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	<title>Pensiero Archivi - Staipa&#039;s Blog</title>
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	<description>Il Blog di Stefano Giolo, pensiero critico, uso consapevole della tecnologia, e fatti miei</description>
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		<title>Sogno concentrico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Oct 2017 19:11:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non avrei dovuto uscire di casa con questa stanchezza addosso, lo so. Ma non posso farci niente se devo andare proprio ora a... dove sto andando. Ho talmente sonno che non ricordo esattamente dove volevo andare. Ma sono qui e&#8230; D&#8217;un tratto, improvvisamente mi sveglio. Merda stavo addormentandomi alla guida?Il guardrail è pericolosamente vicino al [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>Non avrei dovuto uscire di casa con questa stanchezza addosso, lo so. Ma non posso farci niente se devo andare proprio ora a.</em>.. dove sto andando. Ho talmente sonno che non ricordo esattamente dove volevo andare. Ma sono qui e&#8230; <em>D&#8217;un tratto, improvvisamente mi sveglio. Merda stavo addormentandomi alla guida?</em><br><em>Il guardrail è pericolosamente vicino al fianco, giro il volante, le ruote fischiano&nbsp;</em>o sto dormendo? Sono nel mio letto che dormo&nbsp;<em>o il sonno alla guida mi sta stordendo? Sembra quasi che il tempo rallenti e</em> tanto vale la lasci andare questa macchina, mi sveglierò, no?&nbsp;<em>O mi ritroverò schiacciato nei resti di un&#8217;auto contorta, schiacciato.&nbsp;</em>No. Sto dormendo ed è tutto un sogno e niente altro<em>&nbsp;</em><em>mentre il frastuono del metallo contro il metallo riempie ogni parte del mio cervello buttando fuori ogni pensiero,&nbsp;</em>non provo dolore -ancora- deve essere un&nbsp;<em>sogno di poter svegliarmi al di fuori di un&nbsp;</em>sogno.<br>E poi buio.<br><em>Buio.</em></p>
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		<title>Ora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2017 18:32:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Oggi sono andato a correre. È stato strano. Mi sembrano secoli che non andavo a correre al tramonto, forse mi ricorda un po&#8217; quella volta che al tramonto sono andato a camminare con lei, con i capelli del colore del sole, ma da quello sembrano passati millenni. C&#8217;era quell&#8217;atmosfera di freddo pungente che si contrappone [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Oggi sono andato a correre. È stato strano. Mi sembrano secoli che non andavo a correre al tramonto, forse mi ricorda un po&#8217; quella volta che al tramonto sono andato a camminare con lei, con i capelli del colore del sole, ma da quello sembrano passati millenni. C&#8217;era quell&#8217;atmosfera di freddo pungente che si contrappone al caldo del mio corpo e di caldo del mio corpo che si contrappone al freddo dentro. Una sensazione strana, mi ricorda di quella volta in cui sono stato investito.<br>
Questo lo ricordo come fosse ieri. Sono sensazioni che difficilmente scivolano via dall&#8217;anima, te le porti dentro comunque vada.<br>
Quel giorno credevo fosse uno come un&#8217;altro, avrei dovuto andare a correre il giorno dopo ma sarebbe stato un mese da che mi frequentavo con Lei. Avrei dovuto andare a correre il giorno dopo ma quel giorno non avevo di meglio da fare se non correre, sfogare il corpo e l&#8217;anima, tornare a casa, cucinare per Lei che mi avrebbe raggiunto più tardi. Certo avrei potuto leggere quel libro che stava sul mobiletto, avrei potuto studiare inglese, avrei potuto organizzare quel viaggio a Parigi, ma volevo correre e uscii. Mi sentivo in discreta forma nonostante il mio stato fisico e lo scarso allenamento, la musica sparata in cuffia era un tonico per la mente e per il corpo ma già solo il pensiero di Lei sarebbe stato sufficiente per rendermi un supereroe.<br>
È stato improvviso. Come quelle cose che vedi solo nei film quando l&#8217;attore un&#8217;istante prima c&#8217;è e un&#8217;istante dopo al suo posto c&#8217;è un pullman. Nel mio caso era un suv. Non saprei dire il modello, non saprei neppure dire chi lo guidasse se ci penso. Non ricordo assicurazioni, ospedale, preoccupazioni, ma in ogni caso ricordo fosse un suv. Bianco ovviamente. Prima c&#8217;ero io e poi un&#8217;istante dopo il suv. Non so bene dove fossi finito. Nessun suono perché forse non aveva neppure frenato, solo la musica che ancora pulsava dall&#8217;auricolare nel mio orecchio sinistro. Il destro non lo ricordo più. Credo di non aver provato dolore, solo dentro la schiena come un movimento, come lo schiocco di quando ti scrocchi le dita ma molto più potente. Nella zona lombare e più in su alla radice del collo. L&#8217;orecchio destro forse l&#8217;ho sentito quando ha toccato la mia spalla sinistra ma credo sia stata più una sensazione che il senso del tatto, più una percezione dovuta alla prospettiva della mia vista che in qualche modo vedeva alle mie spalle e non più di fronte. Non ho provato nessuna sensazione fisica se non questo e poi era come se il mondo fosse rallentato. Nella mia testa tutto quel movimento era durato minuti, forse ore ma infinitamente meno rispetto al tempo trascorso dopo. Come guardarsi dietro e vedere una scia allungata, sempre più veloce man mano che è lontana, sempre più lenta man mano che arriva all&#8217;ora. E l&#8217;ora è come un tempo immobile. Mi rendo conto solo ora di dove sia collocato questo ora, mi rendo conto solo ora che il tempo dall&#8217;altra parte della scia, il tempo davanti è altrettanto immobile. Il tempo in cui dovrei cucinare per Lei è lì davanti, quello in cui lei dovrebbe arrivare infinitamente lontano, il tempo in cui avremmo dovuto fare l&#8217;amore infinite volte quell&#8217;infinito, e ancora. Il tempo è immobile.<br>
Qui.<br>
Ora.</p>
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		<title>Itaca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2017 20:36:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non li ho compiuti oggi trentacinque anni, è già passato qualche giorno.Era un tempo del bilancio nella mia testa, di progetti di sogni, di desideri, di obbiettivi.Sono falliti tutti. Dal primo all&#8217;ultimo.Eppure sono felice.In procinto di cambiare lavoro abbandonando un progetto che amo ancora durato quasi dieci anni, in procinto di proseguire sul mio grande [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Non li ho compiuti oggi trentacinque anni, è già passato qualche giorno.<br>Era un tempo del bilancio nella mia testa, di progetti di sogni, di desideri, di obbiettivi.<br>Sono falliti tutti. Dal primo all&#8217;ultimo.<br>Eppure sono felice.<br>In procinto di cambiare lavoro abbandonando un progetto che amo ancora durato quasi dieci anni, in procinto di proseguire sul mio grande sogno nonostante le mura alte che lo hanno circondato, in procinto di provarne un&#8217;altro più incredibile e assurdo, in continuo cambiamento.<br>In continuo cambiamento.<br>Oggi mi è ricapitata in mano, <em>Itaca</em> di Costantino Kavafis, o più precisamente mi è stata fatta ricapitare in mano, è curioso se penso quando e come ne sia venuto a contatto la prima volta. Era l&#8217;inizio della mia libertà, della mia vita in qualche modo adulta. La leggevo e sognavo che la mia vita sarebbe stata un viaggio incredibile e pieno di avventure, esperienze viaggi metaforici e non. Era il 1997. Sono passati venti anni da allora. Ed era settembre, ne sono quasi certo. Forse è stato quel giorno che mi sono messo in viaggio.</p>



<span id="more-4630"></span>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Quando ti metterai in viaggio per Itaca</em><br><em> devi augurarti che la strada sia lunga,</em><br><em> fertile in avventure e in esperienze.</em><br><em> I Lestrigoni e i Ciclopi</em><br><em> o la furia di Nettuno non temere,</em><br><em> non sarà questo il genere di incontri</em><br><em> se il pensiero resta alto e un sentimento</em><br><em> fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.</em><br><em> In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,</em><br><em> nè nell’irato Nettuno incapperai</em><br><em> se non li porti dentro</em><br><em> se l’anima non te li mette contro.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Devi augurarti che la strada sia lunga.</em><br><em> Che i mattini d’estate siano tanti</em><br><em> quando nei porti &#8211; finalmente e con che gioia &#8211;</em><br><em> toccherai terra tu per la prima volta:</em><br><em> negli empori fenici indugia e acquista</em><br><em> madreperle coralli ebano e ambre</em><br><em> tutta merce fina, anche profumi</em><br><em> penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,</em><br><em> va in molte città egizie</em><br><em> impara una quantità di cose dai dotti.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Sempre devi avere in mente Itaca &#8211;</em><br><em> raggiungerla sia il pensiero costante.</em><br><em> Soprattutto, non affrettare il viaggio;</em><br><em> fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio</em><br><em> metta piede sull’isola, tu, ricco</em><br><em> dei tesori accumulati per strada</em><br><em> senza aspettarti ricchezze da Itaca.</em><br><em> Itaca ti ha dato il bel viaggio,</em><br><em> senza di lei mai ti saresti messo</em><br><em> sulla strada: che cos’altro ti aspetti?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.</em><br><em> Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso</em><br><em> già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">La strada è stata lunga fino ad ora, più lunga di quanto mai avrei potuto credere e sono bel lontano da raggiungere Itaca e sono felice di esserlo. La strada. La strada come la intendo io è di più di un percorso, la strada come la intendo io è esattamente quello che Kavafis racconta, e di lestigoni e ciclopi ne ho incontrati, ho incontrato anche la furia di Nettuno ed il pensiero è crollato tanto da perdermi per anni nelle acque scure del mare. Sono approdato su isole sconosciute, incontrato Circe, Calipso, Nausicaa, mi sono perduto tra i flutti in mezzo alle sirene e ho perduto me stesso. La strada è stata lunga e sarà lunga ancora ma ho incontrato anche porti fenici, empori, mercati, conosciuto profumi che porto dentro e che porterò sempre con me, imparato cose e vissuto interi mondi. Ho creduto di non essere più in grado di trovare la rotta. Ma oggi. Oggi so che non sono stati venti anni invano. Che ogni cosa ha avuto un posto, un significato. Guardo la stiva della mia nave e non contiene un grammo di oro ma è zeppa delle cose più preziose. Vorrei donarle, condividerle, scambiarle, viaggiare ancora ed ancora perché oggi so cosa mi ha fatto perdere e so resistere alle sirene. Conosco il mare e i suoi segreti, conosco dentro di me. Comunque sia è stato un bel viaggio, comunque sia sarà un bel viaggio e Itaca non è lontana chissà dove, è qui. Ora. Giorno dopo giorno, istante dopo istante.</p>
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		<title>Fare l&#8217;amore con la scrittura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Aug 2017 10:17:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire.-Cesare Pavese- Ho sempre creato un legame nella mia mente tra la scrittura e altri tipi di piacere, in particolare l&#8217;orgasmo (ne ho già scritto). Nel [&#8230;]]]></description>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L&#8217;unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire.<br>-Cesare Pavese-</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Ho sempre creato un legame nella mia mente tra la scrittura e altri tipi di piacere, in particolare l&#8217;orgasmo (<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-terza-versione/">ne ho già scritto</a>). Nel tempo ogni cosa evolve, cresce matura. Crescono tutte di pari passo con l&#8217;esperienza. Quando paragonavo il piacere della scrittura all&#8217;orgasmo non conoscevo a fondo nessuna delle due, erano le prime esperienze i primi momenti, le prime cose brevi ed intense. Fossero scritte o provate. Nella vita ci sono momenti in cui il desiderio più forte è quello di provare nuove cose, diverse l&#8217;una dall&#8217;altra, bruciare come lampi o fuochi fatui in una forma di bulimia compulsiva. Scrivevo cose brevi, racconti, poesie, frasi che oggi si definiscono <em>aforismi</em> ma che per me erano sunti di concetti che avrei voluto utilizzare più avanti. Giravo sempre con un Moleskine in tasca ed una penna. Appuntavo e godevo d&#8217;istante, distante dal mondo. Poi quelle rincorse gli impeti, i desideri si acquietano. Credo sia stata così una delle chiavi che hanno definito il mio smettere di scrivere, il mio perdere capacità di emozionarmi, di emozionare, di creare mondi, di vivere nel mondo reale.<br>Aridità.<br>Poi un giorno o l&#8217;altro si arriva ad uno di quei punti in cui si deve scegliere. Ho finito? Ho finito davvero o mi sono solo infilato nel vicolo sbagliato? Il muro che mi trovo di fronte è solamente l&#8217;ennesimo fallimento, il più grande, o c&#8217;è da qualche parte una strada che non ho percorso? Che ho lasciato indietro, qualcosa di intentato. Che cosa voglio davvero?<br>La gioia è quella di cominciare, sì, ma ambire ad un termine veloce è la cosa che uccide. Il bello è cominciare ogni giorno, interrogarsi e scegliere ogni giorno. Ogni istante può essere un inizio, anche sullo stesso progetto, nello stesso mondo, con la stessa persona. Scrivere un romanzo, rimetterci le mani dopo tanto tempo è come amare la stessa persona ancora ed ancora dopo tanto tempo. Non è più il piacere dell&#8217;orgasmo fine a se stesso, della prima volta. Diventa l&#8217;emozione profonda di conoscere dove mettere le mani, di conoscere dove lasciarsi trasportare e dove prendere le redini del discorso, dove provare ad esplorare nuovi orizzonti e dove invece siano già stati esplorati. Ogni singolo giorno, ogni singola parola, ogni singolo pensiero escono con una naturalezza che non sono quelle dei primi giorni, senza quella paura folle di sbagliare, ma con il desiderio di approfondire, di crescere, di avanzare. Non sei più tu a creare ma il tutto cresce con te e tu con il tutto. Bisogna scegliere di abbandonare strade, di riprenderne altre, di creare nuovi spazi e di chiuderne di vecchi, bisogna saper osare con la consapevolezza che si può sbagliare e tornare indietro e riprovare e crescere ancora. Arrivi a conoscere ogni personaggio, ogni situazione, ogni parte di quel corpo che stai toccando e a stupirti ogni volta di più di quanto invece tu non li conosca, di quanto tu non possa averne un reale controllo. Infine è quando hai il coraggio di lasciartene travolgere, di lasciare che sia tutto il resto a guidare le tue mani e non le tue mani a guidare tutto il resto che hai compreso il piacere. L&#8217;essere parte col mondo.<br>È quando trovi ciò che ti scatena questi pensieri, una storia, un&#8217;idea, una persona che è il momento di cominciare, di scegliere di cominciare quel romanzo. Non importa dove può portarti perché la vita è iniziare e percorrere una strada, per tutto il resto c&#8217;è tempo. Se non fosse questo tanto varrebbe morire.</p>
