesse provato nella sua vita</em> diceva, Marco stesso che ne era il promotore era rimasto stupito dalla reazione di Andrea.<br />
All&#8217;epoca facevo atletica leggera, avevo iniziato qualche anno prima ed avevo fatto qualche garetta amatoriale, nei primi anni l&#8217;allenatore mi aveva fatto fare un po&#8217; di tutto, lancio della pallina, velocità, salto in lungo, salto in alto. Io adoravo il salto in lungo anche se ero un po&#8217; scarsino. Il calcio non mi piaceva e gli sport di gruppo non erano il mio forte. Forse per il fatto che portavo gli occhiali e quindi non ci vedevo benissimo o più probabilmente per attitudine, sono sempre stato un po&#8217; un solitario. Uno di quei giorni l&#8217;allenatore mi chiese di partecipare ad una gara per il fine settimana. Non mi disse la specialità e io non ci feci caso. Avrei dovuto aspettarmelo che mi avrebbe giocato uno scherzo ma non ci pensai. Era inverno e la gara sarebbe stata una indoor, c&#8217;era una piccola pista al coperto che veniva montata in fiera ricordo che il numero del padiglione fosse il 18 <span id="more-4301"></span>prima che li rinumerassero tutti. La pista era di gomma su una struttura di legno, era lì che ci allenavamo ed era lì che si sarebbe svolta la gara, non era la prima che facevo. Quando arrivai chiesi quale fosse la specialità e l&#8217;allenatore rispose <em>corsa ad ostacoli</em>.<br />
&#8220;Non l&#8217;ho mai fatta!&#8221; dissi.<br />
&#8220;C&#8217;è sempre una prima volta&#8221; mi rispose.<br />
&#8220;E se non riesco? E se inciampo e mi faccio male? E se&#8230;&#8221;<br />
&#8220;Ce la farai&#8221; disse.<br />
&#8220;Ma non mi ci sono mai allenato!&#8221;<br />
&#8220;Ce la farai&#8221; ripeté nuovamente.<br />
Dentro di me scattò qualcosa di nuovo. Un misto di paura, quasi terrore e di sfida. Un misto di <em>non posso farcela</em> e di <em>devo farcela</em>. <em>C&#8217;è sempre una prima volta</em> aveva detto, <em>c&#8217;è sempre una prima volta</em>.<br />
Ricordo i blocchi di partenza, da quel punto gli ostacoli sembravano un lungo corridoio. Guardandoli dal basso tutti quei rettangoli uno dentro all&#8217;altro sembravano un tunnel. Avrei dovuto passarci sopra, ovvio, ma trovai affascinante l&#8217;idea. Alla fine della pista, lunga solo una sessantina di metri, c&#8217;era la salita che ero abituato a fare in curva. Nelle piste indoor spesso la pista tonda è di soli duecento metri invece dei classici quattrocento e le curve sono rialzate ed inclinate per permettere agli atleti di girare con un raggio così stretto. La pista degli ostacoli si trova al centro di questo cerchio, posta in maniera longitudinale e termina su quella che è la curva. Guardare tutto questo da quel punto è stata una delle emozioni più grandi che avessi mai provato. Ricordo il vuoto ed il silenzio assoluto tra le parole<br />
&#8220;Ai vostri posti&#8221;.<br />
&#8220;Pronti&#8221;<br />
Il tempo si era fermato mentre il giudice poco distante da me alzava la pistola.<br />
Poi finalmente lo sparo.<br />
Non ho idea di come sia andata la gara, sicuramente non sono arrivato primo e neppure ultimo, ma era la sensazione dell&#8217;energia che mi spingeva oltre ogni ostacolo, il sentire l&#8217;odore della pista, il vedere il tempo rallentato passo per passo, passo per passo, l&#8217;ostacolo avvicinarsi e passare dietro.<br />
La sera stessa volevo raccontarlo ai miei amici, era la sensazione più bella che avessi mai provato. Andrea invece era più spento del solito, voleva andare al parchetto anche questa volta, io ci sarei anche andato ma non a fare quello che voleva fare lui, ci sarei andato a chiacchierare e raccontare, ma ancora più volentieri sarei andato a fare un giro in centro in mezzo alla gente, bere qualcosina e poi are gli scemi in piazza Dante. O al cinema per dire. Lui voleva <em>viaggiare</em> invece.<br />
Non ho mai capito perché trovasse il suo <em>viaggiare</em> così importante, fondamentale. Nel tempo lo vidi allontanarsi sempre di più, non era facile tenerlo vicino, non era facile cercare di fargli capire che anche andare al cinema a vedere un bel film poteva essere un <em>viaggio</em>, non che i suoi fossero brutti ma vedevo il mondo come una quantità enorme di esperienze diverse da provare. Potevo anche comprendere che la mia amata corsa ad ostacoli non fregasse niente a nessuno, non obbligavo tutti ad amarla dicendo che chi non la capisce non capisce come funziona il mondo.<br />
Nessuno di noi ha mai demonizzato necessariamente dividersi tra divertimenti classici e divertimenti in stile Andrea, ma ci sembrava stupido dover rinchiudere tutto nel trovare un modo di fuggire dalla realtà. Fuggire, <em>viaggiare</em>, ha un suo perché, un suo fascino ma anche la realtà ha un suo perché.<br />
Nel tempo tutti noi abbiamo smesso. Io anche per la questione che per gareggiare dovevo mantenere il mio corpo e la mia testa pulite, non sono mai diventato un campione ma ci credevo davvero. Così alla fine alcuni di noi si sono persi, altri si sono tenuti in contatto. Qualche volta ho ancora incontrato Andrea, non è mai sembrato essere cresciuto, si vestiva ancora come un adolescente era semplicemente invecchiato nelle stesse vesti. Un adolescente invecchiato. Dimostrava realmente parecchi anni di più di quanti ne avesse tra l&#8217;altro. L&#8217;ho rivisto ieri al supermercato con suo padre, sembravano entrambi molto stanchi, lui in particolare stentava quasi a farsi capire biascicando le parole. Mi chiedo se mi abbia riconosciuto davvero o se abbia finto di ricordarsi.<br />
Non so cosa abbia vissuto da quando ci siamo allontanati, come sia andata la sua vita fino ad ora né come proseguirà, penso solo che forse sia stato semplicemente meno fortunato di me, che avrei potuto essere io al suo posto.<br />
La realtà è che non lo saprò mai.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">La mia prima volta (L&#8217;anima) -&gt;<br />
</a><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">La mia prima volta (Il Sangue) -&gt;</a></p>
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		<title>La mia prima volta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2017 09:33:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">La prima volta che lo feci non sembrava nulla di che. Alla fine lo facevano tutti, o almeno lo facevano le persone che io ritenevo le più intelligenti, le più sensibili, quelle di cui preferivo circondarmi. Ero un ragazzo, eravamo tutti ragazzi e sembrava una cosa figa.<br />
Provi. Tanto hai tutta la vita davanti, anzi ai tuoi piedi. Perché a quell&#8217;età non hai idea di cosa sia la vita ne davanti ne dietro, sai cos&#8217;è l&#8217;oggi, l&#8217;adesso. Il domani è tuttalpiù il tempo che ti separa tra l&#8217;adesso e un evento interessante. Non sapevo che un giorno sarebbe diventato il tempo che mi separava tra l&#8217;ultima volta e la prossima, niente altro.<br />
Il gioco è stato divertente, me lo ha proposto Marco e mi sono chiesto &#8220;cosa succede se provo? Cosa se non provo?&#8221;. L&#8217;unica risposta che mi sono dato è che se non lo avessi fatto sarei stato uno sfigato, che Marco non mi avrebbe considerato all&#8217;altezza. E così l&#8217;ho fatto.<br />
Ero consapevole che non fosse una cosa di quelle che si dicono&nbsp;<em>cose buone</em> ma avevo la testa sulle spalle ed ero perfettamente in grado di controllarmi. Proprio il mio essere più sensibile della media, il mio guardare dentro le persone e capirle, era la cosa che mi rendeva più forte ed in grado di controllare me stesso in ogni situazione. Non ero una persona molto socievole, anzi lo ero, ma i miei spazi interiori erano fondamentali, ricavarmi momenti per rimanere da solo e per riflettere, per isolarmi dal chiasso del mondo. Le prime volte lo facevo con gli altri, non l&#8217;isolarmi ovviamente, lo facevo con gli altri perché era un modo di fare gruppo, di essere gruppo, di appartenere a qualcosa. Poi mi resi conto che forse in qualche modo stavo un po&#8217; esagerando. Gli amici me lo fecero notare. &#8220;Cos&#8217;è? Non ti sai divertire senza? Ultimamente sembri strano, va tutto bene? Anche sta sera? E se andassimo al cinema invece?&#8221; la cosa mi dava fastidio perché mi faceva vedere un po&#8217; più debole ai loro occhi. Mi dava fastidio anche perché non mi va di parlare troppo di me se non ho voglia di farlo io. Ne parlo quando decido e non mi piace ricevere troppe domande insistenti. Iniziai a farlo nei momenti di solitudine. Era consolatorio, mi aiutava ad aprire maggiormente la mente, ad essere maggiormente in comunione con me stesso e con il mondo. In fondo il mondo non era in grado di comprendere le cose che avevo dentro e questo mi aiutava a far maggiormente coscienza all&#8217;interno di me. Qualunque cosa volesse dire. Poi quando fai cose incontri sempre prima o poi persone che fanno le stesse <span id="more-4277"></span>cose. Alla fine anche nella solitudine l&#8217;uomo è un animale sociale. Frequentavo ancora i miei vecchi amici ma tra quelli nuovi qualcuno mi conosceva meglio, o quantomeno conosceva meglio il mondo interiore che mi ero creato perché era lo stesso che si era creato lui. Imparai cose nuove, nuove esperienze da provare, mi sembrò di ritrovare me stesso in queste esperienze, di avere finalmente un obbiettivo ed un motivo di vita. Mi sentivo rinascere perché dentro queste esperienze tutto il brutto del mondo scompariva e mi ritrovavo con la parte più vera di me in una continua spirale tra riflessione e urla di piacere, tra distorsione della realtà e realtà più vive di quelle che avessi mai provato. Credo sia stato il periodo più bello della mia vita, il più spensierato. I miei vecchi amici continuavano a chiedermi cose, non ricordo neppure cosa ma non mi importava, erano di certo cose inutili, quasi tutti avevano smesso ed io non trovavo molto da condividere con loro. I nuovi invece mi insegnavano la vita. Correvo. Correvo e ridevo. E viaggiavo. Qualunque cosa intendessi per viaggiare viaggiavo. Fu crescendo che mio padre si accorse che qualcosa non andava bene. Secondo i suoi canoni intendo, perché dal mio punto di vista andava tutto alla grande. I soldi che prendevo in prestito da lui erano troppi diceva. Io non gli avevo mai detto che li stavo prendendo, e neppure quanti fossero. Fece in modo di non farmeli più trovare ed il periodo più bello della mia vita si trasformò lentamente in qualcos&#8217;altro. I primi tempi i miei nuovi amici mi supportavano e mi davano una mano con le spese importanti, quelle che <em>io</em> ritenevo importanti, anche i miei vecchi amici per un po&#8217; mi aiutarono senza chiedermi mai a cosa mi servissero quei soldi poi smisero. Prima i vecchi amici e poco dopo i nuovi. I vecchi si allontanarono, o accettarono il mio distacco non saprei dire, i nuovi diventarono aggressivi. &#8220;Abbiamo gli stessi bisogni amico, siamo sulla stessa barca ma chi non contribuisce al bene è meglio scenda.&#8221;. Avrei fatto meglio a scendere. Sì. Non furono rare le volte in cui nella mia mente facevo paralleli tra lo scendere dalla chiatta e lo schiattare. Una delle due sarebbe valsa tranquillamente l&#8217;altra. Ma quei viaggi, quelle emozioni, quelle esperienze valevano tutta la mia vita. Almeno così mi pareva, e se un modo c&#8217;era per viverli valeva la pena vivere la mia vita. Trovai modi alternativi per procurarmi il necessario. I primi furono dei piccoli furtarelli ma era difficile rubare soldi. Le casse dei negozi sono troppo controllate e non mi andava di fare una rapina. Le vecchiette portavano la borsa in quel modo fastidioso sotto il braccio che per strappargliela dovevi per forza fargli del male. Solo le ragazzine portano ancora la borsa alla leggera che glie la puoi portare via in un momento, ma non sempre ero fisicamente in grado di correre veloce, più veloce dei loro ragazzi o della gente. Così le usavo solo quando ero in forma, quando non era passato troppo tempo tra l&#8217;ultima volta e la prossima. Ero un bel ragazzo e scoprii presto che alcuni uomini sarebbero stati disposti ad aiutarmi se io avessi aiutato loro e così lo feci, feci il possibile per soddisfarli e così riuscivo a soddisfare me, la mia brama di viaggiare. Ci volle diverso tempo prima di cominciare a farmi schifo da solo. Non succede mai tutto di un botto ma comunque mi ce ne volle più di quanto ce ne voglia ad una persona normale. La mia vita era come una sinusoide, su, giù, su, giù, su giù. Il ciclo iniziava sempre dall&#8217;ultima volta. Subito dopo l&#8217;ultima volta ero un dio. Subito dopo l&#8217;ultima volta il mondo era bello e se anche era brutto non me ne fregava un cazzo. Poi l&#8217;ultima volta cominciava ad allontanarsi e vedevo il mondo diversamente. Vedevo me stesso diversamente. Stavo invecchiando precocemente, stavo distruggendomi ed era ora di chiudere una volta per tutte. Non era quello il punto più basso. Il punto più basso era più avanti, non a metà tra l&#8217;ultima volta e la successiva. Spesso era più vicino alla successiva. Il punto più basso era il momento in cui il desiderio tornava a farsi forte, il momento in cui mi rendevo tragicamente conto che non potevo fermare il ciclo. Non questa volta. Lo avrei fermato alla prossima tuttalpiù. Tornavo a compiacere qualche uomo, o a portare via la borsa qualche sciacquetta, o peggio nel tempo. O peggio. E poi finalmente potevo ricominciare il ciclo. Ero nuovamente un dio e fanculo a tutti.<br />
Per un po&#8217;.<br />
Ancora oggi non sarei in grado di dire di non farlo. Perché la mia vita è stata fantastica in questi pochi anni che ho vissuto. Non sono in grado di dirti che i miei viaggi non siano stati epici, che non lo rifarei. Guardo mio padre negli occhi mentre mi guarda negli occhi. Sa che vivrà più di me. Sa che un padre non dovrebbe mai vivere più a lungo del proprio figlio ma sembra più giovane di me. O io sembro più vecchio di lui. Ormai sono anni che gli uomini non mi vogliono più per compiacersi e le rapine ho dovuto imparare farle, qualche volta ho dovuto trovare il coraggio di strappare la borsa a qualche vecchietta perché non ce la faccio più a scappare dai morosi delle squinze. Una volta uno di quei ragazzi mi ha pestato a sangue e poi sono stato arrestato. Il carcere è stato il periodo più brutto della mia vita. Non potevo viaggiare. Non potevo fare ed avere esperienze. Quando ne uscii mi dicevano &#8220;Ora sei pulito! Cambia la tua vita!&#8221; ma io mi sentivo sporco. Sporco e schifoso. Anche in carcere avevo dovuto compiacere alcuni per sopravvivere ma non mi importava, dovevo solo aspettare il tempo di uscire. Il tempo della prossima volta.<br />