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		<title>La mia prima volta (L&#8217;anima)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Apr 2017 13:34:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#60;- La mia prima volta &#60;- La mia prima volta (La vita) Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta/">&lt;- La mia prima volta</a><br />
<a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-seconda-versione/">&lt;- La mia prima volta (La vita)</a></p>
<p>Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell&#8217;aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.<br />
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l&#8217;atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell&#8217;atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l&#8217;atto non era presente.<span id="more-4321"></span> Le scrissi la mia prima poesia a scuola, durante l&#8217;ora di inglese. Non ricordo le parole e mi chiedo se ci siano ancora nel suo diario di allora, se abbia ancora il diario di allora. Come in ogni prima volta però ricordo le emozioni provate. Non scrivevo realmente a lei, ma a quel riccio che ricordo ancora perfettamente più di quanto ricordi il suo viso, scrissi a me stesso mentre parlavo di quel riccio. Non partii con una classica ode a una donna ma con una specie di ode a dei capelli. D&#8217;altronde non conoscevo altro di lei.<br />
Ricordo tutto il riempirsi dentro come di una bolla che si gonfia, come un liquido che sale dal basso fino ad allargarmi il torace, a silenziarmi la gola, ad entrarmi in testa e spingere forte. Le persone che mi stanno accanto l&#8217;hanno spesso interpretato come se volessi isolarmi ed entrassi in una forma tra autismo e depressione, ognuno ha sempre avuto il proprio modo di interpretarmi in quello stato ma per me è solamente parte del processo. Della mia dipendenza se vogliamo. Una delle tante dipendenze. Ricordo perfettamente la sensazione di estraneazione, di stacco dal mondo, di isolamento non tanto dagli altri quanto da me stesso. Il desiderio che spinge, un desiderio che non avevo idea di da dove venisse né cosa desiderasse né dove e come sfogarlo. Presi in mano la penna, una stilografica blu in plastica gialla tutta mangiucchiata e scrissi a quel riccio, che poi quello che scrivevo arrivasse a Chiara era un fattore secondario. Scrissi di getto ma non so cosa scrissi. Alla fine il mio corpo, la mia anima, la mia mente parvero svuotati. Tutto quel liquido accumulato dentro che schiacciava e premeva su ogni mio organo, pensiero, su ogni parte di ciò che ero allontanandomi da me stesso ed ovattando tutto, era scomparso. Era scomparso con una forma di piacere quasi fisico che avrei imparato più tardi ad assimilare all&#8217;orgasmo. Seppure non fosse la prima volta che usassi la vena creativa per scrivere questa fu <em>la mia prima volta</em>, quella in cui ne compresi il potere terapeutico. Pensai che sarebbe stata comunque l&#8217;ultima. Cosa mai avrebbe potuto nuovamente scatenarmi una simile sensazione? E cosa avrei potuto scrivere di altrettanto forte? E poi queste cose belle a forza di ripetersi perdono forza, perdono valore ed infine si abbandonano, no?<br />
Ne scrissi altre due o tre credo, sempre al ricciolo di Chiara, consegnandole a Chiara perché il ricciolo potesse leggerle mentre le leggeva lei. Credo di averci fatto una passeggiata e ballato un lento e niente altro. Le promisi che un giorno le avrei fatto capire che per me non era solo un gioco, che non l&#8217;avrei dimenticata, e in qualche modo sto mantenendo la promessa anche ora anche se probabilmente non lo saprà mai. Anche se la promessa non era fatta a lei. Ho scritto molto anche sull&#8217;incavatura della sua schiena che ho toccato ballando quell&#8217;unico lento, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ElkqPNvMj6w">Independent Love Song di Scarlet</a>. Ma questo accadde più di quindici anni dopo e ha più a che vedere con il mio modo di scrivere e di pescare nei ricordi che con lei. Come tutto il resto d&#8217;altronde.<br />
Scrissi dell&#8217;altro nell&#8217;anno successivo e probabilmente quello dopo ancora. Mi ero illuso che quella sensazione potesse tornare e mi convinsi che il problema fosse non tanto nello scrivere quanto nell&#8217;amare. Non ero in grado di provare quello che avevo provato per lei. Per il ricciolo praticamente. Fu quando incontrai il mio primo amore, amore vero, che mi accorsi che il mio scrivere aveva poco a che fare con il mio amare gli umani e che quando mi chiese &#8220;Ti è piaciuto?&#8221; risposi &#8220;Sì, è quasi come scrivere.&#8221;<br />
Avevo ripreso a farlo da poco. I cambi, le rivoluzioni, le stranezze dell&#8217;adolescenza e degli ormoni stavano facendomi impazzire, ero un adolescente atipico in un mondo tipizzato, dovevo essere ciò che ero mascherandomi da metallaro, o da bravo ragazzo, o da musicista jazz, o da latin lover, o da timidino. Ero già consapevole di chi volevo essere ma la società non era in grado di accettare che lo fossi quindi dovevo raccontarmi a me stesso per avere la mia direzione. Scrivevo. Scrivevo sopratutto a me stesso. Scrivevo rinchiuso nella mia stanza. Quando tutto si riempiva di quel liquido soffocante che mi obbligava a farlo lo facevo e ogni volta mi dava piacere uscendo da me attraverso la penna. Ero praticamente rinchiuso in me, tra me, con me, all&#8217;interno di me. Iniziai a portarmi dietro un Moleskine, non perché lo avessero fatto Oscar Wilde o Ernest Hemingway ma semplicemente perché era comodo. Potevo scriverci per diminuire il liquido dentro e arrivare fino al momento in cui avrei potuto isolarmi e buttarlo fuori del tutto. Scrivevo sull&#8217;autobus, per strada, nei locali davanti ad una birra, nelle pause durante gli allenamenti. Scrivevo. Scrivevo delle cose che può scrivere un adolescente e di qualche altra. Non pensavo sarebbe durato a lungo. Finii di scrivere il mio primo libro nel giro di pochi mesi, era una raccolta di poesie, o quantomeno di pensieri. Aveva un inizio, uno svolgimento ed una conclusione come un romanzo, una storia organica e precisa di crescita. Pensavo non avrei mai più scritto altro. Conoscevo Rimbaud e mi piaceva l&#8217;idea di chiudere con la scrittura come aveva fatto lui, il <em>poeta dell&#8217;adolescenza</em>. Avevo scartato moltissime poesie che ritenevo buone, alcune ottime. Poesie sulla morte, sul senso della vita, sulle contraddizioni del mondo, poesie troppo sperimentali ma interessanti. Fu in quei giorni che tirai fuori dall&#8217;armadio il cappotto di pelle che avevo messo via la stagione precedente, infilandoci una mano in tasca ne trovai una pallina di carta. La aprii e dentro vi trovai scritto &#8220;Rievocazione dei sensi&#8221;, lo avevo scritto quasi un anno prima in una sera in cui avevo voglia di isolarmi dal mondo. I miei amici avevano preso l&#8217;autobus ed erano in centro ad aspettarmi, io avevo deciso di perdere l&#8217;autobus e di farmela a piedi anche se in venti minuti sarebbe arrivato il successivo. Attorno c&#8217;era nebbia, probabilmente era un novembre o un marzo, un giorno di mezza stagione. Camminavo come ho sempre amato fare nelle parti vietate della zona merci della stazione dei treni. Mi era venuta in mente solo quella frase, avevo una penna, un foglietto ma non il Moleskine. L&#8217;avevo scritta e messa in tasca. Poi tra una cosa e l&#8217;altra avevo finito per appallottolarla e ritrovarla mesi dopo. Fu una frase profetica e una rivelazione. Iniziò a prendere corpo quello che sarebbe stato il mio secondo libro iniziato, anche se ci misi anni a terminarlo, e fu probabilmente il mio quarto finito. Iniziò a prendere corpo <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, tra giochi e sperimentazioni e temi alternativi. Senza fretta. Senza volerlo realmente terminare era il coperchio sotto cui poteva stare molto del materiale che avevo scartato in precedenza. Ero convinto non lo avrei mai terminato, e avrei smesso preso di scrivere come Rimbaud, ma ero lontano dai diciannove anni.<br />
Il secondo libro lo scrissi di botto, in poche settimane dopo aver chiuso con il primo amore ed averne incontrato un&#8217;altro fuggevole ma estremamente provante dal punto di vista personale. Una persona più strana di me, più complicata di me, più estrema di me con cui confrontarsi e chiedermi chi fossi fino al nostro esplodere in una favilla luminosa. Cominciavo a pensare che forse dopo tutto avrei potuto continuare a scrivere un altro po&#8217;. Ma presi una pausa. Così, perché amo contraddirmi.<br />
Sembrava non esserci più nulla da scrivere, si era esaurito il filone e forse mi andava bene così. Scrissi un po&#8217; usando la tecnica e non la passione, scrissi altri pezzi di <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em> fino quasi a completarlo riempiendolo di esperimenti, giochi di parole, tecnica talvolta fredda. Poi come per ogni droga, per ogni dipendenza, per ogni fuga incontrai qualcuno che mi diede una scossa, che mi lanciò nel baratro o me ne estrasse. Che mi fece capire cos&#8217;è la dipendenza. Che mi fece capire cos&#8217;è la depressione. Che mi fece capire cos&#8217;è la vita. La prima volta che capii come sarebbe andata a finire fu sul suo letto quando iniziò a leggermi Prevert. Non avevo mai letto Prevert. Parlammo ore di poesia, giorni, mesi. Mi accorsi di come le sperimentazioni che avessi provato non fossero davvero così inutili, leggendole lei mi mise in mano Pessoa. Non avevo mai letto Pessoa e fu una rivoluzione. Ricordai come all&#8217;inizio la spinta fossero le poesie di Edgar Poe ma capii come ambissi involontariamente, pur non conoscendolo a Pessoa. Ne lessi la prosa e capii che come il mondo fosse più ampio. Fu lei che mi portò a terminare <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, a spingermi fino a farmelo pubblicare. Oggi lo rileggo e nel suo piccolo lo trovo ancora rivoluzionario. Trovo che sia ancora la cosa più bella che io sia mai riuscito a creare. Può non piacere, è ovvio, ma la portata che ha per me, la profeticità dei contenuti per me sono come se il me giovane avesse scritto al me di oggi cose che potrà capire solo il me di domani. Di tutta la mia produzione è stato fino ad oggi l&#8217;apice. Scrissi in quel tempo anche un&#8217;altra raccolta di poesie, ed un&#8217;altra ancora. Dalla prima all&#8217;ultima, ad eccezione del solito <em><a href="https://www.staipa.it/blog/tag/contrapposizioni/">Contrapposizioni</a></em>, che prometto non nominerò più, sono stati un percorso collegato, da una fine all&#8217;inizio successivo, da una fine al successivo ed ancora. Ne scrissi cinque con pause più o meno lunghe. Il cammino di un adolescente che cercava di crescere, di superare le paure, di lanciarsi da una rupe convinto di poter volare, di cadere ed infine di riprendersi. Arrivai a schifarmi di quello che scrivevo. A non voler più quella fuga, avrei voluto qualcosa di più, di più forte. Ero dipendente ma l&#8217;assuefazione aveva fatto il suo corso dopo più di seicento pezzi scritti e catalogati. Qualunque cosa provassi a scrivere mi risultava vuota, già scritta, già vista, inutile. Cominciai a cercare emozioni di altro genere. Di molti altri generi. E poi ancora una volta incontrai l&#8217;amore. Un amore strano e complicato seppure semplice. All&#8217;epoca avevo spostato il mio scrivere alla creazione di questo blog. Ci scrivevo già da qualche anno a dire il vero e scriverlo era stato probabilmente il motore per far nascere questo nuovo amore che quietò apparentemente il mio bisogno. Si spense il blog, si spense tutto. Fu <a href="https://www.staipa.it/blog/perche-ho-smesso-di-scrivere/">il motivo per cui smisi di scrivere</a>. Nel bene e nel male.<br />
Scrivere aveva preso a farmi schifo. Se provavo a scrivere e mi leggevo mi sentivo come un alcolizzato che si renda conto di essersi ubriacato contro il proprio volere l&#8217;ennesima volta. E tutto ciò che scrivevo mi dava il voltastomaco, era inutile, ripetitivo, vuoto. Il liquido che mi si formava dentro era stagnante e puzzolente. Si formava ma liberarlo dava prevalentemente olezzo. Ogni tanto pensavo a quel ricciolo di tanti anni prima, e mi dicevo che forse avevo finalmente raggiunto i diciannove anni di Rimbaud. Ne avevo trenta, ma era uguale. Non provavo più l&#8217;orgasmo dello scrivere ma sentivo ogni istante me stesso pieno di quel liquido che mi estraniava da me e dal mondo ma ero incapace di svuotarmene, privo del desiderio di svuotarmene. Mi stavo allontanando da tutto. Anestetizzato, arido, lontano. Poi l&#8217;amore finì, come era naturale che fosse, e con esso in qualche modo l&#8217;embargo che mi ero imposto. Non che fosse merito della fine dell&#8217;amore ma semplicemente fu un cambiamento abbastanza importante da impormi di riprendere in mano le cose.<br />
Provai a scrivere nuovamente in poesia schifandomi ancora come sempre e allora decisi di scrivere un romanzo. Avevo scritto racconti negli anni, avevo provato a scrivere racconti lunghi ma non mi era mai riuscito di superare poche pagine. Decisi di scrivere un romanzo su di me, per me, da tenere per me. Una forma di auto analisi. Lo scrissi in pochi mesi, era breve e non saprei dire neppure quanto bene fosse scritto ma dopo essere stato mesi a scrivere rinchiuso in casa avevo ritrovato me stesso. Il desiderio, la voglia di buttare fuori tutto, il contatto con il mondo e la realtà. Ed avevo goduto un universo intero. L&#8217;anestesia non era terminata però. L&#8217;aridità. Il distacco dal mondo. L&#8217;incapacità di provare emozioni positive o negative che fossero. L&#8217;apatia. Trovai il modo di emulare le emozioni, di viverle apparentemente, di simularle, di stimolare i ricordi per indurle. Era scriverle, scriverne. Per evocarle, per esorcizzarle, per vivere. Non molto diverso da alcune droghe o dell&#8217;autolesionismo era diventato il mio modo di <em>provare qualcosa</em>, qualunque cosa fosse pur di sentire di essere in vita.<br />
Quello è stato il momento in cui il blog è rinato con <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/dodici-gradi/"><em>dodici gradi</em></a> e con gli altri <a href="https://www.staipa.it/blog/category/racconti/"><em>racconti</em></a> che da allora mi accompagnano e hanno sostituito le sensazioni di cui un tempo avevo bisogno continuando ad alimentare la mia dipendenza e svuotare il mio dentro dal liquido che lo invade. Ho scritto un altro libro, di racconti da allora o meglio due libri concentrici. Il titolo del progetto nella mia testa era <em>Anestesia</em> ma sarebbe stato stupido fosse il titolo reale perché era costruito esattamente sul percorso e le sensazioni consce ed inconsce di un&#8217;anestesia totale, e dell&#8217;anestesia che stavo provando. Avrei rovinato al lettore (me stesso) il viaggio. Poi come sempre è quando hai bisogno di <em>qualcosa di più forte</em> che incontri qualcuno in grado di dartene. Ho incontrato la persona più importante degli ultimi anni per la mia dipendenza. Mi ha preso per mano e guardato negli occhi dicendo solo <em>io credo in te</em>. Se un giorno i frutti di quello che ho fatto in questi anni si vedranno il merito sarà più suo che di tutta la fatica fatta -che poi non è fatica- in questi anni. Mi ha guardato negli occhi mentre il liquido mi riempiva e isolava dal mondo e mi ha infilato nella pancia un coltello per aprire una breccia e farlo uscire. Il piacere che ne ho ricevuto, in ogni senso, in ogni modo è stato il più sconfinato e dura ancora ogni giorno anche se non ci credo. Ed ancora ogni volta mi sembra l&#8217;ultima. Costringendomi ad iscrivermi alla <a href="https://www.scuolapalomar.it/">scuola palomar</a> che avevo scoperto per caso mi ha messo davanti al fatto che era il momento di provare davvero a seguire un sogno. Ho scritto il mio primo romanzo completo, completo di ogni punto fondamentale. Migliorabile, sicuramente, ma ho superato il mio limite di non riuscire a scrivere più di un racconto lungo. Quel che ne sarà è da vedersi ma oggi scrivo ancora, mi riempio di quel liquido dal mondo e lo butto fuori. Scrivo su questo blog o altrove ed ogni singola volta mi sembra l&#8217;ultima. O la prima. Guardo ciò che ho scritto e mi chiedo come farà a venirmi in mente qualcosa di nuovo fino alla volta successiva ed ancora ed ancora ed ancora ed ancora. Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine, ma scrivo ancora ed è ancora tra tutte l&#8217;emozione più grande, il piacere più forte.<br />
Creare mondi. O raccontare mondi che esistono davvero ma altrove, in luoghi che gli altri  non possono visitare ma tu sì.<br />
Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine.<br />
Non importa.</p>
<ul>
<li><strong>Post Scriptum: </strong>Solo dopo aver scritto tutto questo il caso mi ha portato ad un&#8217;intervista dello scrittore che stimo di più e che ha segnato maggiormente la mia fantasia. Cercavo su internet &#8220;Dipendenza da scrittura&#8221; per trovare un&#8217;immagine interessante da allegare e come a volte capita è piovuto qualcosa.<br />
<blockquote><p><em><em><em><em><br />
Mi ricordo quando ero uno studente che scriveva storie e romanzi, alcuni dei quali furono poi pubblicati, altri no. Era come se la mia testa stesse per esplodere, talmente tante cose volevo scrivere in una volta. Avevo un sacco di idee, tutte intasate. Come se avessero bisogno di chiedere il permesso per uscire. <strong>C’era questa falda acquifera sotterranea di storie che volevo raccontare e dovevo solo conficcarvi una tubatura per far sì che tutto fiottasse fuori.</strong></em></em></em></em></p>
<p><em><em>I can remember as a college student writing stories and novels, some of which ended up getting published and some that didn&#8217;t. It was like my head was going to burst – there were so many things I wanted to write all at once. I had so many ideas, jammed up. It was like they just needed permission to come out. <strong>I had this huge aquifer underneath of stories that I wanted to tell and I stuck a pipe down in there and everything just gushed out. </strong></em></em></p>
<p><a href="https://www.rollingstone.com/culture/culture-features/stephen-king-the-rolling-stone-interview-191529/">Stephen King in un intervista a Rolling Stone</a>.</p></blockquote>
</li>
</ul>
<p><a href="https://www.staipa.it/blog/la-mia-prima-volta-quarta-versione/">La mia prima volta (Il sangue) -&gt;</a></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il pensiero e la tascendenza visti come quarta dimensione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2017 17:22:23 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono sempre chiesto come esprimere il concetto di dimensioni fisiche aggiuntive a quelle che sperimentiamo quotidianamente, come spiegare a qualcuno di non avvezzo a tali teorie cosa possa essere una quarta dimensione o più. Lasciamo perdere come di consueto il fatto che una quarta dimensione, il tempo, la percepiamo ogni istante seppure non siamo in grado di interagirvi come con le altre e chiamiamo quarta una ulteriore &#8220;direzione&#8221; che non sia altezza, lunghezza o larghezza.<br />
L&#8217;esempio classico che ho sempre usato è funzionale e semplice ma non permette di vivere in prima persona una rappresentazione di quarta dimensione, l&#8217;ho preso dalla spiegazione classica che viene fatta nella divulgazione scientifica, a partire da Stephen&nbsp;Hawking, passando per romanzi di fantascienza come <em>Sfera</em> di&nbsp;Michael Crichton al geniale <em>Flatlandia</em> di&nbsp;Edwin Abbott Abbott che ho già citato altre volte.<br />
Recentemente una persona senza volerlo mi ha aperto un mondo, parlava di tutt&#8217;altro e mi ha dato un idea che ritengo particolarmente efficacie per estendere tale esempio classico e riportarlo alla nostra realtà. Non pretendo che tale spiegazione abbia una valenza scientifica ma piuttosto una valenza filosofica che possa aiutare ad una maggiore comprensione scientifica.<br />
L&#8217;esempio classico è il seguente: immaginiamo un universo formato da una linea retta e i cui abitanti siano dei segmenti. Assumiamo che ogni segmento possieda due occhi, uno ad un capo ed uno all&#8217;altro in modo da poter vedere la direzione in cui si muoverà. Ogni segmento sarà in grado di vedere gli altri segmenti solamente come un punto che si avvicini o si allontani ed una volta raggiunto il segmento accanto non potrà sorpassarlo. La percezione del segmento di se stesso e degli altri sarà necessariamente il puntino che è la proiezione del suo corpo e non gli sarà possibile vedere altro, quello che noi &#8220;da fuori&#8221; riconosceremo come la linea che forma il segmento dal suo punto di vista sarà semplicemente il suo &#8220;interno&#8221;. Allarghiamo ora quell&#8217;universo e rendiamolo a due dimensioni, un immenso foglio bianco su cui possano muoversi diverse figure geometriche. Non importa quale sia la figura ma ognuna di esse percepirà le altre figure come linee. Gli occhi di ogni figura saranno all&#8217;altezza di questo foglio-universo e tali occhi percepiranno la proiezione su una dimensione, la larghezza, di ciò che è il loro corpo a due dimensioni. Quello che noi da fuori percepiamo come <span id="more-4214"></span>l&#8217;area dalla figura viene percepita anche in questo caso come il proprio &#8220;interno&#8221;. In un mondo a tre dimensioni avremo uno spazio a cui è dato il dono dell&#8217;altezza. Ogni figura che vi si muova, un cubo, una piramide, un essere umano, percepirà la propria figura e quella dei suoi simili in due dimensioni. avendo semplicemente un&#8217;altezza ed una larghezza ma non sarà in grado di percepire la reale profondità. Ora direte &#8220;non è vero&#8221; ed invece è vero, i mezzi che usiamo per interpretare la realtà, ossia i colori, la riflessione della luce ed altro sono mezzi che se tolti di mezzo ci impediscono di percepire la terza dimensione, esattamente come sul foglio in <em>Flatlandia</em> le figure utilizzano la &#8220;nebbia&#8221; per interpretare le proiezioni e capire le forme. Se ancora rimaneste convinti che siamo in grado di percepire tre dimensioni allora potrei spingermi oltre dandovi ragione e dicendovi che noi viviamo in quattro, che la quarta è il tempo e che non siamo in grado di percepirla se non rendendoci conto dei cambiamenti che accadono nel percorrerla. Quindi interpretando le altre tre dimensioni in funzione della quarta.<br />
Questo esempio dimostra come per induzione sia definibile che un essere vivente su n dimensioni sia in grado di fatto di percepire n-1 dimensioni e al massimo di interpretare in qualche modo l&#8217;ennesima. Quello che però definirà &#8220;il proprio interno&#8221; è di fatto quello che è la dimensione n+1.<br />
Lo so, al momento non ho aperto nuovi orizzonti e probabilmente aumentato la complessità, ma presto arriverò al punto.<br />
Un secondo esempio sempre prendendo in considerazioni universi proiettati su diverse dimensioni è il punto di vista dello spostamento. Prendendo in esame nuovamente l&#8217;universo formato da una linea, quello ad una dimensione i suoi abitanti non avranno mai modo di oltrepassarsi, potranno toccare i propri vicini ma non oltrepassarsi, per poterlo fare avrebbero bisogno di una seconda dimensione, la larghezza. In un mondo bidimensionale, il foglio, gli abitanti possono ruotarsi attorno e girare liberamente ma una figura che si trovasse all&#8217;interno di un altra non potrebbe muoversi uscendone, se non passando dall&#8217;altezza, ossia la terza dimensione, la n+1. In un mondo a tre dimensioni, molto simile al nostro, le figure possono passarsi di fianco in due modi o sopra o sotto. Se una figura però è all&#8217;interno di un altra, siete chiusi in una scatola, non è possibile uscirne se non passando da una ipotetica quarta dimensione, la n+1, sempre quella che percepiamo come interna.<br />
Con questo ho finito i due esempi classici e posso introdurne per estensione un&#8217;altro, ossia <em>il pensiero</em>. La frase che ha stimolato la mia attenzione è stata in una chiacchierata sull&#8217;interiorità un qualcosa come &#8220;Se invece entriamo nella dimensione del pensiero&#8230;&#8221;,&nbsp;<em>La dimensione del pensiero</em>.<br />
Se vogliamo il pensiero, il pensare è qualcosa che sta dentro di noi, lo attraversa e ci permette di fare una forma di viaggio che non include le tre dimensioni classiche, non ci spostiamo avanti, di lato o in su, ci muoviamo dentro, in una dimensione che non siamo in grado di percepire con i cinque sensi ma che di fatto non è assolutamente trascurabile. Dentro di noi, come la seconda&nbsp;dimensione è percepite come interno dalla linea, o la terza è percepita come interna dalla figura piana. Il pensiero, il movimento in esso, la capacità di farci viaggiare in qualche modo all&#8217;esterno della nostra fisicità credo sia la cosa che più si avvicina alla comprensione di una dimensione superiore alle tre classiche, una dimensione, una direzione che possiamo percepire, comprendere e vivere ma che trascende le tre.<br />
Non ha caso chi parla di&nbsp;<em>trascendenza</em> nell&#8217;uomo, che ne parli in senso religioso, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Trascendenza">filosofico</a> o in <a href="https://elementidipsicologia.wordpress.com/2013/12/18/lo-sviluppo-dellidentita-personale-erikson/">psicologia</a> è un viaggio all&#8217;interno di se verso una crescita, un cambiamento, un preciso percorso che non viene considerato fisico perché non attraversa le tre dimensioni.<br />
Ripeto, non pretendo che abbia una valenza scientifica di alto livello ma mi sembra un buon esempio per la comprensione di un concetto altrimenti difficilmente immaginabile, e poi chissà se davvero il pensiero fosse una dimensione quali altre porte si aprirebbero!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>17</p>
<p>Un cortometraggio su <em>Flatlandia</em> girato da Michele Emmer nel 1982</p>
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<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><iframe class="youtube-player" width="550" height="310" src="https://www.youtube.com/embed/BrhCu0pVQJE?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent" allowfullscreen="true" style="border:0;" sandbox="allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation allow-popups-to-escape-sandbox"></iframe></p>
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		<title>Silenzio.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 23:25:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sento un dolore forte entrarmi nella testa sento forte un dolore come una punta entrare dall&#8217;orecchio sento forte un dolore sordo come urla nel fondo del cervello -sento- sordo il dolore di urla che mi accecano impedendomi di sentirti -sento- un dolore cane nell&#8217;orecchio che urla fino nel profondo del mio cervello (sento) nella testa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sento</em><br />
un dolore forte entrarmi nella testa<br />
<em>sento</em><br />
forte un dolore come una punta entrare dall&#8217;orecchio<br />
<em>sento</em><br />
forte un dolore sordo come urla nel fondo del cervello<br />
<em>-sento-</em><br />
sordo il dolore di urla che mi accecano impedendomi di sentirti<br />
<em>-sento-</em><br />
un dolore cane nell&#8217;orecchio che urla fino nel profondo del mio cervello<br />
<em>(sento)</em><br />
nella testa entrare da dentro l&#8217;orecchio urla pulsanti che rodono e grattano il cervello<br />
<em>(sento)</em><br />
nelle urla dentro la testa sputare fuori il dolore di roditori che mordono assordanti ogni pensiero<br />
<em>(sento qualcosa strapparsi)</em></p>
<p><em>Silenzio.</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Immemori battaglie pt6: Da dove proveniva il lampo. Da dove proveniva il tutto.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Dec 2016 10:41:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Da dove proveniva il lampo? Sono sicuro di aver premuto io il grilletto, ho sentito anche il botto. Ma allora perché sono riuscito a vedere così bene il volto dell&#8217;uomo dall&#8217;altra parte, a vederne l&#8217;uniforme? Era identica alla mia. Era identica alla mia. Il buio è tornato e gli occhi abbagliati dal lampo, forse dai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da dove proveniva il lampo?<br />
Sono sicuro di aver premuto io il grilletto, ho sentito anche il botto.<br />
Ma allora perché sono riuscito a vedere così bene il volto dell&#8217;uomo dall&#8217;altra parte, a vederne l&#8217;uniforme? Era identica alla mia.<br />
Era identica alla mia.<br />