Mio padre sa che me ne andrò presto, e lo so anche io, e lo sanno questi medici che non fanno che farmi la morale e dirmi che sono le conseguenze della vita sregolata che ho avuto. Hanno ragione. Sì. Hanno tutti ragione. Avete tutti ragione. Sbaglio solo io. Ma l&#8217;avete provata voi quella prima volta? Quella sensazione di sentirsi speciali, quella voglia di rovesciare il mondo, quella consapevolezza? L&#8217;avete provata? Allora no. Non lo potete capire perché un uomo può ridursi così.<br />
Se vi consiglierei di farlo? Sì. Se volete rimanere da soli, guardarvi avanti ed accorgervi che domani non esiste. Guardarvi dietro ed accorgervi che ieri è terra bruciata. Guardarvi ora ed accorgervi che non siete più nulla se non un pezzo di carne che pulsa ancora un po&#8217;.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-seconda-versione/">La mia prima volta (La vita) -&gt;<br />
</a><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">La mia prima volta (L&#8217;anima) -&gt;<br />
</a><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-quarta-versione/">La mia prima volta (Il Sangue) -&gt;</a><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-quarta-versione/"><br />
</a></p>
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		<title>Incontrare il passato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Mar 2017 17:17:35 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Molte delle persone che mi conoscono, soprattutto quelle che mi conoscono meno probabilmente, mi conoscono per la mia passione per la montagna e per quella per la scienza. Ho raccontato raramente da dove queste due passioni vengano, ho raccontato spesso che venissero dallo scoutismo, talvolta che venissero da mio padre. Tutto questo è vero. Non posso dire che non sia così. Ma prima di questo c&#8217;è un signora nella mia vita che mi ha dato un imprinting tutto speciale, prima che arrivasse lo scoutismo, probabilmente prima che arrivassero i ricordi.<br />
Quando ero molto piccolo, non saprei dire quanto, mio padre mi portava a camminare in montagna, ricordo poche cose, ricordo il Carega, l&#8217;Altissimo, ricordo la Val di Rabbi ed una giornata di pioggia sul percorso dei laghi da quelle parti, ricordo l&#8217;<em>acqua ferrugginosa</em> ma soprattutto ricordo una signora, un&#8217;amica di famiglia che camminava con me. Ricordo il tempo passato a parlare con lei, le domande che le facevo, le risposte, la sua prontezza di spirito e la sua spiccata intelligenza. Era un adulto che riusciva a parlare con me bambino, era una donna come le bibliotecarie dei film, di quelle di una certa età che sanno tutto, con una cultura vasta e frizzante. Almeno così la vedevo. Con lei parlavo di dinosauri.<br />
Dinosauri, minerali e geologia, antropologia e storia. Per me la montagna era parlare con questa signora e imparare e scambiarci opinioni, sapere, conoscere. Vedere sul campo. Vedere la forma delle montagne e ragionare sulla formazione di quelle rocce, quasi sempre sedimentarie, e dei probabili fossili che contenevano, perché li contenessero, come si formavano i fossili, di quali animali o piante, di come si fosse arrivati all&#8217;uomo. Ragionarlo sul campo. Guardandosi attorno.<br />
Credo che sia grazie a lei che buona parte della mia formazione abbia preso una direzione più scientifica che umanistica mentre al contempo mio padre mi raccontava i miti greci e romani e mi leggeva omero.<br />
Non che non potessi parlare di<span id="more-4247"></span> scienze con mio padre, la passione per la fisica la devo probabilmente a lui, ma forse è stato grazie a questa signora che mio padre stesso ha compreso le mie passioni. Quando vado indietro con la mente e mi chiedo perché amo la montagna arrivo infine sempre a lei. E così quando penso ai miei primi approcci con l&#8217;amore per la scienza e la conoscenza.<br />
Di lei ho sempre ricordato la voce negli anni, la voce da vecchina gentile. E l&#8217;immagine di signora colta e raffinata, di quelle col cardigan ordinato e perfetto, il cappello alla francese e gli occhiali leggermente oscurati un po&#8217; allungati nella parte superiore. Ricordo, credo fosse l&#8217;ultima volta che l&#8217;ho vista, di essere stato in casa sua e nei miei occhi di bimbo la ricordo enorme e con un grande tavolo di vetro, ricordo sulle pareti e sui mobili monili e soprammobili etnici, egiziani, e altro, come ti aspetteresti a casa della moglie di Indiana Jones se ne avesse avuta una, ma al contempo ho un ricordo che Indiana Jones fosse lei. Non sono sicuro dei ricordi della casa, e non so quanto di questo sia mutuato da sogni e modifiche dei ricordi nel tempo.<br />
Non l&#8217;ho più vista per anni, trent&#8217;anni probabilmente o poco meno. Mi sono sempre chiesto che fine avesse fatto, se fosse ancora in vita, come stesse, che effetto avrebbe potuto farmi incontrarla, come mi avrebbe parlato, cosa avrei potuto dirle.<br />
Mentre scrivo sono appena tornato da un funerale. I funerali sono un mondo strano a parte. Un tempo erano un luogo di aggregazione dove il paese si riuniva e capitava anche di incontrare e conoscere persone nuove, oggi credo siano prevalentemente un luogo dove si reincontrano persone che non si vedono da tempo e ci si mette alla prova dal punto di vista affettivo con esse. Un luogo dove persone che si sono ignorate per anni si trovano a condividere un dolore, persone che si vedono regolarmente si trovano a condividere un dolore, persone ciniche e prive di sentimenti si trovano a fingere un dolore, persone ciniche e prive di sentimenti si trovano a provare un dolore, persone che hanno ignorato o altri si trovano a provare un senso di colpa, il tutto in vortici di emotività, di abbracci e saluti veri e falsi, persone che fingono di non vedersi per non salutarsi, persone costrette a salutarsi, persone cordialmente e realmente felici di vedersi nonostante tutto.<br />
Tra queste, a distanza di tre decenni ho avuto modo di incontrare lei. La signora a cui devo la montagna, la scienza, il desiderio di conoscenza. Lei.<br />
Non l&#8217;ho neppure riconosciuta nonostante non mi sia sembrata invecchiata ma solo forse dimagrita, ora sono io molto più alto di lei e lei molto più bassa di me ma come potevo aspettarmi aveva ancora un cappello alla francese e quegli occhiali da professoressa, rideva e scherzava col piglio della signora anziana di cultura, ne aveva per ognuno, sorrideva e si muoveva veloce tra le persone ricordando i momenti passati con loro &#8220;Ti ricordi? Come eri piccolo l&#8217;ultima volta!&#8221;, &#8220;Non invecchi mai mio caro!&#8221;, &#8220;I tuoi figli come stanno?&#8221;, &#8220;Tu sei Simone!&#8221;, &#8220;Ciao Nicola! Ti ricordi quando andavamo in montagna assieme e tu mi camminavi davanti?&#8221; questa volta si rivolgeva a me.<br />
&#8220;Sì, lo ricordo, ma mi chiamo Stefano.&#8221;<br />
&#8220;Ah.&#8221; ha detto &#8220;Stefano. Beh ti ricordi quando andavamo in montagna?&#8221;<br />
Credo che di tutto il funerale sia stato per me il momento più emozionante. Il carico di lacrime pronte ad uscire si era gonfiato a dismisura in un istante. Ho fatto in tempo a dire che sì, lo ricordavo bene, prima che lei cambiasse ed andasse a salutare qualcun&#8217;altro.<br />
Ho pensato diversi minuti cosa avrei potuto dirle, che avrei voluto dirle quanto le devo, quanto sia una figura importante nella mia crescita di persona, ero confuso, felice, stranito. Tra il desiderio di scoppiare a raccontare la mia vita e la paura di invaderla come un fulmine a ciel sereno.<br />
Sono passati alcuni minuti prima di potermi trovare di fronte a lei e con l&#8217;emozione, forse la voce leggermente tremante ho trovato modo di rivolgerle nuovamente la parola.<br />
&#8220;Mi ricordo molto bene le camminate, sai?&#8221; le ho detto &#8220;E mi ricordo che parlavamo moltissimo!&#8221;<br />
Lei mi ha sorriso e poi mi ha detto<br />
&#8220;Sì, è vero, mi camminavi sempre davanti e mi facevi un mucchio di domande, ti ricordi che domande mi facevi?&#8221;<br />
&#8220;Sì, parlavamo dei dinosauri. E dei minerali, e della storia!&#8221;<br />
&#8220;Io non lo sopportavo, lo facevo per te che ne avevi bisogno.&#8221; ha detto con serietà.</p>
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		<title>Una società incapace di comprendere il suicidio e la droga</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2017 21:48:48 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni si è fatto un tanto parlare di un ragazzino che denunciato dalla madre per uso di sostanze stupefacenti si è buttato dalla finestra durante la perquisizione delle forze dell&#8217;ordine. Ci ho pensato parecchio, ci ho pensato perché conosco ragazzini che fumano, ci ho pensato perché anche come capo scout tutto questo deve interessarmi, ci ho pensato perché mi sembra tutto sbagliato. Tutti i discorsi che ne sono nati. Sia chi accusa la madre di poco tatto per il quale lui si sarebbe suicidato, sia per chi dice impugna il vessillo di &#8220;liberalizziamola&#8221; dicendo che se fosse libera non sarebbe accaduto, chi dice che i ragazzi non dovrebbero fumare, chi dice che dovrebbero essere liberi di farlo che non fa male. Nessuno si interroga su perché il ragazzo si sia suicidato. La verità, credo, è che il motivo per cui quel ragazzo si è suicidato è perché tutti si limitano a chiedersi cosa sia accaduto quel giorno.<br />
Premesso che nessuno di noi lettori di giornali, o fruitori di telegiornali avrà mai sufficienti informazioni per sapere che cosa sia accaduto, come fosse la vita di quella famiglia e il passato di quel ragazzo io coglierei l&#8217;occasione per non fare nessuno schieramento né a favore né contro di nulla, ne dell&#8217;uso o liberalizzazione delle droghe, né del comportamento corretto o scorretto della madre o delle forze dell&#8217;ordine o di altro. Di strumentalizzazioni, spesso becere, ne sono state fatte abbastanza.<br />
La verità, e ne sono piuttosto convinto, è che nessuno si suicida per una situazione. Nessuno si suicida per la vergogna di essere stato beccato con le mani nella marmellata, come nessuno si suicida per essere stato lasciato dalla donna o per aver perso il lavoro, ma i media, noi osservatori esterni ogni volta che accade ci chiediamo cosa fosse successo negli ultimi dieci minuti, forse nell&#8217;ultima giornata. No.<br />
Nessuno a meno che sia estremamente stupido si suicida in un giorno. Il suicidio è qualcosa che la persona medita, pensa, costruisce e riflette in mesi, anni, forse tutta la propria esistenza. Il suicidio accade quando una persona si trova ad essere completamente <span id="more-4253"></span>isolata dalla società che lo circonda, e non isolata nel senso che nessuno gli parla ma che da un lato nessuno lo comprende dall&#8217;altro la persona non riesce a trovare il corretto modo di esprimersi e farsi comprendere. Accade quando i ponti delle comunicazioni con l&#8217;esterno sono ormai da troppo tempo recisi, quando si perde la speranza di ricostruirne. Se qualcuno si uccide per essere stato trovato con le mani nella marmellata è stata solo la goccia che ha fatto traboccare un gigantesco vaso grande come il mare. Sarebbe potuto accadere il giorno dopo per qualcos&#8217;altro, o il giorno dopo ancora, ma non è quella la causa scatenante. Non lo è mai. Proprio il fatto che la società veda il suicidio in questo modo paradossalmente è una delle cause del suicidio perché ancora una volta dimostra, a chi è ancora vivo e ci sta pensando, come il senso di essere incompreso dagli altri abbia un fondamento.<br />
E la droga? La droga cosa c&#8217;entra in tutto questo? La droga è la stessa cosa. Una forma di suicidio controllato mal interpretato dalla società. Le persone hanno paura che uno spinello porti alle droghe pesanti, ma non è questo il reale nesso logico. Quasi certamente le droghe pesanti per arrivare passano dallo spinello, sì, è normale provare prima qualcosa di <em>semplice</em> prima di <em>rischiare troppo</em>, ma il nesso logico è un altro. Non è lo spinello a portare alla droga pesante quanto non è l&#8217;essere scoperto che porta al suicidio, a portare alle droghe pesanti è lo stesso genere di malessere, di incomunicabilità, di insoddisfazione, di bisogno di fuga che porta al desiderio di morire, solo con alcune differenze come la paura di morire, la speranza che possa essere un momento di passaggio o altre cose simili. Non è vietando il fumo che si eviterà l&#8217;eroina, non è essendo accondiscendenti che si eviterà il suicidio è amando la persona, dandogli modo di fare esperienze che riempiano la vita e non il tempo vuoto, è migliorando la vita a trecentosessanta gradi che si può evitarli, non pensando agli ultimi dieci minuti in cui ci si ha litigato. Non significa sia facile, non significa che ci sia un metodo per farlo ma finché pensiamo che uno si faccia di eroina perché si era fatto uno spinello o che si suicidi perché ha litigato con qualcuno sicuramente stiamo guardando nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.<br />
Di persone che si sono fatti spinelli per provare e non sono diventate tossicodipendenti c&#8217;è pieno il mondo, e qual&#8217;è il vero discriminante se non tutto il resto della loro vita? La soddisfazione, la noia, l&#8217;amore delle persone care, la realizzazione personale. Non lo spinello, non il litigio, non la punizione ma tutto il resto.<br />
Finché la società non capirà questo continuerà a guardare dalla parte sbagliata, a non capire, a non risolvere.</p>
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		<title>Perché vivo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2017 20:46:48 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Non sei tu il mio problema. Voglio dire, che sì, ci sto male, mi si strappa l’anima ma il mio problema non sei tu.&#8221; era seria mentre lo diceva, molto seria. &#8220;Piuttosto ho creduto che tu potessi esserne la soluzione. Che tu mi avresti portato via da tutto questo. E non è colpa tua se non l’hai fatto, se le mie aspettative sono state disattese, è stata la mia fuga, il mio usarti come mia fuga.”<br />