Il buio è tornato e gli occhi abbagliati dal lampo, forse dai lampi mi impedisce di guardare ancora quell&#8217;uomo ma sento il fischio di un proiettile nella mia direzione, tra pochi decimi di secondo sentirò il botto provenire dalla direzione di quell&#8217;uomo se non mi sto sbagliando e l&#8217;unico movimento che riesco a fare e quello per toccare la tasca sinistra e vedere che lì c&#8217;è ancora il nuovo feticcio che potrei non consegnare più. Che non avrei mai consegnato comunque.<br />
Poi come un tarlo nella testa sento un dolore cupo avanzare tra i pensieri, qualcosa che scardina ogni altro pensiero, inaspettato. Un ricordo, una rivelazione, una comprensione tragica e forte di cosa mi abbia portato qui e di quale fosse stata la mia missione.<br />
Si fa strada spostando ricordi, istanti, distruggendo, aprendo.<br />
Apro gli occhi.<br />
“Quindi? Hai deciso?” mi dice l&#8217;uomo di fronte a me.<br />
Mi ricorda me stesso, me stesso invecchiato. Ha perso gran parte dei capelli e le rughe gli segnano il volto. La carnagione sembra più chiara, forse ha problemi di pressione bassa?<br />
Sembra consumato e magro.<br />
&#8220;Qual&#8217;è la tua scelta definitiva?&#8221; mi dice.<br />
&#8220;Fallo&#8221; rispondo.<br />
Appoggiato sulla scrivania uno stiletto lucido e perfetto di acciaio. L&#8217;uomo con tutta calma lo raccoglie e mi gira attorno mentre resto immobile e chiudo gli occhi. Sento le sue braccia cingermi un attimo e spostarmi i capelli poi la lama mi sfiora sotto l&#8217;orecchio sinistro, la punta scorre lentamente fino al punto dove la mascella si unisce al cranio e rimane ferma un secondo mentre l&#8217;uomo cerca la giusta inclinazione. Poi quasi senza dolore sento la lama entrare nel mio collo. Dura un&#8217;istante solo come la puntura di una siringa prima che vada a recidere il midollo tra due vertebre staccando di fatto ogni sensazione del corpo.<br />
Tutto sommato è stato gentile.<br />
Apro gli occhi ed il cane è ancora lì.<br />
Dall&#8217;altra parte della rete.<br />
Abbaia e ringhia.<br />
Ringhia.<br />
Lo so che è dall&#8217;altra parte della rete e non potrà farmi male ma sono un bambino e il terrore mi sta paralizzando. Cerco la mano del nonno ma non la trovo e non riesco a fuggire.<br />
Non vedo altro attorno, non riesco neppure a voltare lo sguardo.<br />
Cerco di svegliarmi, ma mi accorgo che il dolore al ginocchio sbucciato è reale.<br />
Cerco di svegliarmi.<br />
Ma sono lì.<br />
Sono lì.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Lettera sul nulla che è tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 May 2016 23:58:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Continuo a ripetere ossessivo nella mia mente le stesse note &#8220;Nulla cade dal cielo, ad eccezione delle stelle quando, avvolte nel velo della notte, come perle scivolano dal niente dentro ai sogni della gente.&#8221; Una canzone di Gazzè, non un caso, non una scelta. &#8220;Nulla sfavilla al confronto dei lunghi albori sul mare, quando lampi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Continuo a ripetere ossessivo nella mia mente le stesse note</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla cade dal cielo, ad eccezione delle stelle quando, avvolte nel velo della notte, come perle scivolano dal niente dentro ai sogni della gente.&#8221;</em></p>
<p>Una canzone di Gazzè, non un caso, non una scelta.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla sfavilla al confronto dei lunghi albori sul mare, quando lampi amaranto fabbricano martingale di luce sospesa, pendente, a sorreggere l’orizzonte.&#8221;</em></p>
<p>Penso ancora all&#8217;averti vista ed al mio modo nuovo di viverti, l&#8217;unico in fondo che mi sia possibile, l&#8217;unico che la mia mente possa reggere davvero senza che qualcosa straripi e si scontri con qualcos&#8217;altro. Senza che qualcosa vada a cozzare con qualcos&#8217;altro e lasciando che tu faccia di me -involontariamente- qualcosa di migliore, qualcosa che trascenda il mio essere stesso</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,</em><br />
<em>come il pensiero costante di averti vista.&#8221;</em></p>
<p>E non è questione di amore, o di sogno, o di qualsiasi romantico disegno da raccontare in musica, non è un qualcosa a cui anelare o da cui fuggire, è semplicemente ciò che è ed è così che scelgo di viverlo. Semplicemente per ciò che è, di momento in momento. Di ora in ora. Ho lottato una vita a costruire mura, fortificazioni, armi e corazze, ho passato una vita a distruggerle, ho passato una vita a destrutturarmi e ricostruirmi fino ad essere quello che sono oggi, fino a stare bene con me stesso. Solo con me stesso. Trovo sia raro, soprattutto oggi, arrivare ad essere autocompleti, a sentirsi parte di un mondo come entità a se stante in grado di provvedere ai propri bisogni a pieno. E ci sono arrivato oggi. Un oggi così vicino da apparire minuti fa, secondi forse. Ed è lì che ti ho vista. Forse pochi istanti prima. E non importa. Non importa nulla perché il solo guardare le tue labbra, il sentire la tua voce mi rende consapevole che posso essere migliore, che posso dare di più, che quando sto cadendo, mollando, frenando esiste qualcosa per lottare più forte. E non si tratta di lottare per te, per quelle labbra, quella voce, non si tratta di perdere me per quelle labbra, quella voce, per te. Ciò nonostante sono una spinta di cui potrei fare a meno ma di cui non ha senso privarsi, si tratta di lottare nel mondo e non arrendersi mai.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla precipita gli occhi più di abissi o spaccature, se visti da certe alture di nuvole e pennacchi.</em><br />
<em>Il resistere tenacemente di ogni essere vivente…&#8221;</em></p>
<p>E non desidero viverti accanto seppure saprei farlo, non desidero amarti seppure potrei farlo, non desidero lottare per rendere la tua vita migliore benché sicuro di esserne in grado. Benché sia pronto a farlo. Perché esiste un equilibrio, perché oggi la mia vita è migliore di quanto non lo sia mai stata, perché oggi la mia vita è come alla fine di una storia di cui sai esistere un seguito che non conosci, quando ti pregusti l&#8217;idea di cosa potrà essere scoprirne una nuova parte.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla crepita e schiocca tra parole in assemblea, come fa un’idea che di quelle non trabocca ma persevera paziente, finché giunto sia l’istante.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: left;">Ed è così che il concetto stesso di &#8220;averti&#8221; diventa privo di significato, ricoperto di un velo di tempo, come un orologio immobile che abbia acquistato un altro significato e non serva più a segnare le ore.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,</em><br />
<em>come il pensiero costante di averti vista,di averti vista&#8221;<br />
</em></p>
<p style="text-align: left;">Ed ancora il ricordo del tuo sorriso, sta notte, oggi, domani rivolto al mondo -o a chiunque, o non a me, o a me non importa- è motivo sufficiente per divenire migliore rispetto a me stesso senza neppure scegliere di cambiare o essere, senza neppure scegliere.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla interrompe e spariglia le cose ed il loro andamento, come la grandine e il vento, quando ogni chicco è una biglia, e di quell’Alto soltanto furente l’urlo impazzito si sente.&#8221;</em></p>
<p>Perché tu? Non lo so. Non l&#8217;ho scelto. Perché io? Vorrei chiedermi. O perché no? Ma non importano queste domande.  Non è questo che cerco. Non sono risposte. Vivo un altrove da qui, dove queste cose non importano, dove tu esisti come parte in un universo di cui faccio parte io stesso in un tutt&#8217;uno con gli altri, e non è questa stoffa azzurra tra le dita, non sono le parole dette o sentite, o le domande o le risposte a renderci parte di uno stesso uno in cui non conti ne tu ne io. Ma se fossi tu a chiederti perché, perché tu, perché io, non ti risponderò. Voglio solo che il mondo, le emozioni, la vita mi attraversi come quando osservo, sento, vivo ciò che osservo, sento, vivo quel sorriso, quella voce, quell&#8217;anima che sei.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,</em><br />
<em>come il pensiero costante di averti vista.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: center;"><span id="more-3859"></span></p>
<p><iframe loading="lazy" class="youtube-player" width="550" height="310" src="https://www.youtube.com/embed/APEz5a513RA?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent" allowfullscreen="true" style="border:0;" sandbox="allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation allow-popups-to-escape-sandbox"></iframe></p>
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		<title>Attese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 16:52:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci. La panca su cui sono seduto è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.<br />
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.<br />
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare. Qualche volta mi capitava di vedere una donna o un bimbo piangere e cercavo di immaginare cosa ci fosse dietro quel volto, quale fosse la storia.<br />
Non accadde da subito, non dalle prime volte, iniziai a pensarci solo dopo quella volta della <i>porta misteriosa</i>.<br />
Sedevo sempre qui. Sulla parete alla mia destra già allora vi era questa mensola e dietro la mensola attraverso una finestra la signora dei biglietti chiacchierava e chiedeva e chiacchierava e chiedeva e chiacchierava ed io la ascoltavo ed ascoltavo le storie, i ricordi, le emozioni delle persone mentre osservavo chi sedeva sull’altra panca giusto sotto gli orari. Le ascoltavo all’epoca non mi veniva in mente di cercarle, di immaginarle, di scavare tra i lineamenti i colori dei vestiti, le espressioni delle persone ignare.<br />
<i>Entra una signora, ora. Porta i capelli lunghi raccolti in una lunga coda ed ha un grande cane bianco, non me ne intendo di cani ma sembra come quello delle pubblicità della carta igienica solo più grande. Sembra affettuoso e lei è distesa e sorridente. Porta un vestito grigio/marrone ma in qualche modo allegro, ricco di movimento, la maglia è morbida e larga e le maniche corte sono a sbuffo e così anche la parte attorno al seno e il collo, la gonna lunga la fa sembrare quasi una donna dei miei tempi, così larga a pieghe morbide. Fa il biglietto alla macchinetta &#8211;</i>Dio quanto era bella la signora dei biglietti quando ero piccolo e chissà che fine avrà fatto, la sua finestra ormai è chiusa da anni<i>&#8211; è così giovane, nel fiore dell’età la immagino felice in questo inizio estate avrà appena finito gli studi e starà andando in collina a ridere e correre con il suo cane e magari con un ragazzo. La immagino con a casa una vespa del modello vecchio, bianca e con i girasoli, non so perché debba prendere il bus se ha una vespa ma probabilmente è per portare il cane con se. La sua aria distesa distende a mia volta la mia anima mentre si siede giusto sotto la bacheca e si accorge che la sto guardando </i>ti accorgesti che ti stavo guardando, non credo avessimo più di dodici anni e il mio sguardo schizzò sulla bacheca all’improvviso fingendo di non starti osservando. Rimasi qualche minuto ancora ad osservare i foglietti appesi sotto quel vetro mentre con la coda dell’occhio cercavo di osservare il tuo volto, il tuo profilo, cercavo di spiare se mi guardassi, di scorgere un lieve rossore, un segno, un sentore. Di non lasciarti scorgere il lieve rossore che sentivo divamparmi dalle orecchie.<br />
Il bus arrivava sempre troppo presto e tu salivi correndo e ti sedevi accanto al tuo gruppo di amiche, io ti osservavo ancora un istante mentre salivo ed andavo a sedermi lontano in attesa di essere trasportati verso scuola.<br />
La porta accanto alla “<i>tua</i>” panca mi era sempre parsa misteriosa. Nei miei sogni poterla aprire era il più grande desiderio, paura, gioia, terrore che potessero esistere. Immaginavo dietro di essa ogni volta un mondo diverso ma sempre in qualche modo misterioso, immaginavo talvolta che fosse solo uno sgabuzzino, altre volte che fosse l’accesso ad una vasta cantina che poteva nascondere di volta in volta incredibili tesori, segreti, delitti. Talvolta credevo vi si nascondesse tutta una base segreta dei militari o l’accesso ad un mondo sotterraneo, o ancora l’ingresso ad un treno sotterraneo o verso l’interno del caveau di una banca, credevo né potessero uscire mostri o agenti segreti o diavoli direttamente dall’inferno o gli antichi egizi.<br />
Di volta in volta, qualcosa di più bello e fantasioso. Passarono anni credo da quando iniziai a fantasticarvi a quando potei scoprire l’ovvia verità.<br />
Una volta quando mi capitò di essere lì da solo, mi alzai e furtivo mi ci avvicinai a quella maniglia sempre fingendo di osservare gli orari, rimasi immobile e teso diversi minuti prima di prendere finalmente il coraggio, ma poi infine trovai la forza di posarvi la mano quasi temendo di ustionarmi o congelarmi o che sarebbe accaduto qualcosa di terribile, che si sarebbe aperta all’improvviso verso l’interno risucchiandomi in un luogo di paura o in un’avventura alla Tom Sawyer. La abbassai il più possibile lentamente ma mentre la sentivo cigolare sentii urlare “<i>Hei ragazzino!</i>”. Finsi di stare perdendo l’equilibrio e di essermi appoggiato solo per quel futile motivo e mi allontanai di corsa.<br />
Ebbi però una soddisfazione, un piccolo passo verso la conoscenza: ora sapevo che la porta era chiusa a chiave e che la signora dei biglietti ne era l’inflessibile guardiana. Lei doveva sapere cosa vi fosse dietro, doveva essere a conoscenza del segreto.</p>
<p><i>Ho dimenticato tanto nella vecchiaia, mi sembra di perdere pezzi per strada e di non ricordare la mia stessa vita, avrei voluto saperne scrivere, non perché gli altri leggessero ma per poterla leggere io ora e ricordarmi ogni dettaglio come ricordo oramai solo quelli più lontani. Forse per questo sono tornato qui, mi sono come risvegliato qui seduto.</i></p>
<p>Quella macchia accanto alla porta. Quella macchia accanto alla porta, non quella scura fatta dall’usura dallo scrostamento dell’intonaco, quella più chiara che sta sotto. Ricordo ancora quel giorno in cui Marchetto fu spinto dai bulli contro la parete.<br />