Mi accorsi solo in quel momento che il cielo plumbeo alle sue spalle sembrava essere lì a sottolineare le parole che lei stava pronunciando. Come se avesse organizzato lei tutto questo, e forse è così. Mi accorsi solo in quel momento anche del rossetto scuro che evidenziava le sue labbra. Non lo aveva mai messo prima, o almeno non che io ricordi. Mi ero mai accorto davvero di come si truccasse?<br />
Rimasi in silenzio. E lei abbassò le spalle come arrendendosi alla mia stupidità.<br />
“Non lo capisci vero? Io non ho davvero nulla contro di te e non voglio recriminare nulla, ti sto dicendo solo perché sto male, anzi non perché sto male ma perché non ci sto a causa tua.”<br />
Il vento le aveva portato una ciocca lunga di capelli ad appiccicarsi di sbieco sul viso, attraversando quelle labbra scure fino all&#8217;altro lato. Ci mise qualche secondo a trovarlo e rimetterlo a posto. Giusto mentre mi stavo accorgendo della sottile linea di eyeliner, non avevo mai fatto caso neppure a questo, se mai lo avesse usato prima.<br />
“Non capisco” dissi. “Hai ragione, non capisco, ma cos&#8217;è allora che non funziona tra noi?”<br />
Mi guardò come fossi uno stupido, ruotò gli occhi verso l’alto con l’aria sfinita e si prese qualche secondo prima di rivolgermi nuovamente la parola. Eravamo in piedi uno di fronte all&#8217;altra, sul marciapiedi.<br />
“Non c’è nulla che non funzioni tra noi, sono io il problema, è dentro di me il problema.”<br />
“Ne vuoi parlare?” le dissi immediatamente quasi interrompendola mentre una nuova folata di vento le spostava i capelli. Probabilmente di lì a poco si sarebbe messo a piovere e rimanere qui in piedi impalati come due scemi a prendere freddo non mi sembrava l’opzione migliore. Ma credo sarebbe stato peggio proporle in quel momento di entrare nel locale.<br />
“No”. Rispose.<br />
“Va bene” dissi prendendomi una pausa “va bene, allora, probabilmente è meglio così.”<br />
“No! Non c’è nulla che vada bene invece! Proprio nulla!” Mi aggredì in quel momento. “Il problema è la mia vita, semplicemente l’ineluttabile fallimento completo della mia vita!”<br />
Rimasi in silenzio a guardarla, non avrei saputo come reagire diversamente.<br />
“Guardami. Tutto quello che sognavo di fare l’ho fatto. Oppure ho capito che non faceva per me, che non avrei dovuto lottarci ulteriormente. Tutto quello che mi resta è nessun amico, nessuna aspirazione, nessun desiderio”<br />
“Io non sono un’amico?”<br />
“No.” Mi guardò con aria torva.<br />
“E cosa sono allora?”<br />
“Nulla. Non sei nulla, non più, sei stato la mia fuga da tutto questo, la mia illusione di fuga ma ora ti guardo e sei lì a guardarmi come uno scemo come se stessi guardando un film e non ti rendi neppure conto di cosa stia succedendo, come non mi sono resa conto io che stavo proiettando in te solo stupidi desideri.”<br />
Rimasi di nuovo in silenzio.<br />
“Ti sei mai chiesto perché? Sei vivo?”<br />
“No. Voglio dire, sono vivo perché mi hanno messo al mondo.” Risposi.<br />
“Già, e perché sei <em>ancora</em> vivo?”<br />
“Perché non sono morto prima. Credo.”<br />
“Sei vivo perché hai dei sogni, un motivo di vivere, un motivo di andare avanti.”<br />
“Tu no?” dissi stupito.<br />
“No.”<br />
“Come no?”<br />
“Questo è il male che mi mangia dentro. Semplicemente questo”. Rimase in silenzio a guardarmi.<br />
Io non sapevo come comportarmi e continuai a guardarla provando a sostenerne lo sguardo ma non era semplice. Avrei voluto essere in qualunque altro posto, o essere in grado di dirle la parola giusta se esiste una parola giusta in questi casi.<br />
“Lo sai invece perché non sei ancora morto?” mi disse con aria di sfida.<br />
Rimasi un po’ ancora in silenzio prima di rispondere “Credo per lo stesso motivo.”<br />
“Quasi.” Disse. “Perché non hai un motivo di morire. Ci ho pensato spesso alla morte, i suicidi lo fanno spesso per rivalsa, per far soffrire qualcuno, per lanciare un messaggio, per avere la magra consolazione che qualcuno li piangerà. Morire non è una fuga ma un’atto di eroismo e ogni atto di eroismo è volto verso qualcuno”<br />
“Eroismo?”<br />
“Sì, è come mettersi a dieta<span id="more-4168"></span>, o uscire a correre, è uno sforzo aggiuntivo che devi fare all&#8217;alzarti dal divano. Una persona come me, una che non ha più un motivo di vivere non ha neppure un motivo di alzarsi dal divano. Figurati se ha la forza, l’impeto, il desiderio di fare qualcosa di così complesso come togliersi la vita.”<br />
Cominciava ad agitarsi, sembrava più tetra e al contempo più bella, paradossalmente più viva. Una piccola vena le pulsava sulla tempia.<br />
“Non sono ancora morta perché nessuno mi piangerebbe” aggiunse “perché nessuno soffrirebbe davvero della mia morte”.<br />
Stavo per intervenire in mia difesa quando mi interruppe “No. Neppure tu. Piangeresti un giorno, forse due, poi in breve ti scorderesti di me, di tutto. Sono ancora viva perché non ho un valido motivo di uccidermi.”<br />
Rimasi di nuovo in silenzio a guardarla.<br />
“Anche solo una sfida, un testa o croce di qualcuno che mi sfidi, anche solo un dimostrare qualcosa a qualcuno potrebbe spingermi. Spingere da una parte o l’altra l’ago della bilancia. Anzi da una parte sola, visto che finché vivo l’ago è comunque chiaramente dall&#8217;altra.”<br />
“Un testa o croce?” dissi con voce sospesa.<br />
“Sì. Vuoi giocarci?”<br />
“Cosa?” dissi non capendo.<br />
“Vuoi giocare a testa o croce con me?” Sembrava improvvisamente più rilassata.<br />
“Va bene” dissi insicuro, non avrei saputo rispondere altro. Qualunque cosa mi avesse chiesto in quel momento non avrei saputo rispondere altro.<br />
“Lancia una moneta.” Ci misi un po’ a trovarne una, in fondo alla tasca dei jeans c’era una moneta da due euro la lanciai senza neppure chiedermi nulla e quando la fermai in mano lei rimase a guardarla qualche secondo.<br />
La vena sulla tempia aveva smesso di pulsare ed il vento sembrava leggermente calato, iniziava a scendere qualche goccia invece. Poco o nulla, ma presto si sarebbe trasformato in uno scroscio e ci saremmo completamente bagnati se non ci fossimo spostati. Lei rimase in silenzio a guardarmi negli occhi. Si aspettava le chiedessi cosa avesse puntato immagino, ma la mia testa in quel momento era altrove. Vuota e altrove.<br />
“Io vado” mi disse dopo alcuni secondi. Prima che intervenissi si era già voltata e si stava allontanando.<br />
Non la seguii.<br />
Fu l’ultima volta che la vidi.</p>
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		<title>Il rumore delle cose che iniziano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2017 17:00:14 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Fare una recensione dei un libro di un&#8217;amica, di una persona che si conosce, non è mai semplice. Se poi si tratta di un libro con questo livello di successo sul mercato la cosa diventa più difficile. Il libro in se l&#8217;ho letto già da diverso tempo, ho iniziato a leggerlo il giorno stesso in cui è arrivato sul mercato ed ho finito pochi giorni dopo. L&#8217;ho letto tutto d&#8217;un respiro, ascoltandone i suoni e le immagini, immedesimandomi negli ambienti creati ad arte quanto un brano di Battiato.<br>Non è facile fare una recensione del genere perché non ritengo che il libro sia privo di difetti e se da un lato evidenziarli sarebbe un delitto e probabilmente più un gusto personale, nasconderli sarebbe quantomeno falso, ma in tutta quella bellezza, dall&#8217;inizio alla fine, in tutta quella bellezza delle immagini, delle situazioni della delicatezza ogni difetto in questo libro scivola in secondo piano, coperto dai suoni, dai rumori di qualcosa di bello.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter wp-image-3869 size-medium"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="198" height="300" data-attachment-id="3869" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/il-rumore-delle-cose-che-iniziano/7019579_1437636/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?fit=660%2C1000&amp;ssl=1" data-orig-size="660,1000" data-comments-opened="1" data-image-title="Il rumore delle cose che iniziano" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?fit=660%2C1000&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=198%2C300&#038;ssl=1" alt="Evita Greco: il rumore delle cose che iniziano" class="wp-image-3869" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=198%2C300&amp;ssl=1 198w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=317%2C480&amp;ssl=1 317w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=66%2C100&amp;ssl=1 66w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=16%2C24&amp;ssl=1 16w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=24%2C36&amp;ssl=1 24w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?resize=32%2C48&amp;ssl=1 32w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2016/06/7019579_1437636.jpg?w=660&amp;ssl=1 660w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" /><figcaption class="wp-element-caption"><strong>Evita Greco: il rumore delle cose che iniziano</strong></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo due mesi che l&#8217;ho letto, dopo aver lasciato decantatare ogni immagine ed essermene allontanato ho&nbsp;iniziato a scrivere queste parole e di nuovo le ho lasciate decantare in attesa di un non so cosa.&nbsp;Ho sentito paragonare questo libro ad Amelie, il film francese, ed in effetti qualcosa di francese probabilmente c&#8217;è seppure con la terra e la genuinità del nostro territorio. Basta aver incontrato Evita poche volte per rendersi conto che questo libro è molto più&nbsp;<em>lei&nbsp;</em>e che lei è molto più&nbsp;<em>questo libro</em>&nbsp;di quanto il più smaliziato dei lettori possa credere, non è frutto di costruzione né di finzione del marketing, e questo traspare da ogni riga, traspare pure dai difetti a cui accennavo. La testa persa, costantemente in un mondo in cui i significati delle cose sono leggermente disassati dai significati che le altre persone attribuiscono, le persone &#8220;normali&#8221;. Eppure c&#8217;è talmente tanta &#8220;normalità&#8221; in questi personaggi da parere quasi alieni, astrusi proprio per la loro semplicità.<br>Se dovessi paragonare questo libro ad un brano musicale penserei ad <em>Imagine di John Lennon</em>, un brano semplice e semplificato all&#8217;osso e perfetto di per se per questo. Credo sia difficile riprodurre un tale livello di semplicità ed immediatezza. Lasciamo perdere i riferimenti errati al mondo della subacquea o ad altri tecnicismi analoghi, è l&#8217;emozione ciò che passa, il desiderio di guardare nella propria vita e chiedersi perché dobbiamo essere così complicati ed è proprio lì, mentre ci si chiedere queste cose che la trama svolta in un modo che rende quella semplicità la causa stessa, nel bene e nel male, della trama.<br>Un libro da leggere, e da regalare, una piccola perla che entra nel cuore.</p>
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		<title>Immemori battaglie pt5: -lampo-</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2016 23:25:21 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è lo sparare l&#8217;atto principe dell&#8217;azione, è solo la conseguenza. Tutto l&#8217;insieme dell&#8217;atto è soprattutto nella respirazione e nell&#8217;attesa. Un susseguirsi di momenti in cui riempi i tuoi polmoni, stabilizzi il corpo e attendi un susseguirsi di istanti che sarebbero quelli sbagliati. Dal puntare al momento in cui premerai il grilletto passano solo pochi secondi di inspirazione, attesa, stabilizzazione della mira. Poi arriva l&#8217;istante esatto, subito dopo è troppo tardi. La mano incomincerà a tremare, il peso dell&#8217;arma a pesare, il cuore accelererà pompando il sangue e non potrai fare altro che abbassare l&#8217;arma e ricominciare un nuovo ciclo.<br />
Il nemico è là, in fondo alla canna del mio fucile, allineato al mirino, poco più in basso per bilanciare la curva della traiettoria lunga. Il vento è calato in questa notte fredda e lo vedo mentre mi cerca col lo sguardo. Il colpo che ha appena sparato gli ha fatto perdere il punto, o forse non si era accorto fossimo in due quando ha ucciso il mio compagno.<br />
Passano nella mia mente infinite cose mentre inizio ad inspirare l&#8217;aria nei miei polmoni, passano i nomi degli uomini di cui ricordo il volto nella morte, passa l&#8217;impressione di essere già stato a questo punto come in un dejavu, mi sembra anche di ricordare come sia andata a finire ma il ricordo si ferma un&#8217;istante prima di arrivare alla mia mente cosciente. Non riesco a farlo.<br />
Un tempo ero stato spietato, e non mi occorreva pensare, i movimenti immediati in una successione unica erano oliati di anni di esercizio e non serviva ragionare, le mie mani non tremavano neppure sotto la più grande pressione ma questa volta sto involontariamente lasciando al nemico il tempo di armarsi di nuovo e di puntarmi. So che se vedrò un lampo avrò ancora solo il tempo di premere il grilletto prima di sentire il colpo addosso e poi il botto, e non avrei il tempo di sapere dove sia finito il mio proiettile ma so anche che non avrò una seconda possibilità.<br />
Potrei nascondermi ed aspettare che vengano a prenderci tutti.<br />
Potrei urlare e svegliare i miei e nella loro agitazione prendere quello zaino e fuggire evitando forse i loro spari alla schiena.<br />
Potrei invece essere uomo ed uccidere il cecchino prima di svegliare i miei e fare il mio lavoro.<br />
&#8220;Quindi hai deciso?&#8221; mi rimbomba nella testa la voce.<br />
Mi sento come quando hai il terrore dei cani e c&#8217;è un cane dall&#8217;altra parte della ringhiera, quando sai che non potrà farti male ma hai il desiderio forte di fuggire lo stesso, quando hai le spalle al muro e sai che ormai è tardi per fuggire e che l&#8217;unica cosa che puoi fare è affrontare quella paura. Non temo l&#8217;uomo che ho di fronte, ne la sua pallottola, ne la morte. Temo di fallire la mia missione, non quella di questi uomini, non quella per cui sono vestito in questo modo, ma la mia missione, quella per cui sono nato.<br />