Marchetto era un ragazzino mite e un po’ sottomesso ed era il preferito dei prepotenti, era il preferito perché si offendeva ma non poteva rispondere, perché era buono e non si sapeva difendere. Non quella volta. Quella volta li vidi arrivare dal corridoio di sinistra, schivarono per un soffio la panca dove ero seduto, Marchetto sbatté contro la panca a destra e dopo aver appoggiato il sedere alla stessa si rialzò arrancando verso la porta a vetri; i tre gradassi invece lo spinsero di lato e andò a sbattere giusto contro lo stipite sinistro. Era in lacrime ed urlava “<i>lasciatemi stare, non vi ho fatto niente, lasciatemi stare!</i>”. In mano aveva uno dei primi succhi di frutta Yoga, probabilmente era stato questo ad attirare su di lui le ire dei compagni. Riuscì miracolosamente a divincolarsi dalle le braccia degli aggressori e in un incredibile impeto di rabbia scagliò contro di loro la bottiglietta che andò a fracassarsi giusto in quel punto sporcando quella parete. Lo vidi aprire la porta e correre, scappare fuori e poi li vidi rincorrerlo un istante prima che tutti uscissero dal campo visivo che la porta mi lasciava a disposizione mentre si chiudeva.<br />
Non so come sia finita perché io ero seduto sulla solita panca ed osservavo il mondo intero da lì. Me lo immaginai a correre e correre come un forsennato e poi girarsi di scatto poco prima che lo raggiungessero per stenderli con un bel pugno sul naso. Un bel pugno a testa e poi fermarsi con le mani ai fianchi a contemplare la propria opera. Non credo andò esattamente così, qualche giorno dopo lo incontrai ed aveva al braccio un gesso e portava dignitosamente un occhio pesto.<br />
Mentre fantasticavo su questo però ero rimasto seduto sulla panca e nel mentre accadde l’inaspettato, l’incredibile. Sentii ancora una volta urlare “<i>Hei Ragazzino!</i>” e poco dopo sentii netto il rumore di una serratura. Istintivamente voltai lo sguardo prima verso la finestra della vendita dei biglietti e la vidi per la prima volta senza la sua signora e subito dopo verso la porta misteriosa.<br />
Mi parve come se il tempo si fermasse o rallentasse all’estremo.<br />
Vidi la maniglia scendere di pochi millimetri, la vidi ritornare al suo posto e poi nuovamente la inclinarsi sempre di più fino a fermarsi, come se il cigolio fosse lungo minuti, ore anni tra l’inizio del movimento e la fine della sua corsa.<br />
Rimase ferma un secolo o due e poi la vidi avanzare un po’, rientrare e nuovamente avanzare con tutta la porta. Vidi la fessura tra la porta e lo stipite aprirsi e vidi da dentro la luce artificiale formare da prima una linea sul pavimento e poi la linea allargarsi e divenire un cuneo. Non credo vi fosse sufficientemente buio perché la luce dalla stanza risaltasse così tanto ma nella mia mente era la luce del paradiso o dell’inferno o di entrambi, la luce di un altro mondo.<br />
Quando la porta fu aperta abbastanza ebbi la sorpresa.<br />
Non sapevo se essere deluso o stupito o entrambi. Dalla porta non spuntò un mostro e neppure il re, e neppure il diavolo o Gesù, dalla porta spuntò la signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino.<br />
La signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino! Ed aveva le gambe ed un corpo! Non mi ero mai posto prima il problema del fatto che potesse avere delle gambe ed un corpo sotto le spalle e mi accorsi solo ora che le avesse, che fosse una signora come quelle che prendono l’autobus, come quelle che camminano per strada, che dovesse tornare a casa la sera, avere forse dei figli un marito, una vita. Mi cambiò molto questo fatto. Capii allora che tutte le persone hanno dietro una storia, hanno dietro qualche cosa che non si può sapere, e pensai a tutto questo mentre cercava invano di far andare via quella macchia di succo ottenendo solo il risultato di allungare la striscia e sbiadirla un po’.<br />
<i>Anche oggi quando vedo un ombra arrivare ad oscurare il vetro della porta aspetto con ansia di vedere la sua mano raggiungere la maniglia all’esterno della porta centrale, di vedere la maniglia abbassarsi, di vedere il cuneo della luce sul pavimento ed in esso il riflesso della persona che sta entrando, quasi con lo stesso stupore della volta che si aprì invece la porta misteriosa. Questo è un signore distinto di mezza età, ha in mano un libro, il suo portamento è quello di un uomo che ha vissuto molto ma anche quello di uno che ha ancora molto da vivere. Sicuro di se ed al contempo umile. Fa un cenno alla ragazza col cane e si siede sulla panca di fronte a leggere con le gambe accavallate. Credo che questo sia il suo momento di rilassamento, il momento in cui con soddisfazione può leggere in pace forse tra una giornata di lavoro e il rientro in una famiglia piena di ragazzini allegri e rumorosi, deve averne più di uno perché sembra benestante ed ha il volto di un brav’uomo. Di certo almeno uno perché quella macchia di cioccolato all’altezza del ginocchio, di lato, sembra essere la bocca di bambino felice.</i><i><br />
</i><i>Porta scarpe eleganti come quelle </i>del controllore che ogni giorno saliva sul bus e ci controllava i biglietti. La prima volta che qualcuno di sconosciuto mi rivolse la parola fu proprio lui “<i>Ti piace proprio tanto quella ragazzina, vero? Perché non ti fai avanti?</i>” disse. Io negai tutto ma aveva ragione, seduto lontano alcuni posti più dietro e sull’altro lato ti osservavo incantato, osservavo il tuo profilo dolce e la tua gota sinistra mentre ridevi con le tue amiche parlando di cosa non so. La osservavo gonfiarsi e sgonfiarsi, osservavo la fossetta crearsi e ricrearsi, riuscivo a vedere anche i bianchi denti talvolta.<br />
Era come un sogno, e parlarti era come interromperlo, e poi parlarti come, dicendoti cosa?</p>
<p>Ti scrissi un bigliettino, non ricordo le parole, sono passati decenni, ma ricordo ancora dove lo misi: sotto la bacheca, poco più a destra del centro vi era una fessura tra il muro ed il legno, giusto sopra a dove in genere ti mettevi. La vedo ancora da qui seduto quella fossetta, il mio scrigno del grande sogno, sperai per giorni che lo notassi, sperai per giorni che facesse da ambasciatore, da colomba, da messaggero. Ma non accadde mai che ti accorgessi della sua presenza. Non ero sicuro neppure che davvero mi avessi mai notato quando avevo l’impressione che i nostri sguardi si incrociassero.<br />
Poi non ricordo molto altro di quel tempo, come se anche questo sia stato cancellato, non ricordo per quanto andai avanti in quel sogno.</p>
<p>Fu solo molti anni dopo, quando ti incontrai, quando ci incontrammo di nuovo e ci amammo che ti portai a prendere quel foglietto e a leggerlo per riderne assieme, ma la tua reazione non fu quella che mi aspettavo.<br />
Stavamo assieme da un po’, non ricordo quanto tempo e tu non credevi che il mio pensiero di te durasse da ormai anni, credevi ti prendessi in giro, fu per questo che ti portai qui, in questa piccola stanza di questa stazione e una volta arrivati alla bacheca ti chiesi di guardare sotto, di vedere il piccolo pezzetto di carta incastrato nella fessura, niente di più di un biglietto del bus con sopra una scritta. Io ridevo, lo trovavo divertente ma poco dopo che le tue dita tastarono la carta e riuscisti ad estrarre ed aprire quel messaggio la tua reazione fu completamente diversa da quella che mi aspettavo: scoppiasti in lacrime abbracciandomi come fosse stata la rivelazione più grande di tutti i tempi, lacrime di emozione, di commozione, di amore immenso scaturito come cascata dal tuo volto. Sentii il calore del tuo respiro sul lato del mio viso e la morbidezza del tuo corpo stringermi forte, sentii le tue lacrime scorrere sulla mia guancia, il profumo del sale e della tua pelle e “<i>Grazie, grazie, grazie</i>”. Fu la prima volta che ti sentii pronunciare le parole “<i>ti amo</i>” la prima di una vita che però sta cadendo a pezzi momento per momento.<br />
<i>Li sto perdendo tutti, li sto perdendo tutti i ricordi di te se non quelli legati a questa panchina e a quel giorno in cui piangendo mi abbracciavi e quell’altro giorno in cui ci hai lasciati. Non ricordo il momento in se, non ricordo il giorno ma l’assenza successiva. La mancanza. Per anni, decenni hai portato al collo una medaglietta con dentro il mio bigliettino, quel giorno -da quel giorno- l’avevo io in mano, una mano non ancora vecchia come quella di oggi ma ancora più tremante. Una medaglietta e due o tre ricordi sono l’unica cosa che mi resta di te, l’unica cosa che resta di te se di noi quello che resta è il ricordo.</i></p>
<p><i>L’ho ancora al collo ora. Non l’ho mai aperta, come la </i>porta misteriosa<i> ho sempre temuto ne uscissero mostri, ricordi terribili per quanto belli, ricordi che mi facessero precipitare nell’abisso dentro di me, ricordi che mi facessero sorridere e rimpiangere di essere ancora qui dopo tutti questi anni. Ma non è forse di ricordi che sono in cerca ora? Non è forse per i ricordi che il mio corpo in un momento senza mente ha voluto portarmi qui?</i></p>
<p><i>L’assenza. Come è possibile ricordare un’assenza ancor più di una presenza? Una mancanza ancor più che un’intera vita?</i></p>
<p><i>Osservo le mie mani tremanti mentre si avvicinano al mio collo, mentre armeggiano per trovare la catenella. La temo e la bramo, ne fuggo e ne desidero la scoperta e mentre le mani tremano la sento cadere e sbattere nuovamente sul mio petto, poi di nuovo le mani a muoversi quasi ansiose quasi non fossero le mie quasi a vederle osservando il mondo da fuori da seduto su una panca di una stazione mentre ti passa accanto.</i></p>
<p><i>Sono vecchie le mie mani, tremanti e vecchie e secche mentre premono il tastino sul lato e la aprono</i><i><br />
</i><i>Armeggiano e mentre il pendaglio si apre vi vedo dentro due piccoli foglietti.</i><i><br />
</i><i>Le mani ne prendono uno e lo aprono, lo conosco, è un biglietto dell’autobus, un biglietto vecchissimo e sopra vi è scritto “Ciao, mi piaci. Se mi vuoi conoscere domani vieni qui con un fiore!”. </i><i><br />
</i><i>Sento scendere una lacrima lentamente mentre osservo le mie mani ancora. Hanno ripiegato il foglietto ed una lo tiene tra l’anulare il mignolo e il palmo mentre entrambe stanno aprendo l’altro. Un altro biglietto dell’autobus, vecchio ma non antico. </i><i><br />
</i><i>“Non avere paura, ti ho cercato amato e conosciuto anche senza un tuo messaggio, dove vado io non c’è bisogno di ricordi, né di paure”.</i><i><br />
</i><i>Vedo un ombra avvicinarsi ora ad oscurare un po’ il vetro della porta da fuori, è un ombra bassa di una ragazzina, la vedo alzare il braccio verso la maniglia e vedo la maniglia abbassarsi senza fare alcun rumore. Vedo anche la maniglia non abbassarsi e mentre osservo la porta aprirsi so che non si sta aprendo affatto.</i><i><br />
</i><i>La vedo lo stesso, la vedo entrare la bambina od attraversare la soglia chiusa, cammina verso di me e ne osservo l’assenza di un riflesso sul pavimento. Sorride,</i> sorridi.<br />
Hai un fiore tra i capelli, un fiore di lavanda, e mentre mi alzo dandoti la mano mi accorgo che anche io sono un bimbo.<i><br />
</i></p>
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		<title>Oltre il muro del sonno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2015 19:12:28 +0000</pubDate>
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<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Quella sera indossavi un vestito nero, un bellissimo vestito nero. Un po&#8217; oscuro forse ma su di te, sulla tua pelle candida, sul tuo corpo&nbsp;non poteva che essere perfetto. Ricordo come fosse oggi i tuoi capelli castano chiari, lisci ma voluminosi&nbsp;scendere fino metà schiena scalati in modo da avere la zona centrale più lunga. Il rosa chiaro della tua pelle spuntare da dietro&nbsp;ai lati dei tuoi capelli dove la maglia finiva con una scollatura larga ma non volgare lasciando immaginare dove la curvatura del tuo collo andava ad attaccarsi al di sotto di orecchie perfette ed invitanti.<br>La maglia era nera, come il resto, e a contrapporsi al dietro liscio sulla parte frontale era ricca di fronzoli e pizzi monocromatici spinti all&#8217;esterno da un seno non troppo prorompente ne assente, di una misura perfetta. La scollatura lasciava scoperte le clavicole in tutta la loro lunghezza e solo poco più in basso lasciando l&#8217;immaginazione scivolare sui tendini del tuo collo piuttosto che sul décolleté pudicamente coperto, e vorticare fino al tuo mento perfetto, le guance lisce e gli occhi di una gradazione tra il verde ed il grigio truccati solo&nbsp;lievemente per allungarne l&#8217;angolo. Occhi che avrebbero potuto tagliare in due, o sciogliere, o far ridere a crepapelle, o far morire d&#8217;invidia. Le braccia erano coperte da maniche semi trasparenti di pizzo che terminavano con strisce di stoffa da cui uscivano le tue bianche mani con&nbsp;le dita affusolate e unghie mediamente lunghe prive di smalti ma perfette.<br>La maglia scendeva fino ad una gonna coprendone una piccola parte con un triangolo rivolto verso il basso. Era la gonna il pezzo forte, fatta di veli neri di stoffa finissima alcuni quasi trasparenti ed altri più spessi messi in modo assimmetrico e rialzati dietro dal tuo corpo a scendere sinuosamente staccati dalle tue gambe.<br>La maglia stretta evidenziava i tuoi fianchi altrettanto stretti e la gonna scendeva a tratti poco sotto il ginocchio a mostrare gambe chiare coperte di collant a rete come una tela di ragno, sostenute da stivaletti col tacco in stoffa opaca.<br>Ricordo come fosse ieri ogni particolare di quella sera, dal tuo vestito alla musica che stavamo ascoltando, &#8220;Crimson&#8221; dei Sentenced, la nostra preferita era &#8220;Killing Me, Killing you&#8221;, ironia della sorte e quella sera la ascoltammo la ascoltammo la ascoltammo ancora ed ancora ed ancora una volta.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Killing Me Killing You<br>Killing all we have<br>As our loves wither away</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Burning Me Burning You<br>Burning us to ash<br>Drowning us in a sea of flames</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Darling, do you feel, there is a storm coming our way<br>The burning light between us is already starting to fade<br>The fire in our hearts is smothered by the rain<br>and the crimson flame of passion turns into something gray</p>