Ho il ricordo fisso di avere già usato questa metafora, o forse è solo un ricordo di quando da piccolo provavo il terrore per i cani per colpa di quel bastardo che mi ha morso.<br />
Il fucile di quell&#8217;uomo è puntato verso di me ora. Ora so che non avrò un altro tentativo, ne la scelta di fuggire. Conta solo chi dei due avrà per primo le mani ferme.<br />
“Quindi? Qual’è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.” mi rimbomba nella testa la voce.<br />
Sento il cane abbaiare e qualcuno recita i nomi delle persone che ho lasciato indietro, sembra la voce del biondo, nella mia testa. Solo nella mia testa.<br />
Quanto sarà passato, tre secondi? Non è ancora il momento, non lo è ancora, la mano trema sotto il peso del feticcio, la mano trema come a sostenere un peso che va al di là di quello di questo fucile, la mano trema. Non è ancora il momento.<br />
&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; ancora nomi, credevo fossero meno, credevo di aver lasciato meno persone dietro.<br />
Abbai di cane rabbioso. Nella mia testa. Nella mia testa.<br />
Questo è il -lampo- momento.</p>
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		<title>L&#8217;attesa</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jul 2016 16:57:03 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Sei stato tu -nel tempo- ad insegnarmi l&#8217;attesa.<br />Non ero in grado -prima di te- di sedermi ed attendere. Nel silenzio.<br />Cullare lentamente il desiderio, sorridere dell&#8217;assenza, dare da bere ai sogni senza costringerli in nessuna direzione, osservarli crescere. Ed attendere.<br />Da semi distorti di confuse pulsioni mi hai insegnato a far nascere ciò che può essere armonico.<br />E ancora -o per la prima volta dopo di te- attendo qualcosa di nuovo. Non posso dire che io ci creda, non posso dire che io non ci creda. Non posso dire cosa sia. Ma mi fa sorridere.<br />Scrivo più strano dopo la mezzanotte.<br />Scrivo più bello forse.<br />Scrivo più vero.<br />Ma qualunque cosa sia, lo carezzo, lo attendo. Lo aspetto.<br />Non importa cosa sia, cosa possa o non possa divenire.<br />Sorrido.<br />Mi sento a casa.<br />E attendo il divenire, il divenendo.</p>


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		<title>Fallimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jun 2016 18:38:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non se ne andrà questo senso di fallimento. Sono stato in un luogo, oggi. In un prato in cui ho fatto l&#8217;amore con te anni or sono. Di nascosto da un mondo. Non lo ricordavo. Come un pugno nello stomaco il mondo ancora una volta si è voltato. Ancora una volta mentre  sei lontana. Scrivo. Scrivo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non se ne andrà questo senso di fallimento.<br />
Sono stato in un luogo, oggi. In un prato in cui ho fatto l&#8217;amore con te anni or sono.<br />
Di nascosto da un mondo. Non lo ricordavo.<br />
Come un pugno nello stomaco il mondo ancora una volta si è voltato.<br />
Ancora una volta<br />
mentre  sei lontana.</p>
<p>Scrivo.</p>
<p>Scrivo di un sogno in cui t&#8217;incontrai tanti anni prima,<br />
il mio primo ricordo d&#8217;infanzia su cui costruire un altro mondo che potrebbe portarmi lontano.<br />
Ne mancano ancora due da raccontare ed un mondo.<br />
Lontano.<br />
Racconto di te,<br />
di ciò che sei stata in un altro mondo ancora<br />
di cosa sarei stato senza incontrarti<br />
poi il mondo si volta nuovamente.</p>
<p>Il mondo si volta.<br />
Ancora una volta.</p>
<p>Si aprono porte,<br />
si aprono nuove porte,<br />
grandi porte.</p>
<p>E chi mi guarda vede quello in cui tu mi trasformasti,<br />
non il fallimento di aver perduto me stesso in questo mondo.<br />
Chi mi guarda ci crede davvero, più di quanto io<br />
-miscredente possibilista-<br />
possa mai credere.</p>
<p>Chi vede non sa nulla di cosa c&#8217;è dietro tutto questo muro<br />
dietro questi mondi.</p>
<p>Ve ne sono altri, è vero, vivo tra i mondi, tra i monti, tramonti, tra morti, tramortiti sentimenti ritorti.</p>
<p>Non se ne andrà il senso di aver fallito,<br />
e non importa se vincerò il mondo,<br />
se conquisterò la vetta.<br />
In tutto questo avrò fallito.</p>
<p>Non importa perché tornerai,<br />
lo hai sempre fatto.<br />
E te ne andrai in un altro mondo.<br />
In un altro modo.</p>
<p>Forse mostro, forse musa, forse sogno, forse solo una foto nel tempo, forse tutto questo assieme.<br />
E fallirò ancora.<br />
Anche sull&#8217;olimpo.<br />
Anche conquistato il mondo avrò sempre e comunque perduto il mio unico desiderio.</p>
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		<title>nel tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Feb 2016 18:54:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Era mentre osservavo quegli occhi, i tuoi, i suoi, quelli di Lei che sta accadendo, proprio ora mentre osservavo nei tempi antichi la loro luce, e mentre stava accadendo come un fiore la mia corolla si apre, lentamente i petali si stanno schiudendo e lasceranno entrare questa luce che sta scaldando il mio corpo, illuminando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Era mentre osservavo quegli occhi, i tuoi, i suoi, quelli di Lei che sta accadendo, proprio ora mentre osservavo nei tempi antichi la loro luce, e mentre stava accadendo come un fiore la mia corolla si apre, lentamente i petali si stanno schiudendo e lasceranno entrare questa luce che sta scaldando il mio corpo, illuminando l&#8217;interno del mio corpo, scaldando quello che era il mio corpo, la mia mente schiusa alle emozioni che non avevo mai incontrato prima. Fu quel giorno che amai l&#8217;ansia, che amai il battere forte del cuore in gola ed i tremori e il non sapere quale direzione prendere, l&#8217;inadattezza di vivere che solo oggi ho visto per la prima volta e che amai da allora, come amai la paura, il terrore nei miei occhi che guardano i tuoi occhi, il tremore dei miei occhi che guarderanno i tuoi per la prima volta guardare i miei. Ed è per questo che amerò il non sapere cosa fare, amerò il non aver saputo scegliere quando il mondo mi fu avverso e il desiderio di fuggire, e il cadere e la tristezza che mi ha provocato e che il mondo porta sulle spalle, perché tutto questo è vita, e ringrazierò mille volte i suoi occhi severi quando mi sgridarono e guarderanno con sdegno. Tutto questo è vita, tutto questo è ciò che mi ha fatto incontrare quegli occhi e quegli occhi furono ciò che amai, ed è mentre gli osservavo che tutto inizia.</p>
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		<title>Chiara Passilongo &#8211; La parabola delle stelle cadenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2015 17:45:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non recensisco spesso ed in genere lo faccio sulla musica, ma oggi mi sento di parlare di questo libro, e di questa scrittrice emergente Veronese che mi è capitato di avere l&#8217;onore di conoscere nelle mie peripezie.Si tratta di &#8220;La parabola delle stelle cadenti&#8221; e di Chiara Passilongo. Come ho già avuto modo di dire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Non recensisco spesso ed in genere lo faccio sulla musica, ma oggi mi sento di parlare di questo libro, e di questa scrittrice emergente Veronese che mi è capitato di avere l&#8217;onore di conoscere nelle mie peripezie.<br>Si tratta di &#8220;<em>La parabola delle stelle cadenti</em>&#8221; e di Chiara Passilongo.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-medium wp-image-3821"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="169" height="300" data-attachment-id="3821" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/chiara-passilongo-la-parabola-delle-stelle-cadenti/wp_20151105_002/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?fit=920%2C1632&amp;ssl=1" data-orig-size="920,1632" data-comments-opened="1" data-image-title="La parabola delle stelle cadenti &amp;#8211; Chiara Passilongo" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;La parabola delle stelle cadenti &amp;#8211; Chiara Passilongo&lt;/p&gt;
" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?fit=577%2C1024&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115-169x300.jpg?resize=169%2C300&#038;ssl=1" alt="La parabola delle stelle cadenti - Chiara Passilongo" class="wp-image-3821" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?resize=169%2C300&amp;ssl=1 169w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?resize=577%2C1024&amp;ssl=1 577w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?resize=768%2C1362&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?resize=866%2C1536&amp;ssl=1 866w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?resize=271%2C480&amp;ssl=1 271w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?resize=56%2C100&amp;ssl=1 56w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?resize=14%2C24&amp;ssl=1 14w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?resize=20%2C36&amp;ssl=1 20w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?resize=27%2C48&amp;ssl=1 27w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_002-e1446745341115.jpg?w=920&amp;ssl=1 920w" sizes="(max-width: 169px) 100vw, 169px" /><figcaption class="wp-element-caption">La parabola delle stelle cadenti &#8211; Chiara Passilongo</figcaption></figure>



<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Come ho già avuto modo di dire a lei il genere del romanzo se preso così come in sinossi, non è decisamente qualcosa che normalmente mi attirerebbe, si tratta della storia di una immaginaria famiglia veronese che nell&#8217;arco dei circa trent&#8217;anni a partire dal 1981 si trova ad affrontare la nascita ed il successo di una azienda&nbsp;dolciaria partendo da una piccola gestione familiare fino a raggiungere il successo nazionale trovandosi ad incontrarsi e scontrarsi con la realtà storica e politica dell&#8217;ultimo trentennio fino alla crisi dei nostri giorni, ma si tratta anche della vicende familiari, della crescita dei figli e dello scontro tra una generazione legata alla terra ed una proiettata verso la modernità.<br>Basta leggere l&#8217;incipit per avere un&#8217;idea chiara di non trovarsi di fronte un romanzo comune, la delicatezza e la precisione con cui viene tratteggiata l&#8217;intera vicenda in poche righe sembra la precisione semplice di un testo come &#8220;Imagine&#8221; di John Lennon, dove non una sola parola è fuori luogo, non una sola parola è di troppo ed una sola parola in meno sarebbe stata una mancanza.<br>Traspare in ogni riga un controllo e un dosaggio delle parole che non a tutti è possibile realizzare e l&#8217;intero svolgimento tra personaggi ben tratteggiati e da un lato così tipici dall&#8217;altro interessanti invoglia alla conoscenza di un mondo che è un po&#8217; quello che ha creato la nostra generazione di trentenni nel bene e nel male e sembra di rileggere senza troppa nostalgia ma anche senza troppo distacco un mondo che sembra ormai distante ma che è ancora il nostro.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-medium wp-image-3819"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="169" height="300" data-attachment-id="3819" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/chiara-passilongo-la-parabola-delle-stelle-cadenti/wp_20151105_004/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_004-e1446745293633.jpg?fit=920%2C1632&amp;ssl=1" data-orig-size="920,1632" data-comments-opened="1" data-image-title="La parabola delle stelle cadenti &amp;#8211; Chiara Passilongo &amp;#8211; Incipit" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;La parabola delle stelle cadenti &amp;#8211; Chiara Passilongo &amp;#8211; Incipit&lt;/p&gt;
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<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Su <a href="https://www.amazon.it/La-parabola-delle-stelle-cadenti/dp/8804658304">Amazon</a>&nbsp;è possibile leggerne la prima parte se questa mia recensione avesse acceso in voi il desiderio di conoscerla</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-thumbnail wp-image-3820"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="150" height="150" data-attachment-id="3820" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/chiara-passilongo-la-parabola-delle-stelle-cadenti/wp_20151105_003/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323.jpg?fit=920%2C1632&amp;ssl=1" data-orig-size="920,1632" data-comments-opened="1" data-image-title="Dedica" data-image-description="" data-image-caption="&lt;p&gt;Dedica&lt;/p&gt;
" data-large-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323.jpg?fit=577%2C1024&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323-150x150.jpg?resize=150%2C150&#038;ssl=1" alt="Dedica" class="wp-image-3820" srcset="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323.jpg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323.jpg?resize=25%2C25&amp;ssl=1 25w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323.jpg?resize=96%2C96&amp;ssl=1 96w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323.jpg?resize=24%2C24&amp;ssl=1 24w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323.jpg?resize=36%2C36&amp;ssl=1 36w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323.jpg?resize=48%2C48&amp;ssl=1 48w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323.jpg?resize=64%2C64&amp;ssl=1 64w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323.jpg?zoom=2&amp;resize=150%2C150&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2015/11/WP_20151105_003-e1446745316323.jpg?zoom=3&amp;resize=150%2C150&amp;ssl=1 450w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /><figcaption class="wp-element-caption">Dedica</figcaption></figure>
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		<title>Attese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 16:52:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci. La panca su cui sono seduto è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.<br />
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.<br />
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare. Qualche volta mi capitava di vedere una donna o un bimbo piangere e cercavo di immaginare cosa ci fosse dietro quel volto, quale fosse la storia.<br />
Non accadde da subito, non dalle prime volte, iniziai a pensarci solo dopo quella volta della <i>porta misteriosa</i>.<br />
Sedevo sempre qui. Sulla parete alla mia destra già allora vi era questa mensola e dietro la mensola attraverso una finestra la signora dei biglietti chiacchierava e chiedeva e chiacchierava e chiedeva e chiacchierava ed io la ascoltavo ed ascoltavo le storie, i ricordi, le emozioni delle persone mentre osservavo chi sedeva sull’altra panca giusto sotto gli orari. Le ascoltavo all’epoca non mi veniva in mente di cercarle, di immaginarle, di scavare tra i lineamenti i colori dei vestiti, le espressioni delle persone ignare.<br />
<i>Entra una signora, ora. Porta i capelli lunghi raccolti in una lunga coda ed ha un grande cane bianco, non me ne intendo di cani ma sembra come quello delle pubblicità della carta igienica solo più grande. Sembra affettuoso e lei è distesa e sorridente. Porta un vestito grigio/marrone ma in qualche modo allegro, ricco di movimento, la maglia è morbida e larga e le maniche corte sono a sbuffo e così anche la parte attorno al seno e il collo, la gonna lunga la fa sembrare quasi una donna dei miei tempi, così larga a pieghe morbide. Fa il biglietto alla macchinetta &#8211;</i>Dio quanto era bella la signora dei biglietti quando ero piccolo e chissà che fine avrà fatto, la sua finestra ormai è chiusa da anni<i>&#8211; è così giovane, nel fiore dell’età la immagino felice in questo inizio estate avrà appena finito gli studi e starà andando in collina a ridere e correre con il suo cane e magari con un ragazzo. La immagino con a casa una vespa del modello vecchio, bianca e con i girasoli, non so perché debba prendere il bus se ha una vespa ma probabilmente è per portare il cane con se. La sua aria distesa distende a mia volta la mia anima mentre si siede giusto sotto la bacheca e si accorge che la sto guardando </i>ti accorgesti che ti stavo guardando, non credo avessimo più di dodici anni e il mio sguardo schizzò sulla bacheca all’improvviso fingendo di non starti osservando. Rimasi qualche minuto ancora ad osservare i foglietti appesi sotto quel vetro mentre con la coda dell’occhio cercavo di osservare il tuo volto, il tuo profilo, cercavo di spiare se mi guardassi, di scorgere un lieve rossore, un segno, un sentore. Di non lasciarti scorgere il lieve rossore che sentivo divamparmi dalle orecchie.<br />
Il bus arrivava sempre troppo presto e tu salivi correndo e ti sedevi accanto al tuo gruppo di amiche, io ti osservavo ancora un istante mentre salivo ed andavo a sedermi lontano in attesa di essere trasportati verso scuola.<br />
La porta accanto alla “<i>tua</i>” panca mi era sempre parsa misteriosa. Nei miei sogni poterla aprire era il più grande desiderio, paura, gioia, terrore che potessero esistere. Immaginavo dietro di essa ogni volta un mondo diverso ma sempre in qualche modo misterioso, immaginavo talvolta che fosse solo uno sgabuzzino, altre volte che fosse l’accesso ad una vasta cantina che poteva nascondere di volta in volta incredibili tesori, segreti, delitti. Talvolta credevo vi si nascondesse tutta una base segreta dei militari o l’accesso ad un mondo sotterraneo, o ancora l’ingresso ad un treno sotterraneo o verso l’interno del caveau di una banca, credevo né potessero uscire mostri o agenti segreti o diavoli direttamente dall’inferno o gli antichi egizi.<br />
Di volta in volta, qualcosa di più bello e fantasioso. Passarono anni credo da quando iniziai a fantasticarvi a quando potei scoprire l’ovvia verità.<br />
Una volta quando mi capitò di essere lì da solo, mi alzai e furtivo mi ci avvicinai a quella maniglia sempre fingendo di osservare gli orari, rimasi immobile e teso diversi minuti prima di prendere finalmente il coraggio, ma poi infine trovai la forza di posarvi la mano quasi temendo di ustionarmi o congelarmi o che sarebbe accaduto qualcosa di terribile, che si sarebbe aperta all’improvviso verso l’interno risucchiandomi in un luogo di paura o in un’avventura alla Tom Sawyer. La abbassai il più possibile lentamente ma mentre la sentivo cigolare sentii urlare “<i>Hei ragazzino!</i>”. Finsi di stare perdendo l’equilibrio e di essermi appoggiato solo per quel futile motivo e mi allontanai di corsa.<br />
Ebbi però una soddisfazione, un piccolo passo verso la conoscenza: ora sapevo che la porta era chiusa a chiave e che la signora dei biglietti ne era l’inflessibile guardiana. Lei doveva sapere cosa vi fosse dietro, doveva essere a conoscenza del segreto.</p>
<p><i>Ho dimenticato tanto nella vecchiaia, mi sembra di perdere pezzi per strada e di non ricordare la mia stessa vita, avrei voluto saperne scrivere, non perché gli altri leggessero ma per poterla leggere io ora e ricordarmi ogni dettaglio come ricordo oramai solo quelli più lontani. Forse per questo sono tornato qui, mi sono come risvegliato qui seduto.</i></p>
<p>Quella macchia accanto alla porta. Quella macchia accanto alla porta, non quella scura fatta dall’usura dallo scrostamento dell’intonaco, quella più chiara che sta sotto. Ricordo ancora quel giorno in cui Marchetto fu spinto dai bulli contro la parete.<br />
Marchetto era un ragazzino mite e un po’ sottomesso ed era il preferito dei prepotenti, era il preferito perché si offendeva ma non poteva rispondere, perché era buono e non si sapeva difendere. Non quella volta. Quella volta li vidi arrivare dal corridoio di sinistra, schivarono per un soffio la panca dove ero seduto, Marchetto sbatté contro la panca a destra e dopo aver appoggiato il sedere alla stessa si rialzò arrancando verso la porta a vetri; i tre gradassi invece lo spinsero di lato e andò a sbattere giusto contro lo stipite sinistro. Era in lacrime ed urlava “<i>lasciatemi stare, non vi ho fatto niente, lasciatemi stare!</i>”. In mano aveva uno dei primi succhi di frutta Yoga, probabilmente era stato questo ad attirare su di lui le ire dei compagni. Riuscì miracolosamente a divincolarsi dalle le braccia degli aggressori e in un incredibile impeto di rabbia scagliò contro di loro la bottiglietta che andò a fracassarsi giusto in quel punto sporcando quella parete. Lo vidi aprire la porta e correre, scappare fuori e poi li vidi rincorrerlo un istante prima che tutti uscissero dal campo visivo che la porta mi lasciava a disposizione mentre si chiudeva.<br />
Non so come sia finita perché io ero seduto sulla solita panca ed osservavo il mondo intero da lì. Me lo immaginai a correre e correre come un forsennato e poi girarsi di scatto poco prima che lo raggiungessero per stenderli con un bel pugno sul naso. Un bel pugno a testa e poi fermarsi con le mani ai fianchi a contemplare la propria opera. Non credo andò esattamente così, qualche giorno dopo lo incontrai ed aveva al braccio un gesso e portava dignitosamente un occhio pesto.<br />
Mentre fantasticavo su questo però ero rimasto seduto sulla panca e nel mentre accadde l’inaspettato, l’incredibile. Sentii ancora una volta urlare “<i>Hei Ragazzino!</i>” e poco dopo sentii netto il rumore di una serratura. Istintivamente voltai lo sguardo prima verso la finestra della vendita dei biglietti e la vidi per la prima volta senza la sua signora e subito dopo verso la porta misteriosa.<br />
Mi parve come se il tempo si fermasse o rallentasse all’estremo.<br />
Vidi la maniglia scendere di pochi millimetri, la vidi ritornare al suo posto e poi nuovamente la inclinarsi sempre di più fino a fermarsi, come se il cigolio fosse lungo minuti, ore anni tra l’inizio del movimento e la fine della sua corsa.<br />
Rimase ferma un secolo o due e poi la vidi avanzare un po’, rientrare e nuovamente avanzare con tutta la porta. Vidi la fessura tra la porta e lo stipite aprirsi e vidi da dentro la luce artificiale formare da prima una linea sul pavimento e poi la linea allargarsi e divenire un cuneo. Non credo vi fosse sufficientemente buio perché la luce dalla stanza risaltasse così tanto ma nella mia mente era la luce del paradiso o dell’inferno o di entrambi, la luce di un altro mondo.<br />
Quando la porta fu aperta abbastanza ebbi la sorpresa.<br />
Non sapevo se essere deluso o stupito o entrambi. Dalla porta non spuntò un mostro e neppure il re, e neppure il diavolo o Gesù, dalla porta spuntò la signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino.<br />
La signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino! Ed aveva le gambe ed un corpo! Non mi ero mai posto prima il problema del fatto che potesse avere delle gambe ed un corpo sotto le spalle e mi accorsi solo ora che le avesse, che fosse una signora come quelle che prendono l’autobus, come quelle che camminano per strada, che dovesse tornare a casa la sera, avere forse dei figli un marito, una vita. Mi cambiò molto questo fatto. Capii allora che tutte le persone hanno dietro una storia, hanno dietro qualche cosa che non si può sapere, e pensai a tutto questo mentre cercava invano di far andare via quella macchia di succo ottenendo solo il risultato di allungare la striscia e sbiadirla un po’.<br />
<i>Anche oggi quando vedo un ombra arrivare ad oscurare il vetro della porta aspetto con ansia di vedere la sua mano raggiungere la maniglia all’esterno della porta centrale, di vedere la maniglia abbassarsi, di vedere il cuneo della luce sul pavimento ed in esso il riflesso della persona che sta entrando, quasi con lo stesso stupore della volta che si aprì invece la porta misteriosa. Questo è un signore distinto di mezza età, ha in mano un libro, il suo portamento è quello di un uomo che ha vissuto molto ma anche quello di uno che ha ancora molto da vivere. Sicuro di se ed al contempo umile. Fa un cenno alla ragazza col cane e si siede sulla panca di fronte a leggere con le gambe accavallate. Credo che questo sia il suo momento di rilassamento, il momento in cui con soddisfazione può leggere in pace forse tra una giornata di lavoro e il rientro in una famiglia piena di ragazzini allegri e rumorosi, deve averne più di uno perché sembra benestante ed ha il volto di un brav’uomo. Di certo almeno uno perché quella macchia di cioccolato all’altezza del ginocchio, di lato, sembra essere la bocca di bambino felice.</i><i><br />
</i><i>Porta scarpe eleganti come quelle </i>del controllore che ogni giorno saliva sul bus e ci controllava i biglietti. La prima volta che qualcuno di sconosciuto mi rivolse la parola fu proprio lui “<i>Ti piace proprio tanto quella ragazzina, vero? Perché non ti fai avanti?</i>” disse. Io negai tutto ma aveva ragione, seduto lontano alcuni posti più dietro e sull’altro lato ti osservavo incantato, osservavo il tuo profilo dolce e la tua gota sinistra mentre ridevi con le tue amiche parlando di cosa non so. La osservavo gonfiarsi e sgonfiarsi, osservavo la fossetta crearsi e ricrearsi, riuscivo a vedere anche i bianchi denti talvolta.<br />
Era come un sogno, e parlarti era come interromperlo, e poi parlarti come, dicendoti cosa?</p>
<p>Ti scrissi un bigliettino, non ricordo le parole, sono passati decenni, ma ricordo ancora dove lo misi: sotto la bacheca, poco più a destra del centro vi era una fessura tra il muro ed il legno, giusto sopra a dove in genere ti mettevi. La vedo ancora da qui seduto quella fossetta, il mio scrigno del grande sogno, sperai per giorni che lo notassi, sperai per giorni che facesse da ambasciatore, da colomba, da messaggero. Ma non accadde mai che ti accorgessi della sua presenza. Non ero sicuro neppure che davvero mi avessi mai notato quando avevo l’impressione che i nostri sguardi si incrociassero.<br />
Poi non ricordo molto altro di quel tempo, come se anche questo sia stato cancellato, non ricordo per quanto andai avanti in quel sogno.</p>
<p>Fu solo molti anni dopo, quando ti incontrai, quando ci incontrammo di nuovo e ci amammo che ti portai a prendere quel foglietto e a leggerlo per riderne assieme, ma la tua reazione non fu quella che mi aspettavo.<br />
Stavamo assieme da un po’, non ricordo quanto tempo e tu non credevi che il mio pensiero di te durasse da ormai anni, credevi ti prendessi in giro, fu per questo che ti portai qui, in questa piccola stanza di questa stazione e una volta arrivati alla bacheca ti chiesi di guardare sotto, di vedere il piccolo pezzetto di carta incastrato nella fessura, niente di più di un biglietto del bus con sopra una scritta. Io ridevo, lo trovavo divertente ma poco dopo che le tue dita tastarono la carta e riuscisti ad estrarre ed aprire quel messaggio la tua reazione fu completamente diversa da quella che mi aspettavo: scoppiasti in lacrime abbracciandomi come fosse stata la rivelazione più grande di tutti i tempi, lacrime di emozione, di commozione, di amore immenso scaturito come cascata dal tuo volto. Sentii il calore del tuo respiro sul lato del mio viso e la morbidezza del tuo corpo stringermi forte, sentii le tue lacrime scorrere sulla mia guancia, il profumo del sale e della tua pelle e “<i>Grazie, grazie, grazie</i>”. Fu la prima volta che ti sentii pronunciare le parole “<i>ti amo</i>” la prima di una vita che però sta cadendo a pezzi momento per momento.<br />
<i>Li sto perdendo tutti, li sto perdendo tutti i ricordi di te se non quelli legati a questa panchina e a quel giorno in cui piangendo mi abbracciavi e quell’altro giorno in cui ci hai lasciati. Non ricordo il momento in se, non ricordo il giorno ma l’assenza successiva. La mancanza. Per anni, decenni hai portato al collo una medaglietta con dentro il mio bigliettino, quel giorno -da quel giorno- l’avevo io in mano, una mano non ancora vecchia come quella di oggi ma ancora più tremante. Una medaglietta e due o tre ricordi sono l’unica cosa che mi resta di te, l’unica cosa che resta di te se di noi quello che resta è il ricordo.</i></p>
<p><i>L’ho ancora al collo ora. Non l’ho mai aperta, come la </i>porta misteriosa<i> ho sempre temuto ne uscissero mostri, ricordi terribili per quanto belli, ricordi che mi facessero precipitare nell’abisso dentro di me, ricordi che mi facessero sorridere e rimpiangere di essere ancora qui dopo tutti questi anni. Ma non è forse di ricordi che sono in cerca ora? Non è forse per i ricordi che il mio corpo in un momento senza mente ha voluto portarmi qui?</i></p>
<p><i>L’assenza. Come è possibile ricordare un’assenza ancor più di una presenza? Una mancanza ancor più che un’intera vita?</i></p>