<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Non ci conoscevamo da molto ma era come se tu mi conoscessi da una vita, come se sapessi ogni istante quale sarebbe stata la mia reazione, quale sarebbe stato il luogo che avrei desiderato visitare, quasi ogni istante. Uno ti sfuggì probabilmente.<br>Era l&#8217;una di una notte di primavera, una di quelle in cui il caldo se ne va e il pizzo che copriva il tuo corpo lasciava andare un po&#8217; troppo calore, giusto quel tanto da farti da farti irrigidire i muscoli e dare&nbsp;la possibilità al tuo uomo, a me, di abbracciarti stretta e&nbsp;stringerti per trasmetterti il mio, e farti vedere che c&#8217;ero, che ero lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti guardai diretta negli occhi e ti dissi il mio pensiero. Quel giorno sarebbe dovuta finire.<br>Mentre parlavo le parole sembravano riassumersi, raggrumarsi nell&#8217;aria, addensarsi in nuvole e fermarsi qualche istante tra me e te&nbsp;prima di proseguire dileguandosi nell&#8217;aria, non&nbsp;ero sicuro che&nbsp;tu stessi comprendendo quanto&nbsp;stava accadendo<br>&#8220;<em>Non dico che sarebbe potuta finire in modo diverso</em>&#8220;<br>Mi dissi guardandomi dritto negli occhi.<br>&#8220;<em>Dico solo che, poteva non finire</em>&#8220;<br>Le lacrime rigavano il tuo volto trascinando quel poco di&nbsp;mascara che era&nbsp;il tuo unico vezzo, il tuo volto era però immobile, impassibile mentre i tuoi occhi sembravano spegnersi virando dal verde grigio al grigio, qualche goccia cadeva sul pizzo&nbsp;esposto dal tuo seno scurendolo se possibile con un piccolo alone, un altro, un altro ancora.<br>Pensavi che il problema fosse tuo, che fossi tu a non sapermi amare come credi ma non avrei mai potuto dirti dove fosse il problema, non avrei mai potuto rivelarlo a nessuno senza drammatici epiloghi.<br>Eravamo appoggiati al cofano della mia macchina, tu seduta con un tacco sul paraurti ed un ginocchio in avanti, io abbracciato a te leggermente di lato&nbsp;in piedi probabilmente nel mio cappotto nero di pelle anni settanta, i miei stivali, il cappello con la tesa e qualche jeans e camicia a caso.<br>Il discorso non durò molto a lungo, d&#8217;altronde, non c&#8217;era neppure molto da dire se non la realtà di come stavano i fatti. Te lo concessi alla fine, ti concessi di sapere,&nbsp;ti concessi di conoscere ciò che mi portavo dentro da troppo tempo e che mai avevo condiviso, poi misi in tasca la mano e ne estrassi qualcosa.<br>Ricordo le tue mani posarsi sul mio viso qualunque espressione esso avesse, la tua attesa delle mie parole, e gocce ancora che cadevano. Le ricordo scendere dal tuo volto prima lentamente quando si staccavano dalle tue ciglia e poi accelerare sempre più fino al colmo delle tue gote e precipitare sulla superficie della tua guancia, arrivare in prossimità del centro del mento dove avevi una lieve e buffa rigonfiatura e da lì gettarsi suicide sul pizzo sul tuo petto sul tuo cuore sul tuo sangue sul tuo silenzio sui sussulti dei tuoi polmoni sui suoni del di dentro del tuo corpo a macchiare altre macchie che stavano crescendo.<br>Il tuo sguardo era allora di stupore, gli occhi grandi aperti più del dovuto, le labbra leggermente aperte, l&#8217;incavo al centro del collo tra le sporgenze delle clavicole incavato.<br>Non ebbi il coraggio di guardarti ulteriormente, non di guardarti così, immobile di sasso, di restare senza aver più nulla da dire ne da sentire, lasciai scivolare le mie mani una dal tuo volto ed una dal tuo addome verso i miei fianchi, pensai ancora quanto avevo amato il liscio di quella pelle e mi girai. Ricordo il vento che mi spingeva i capelli sul volto, sentii la tua voce dire &#8220;io ti amavo stupido idiota&#8221;, lottai per non voltarti e guardarti un ultima volta, lottai per ricordarti come ti ricordo ora e poi sentii infine un tonfo lieve e sordo.<br>L&#8217;asfalto cominciava a bagnarsi di pioggia, sentii le gocce sul viso e le ringraziai perchè non avrei dovuto chiedermi cos&#8217;era quel liquido sul mio volto. Ti immaginai lì ancora sull&#8217;asfalto, con i capelli spettinati e bagnati di troppe cose, immobile con il volto della speranza forse non ancora disillusa ma allontanai questa immagine.<br>Girai attorno alla macchina senza guardare in direzione del muso, salii, mi fermai il tempo di mettere al massimo il volume su &#8220;Beyond The Wall Of Sleep&#8221; ed diedi gas in avanti.<br>Poi andai a lavare via i resti di quella sera dall&#8217;auto, quelli che la pioggia non aveva lavato.</p>
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		<title>L&#8217;inconsolabile Orfeo di Pavese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2015 19:42:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il sesso, l&#8217;ebbrezza e il sangue richiamarono sempre il mondo sotterraneo e promisero a più d&#8217;uno beatitudini ctonie. Ma il tracio Orfeo, cantore, viandante nell&#8217;Ade e vittima lacerata come lo stesso Dionisio, valse di più.(Parlano Orfeo e Bacca). Orfeo: E&#8217; andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>Il sesso, l&#8217;ebbrezza e il sangue richiamarono sempre il mondo</em><br><em> sotterraneo e promisero a più d&#8217;uno beatitudini ctonie. Ma il tracio</em><br><em> Orfeo, cantore, viandante nell&#8217;Ade e vittima lacerata come lo stesso</em><br><em> Dionisio, valse di più.(Parlano Orfeo e Bacca).</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: E&#8217; andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S&#8217;intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch&#8217;è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com&#8217;era prima; che un&#8217;altra volta sarebbe finita. Ciò ch&#8217;è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi &#8220;Sia finita&#8221; e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d&#8217;un topo che si salva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Strane parole, Orfeo. Quasi non posso crederci. Qui si<br>diceva ch&#8217;eri caro agli dèi e alle muse. Molte di noi ti seguono<br>perché ti sanno innamorato e infelice. Eri tanto innamorato che &#8211; solo tra gli uomini &#8211; hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo, Orfeo. Non è stata tua colpa se il destino ti ha tradito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Che c&#8217;entra il destino. Il mio destino non tradisce. Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Qui si dice che fu per amore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Non si ama chi è morto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Eppure hai pianto per monti e colline &#8211; l&#8217;hai cercata e chiamata &#8211; sei disceso nell&#8217;Ade. Questo cos&#8217;era?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L&#8217;Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L&#8217;ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Per poi morire un&#8217;altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l&#8217;orrore dell&#8217;Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos&#8217;è il nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: E così tu che cantando avevi riavuto il passato, l&#8217;hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L&#8217;Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m&#8217;importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Come hai potuto rassegnarti, Orfeo? Chi ti ha visto al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un&#8217;esistenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell&#8217;Orfeo che discese nell&#8217;Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d&#8217;allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Molte di noi ti vengon dietro perché credevano a questo tuo pianto. Tu ci hai dunque ingannate?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: O Bacca, Bacca, non vuoi proprio capire? Il mio destino non<br>tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Qui noi siamo più semplici, Orfeo. Qui crediamo all&#8217;amore e alla morte, e piangiamo e ridiamo con tutti. Le nostre feste più gioiose sono quelle dove scorre del sangue. Noi, le donne di Tracia, non le temiamo queste cose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Visto dal lato della vita tutto è bello. Ma credi a chi è stato tra i morti&#8230; Non vale la pena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Un tempo non eri così. Non parlavi del nulla. Accostare la morte ci fa simili agli dèi. Tu stesso insegnavi che un&#8217;ebbrezza travolge la vita e la morte e ci fa più che umani&#8230; Tu hai veduto la festa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Non è il sangue ciò che conta, ragazza. Né l&#8217;ebbrezza né il sangue mi fanno impressione. Ma che cosa sia un uomo è ben difficile dirlo. Neanche tu, Bacca, lo sai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Senza di noi saresti nulla, Orfeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Lo dicevo e lo so. Ma poi che importa? Senza di voi sono disceso all&#8217;Ade&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Sei disceso a cercarci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Ma non vi ho trovate. Volevo tutt&#8217;altro. Che tornando alla luce ho trovato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Un tempo cantavi Euridice sui monti&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Il tempo passa, Bacca. Ci sono i monti, non c&#8217;è più Euridice. Queste cose hanno un nome, e si chiamano uomo. Invocare gli dèi della festa qui non serve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Anche tu li invocavi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Tutto fa un uomo, nella vita. Tutto crede, nei giorni. Crede perfino che il suo sangue scorra alle volte in vene altrui. O che quello che è stato si possa disfare. Crede di rompere il destino con l&#8217;ebbrezza. Tutto questo lo so e non è nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Non sai che farti della morte, Orfeo, e il tuo pensiero è solo morte. Ci fu un tempo che la festa ci rendeva immortali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: E voi godetela la festa. Tutto è lecito a chi non sa ancora. E&#8217; necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L&#8217;orgia del mio destino è finita nell&#8217;Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: E che vuol dire che un destino non tradisce?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Vuol dire che è dentro di te, cosa tua; più profondo del sangue, di là da ogni ebbrezza. Nessun dio può toccarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Può darsi, Orfeo. Ma noi non cerchiamo nessuna Euridice. Com&#8217;è dunque che scendiamo all&#8217;inferno anche noi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Tutte le volte che s&#8217;invoca un dio si conosce la morte. E si scende nell&#8217;Ade a strappare qualcosa, a violare un destino. Non si vince la notte, e si perde la luce. Ci si dibatte come ossessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Dici cose cattive&#8230; Dunque hai perso la luce anche tu?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Ero quasi perduto, e cantavo. Comprendendo ho trovato me stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Vale la pena di trovarsi in questo modo? C&#8217;è una strada più semplice d&#8217;ignoranza e di gioia. Il dio è come un signore tra la vita e la morte. Ci si abbandona alla sua ebbrezza, si dilania o si vien dilaniate. Si rinasce ogni volta, e ci si sveglia come te nel giorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Non parlare di giorno, di risveglio. Pochi uomini sanno. Nessuna donna come te, sa cosa sia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Forse è per questo che ti seguono, le donne della Tracia. Tu sei per loro come il dio. Sei disceso dai monti. Canti versi di amore e di morte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Sciocca. Con te si può parlare almeno. Forse un giorno sarai come un uomo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Purché prima le donne di Tracia&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orfeo: Di&#8217;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bacca: Purché non sbranino il dio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cesare Pavese &#8211; Dialoghi con Leucò</p>
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		<title>Dodici gradi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Feb 2015 21:43:24 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Era una sera di quelle in cui la temperatura ti fa rabbrividire solo un istante, il respiro si addensava in una piccola nube prima di scomparire quasi improvvisamente, indossavamo tutti maglioncini leggeri o giacche leggere, ed era buio.<br>Moltissimo buio.<br>Ricordo l&#8217;aria frizzante di quella sera come fosse oggi, come fosse vera, e ricordo di aver girato la testa incontrando accanto ai miei occhi la mano di mio padre, la presi e la tirai leggermente verso di me, lui sembrava assorto a guardare nella stessa direzione in cui stavo guardando io solo pochi istanti prima.<br>Ho sentito la mia voce dire &#8220;papà, papà, ma chi è quella ragazzina&#8221;?<br>Era sulla strada davanti a casa mia, a terra, piatta come un foglio di carta leggermente raggrinzito, attorno a lei c&#8217;erano dei signori che non conoscevo e qualche mio zio o zia che non saprei definire, c&#8217;era anche la zia gilda, e quella&nbsp;signora che mi dava sempre le caramelle al miele. Entrambe signore anziane&nbsp;nel buio&nbsp;della sera&nbsp;si distinguevano solo per il fumo che usciva dalle loro bocche e che vedevo nonostante fossero di spalle salire&nbsp;qualche istante dalle loro teste.<br>Erano vestite di nero, con&nbsp;il velo in testa e quei vestiti tipici delle donne anziane delle zone rurali. Osservavano tutti la bambina schiacciata, quasi&nbsp;fosse disegnata a&nbsp;terra e il signore che con una spatola di&nbsp;ferro la stava staccando dall&#8217;asfalto e ne stava raccogliendo i resti, come quando si stacca un adesivo da un contenitore di&nbsp;plastica.<br>La bambina era anch&#8217;essa vestita di nero come tutto, portava un vestito intero con le gonne che arrivavano fino all&#8217;altezza delle ginocchia e&nbsp;delle scarpe di vernice in tinta.<br>Il viso era dolce, non sorridente ma neppure triste, era difficile distinguere molto i lineamenti, un po&#8217; per l&#8217;età, un po&#8217; per la piattezza dell&#8217;immagine, aveva però lunghi capelli neri raccolti in due trecce ai lati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi svegliai lentamente, non di soprassalto, passai dallo stato del sonno a quello della veglia pensando ancora a chi potesse essere questa ragazzina, provavo un&nbsp;senso forte legame elettivo nei suoi confronti e una mezza consapevolezza che non fosse un sogno fino in fondo, le diedi il mio stesso nome ma ovviamente al femminile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando fui completamente sveglio piangevo per la sua assenza, per il suo essersene andata dal mio mondo, in un modo o nell&#8217;altro. Ero un bambino, di sei anni ed è il ricordo di sogno&nbsp;più vecchio che io abbia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi ha accompagnato per tutta la vita in un modo o nell&#8217;altro, ci sono certi giorni nelle mezze stagioni, a settembre quando l&#8217;aria si raffredda o a marzo quando sta iniziando ad andarsene il freddo in cui passando davanti alla casa dove abitavo sento ancora quella lieve brezza, osservo l&#8217;aria addensarsi poco davanti alla mia bocca e poi allontanarsi e guardo come aspettandomi di incontrare quella bambina, o di vedere cosa le fosse accaduto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo altri due sogni non molto distanti, il primo so di averlo fatto qualche mese dopo di questo, nel sogno ero adulto, guidavo un auto e questa si fermava ai bordi di una strada rialzata, da lontano vedevo giù dal dirupo una donna, in questo sogno ero adulto, immobile a guardare in direzione opposta alla mia. Scesi dall&#8217;auto e percorsi la discesa verso la donna, la raggiunsi mentre era ancora voltata di spalle e le toccai una mano.