<p><i>Osservo le mie mani tremanti mentre si avvicinano al mio collo, mentre armeggiano per trovare la catenella. La temo e la bramo, ne fuggo e ne desidero la scoperta e mentre le mani tremano la sento cadere e sbattere nuovamente sul mio petto, poi di nuovo le mani a muoversi quasi ansiose quasi non fossero le mie quasi a vederle osservando il mondo da fuori da seduto su una panca di una stazione mentre ti passa accanto.</i></p>
<p><i>Sono vecchie le mie mani, tremanti e vecchie e secche mentre premono il tastino sul lato e la aprono</i><i><br />
</i><i>Armeggiano e mentre il pendaglio si apre vi vedo dentro due piccoli foglietti.</i><i><br />
</i><i>Le mani ne prendono uno e lo aprono, lo conosco, è un biglietto dell’autobus, un biglietto vecchissimo e sopra vi è scritto “Ciao, mi piaci. Se mi vuoi conoscere domani vieni qui con un fiore!”. </i><i><br />
</i><i>Sento scendere una lacrima lentamente mentre osservo le mie mani ancora. Hanno ripiegato il foglietto ed una lo tiene tra l’anulare il mignolo e il palmo mentre entrambe stanno aprendo l’altro. Un altro biglietto dell’autobus, vecchio ma non antico. </i><i><br />
</i><i>“Non avere paura, ti ho cercato amato e conosciuto anche senza un tuo messaggio, dove vado io non c’è bisogno di ricordi, né di paure”.</i><i><br />
</i><i>Vedo un ombra avvicinarsi ora ad oscurare un po’ il vetro della porta da fuori, è un ombra bassa di una ragazzina, la vedo alzare il braccio verso la maniglia e vedo la maniglia abbassarsi senza fare alcun rumore. Vedo anche la maniglia non abbassarsi e mentre osservo la porta aprirsi so che non si sta aprendo affatto.</i><i><br />
</i><i>La vedo lo stesso, la vedo entrare la bambina od attraversare la soglia chiusa, cammina verso di me e ne osservo l’assenza di un riflesso sul pavimento. Sorride,</i> sorridi.<br />
Hai un fiore tra i capelli, un fiore di lavanda, e mentre mi alzo dandoti la mano mi accorgo che anche io sono un bimbo.<i><br />
</i></p>
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		<title>Avanti</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jul 2015 20:30:21 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Non è necessario siano dodici i gradi,<br>è l&#8217;umidità che conta,<br>il vento e l&#8217;aria elettrica di ora,<br>sono le sere in cui non c&#8217;è davvero freddo ma senti comunque i brividi,<br>che ti verrebbero anche se ti coprissi,<br>che mentre sei fermo a fare benzina o passeggi con un gelato in mano senti gli oggetti tintinnare<br>e ti guardi attorno come dovesse succedere qualcosa,<br>come se dietro le ombre si potessero nascondere altre ombre,<br>le sere in cui ti siedi in macchina e senti un profumo che non può essere lì come se accanto ci fosse stata Lei,<br>come se mentre eri girato tra le ombre fosse passata davvero un ombra o una luce un&#8217;istante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua pelle,<br>l&#8217;odore la sua pelle,<br>l&#8217;odore del profumo sparso sulla sua pelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E vorresti prendere e fuggire,<br>prendere e rincorrere,<br>prendere e come in una ruota da tortura spaccarti in due per seguire le tue folli parti,<br>la tua razionalità ed il desiderio,<br>la follia,<br>e vorresti farti trovare là dove non devi,<br>dove potresti al massimo far trovare dei fiori come in passato,<br>dove non saresti accolto o lo saresti troppo<br>dove ogni movimento sarebbe frainteso o forse profondamente compreso,<br>dove ogni movimento, parola, istante sarebbero vere quanto lo sono su un palco,<br>poco per chi non sa e troppo per chi conosce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed il vento scompiglia i tuoi capelli,<br>ed il freddo che non c&#8217;è congela ogni tuo muscolo impedendoti di muoverti,<br>di essere,<br>di aspirare,<br>di respirare,<br>di pensare se non che quel profumo è così reale,<br>reale tanto da bruciare i polmoni,<br>tanto da far tremare le mani,<br>reale tanto da.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi d&#8217;un tratto come un orgasmo che muore riprendi la tua strada e cerchi di dimenticare,<br>vai avanti lasciandoti seduto in un angolo da qualche parte nella tua testa,<br>lasciandoti seduto a fare quello che vuoi fare, non importa ma fallo da solo, fallo senza di te, fallo lontano che tu devi andare avanti, avanti, avanti sempre ancora.<br>Vai.</p>
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		<title>Spleen et idéal</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2015 19:30:28 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Tengo chiusi gli occhi ancora un po&#8217;, attorno a me il buio filtra tra le palpebre ed il silenzio mi avvolge, lo vivo, me ne lascio pervadere, mi lascio attraversare mentre osservo i tuoi occhi.<br>Capita talvolta osservando&nbsp;troppo un flash, una luce forte, il sole che questo si imprima in qualche modo sulla retina e che chiudendo gli occhi essa appaia ancora impressa come dentro le palpebre, come sospesa a qualche centimetro dagli occhi a seguirti in qualunque direzione osservi. Tutto ciò che vedi non puoi che vederlo attraverso quella palla al centro in qualche modo iridescente, mutante ma stabilmente immobile al centro del tuo sguardo.<br>Sono così i tuoi occhi per me, immobili al centro, privi quasi di un viso che resta evanescente, bianco&nbsp;quasi trasparente, nascosto nel buio come un fantasma. Al centro i tuoi occhi non chiari eppure neppure scuri di un colore indefinibile perché definirlo sarebbe come perdersi nell&#8217;infinità di un abisso, &nbsp;così vivi da non poter non esserne attratto come due buchi neri in grado di assorbire la luce ma non come buchi neri perché in grado di emettere una brillantezza che neppure alla perla più preziosa sarà mai concesso; indefinibili perché impossibile osservarli senza&nbsp; sentircisi l&#8217;anima trascinata giù&nbsp;e al contempo impossibili da non osservare per comprenderli.<br>Li vedo ancora qui, di fronte a me dagli occhi chiusi e non voglio&nbsp;sporcare questa vista col mondo, mi sento quasi soffocare da questa immensità come un peso sulla trachea come se l&#8217;aria pesasse, come il silenzio di tutto questo fosse così eterno da non aver bisogno di essere conservato nei ricordi.<br>Apro lentamente gli occhi, perché so che infine prima o poi lo dovrei fare comunque e nel buio assoluto vedo ancora queste due immense sfere, questi astri lucenti ed attorno ad essi sfumato un volto bianco, truccato per sembrare più smunto, un volto quasi impercettibile.<br>Provo a ruotare lentamente lo sguardo ma ancora, ovunque vedo i tuoi occhi, quegli occhi che ormai sento in qualche modo miei, come fossero parte di me. Resto ad osservarli ancora mentre i miei si abituano lentamente, molto lentamente al buio. Penso ai pochi istanti passati assieme o ai moltissimi, penso a cosa sei stata o sono, o siamo mai stati, e mentre penso mi accorgo che nulla di questo conta quanto conta ciò che vedo ora, ciò attraverso cui vedo ora.<br>Il senso di stretto alla gola si fa più pressante, non lo comprendo ma non rappresenta un problema in grado di distrarmi mentre il tuo volto si avvicina, truccato in modo stravagante davvero e poi si allontana un po&#8217; e torna ad avvicinarsi ancora, osservo le occhiaie attorno a quei due portali verso l&#8217;infinito, così scure mentre la testa mi gira, mi gira mentre il tuo volto immobile ondeggia con me stabile al centro, si avvicina lentamente, si allontana, si avvicina.<br>Osservo le sopracciglia, la fronte liscia mentre gli occhi si abituano ma comincio a scorgere qualcosa che non torna, qualcosa di te che non ricordavo, una cicatrice che mi fa arrivare alla mente ricordi improvvisi che mi fanno sentire ancora più il peso di quest&#8217;aria assente.<br>E mentre quel volto si avvicina, si allontana mi accorgo che lentamente il tuo sguardo è scomparso nei meandri di un ricordo di un istante di un passato di un sogno di una racconto di una fiaba di un libro non scritto e quel volto, bianco, smunto, con nere occhiaie mi accorgo essere lentamente il mio che si allontana, si avvicina, si allontana, si avvicina.<br>Provo ad alzare una mano per toccarlo, per toccare il mio ma non mi è possibile e mentre dondolo avanti, ed indietro, avanti ed indietro davanti allo specchio di questo armadio ricordo all&#8217;improvviso di un anello che portavo al collo e che non vedo più nel riflesso al suo posto, di un anello che vedo ondeggiare in alto&nbsp;dietro la mia nuca legato al filo che lo reggeva, legato a qualcosa più in alto e che non vedo nel buio, mi accorgo l&#8217;aria nei polmoni non c&#8217;è più, che i polmoni non chiedono più aria. Mi accorgo che non so come io sia finito qui se per errore o desiderio ma che non rivedrò più quel ricordo di un istante di due immensità e del loro sorriso lucente e del riflesso del mondo attraverso di esse.</p>
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		<title>La porta del paese delle meraviglie – Parte quarta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2015 18:08:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi trovavo lì, immobile, alle mie spalle un mondo, di fronte una porta verso un altro, l&#8217;istinto urlava dentro urlava fuori urlava di chiuderla per sempre. L&#8217;istinto posò la mia mano, il palmo della mia mano sulla superficie di legno marrone liscio freddo. La pelle del mio palmo caldo sul freddo del legno liscio marrone. Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mi trovavo lì, immobile, alle mie spalle un mondo, di fronte una porta verso un altro, l&#8217;istinto urlava dentro urlava fuori urlava di chiuderla per sempre.<br />
L&#8217;istinto posò la mia mano, il palmo della mia mano sulla superficie di legno marrone liscio freddo. La pelle del mio palmo caldo sul freddo del legno liscio marrone. Il cuore batteva forte ma calmo ma forte ma calmo batteva il cuore.<br />
Mentre i muscoli del mio braccio iniziavano a tendersi lievemente prima della spinta il mio sguardo cadde oltre la fessura tra la porta ed il nulla e fu quello il momento in cui cambiarono le cose, cambiò la scelta.<br />
Guardai nella fessura che c&#8217;era tra la porta, priva di stipiti, e il rettangolo che ne definiva le dimensioni. Sul lato in cui era aperta lasciava vedere il pavimento nero e lucido della stanza all&#8217;esterno -o all&#8217;interno, non saprei dire- nella mia mano destra il bicchiere tremò un secondo ed abbassai la sinistra allontanando il palmo mentre le mie dita di riflesso si piegavano lievemente tremando.<br />
Dietro di me infuriavano i pappi dei pioppi come in una bufera senza vento, infuriavano e cadevano e volavano e imbancavano ancora.<br />
Guardai la mano abbassarsi come fosse quella di un altro, come se fosse quella di un automa.<br />
Indugiai ancor una volta a guardare come la porta non avesse spessore vista di lato e cessasse di esistere vista da dietro, come il buco da cui avrei potuto passare fosse tale solo visto di fronte. Poi aprii la aprii del tutto, bevvi d&#8217;un fiato il contenuto del bicchiere, lo posai a terra accanto ed  attraversai il passaggio.<br />
Mi parve che la stanza oltre la porta avesse delle lampade in fila sul soffitto, mi parve vi fosse una enorme quantità di porte attorno ma mi sentii un secondo mancare, mi girò la testa come quando si è ubriachi e le porte improvvisamente si allinearono come fossero state una visione sdoppiata di una sola riflessa sul pavimento, le lampade scomparvero anch&#8217;esse e tutto divenne il riflesso del passaggio della luce proveniente dalla porta, ed io al centro del riflesso a barcollare.<br />
Un pappo volava e per un&#8217;istante sembrò un gigantesco cristallo di neve, vi vidi dentro prima la forma frattale tipica di un cristallo, poi tornò ad essere quello che era ma al centro vi era un piccolo omino appeso come ad un ombrello volante, mi parve di conoscerlo ma poi lo scordai. Lo vidi allontanarsi avanti lontano da me, in direzione retta fino a scomparire.<br />
Mi ripresi solo quando alle mie spalle scomparve silenziosamente la luce e ne scomparve il riflesso. Ero in un ambiente piuttosto buio, la flebile luce che mi permetteva di vedere era diffusa e non proveniva da una direzione, mi voltai a guardare e vidi un grande specchio, una porta a specchio con la maniglia sulla destra, ma questa volta con gli stipiti.<br />
Provai a ruotare la maniglia ma sembrava inamovibile.<br />
Girai attorno e vidi che non era invisibile e priva di spessore come lo era stata dall&#8217;altro lato, il retro era un pannello di ebano perfettamente liscio, senza il segno degli stipiti ma già immaginavo si sarebbe comunque aperta in qualche modo pur non muovendo l&#8217;ebano stesso. In basso sembrava raccordarsi perfettamente al pavimento con una lieve curva passando dall&#8217;ebano all&#8217;ossidiana del pavimento perfettamente liscio e lucido.<br />
Tornai di fronte allo specchio e mi fermai ad osservarmi al centro. Fu quello il momento in cui mi accorsi di non ricordare il mio volto, di non sapere che volto o che corpo aspettarmi di vedere. Avevo l&#8217;impressione di essere stato un ragazzino ma ora mi vedevo adulto, le rughe sul viso davano l&#8217;idea di una persona ancora giovane ma segnata dal passato o forse dal presente. Le occhiaie scure dicevano che non dormivo da molto, ma in effetti da quanto tempo ero qui? E dove era questo qui? I capelli rasati e radi erano brizzolati come la barba con il pizzo lungo ed i baffi arricciati all&#8217;inglese, portavo una giacca elegante blu con finissime righe bianche su una camicia azzurra e dei jeans un po&#8217; troppo sportivi per le scarpe marroni eleganti che indossavo. Dalla tasca della giacca usciva la catenella di un orologio a pendolo ma mentre provavo ad estrarlo mi spostai leggermente di lato e la mia immagine cambiò, in modo veloce ma uniforme come se i tratti somatici cambiassero in modo continuo mi ritrovai a guardare l&#8217;immagine di un coniglio bianco in doppio petto con in mano un orologio da taschino, un coniglio in qualche modo antropomorfo ma pur sempre un coniglio. Mi spostai nuovamente al centro e tornai uomo adulto, mi spostai a sinistra e divenni coniglio, mi spostai ancora a sinistra e il coniglio divenne progressivamente una ragazzina, prima il volto e poi il corpo si trasformarono, mi sovvenne un nome, Alice credo, ma era solo come quando un ricordo fa capolino e poi per timidezza si ritira senza mostrarsi. Rimasi a guardarla un attimo in precario equilibrio, ricordavo di averla sognata, averla rincorsa o era solo un parto della mia mente? L&#8217;immagine riflessa di un desiderio?<br />
Mi sbilanciai e mentre facevo perno su un piede per riprendere una posizione di equilibrio mi spostai ancora più a sinistra e vidi alla mia destra qualcosa accadere.<br />
Comparve un ragazzino delle elementari, comparve fisicamente, accanto a me e guardava lo specchio. In quel punto ero ruotato di circa 45 gradi rispetto alla sua superficie e quindi potevo perfettamente vederne il riflesso accanto al mio riflesso, erano l&#8217;immagine della stessa persona, o di me forse, di me come forse stavo ricordandomi. Portavo i capelli corti, con la riga da un lato, addosso avevo un grembiule blu da scuola elementare, le scarpe erano nere di vernice e le calze lunghe arrivavano poco più in basso del ginocchio, poco più in basso del blu. Mi mossi leggermente più a destra e tornò Alice e scomparve i bambini, sia quello riflesso che quello apparentemente fisico che il riflesso di questo. Mi spostai più a sinistra di quanto fossi prima ma il mio riflesso usciva dal campo visivo, così tornai a far comparire i tre bambini, i due riflessi e quello con un corpo. L&#8217;ultimo lo vidi allontanarsi dandomi le spalle come non si fosse accorto di me, camminava di sbieco rimanendo sulla linea dei quarantacinque gradi e feci lo stesso, era come un irrefrenabile istinto a spingermi a farlo, camminai diversi metri prima di girarmi di scatto, e quando lo feci vidi che lui stesso si era girato al contempo e mi osservava, faceva i miei stessi movimenti, identici. Provai ad uscire dalla linea che avevo seguito, mi spostai poco più avanti e poco più indietro, lui si spostava con me e quando non eravamo sulla linea lui scompariva.<br />
Tornai seguendo lo stesso percorso fino allo specchio, lui mi seguì imitandomi come fosse il mio riflesso o come se io fossi il suo. Tornati allo specchio rimanemmo ad osservarci qualche minuto e poi allungammo la mano come per toccarci, ci fermammo un istante prima della linea immaginaria che ci avrebbe permesso di toccarci, poi allungammo la mano e ci attraversammo come fantasmi.<br />
Toccai invece la maniglia della porta, e la ruotai.</p>
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		<title>&#8220;La difficoltà della solitudine si palesa quando la si confronta ad una compagnia piacevole‏&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2015 23:34:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[04/01/2015Sono scivolato nei meandri di pensieri che non riesco a fissare,Tra voglia di scrivere cose ed incapacità di farlo,Incastrato tra me stesso e me stesso come un cuneo‏. Incastrato tra me e te.Incastrato. Mi manchi, mi manca parlarti, viverti, sfiorarti.Essere, camminare. E non so se è solitudine o qualcosanon so se è nulla o desiderio. [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">04/01/2015<br>Sono scivolato nei meandri di pensieri che non riesco a fissare,<br>Tra voglia di scrivere cose ed incapacità di farlo,<br>Incastrato tra me stesso e me stesso come un cuneo‏.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Incastrato tra me e te.<br>Incastrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi manchi, mi manca parlarti, viverti, sfiorarti.<br>Essere, camminare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non so se è solitudine o qualcosa<br>non so se è nulla o desiderio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giro lo sguardo verso te e vedo me,<br>lo giro ancora ed ancora incontro il mio sguardo.<br>Tra me e me, tra me e te.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tempo cura le ferite del cuore.<br>La mente regola il tempo che cura le ferite.<br>La mente regola il tempo che cura se stessa.</p>
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		<title>&#8220;La solitudine&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Dec 2014 20:31:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Bisogna essere molto fortiper amare la solitudine; bisogna avere buone gambee una resistenza fuori dal comune; non si deve rischiareraffreddore, influenza e mal di gola; non si devono temererapinatori o assassini; se tocca camminareper tutto il pomeriggio o magari per tutta la serabisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;specie d’inverno; col vento che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Bisogna essere molto forti<br>per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe<br>e una resistenza fuori dal comune; non si deve rischiare<br>raffreddore, influenza e mal di gola; non si devono temere<br>rapinatori o assassini; se tocca camminare<br>per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera<br>bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;<br>specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,<br>e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;<br>non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,<br>oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte<br>senza doveri o limiti di qualsiasi genere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri<br>&#8211; e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento,<br>tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,<br>essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;<br>più caldo e vivo è il corpo gentile<br>che unge di seme e se ne va,<br>più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;<br>è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,<br>non il sorriso innocente, o la torbida prepotenza<br>di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza<br>enormemente giovane; e in questo è disumano,<br>perché non lascia tracce, o meglio, lascia solo una traccia<br>che è sempre la stessa in tutte le stagioni.<br>Un ragazzo ai suoi primi amori<br>altro non è che la fecondità del mondo.<br>E’ il mondo così arriva con lui; appare e scompare,<br>come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose,<br>e tu potrai percorrere mezza città, non lo ritroverai più;<br>l’atto è compiuto, la sua ripetizione è un rito. Dunque<br>la solitudine è ancora più grande se una folla intera<br>attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni –<br>l’andarsene è fuggire – e il seguente incombe sul presente<br>come un dovere, un sacrificio da compiere alla voglia di morte.<br>Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,<br>specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,<br>e per te non è mutato niente: allora per un soffio non urli o piangi;<br>e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,<br>e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire<br>che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe essere più soddisfatto<br>e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine<br>è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?<br>Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,<br>che valga una camminata senza fine per le strade povere<br>dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">-Pier Paolo Pasolini-</p>
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		<title>Dell&#8217;amore e di altre sciocchezze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Nov 2014 22:36:30 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Mi è capitato in questi giorni di essere interpellato sulla mia idea di amore.<br>Credevo di averne scritto esaustivamente in passato, ma cercando ho scoperto di non averlo fatto, o di aver perso dove ne avevo scritto.<br>Oggi un uomo che parla della propria idea di amore viene sicuramente preso per debole, stupido, sentimentale. Non si parla di amore, è diventato tabù tra gli adulti, come ridotto ad una esperienza adolescenziale.<br>L&#8217;amore adulto dovrebbe essere una mera scelta, un contratto, qualcosa di freddo e calcolato?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Credo nell&#8217;amore. Ma non credo che l&#8217;amore sia solo un sentimento.<br>Credo che l&#8217;amore sia per sempre, ma che non sempre il sentimento lo sia.<br>Credo che l&#8217;amore sia una scelta ed al contempo un accadimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono una persona discretamente facile all&#8217;infatuazione,&nbsp;ma difficile all&#8217;amore, non dico spesso le parole tanto desiderate da un&#8217;aspirante amata, non dico spesso &#8220;ti amo&#8221;, credo che vi sia un rischio di inflazione dell&#8217;affermazione, credo che a ripeterlo, ripeterlo, e ripeterlo ancora perda ogni valore.<br>Come l&#8217;inglese &#8220;I Love You&#8221; usato ed abusato tanto da perdere per noi significato.<br>Se arrivo a dire &#8220;ti amo&#8221; quell&#8217;amore è per sempre, non ho mai smesso di amare, non ho mai smesso di essere disposto a dare la vita per chi amo, in modi diversi, talvolta dare la vita significa anche lasciare andare.<br>Trovo che amare e desiderare il possesso siano due cose estremamente distanti e slegate, non necessariamente complementari, non necessariamente opposte, non necessariamente unite o disgiunte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma forse ora è il momento di esprimere più chiaramente il mio concetto di amore.<br>L&#8217;esempio che prendo in genere è quello della madre. Non esistono molte forme di amore più genuine e forti di quelle della madre che ha generato un figlio, vi è un legame immenso infinito, inscindibile. Ma il figlio può essere cattivo, crudele, fare del male alla propria madre. Lei non cesserà di amarlo, ma non necessariamente proverà sentimenti positivi. Arriverò forse perfino ad odiarlo pur continuando ad amarlo, a volere il suo bene.<br>Un altro esempio, per chi crede almeno è l&#8217;immagine di Cristo sulla croce. Non credo che avesse sentimenti benevolenti nei confronti di chi lo fustigava, di chi gli sputava, gli lanciava pietre, lo insultava.<br>Ma amava sempre e comunque, indipendentemente dai sentimenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Credo che l&#8217;amore non sia una scelta da rinnovare ogni giorno ma una scelta che nasce da dentro, che appare nel tempo e che crea un legame, anche se mono direzionale, inscindibile.<br>Almeno per me è così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Posso amare e al contempo essere consapevole che una persona non può vivere a contatto con me, e non provare il desiderio di possederla, di incontrarla, di carezzarla. Ma sarò sempre disposto a fare del mio meglio per la sua felicità, per la sua vita, per il suo essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sentimento va coltivato ogni giorno, la passione, il desiderio, la voglia di stare assieme ogni mattino deve essere una scelta, un rinnovo una ricerca.<br>L&#8217;amore una volta acceso invece per me è una linea retta infinita verso l&#8217;universo.<br>Immutabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può amare una persona con cui non si desidera condividere più nulla e proprio per questo nell&#8217;amore puro non c&#8217;è il bisogno della gelosia.<br>La gelosia è frutto del desiderio di possessione, che è legittimo, è fondamentale alla passione al desiderio, alla piacevolezza dell&#8217;essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non all&#8217;amore.</p>
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		<title>Perché ho smesso di scrivere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Aug 2012 18:34:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In questi giorni mi sono interrogato sul mio scrivere, anzi per l&#8217;esattezza sul mio non scrivere.Perché non scrivo?Non sento più il bisogno di scrivere?Talvolta si, ma è ciò che vorrei scrivere a bloccarmi, o meglio chi leggerebbe e non trovo sensato scrivere solo per me, perché ciò che è scritto lo è per essere letto.La [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">In questi giorni mi sono interrogato sul mio scrivere, anzi per l&#8217;esattezza sul mio non scrivere.<br>Perché non scrivo?<br>Non sento più il bisogno di scrivere?<br>Talvolta si, ma è ciò che vorrei scrivere a bloccarmi, o meglio chi leggerebbe e non trovo sensato scrivere solo per me, perché ciò che è scritto lo è per essere letto.<br>La vita è più frenetica, il tempo è meno, vivere da soli ti lascia determinate libertà ma contemporaneamente ti porta via molti tempi morti un tempo utilizzabili per creare, scrivere, comporre, suonare.<br>L&#8217;età fa calare <a href="/blog/il-mio-mondo-di-scrivere-e-cambiato/">determinati impeti letterari</a> ma neppure questa ne è la causa.<br>Un tempo la mia vita era più &#8220;tumultuosa&#8221; come quella di ogni adolescente o ragazzo e amavo creare &#8220;mondi&#8221; immaginari o pseudo reali ed applicarli alla realtà del momento, scrivere cose struggenti ed applicarle a realtà non necessariamente tali, scrivere racconti o pezzi poetici da psico killer e camuffarli da rabbia adolescenziale, scrivere di uno sguardo incontrato per strada come fosse l&#8217;amore di una vita, magari applicarlo ad uno sguardo di persona reale ma non necessariamente corrispondente per giustificare il mio scrivere d&#8217;un amore che in realtà non esisteva.<br>Era semplice una volta immaginato -profilato- qualcosa di struggente trovare una situazione a cui applicarlo e quindi scriverlo già su una data situazione, era semplice data un immagine nella mente renderla reale su un volto, su un luogo, su qualcosa che rendesse l&#8217;immagine poetica una poetica realtà.<br>Ora il mondo attorno a me è cambiato, complice l&#8217;età, complice una stabilità (psicologica e sentimentale, dato che quella lavorativa decisamente non è per ora).<br>Scrivere un <a href="/blog/del-suo-sorriso-della-bellezza/">racconto sul sorriso di una donna</a>, o l&#8217;immagine di un ricordo di un <a href="/blog/category/racconti/page/2/">istante modificato nel tempo</a>,&nbsp; mi espone al dover spiegare alle persone che ho accanto da dove venga tale immagine, a inventare sia il sorriso della persona che ho accanto o a giustificare perché non lo sia,&nbsp; scrivere del sentimento di <a href="/blog/assenza/">vuoto ed assenza</a> dato dalla mancanza di qualcuno mi espone a dover giustificare da dove venga questo desiderio di scriverlo, a inventare a chi applicarlo per quietare almeno parzialmente il dubbio, l&#8217;incredulità del fatto che possa non essere applicato a nulla di reale se non al ricordo di ricordi, o a un sogno estemporaneo.