<br>Un istante dopo stavamo scappando da un branco di lupi e mi svegliai del tutto privo di paura come se fosse stato il sogno più avvincente, l&#8217;avventura più divertente mai vissuta, tanto che la ripetei decine e decine di volte nei miei giochi a scuola nelle settimane a venire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel tempo mi capitava spesso di sentire la sensazione di essere tornato a quel momento, quell&#8217;aria leggermente fresca, frizzante, il buio attorno, i lampioni spenti, forse solo uno lampeggiante per dare l&#8217;atmosfera del vedo e non vedo, e la netta sensazione che girandomi avrei visto la bambina, o la donna adulta che nel frattempo poteva essere diventata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella mia adolescenza quella bambina divenne il mio ideale di bellezza, negli occhi di ogni ragazzina cercavo i suoi, cercavo una ragazzina col mio nome, una ragazza con quei capelli, una donna con quello sguardo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando ero adolescente sognai di incontrarla, fu come un colpo di fulmine improvviso, la incontrai e l&#8217;affinità elettiva che ci legava esplose in una scintilla, non so descrivere come ma il sogno durò mesi in cui ogni sera ci vedevamo, uscivamo, facevamo mille cose ma al contempo non ricordo nessuna di queste cose, ricordo la sensazione di averle vissute. Lei era sempre vestita di nero e portava ancora quei capelli neri raccolti anche se più corti rispetto al primo sogno.<br>Un giorno decise di portarmi a casa sua, per presentarmi suo padre, abitava vicino a dove abitavo nella realtà, saprei anche andare a suonare a quel campanello se mai ne avessi avuto il coraggio. Nel sogno suonò lei, una volta entrato ricordo la stanza il tavolone grande, il camino, ricordo quell&#8217;aria di casa calda, quel senso di focolare domestico d&#8217;altri tempi, ricordo di aver discusso con suo padre dei miei studi, di cosa avrei voluto fare da grande, mi disse cosa secondo lui sarebbe stato conveniente facessi nella mia vita, che è poi quel che feci nella realtà ma non per i suoi consigli.<br>Poi mi girai per sorridere a lei, ma lei non c&#8217;era, chiesi a suo padre e lui si mise a piangere e mi svegliai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fu uno dei sogni più strani che feci e l&#8217;ultimo in cui la sognai dormendo, passarono molti anni da allora divenni il professionista che curiosamente nel sogno mi era stato consigliato di diventare ma non ebbi mai un buon rapporto con le donne, non saprei dire il perché, o forse si. Non avevano quei capelli, quello sguardo, o quando lo avevano ne ero terrorizzato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un giorno diversi anni fa stavo guidando, non ricordo neppure da dove tornassi, cosa ci facessi lì se mi distrassi, se corressi, non ricordo nulla, ma ero su una curva di una tangenziale poco lontano da dove abito ora, persi il controllo del mezzo, improvvisamente, senza alcun presagio la coda cominciò ad allargarsi, a perdere aderenza a scivolare verso l&#8217;esterno. Ricordo tutto come a rallentatore, il tempo di pensare che non sarebbe potuta finire bene, la lucidità di controsterzare, il pensiero dei corsi di guida sicura in cui mi ripetevano che il corpo tende a far girare l&#8217;auto nella direzione in cui si guarda, il pensiero costante di guardare la strada nella direzione in cui avrei dovuto andare, il guardrail che sfiora il muso della macchina mentre la coda è già sulla corsia di destra. Ho tutto il tempo di pensare che sono fortunato ad essere su una strada a doppia corsia ma a senso unico&nbsp;e di essere su quella di sinistra, finalmente il controsterzo comincia ad agire e la coda ricomincia a rientrare, giusto il tempo di sperare di essermela cavata e poi di accorgermi dell&#8217;effetto pendolo che porta l&#8217;auto a ruotare nella direzione opposta, giusto il tempo di pensare ancora di guardare nella direzione giusta in modo che la memoria muscolare faccia il resto.<br>Non so quanto sia durato, ma dentro di me è durato ore il tempo tra l&#8217;inizio di quella sbandata e la fine. Immobile al centro della strada, senza danni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiusi gli occhi e respirai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiusi gli occhi e ringraziai il cielo per essere stato solo in macchina e per non aver ceduto al panico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Posai la mano sul sedile del passeggero, poco distante dal freno a mano, sempre con gli occhi chiusi e sentii una mano toccarmi, una mano calda, liscia.<br>L&#8217;aria era frizzante o forse era l&#8217;adrenalina ad esserlo, aprii gli occhi e accanto a me non c&#8217;era nessuno, guardai subito la mia mano e non notai nulla di strano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornai a casa lentamente ancora con il cuore in gola, incapace, incapacitato, in crisi, ed una volta arrivato mi misi a letto e spensi la luce.<br>Il cuore batteva ancora terribilmente forte, dovevo bere un goccio di Jack, aprii gli occhi e allungando la mano verso l&#8217;interruttore mi cadde lo sguardo sull&#8217;armadio a specchio, la luce era poca, solo quella che filtrava dagli scuri semichiusi dalla notte, ma accanto a me, dietro di me nel letto vidi una donna dai lunghi capelli raccolti&nbsp;su due&nbsp;trecce, accesi la luce e mi voltai a guardarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c&#8217;era.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora sono qui, guardo il liquido dorato nel bicchiere largo, lo faccio ruotare, penso che sia uno dei colori più belli che conosca quello del whiskey, e mi piace la densità così diversa da quella dell&#8217;acqua, il modo di muoversi, l&#8217;odore forte prima di berlo il gusto forte e delicato che cambia nel tempo del sorseggio tra infinite sfumature tra dolce e amaro, ed il retrogusto che rimane.<br>Non sono più stato al buio da allora. Non ho più spento la luce ne sono uscito di casa la sera.<br>Ho un termometro da esterni e non esco mai se la temperatura non è lontana dai dodici gradi, molto più bassa o molto più alta non importa, ma non voglio più sentire quell&#8217;aria frizzante, non voglio più vedere l&#8217;aria del respiro addensarsi in quel modo.<br>Non ho più dormito con le luci spente e non ho più guidato, i miei colleghi mi danno del pazzo perché cammino un ora e mezzo ogni giorno, andata e ritorno. Le giornate si stanno accorciando però, e la temperatura si abbassa, non manca molto a quando non potrò più andare a lavoro e senza passare dal buio, senza vedere addensarsi l&#8217;aria del respiro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo scrivo questa lettera.<br>Ora il bicchiere è finito, e sento il freddo dentro.<br>Ora il bicchiere è finito e spegnerò la luce.</p>
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		<title>Parto.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jan 2015 21:07:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il mio cervello corre, corre.Persone convivono, vivono, corrono in ogni direzione.Razionale irrazionale.Corre. Per strada mi ritrovo a fare strade che non ho mai fatto ma che conosco,strade nuove, vecchie, sconosciutamente conosciute. Ci sei tu che corri nel cervello.Corri, corri come non mai,-ho letto da qualche parte che una pallottola che attraversi la testa ed entri [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Il mio cervello corre, corre.<br>Persone convivono, vivono, corrono in ogni direzione.<br>Razionale irrazionale.<br>Corre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per strada mi ritrovo a fare strade che non ho mai fatto ma che conosco,<br>strade nuove, vecchie, sconosciutamente conosciute.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sei tu che corri nel cervello.<br>Corri, corri come non mai,<br>-ho letto da qualche parte che una pallottola che attraversi la testa ed entri diagonalmente finisca per girare radente al cranio e ruotare per tutto esso all&#8217;interno-<br>Corri e ti guardo e rido a vederti correre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella mia testa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non posso chiudere nel cassetto una cosa così grande che non mi ci sta in testa.<br>Non posso chiudere nel cassetto qualcosa di così grande senza chiudere un pezzo di me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esplode nella testa come razzi&nbsp;la razione di irrazionalità che avevo nascosto razziando nella mia mente ogni relazione&nbsp;alla reazione del pensiero della&nbsp;tua immagine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dovrei fare pace col cervello se il cervello volesse far pace con me, se la testa non esplodesse di dolore come se non ci stesse più in sé come se il&nbsp;sé&nbsp;fosse solo un&nbsp;se o il se fosse sé, senza ma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi accorgo di aver parlato del mondo, di aver parlato di me, di aver scritto ogni cosa ma non di te, o del tè o del significato che ha in me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Corre corre ancora il cervello e la testa scoppia s&#8217;accoppia si copia sincopa si.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una mia parte lo sa, l&#8217;altra l&#8217;accetta, l&#8217;altra si scontra, l&#8217;altra si affretta.<br>Fugge non va salta, lo fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché non ammettere ciò che è?<br>Perché se fosse partirei verso quel luogo che ho sempre voluto e nascosto e fuggito e impaurito.<br>Perché se non fosse sarebbe un gardner il proiettile.</p>
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		<title>Perché ho smesso di scrivere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Aug 2012 18:34:40 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">In questi giorni mi sono interrogato sul mio scrivere, anzi per l&#8217;esattezza sul mio non scrivere.<br>Perché non scrivo?<br>Non sento più il bisogno di scrivere?<br>Talvolta si, ma è ciò che vorrei scrivere a bloccarmi, o meglio chi leggerebbe e non trovo sensato scrivere solo per me, perché ciò che è scritto lo è per essere letto.<br>La vita è più frenetica, il tempo è meno, vivere da soli ti lascia determinate libertà ma contemporaneamente ti porta via molti tempi morti un tempo utilizzabili per creare, scrivere, comporre, suonare.<br>L&#8217;età fa calare <a href="/blog/il-mio-mondo-di-scrivere-e-cambiato/">determinati impeti letterari</a> ma neppure questa ne è la causa.<br>Un tempo la mia vita era più &#8220;tumultuosa&#8221; come quella di ogni adolescente o ragazzo e amavo creare &#8220;mondi&#8221; immaginari o pseudo reali ed applicarli alla realtà del momento, scrivere cose struggenti ed applicarle a realtà non necessariamente tali, scrivere racconti o pezzi poetici da psico killer e camuffarli da rabbia adolescenziale, scrivere di uno sguardo incontrato per strada come fosse l&#8217;amore di una vita, magari applicarlo ad uno sguardo di persona reale ma non necessariamente corrispondente per giustificare il mio scrivere d&#8217;un amore che in realtà non esisteva.<br>Era semplice una volta immaginato -profilato- qualcosa di struggente trovare una situazione a cui applicarlo e quindi scriverlo già su una data situazione, era semplice data un immagine nella mente renderla reale su un volto, su un luogo, su qualcosa che rendesse l&#8217;immagine poetica una poetica realtà.<br>Ora il mondo attorno a me è cambiato, complice l&#8217;età, complice una stabilità (psicologica e sentimentale, dato che quella lavorativa decisamente non è per ora).<br>Scrivere un <a href="/blog/del-suo-sorriso-della-bellezza/">racconto sul sorriso di una donna</a>, o l&#8217;immagine di un ricordo di un <a href="/blog/category/racconti/page/2/">istante modificato nel tempo</a>,&nbsp; mi espone al dover spiegare alle persone che ho accanto da dove venga tale immagine, a inventare sia il sorriso della persona che ho accanto o a giustificare perché non lo sia,&nbsp; scrivere del sentimento di <a href="/blog/assenza/">vuoto ed assenza</a> dato dalla mancanza di qualcuno mi espone a dover giustificare da dove venga questo desiderio di scriverlo, a inventare a chi applicarlo per quietare almeno parzialmente il dubbio, l&#8217;incredulità del fatto che possa non essere applicato a nulla di reale se non al ricordo di ricordi, o a un sogno estemporaneo.<br>Scrivere una parafrasi di <a href="/blog/la-genesi-dalla-bibbia-secondo-me/">passi della Bibbia</a> mi espone al dubbio di blasfemia, da giustificare di fronte ai ragazzi che educo nello scoutismo, o più probabilmente ai loro genitori che al giorno d&#8217;oggi attraverso Facebook possono vedere praticamente tutto, compreso questo post.<br>Lo scrivere un <a href="https://www.staipa.it/blog/alex-pt1/">racconto cyberpunk</a> con la cultura che ci sta dietro legata a modi di dire volgari che lo rendono tale mi espone a sua volta agli stessi rischi, scrivere un <a href="/blog/acino/">racconto di morte</a> invece espone al preconcetto che uno sia psicopatico, che non possa educar ragazzi, che stia male e vada educato quando magari è solo il parto di un sogno, o della visione di un film, o di un&#8217;innocente riflessione sulla morte, ma in passato ho scritto e non pubblicato cose ben peggiori che ai miei occhi sono sfoghi, o provocazioni ma agli occhi di una fidanzata, di un genitore, di un datore di lavoro risultano essere tradimenti, sintomi di violenza, mancanza di rispetto.<br>Poco importa se tutto ciò sia alternato con consigli su come cercare di avere un&#8217;informazione non di parte, o se provo a dimostrare l&#8217;esistenza dell&#8217;anima si può pensar di me che io creda d&#8217;esser arrivato chissà dove o essere chissà chi.<br>Infine se talvolta scrivo cose più <a href="/blog/vite/">filosofiche sulla vita</a>, o cose <a href="/blog/sulla-felicita/">sulla felicità</a>, indubbiamente meno interpretabili, eppure a volerla tirar tutta tra le righe ci possono essere lì più pezzi della mia vita vera di quanto ce ne siano nel resto di quanto scrivo, ma non è sempre e solo questo che scrivo o che trovo da scrivere.<br>Io credo non di &#8220;scrivere&#8221; ma di &#8220;trovar qualcosa da scrivere&#8221; trovarlo dove? Nell&#8217;aria, nel mondo, sotto il cuscino, sotto il tappetino dell&#8217;ascensore di lavoro, nella tua tasca, lo trovo lì.<br>E poi io stesso rileggendomi mi chiedo <a href="/blog/rileggermi-scrivere-rileggermi-io-non-sono-me/">chi abbia scritto ciò che ho trovato da scrivere</a>, estraniandomi completamente da me, dal perché ho scritto da cosa ho scritto, dimenticando chi sia lo scrittore.<br>E da tutto questo nasce un ulteriore dubbio, diatriba, una dicotomia del pensiero, perché questo stesso scritto può essere compreso in fondo o può essere lasciato a un livello che mi indichi semplicemente come paranoico.<br>Quindi in definitiva la domanda è perché non scrivo?<br>Per che non scrivo o per chi non scrivo?<br>Non scrivo per chi mi chiede perché scrivo, non scrivo su chi sbaglia a cercare come interpretare ciò i miei scritti, non scrivo per chi quando descrivo un volto si sofferma a pensare a chi sia quel volto e non alla poesia che voglio esprimere, per chi quando scrivo di un amore vuole sapere se quell&#8217;amore esista&nbsp; e non si sofferma a goderne semplicemente l&#8217;immaginario, non scrivo per chi quando descrivo un sentimento mi chiede a chi sia diretto e non si limiti a provare a viverlo per nessuno o tutti o chi vuole come lo vivo io scrivendolo, al contrario non scrivo per chi quando scrivo rabbia e insulti si sente offeso invece di chiedersi a cosa e chi siano rivolti e perché, non scrivo per chi non ha la capacità di astrarre dal conoscermi e non riesca a leggere un mio racconto horror, cyberpunk o splatter come leggerebbe il racconto di uno scrittore sconosciuto.<br>Non scrivo in definitiva per chi giudica e chi legge ciò che scrivo non per quello che scrivo ma per conoscere cose che non vi sono scritte.</p>