<br>Scrivere una parafrasi di <a href="/blog/la-genesi-dalla-bibbia-secondo-me/">passi della Bibbia</a> mi espone al dubbio di blasfemia, da giustificare di fronte ai ragazzi che educo nello scoutismo, o più probabilmente ai loro genitori che al giorno d&#8217;oggi attraverso Facebook possono vedere praticamente tutto, compreso questo post.<br>Lo scrivere un <a href="https://www.staipa.it/blog/alex-pt1/">racconto cyberpunk</a> con la cultura che ci sta dietro legata a modi di dire volgari che lo rendono tale mi espone a sua volta agli stessi rischi, scrivere un <a href="/blog/acino/">racconto di morte</a> invece espone al preconcetto che uno sia psicopatico, che non possa educar ragazzi, che stia male e vada educato quando magari è solo il parto di un sogno, o della visione di un film, o di un&#8217;innocente riflessione sulla morte, ma in passato ho scritto e non pubblicato cose ben peggiori che ai miei occhi sono sfoghi, o provocazioni ma agli occhi di una fidanzata, di un genitore, di un datore di lavoro risultano essere tradimenti, sintomi di violenza, mancanza di rispetto.<br>Poco importa se tutto ciò sia alternato con consigli su come cercare di avere un&#8217;informazione non di parte, o se provo a dimostrare l&#8217;esistenza dell&#8217;anima si può pensar di me che io creda d&#8217;esser arrivato chissà dove o essere chissà chi.<br>Infine se talvolta scrivo cose più <a href="/blog/vite/">filosofiche sulla vita</a>, o cose <a href="/blog/sulla-felicita/">sulla felicità</a>, indubbiamente meno interpretabili, eppure a volerla tirar tutta tra le righe ci possono essere lì più pezzi della mia vita vera di quanto ce ne siano nel resto di quanto scrivo, ma non è sempre e solo questo che scrivo o che trovo da scrivere.<br>Io credo non di &#8220;scrivere&#8221; ma di &#8220;trovar qualcosa da scrivere&#8221; trovarlo dove? Nell&#8217;aria, nel mondo, sotto il cuscino, sotto il tappetino dell&#8217;ascensore di lavoro, nella tua tasca, lo trovo lì.<br>E poi io stesso rileggendomi mi chiedo <a href="/blog/rileggermi-scrivere-rileggermi-io-non-sono-me/">chi abbia scritto ciò che ho trovato da scrivere</a>, estraniandomi completamente da me, dal perché ho scritto da cosa ho scritto, dimenticando chi sia lo scrittore.<br>E da tutto questo nasce un ulteriore dubbio, diatriba, una dicotomia del pensiero, perché questo stesso scritto può essere compreso in fondo o può essere lasciato a un livello che mi indichi semplicemente come paranoico.<br>Quindi in definitiva la domanda è perché non scrivo?<br>Per che non scrivo o per chi non scrivo?<br>Non scrivo per chi mi chiede perché scrivo, non scrivo su chi sbaglia a cercare come interpretare ciò i miei scritti, non scrivo per chi quando descrivo un volto si sofferma a pensare a chi sia quel volto e non alla poesia che voglio esprimere, per chi quando scrivo di un amore vuole sapere se quell&#8217;amore esista&nbsp; e non si sofferma a goderne semplicemente l&#8217;immaginario, non scrivo per chi quando descrivo un sentimento mi chiede a chi sia diretto e non si limiti a provare a viverlo per nessuno o tutti o chi vuole come lo vivo io scrivendolo, al contrario non scrivo per chi quando scrivo rabbia e insulti si sente offeso invece di chiedersi a cosa e chi siano rivolti e perché, non scrivo per chi non ha la capacità di astrarre dal conoscermi e non riesca a leggere un mio racconto horror, cyberpunk o splatter come leggerebbe il racconto di uno scrittore sconosciuto.<br>Non scrivo in definitiva per chi giudica e chi legge ciò che scrivo non per quello che scrivo ma per conoscere cose che non vi sono scritte.</p>
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		<title>San tremo: la recensione caustica annuale.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Feb 2011 16:43:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Patty Pravo: IL VENTO E LE ROSE Il raffronto tra la sua faccia ventenne e le sue mani che lasciano trapelare la vera età comincia ad essere inquietante. Il modo di cantare ormai è troppo sempre lo stesso e pare aver perso l&#8217;alternatività e la creatività dei suoi cavalli di battaglia, dei suoi bei tempi. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Patty Pravo: IL VENTO E LE ROSE<br />
</strong> Il raffronto tra la sua faccia ventenne e le sue mani che lasciano trapelare la vera età comincia ad essere inquietante.<br />
Il modo di cantare ormai è troppo sempre lo stesso e pare aver perso l&#8217;alternatività e la creatività dei suoi cavalli di battaglia, dei suoi bei tempi.<br />
A tratti sembra leggermente stonata, canzone piatta, piatta, piattissima.</p>
<p><strong>Modà con Emma:  ARRIVERÀ</strong><br />
Non male come canzone dei Negramaro, peccato non siano i Negramaro a suonare e cantare, bella la voce di lei quando imita Gianna Nannini, belli i crescendo ma poca sostanza.</p>
<p><strong>Luca Madonia con Franco Battiato: L&#8217;ALIENO</strong><br />
In questi due personaggi non posso che riporre la più smisurata fiducia, non sono certo artisti sanremo style e forse anche per questo ripongo in loro tale fiducia.<br />
Tuttavia non mi pare un brano particolarmente incisivo, interessante anche se già usata la tematica del sentirsi alieno tra la gente ma manca la tipica capacità di Battiato di creare un <span id="more-2532"></span>mondo in una canzone, di creare un&#8217;atmosfera immersiva che porti all&#8217;interno del mondo da cui scaturisce il brano.<br />
Purtroppo resto un po&#8217; deluso.</p>
<p><strong>Giusy Ferreri:  IL MARE IMMENSO</strong><br />
In lei ripongo meno fiducia, in particolare perché mi sembra sempre canti con una patata in gola, anche se devo ammettere che qualche spunto interessante in passato lo ha dato.<br />
Il brano parte con un buon impatto rock, peccato poi si interrompa per lasciare spazio a un cantato  che non graffia affatto come invece è stata presentata da Morandi. Il tentativo sexy con spacco enorme davanti non rende migliore la performance anche se uno degli autori si chiama Bungaro e con quel vestito porta alla mente fatti di cronaca politica recente.<br />
Più guardo il vestito più penso che lo spacco andasse sulla schiena, però lo scopo quel vestito lo raggiunge, mi dimentico di ascoltare la canzone.<br />
Appena me ne accorgo sento che la patata in gola deve essere cresciuta, e l&#8217;anima rock con cui il brano parte nei primi tre-quattro secondi è scomparsa contemporaneamente. Il brano potesse essere scritto dal peggior Vasco Rossi, testo inesistente, musica inesistente.</p>
<p><strong>La Crus: IO CONFESSO</strong><br />
I La Crus… eh… i la Crus.<br />
In loro la mia fiducia è massima, sempre stati di un ottimo rock alternativo e forse un po&#8217; intelligentoide ma di alto livello.<br />
L&#8217;intro sinfonico non ci sta assolutamente col pezzo ma poi la calda voce del cantante lascia sempre il segno.<br />
Hanno scelto di portare un brano tipicamente italiano, nel vero senso della parola, senza troppe influenze anglofone.<br />
Il brano non farà mai colpo sui giovani, ma i La Crus non hanno mai preteso di essere mainstream, il passaggio sinfonico a metà contrariamente al primo ci sta, e ci sta molto bene.<br />
Delicato brano d&#8217;amore, tipicamente italiano e tipicamente san remese ma nel senso positivo della cosa.<br />
Il tocco lirico ci sta a pieno.<br />
Non resterà nella storia ma è un brano, costruito come si costruisce bene un brano in ogni sua parte.<br />
Finale stupendo.<br />
Credo che ascoltandola un altro po&#8217; di volte cambierò idea promuovendola a maggiori voti.</p>
<p><strong>Anna Oxa: LA MIA ANIMA D&#8217;UOMO</strong><br />
Ah… Anna Oxa… pazza, come sempre.<br />
In lei non ripongo ne fiducia ne sfiducia, ogni volta è una sorpresa. Questa volta è vestita in modo decente finalmente, anzi direi in modo appropriato, si vede lontano un miglio l&#8217;esperienza, la capacità di tenere il palco.<br />
Brano molto alternativo, di difficile ascolto. A san Remo non si può farlo ma se quella chitarra di accompagnamento fosse un po&#8217; più distorta l&#8217;anima del brano uscirebbe maggiormente, san remasse ma non troppo, carico ma non troppo, uno dei migliori brani in concorso anche se non potrebbe mai neppure avvicinarsi a vincere.<br />
Lei teatrale, energica. Notevole.<br />
Ottimo lo stacco verso fine  brano.</p>
<p><strong>Tricarico: TRE COLORI</strong><br />
Tricarico mi ha sempre inquietato, non ho mai saputo interpretarlo.<br />
Non ho mai capito se ci è o ci fa.<br />
Brano delicato, ottima scelta degli strumenti ma non riesco a farmi andare giù il suo modo di cantare, il suo fare brani-filastrocca seppure talvolta con testi interessanti, ma in questo caso il testo mi pare pure inconcludente e poco interessante.</p>
<p><strong>Nathalie: VIVO SOSPESA</strong><br />
Beh… in lei ripongo una fiducia pressoché totale. Non posso non ammettere che è la mia prediletta e non per la mia suscettibilità quel genere di fisionomia ma perché trovo abbia una gran voce, una gran capacità di interpretare e una gran capacità di creare buoni brani. Mi piace sia quando interpreta brani suoi che quando ne interpreta di altri.<br />
L&#8217;orchestra è diretta niente popò di meno che da Lucio Fabbri!!! Il polistrumentista che ha praticamente seguito la P.F.M in tour al violino, chitarra, tastiere, batteria e tutto quello che gli capita sotto mano.<br />
Il brano non è immediato, un po&#8217; Matia Bazar dei tempi migliori, la voce continua a cambiare tra dolce, farinosa, forte, rauca mostrando di essere vocalmente una spanna sopra alla media.<br />
Il brano passa da una fase più tranquilla a una sempre più aggressiva, a volte mi pare di sentir qualche impercettibile esitazione prima dell&#8217;inizio della parte più aggressiva, ci vedo un po&#8217; la Patty Pravo dei bei tempi.<br />
Mi piace.<br />
Mi piace davvero e potrebbe anche avere le carte per piacere alla massa, forse per vincere.</p>
<p><strong>Al Bano: AMANDA È LIBERA</strong><br />
Al Bano credo incarni molto la musica italosanremese. Classico. Estremamente classico, troppo classico. Voce pazzesca, come sempre ma la voce non è tutto.<br />
Bella la parte con i cori, molto evocativa, ci sta poco lo stacco arabeggiante, il brano zoppica e se non ci fosse la sua voce sarebbe nullo.</p>
<p><strong>Luca Barbarossa e Raquel Del Rosario: FINO IN FONDO</strong><br />
Il brano inizia bene, l&#8217;arrangiamento sembra interessante fino a quando inizia a cantare Raquel Rosario, forse se Luca avesse fatto duetto con una cantante sarebbe stato meglio.<br />
Da quel momento in poi il brano perde di interesse e si trasforma nella solita canzonetta san remasse finché non riprende a cantare lui, per pochi istanti per poi tornare a pensare che si insomma, era evitabile.<br />
Poi il brano continua sullo stesso tono, insomma dopo la metà si è già capito quanto basta.</p>
<p><strong>Roberto Vecchioni: CHIAMAMI ANCORA AMORE</strong><br />
Vecchioni… Vecchioni è sempre Vecchioni, classico cantautorato ottimo da san Remo, struggente brano d&#8217;amore tipicamente all&#8217;italiano, si insomma, ci sta&#8217; anche se poi son sempre le stesse parole, le stesse cose che girano però ci sta.<br />
Solo qualche troppa somiglianza con Guccini e il suo Cirano dal punto di vista della cadenza del ritmo ma tutto sommato non male, niente di sconvolgente.</p>
<p><strong>Anna Tatangelo: BASTARDO</strong><br />
Devo ammettere che questa canzone è migliore delle altre sue precedenti, forse il marito ha contribuito meno del solito nella scrittura, come di consueto l&#8217;interpretazione è scardina dal punto di vista di espressività ma ci da dentro con la voce.<br />
Devo ammettere che il pezzo non è malissimo peccato finisca per essere un po&#8217; troppo ripetitiva e monotona, ma almeno non sembra una canzone di d&#8217;Alessio per una volta.<br />
Non male comunque. Monotona ma non male.</p>
<p><strong>Max Pezzali: IL MIO SECONDO TEMPO</strong><br />
Pezzali… beh è sempre uguale a se stesso negli ultimi anni, finalmente un testo che parla della mezza età invece dell&#8217;adolescenza, finalmente si è accorto di non avere più vent&#8217;anni.<br />
Però temo che resti sempre e comunque troppo uguale a se stesso.</p>
<p><strong>Davide Van De Sfroos: YANEZ</strong><br />
L&#8217;inizio con quel giro di chitarra è qualcosa di estremamente già sentito, poi parte un classico brano dei Modena City Ramblers o di uno qualsiasi dei gruppi folk moderni.<br />
Però brano divertente, mi piace il fatto che ci sia qualcuno del genere a San Remo, da un segnale di desiderio di cambiare mantenendo però la musica tradizionale.</p>
<p><strong>Riassumendo io voto per Nathalie, e sono pure piuttosto convinto che possa realmente vincere.<br />
Altro di realmente incisivo temo non ci sia.<br />
</strong></p>
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		<title>Fisica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 May 2010 17:22:51 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Sbalzi d'umore]]></category>
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					<description><![CDATA[In questi giorni anche complice dei ragionamenti sulla temperatura in altitudine, e l&#8217;accorgermi che perdo un po&#8217; di nomenclatura corretta e il riflettere sulla legge della relatività accorgendomi però che comincio a non ricordare più alcuni dettagli mi hanno fatto venire un insano desiderio&#8230; Credo riprenderò in mano il libro di fisica dell&#8217;università e mi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni anche complice dei ragionamenti sulla temperatura in altitudine, e l&#8217;accorgermi che perdo un po&#8217; di nomenclatura corretta e il riflettere sulla legge della relatività accorgendomi però che comincio a non ricordare più alcuni dettagli mi hanno fatto venire un insano desiderio&#8230;</p>
<p>Credo riprenderò in mano il libro di fisica dell&#8217;università e mi ristudierò un po&#8217; tutto il programma, devo ammettere che la fisica mi manca, devo ammettere che è un po&#8217; parte di me, forse più di altre materie, forse più dell&#8217;informatica o delle forme artistiche a cui mi interesso.</p>
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