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		<title>Assenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 03:15:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Surivived to night, I may going down pensandoti.E ai momenti passati accanto seppur brevi intensi.Tutto questo scatenato da un pensiero: l&#8217;assenza. Non esiste nulla più forte del sentire la mancanza non per la distanza, non per il tempo ma per l&#8217;assenza.Sono tante le persone della mia vita che non ci sono.&#8220;Non ci sono&#8221; non &#8220;sono [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Surivived to night, I may going down pensandoti.<br>E ai momenti passati accanto seppur brevi intensi.<br>Tutto questo scatenato da un pensiero: l&#8217;assenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esiste nulla più forte del sentire la mancanza non per la distanza, non per il tempo ma per l&#8217;assenza.<br>Sono tante le persone della mia vita che non ci sono.<br>&#8220;Non ci sono&#8221; non &#8220;sono lontane&#8221;, &#8220;non so dove sono&#8221; o &#8220;non ci sono più&#8221;.<br>Non ci sono.<br>Quando di una persona si perde il contatto, ogni contatto, ogni modo di trovare un contatto, in qualche modo cessa di esistere, peggio del modo in cui cessa chi muore perché è talmente assente che non sai neppure se sia vivo o morto, se sia. Chi sia.<br>Capita, è la vita, e sono tante le persone scomparse così, nella vita di ognuno, dal compagno di asilo all&#8217;ex collega e non mancano, non sono e non mancano.<br>Ma qualcuna di queste però e, una in pericolare per me, è qualcosa, è molto, è più di un pugno nello stomaco, è assente. Non so più dov&#8217;è, chi è, se è viva o morta, se mai lo saprò, non so. E questa assenza, questa impossibilità di qualsiasi cosa è così priva di qualsiasi essenza da essere un buco nero. Vuoto. Silenzioso ma presente.<br>E questo impedisce di non essere.<br>Impedisce.</p>



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		<title>Ciao Steve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 07:31:02 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="300" height="376" data-attachment-id="2757" data-permalink="https://www.staipa.it/blog/ciao-steve/steve-jobs1/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/steve-jobs1.jpg?fit=300%2C376&amp;ssl=1" data-orig-size="300,376" data-comments-opened="1" data-image-title="Steve Jobs" data-image-description="&lt;p&gt;Steve Jobs&lt;/p&gt;
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<p class="wp-block-paragraph">Ciao Steve.<br>
Al di la di ogni speculazione non c&#8217;è dubbio che l&#8217;impronta lasciata sia enorme.<br>
A me piace ricordarlo così:<br>
</p>



<span id="more-2756"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Discorso del 12 giugno 2005 per i laureandi di Stanford:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie. La prima storia è sull'unire i puntini. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt> Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato? E' cominciato tutto prima che nascessi. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all'ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina. Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d'attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: "C'è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?" Loro risposero: "Certamente". </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l'adozione. Poi accettò di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college. Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l'ammissione e i corsi. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all'epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>N</tt><tt>ell'attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti. Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l'unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Vi faccio subito un esempio. Il Reed College all'epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato. Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E' stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica. Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità.</tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt> Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i persona computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Certamente all'epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all'indietro. Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all'indietro. C</tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>osì, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa - il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.</tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>La mia seconda storia è a proposito dell'amore e della perdita.</tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un'azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L'anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione - il Macintosh - e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Come si fa a venir licenziati dall'azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l'azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Board dei direttori si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa. Non ho saputo davvero cosa fare per alcun imesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me - come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l'ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L'evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo. Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creatvi della mia vita. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt> Durante i cinque anni successivi fondai un'azienda chiamata NeXT e poi un'altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell'attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia. Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E' stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l'unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l'amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l'unico modo per essere realimente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>E l'unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l'avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate.</tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>La mia terza storia è a proposto della morte.</tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: "Se vivrai ogni giorno come se fosse l'ultimo, sicuramente una volta avrai ragione". Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: "Se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?". E ogni qualvolta la risposta è "no" per troppi giorni di fila, capisco che c'è qualcosa che deve essere cambiato.</tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt> Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose - tutte le aspettative di eternità, tutto l'orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire - semplicemente svaniscono di fronte all'idea della morte, lasciando solo quello che c'è di realmente importante. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c'è ragione per non seguire il vostro cuore. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi "addio". Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell'analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie - che era là - mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Ho fatto l'intervento chirurgico e adesso sto bene. Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po' più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi: Nessuno vuole morire. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E' l'agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Quando ero un ragazzo c'era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E' stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E' stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E' stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni. Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell'ultima pagina del numero finale c'era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l'autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c'erano le parole: "Stay Hungry. Stay Foolish.", siate affamati, siate folli. </tt></p>



<p class="wp-block-paragraph"><tt>Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish. Grazie a tutti.</tt></p>
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		<title>Rileggermi, scrivere, rileggermi. Io non sono me?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jul 2011 10:27:35 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Talvolta mi capita di rileggermi, di rileggere quello che ho scritto e mi faccio delle domande.<br />
Ricordo perfettamente per chi ho scritto ogni singola parola, ricordo perfettamente perché ho scritto ogni singola parola, ricordo perfettamente quando ho scritto ogni singola parola, ricordo perfettamente lo stato d&#8217;animo di ogni singola parola, ricordo perfettamente le parole che ho scritto prima di arrivare a scegliere quella parola, ricordo perfettamente i significati reconditi inspiegati nascosti tra le pieghe di ogni frase, ricordo perfettamente.</p>
<p>Quello che non ricordo è chi abbia scritto, cioè, voglio dire leggo alcune cose come</p>
<p lang="it-IT">Sei il cruccio di Venere<br />
sua contendente,<br />
concorrente.<br />
E la tua bellezza è vino.<br />
E la tua dolcezza assenzio.<br />
E il tuo pensiero bianco spino<br />
di una rosa bianca un tempo rossa<br />
rosa.</p>
<p lang="it-IT">E mi chiedo: ok, so perché ho messo bianco spino, ma poi ci penso e&#8230; a me il bianco spino non verrebbe mai in mente.<br />
Leggendo ancora trovo citazioni su Prometeo, qualcosa su Svevo, Psiche e il destino&#8230;</p>
<p>A volte mi chiedo chi scriva le mie parole.</p>
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		<title>Il Credo del Fuffaro (sul complottismo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 20:45:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Qui mi sono imbattuto in un interessante ed esaustivo elenco delle strategie più usate dai ciarlatani in generale e da quelli che bazzicano il web in particolare. Ho pensato di riproporlo con qualche modifica per adattarlo a ciò che accade in forum e blog (l&#8217;originale si riferiva nello specifico all&#8217;ambiente dei newsgroup), in quanto veramente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Qui mi sono imbattuto in un interessante ed esaustivo elenco delle strategie più usate dai ciarlatani in generale e da quelli che bazzicano il <em>web</em> in particolare.<br />
Ho pensato di riproporlo con qualche modifica per adattarlo a ciò che accade in forum e blog (l&#8217;originale si riferiva nello specifico all&#8217;ambiente dei <em>newsgroup</em>), in quanto veramente illuminante, anche perché quella che ho linkato è la versione italiana di una lista di fuffosità varia redatta inizialmente da un gruppo statunitense, a dimostrazione del fatto che tutto il mondo è paese: le regole che seguono, vi ricordano il comportamento di qualcuno, per purissimo caso?</p>
<p>Per essere un Fuffaro come si deve, è necessario seguire le seguenti norme:</p>
<p><a name="1"></a>1.</p>
<div class="ind">Preferite sempre la chiave di lettura cospirazionista rispetto alla chiave di lettura noiosamente banale: le spiegazioni naturali, come ad esempio che a Roswell sia caduto un pallone-sonda, sono per i sempliciotti e per le spie del governo. Se volete andare a letto con quella topina <span style="font-style: italic;">newage</span> tutta curve non ditele che l’astrologia è una cretinata (anche i non-fuffari possono trarre temporaneo beneficio da questo consiglio).</div>
<h4 class="mini"><a name="2"></a>2.</h4>
<div class="ind">Mai cercare la più semplice ed ovvia causa di qualcosa ed in particolare evitate come la peste di menzionare il <a title="Wikipedia: il rasoio di Occam" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Rasoio_di_Occam" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="font-style: italic;">Rasoio di Occam</span></a>: è la vostra nemesi!</div>
<h4 class="mini"><a name="3"></a>3.</h4>
<div class="ind">Dovete essere convinti che la parola «anomalia» significhi «conferma indubitabile» di attività paranormale, o analogamente «dimostrazione inoppugnabile» di presenza aliena, o ancora «prova incontestabile» di misterioso e malvagissimo complotto a livello come minimo mondiale se non intergalattico.<br />
Quindi usate la parola «anomalia» più spesso che potete: eventualmente arricchitela da aggettivi come «inspiegabile», «inquietante», o, se siete in <span style="font-style: italic;">full attack mode</span>, «evidente», «lampante», ed altro che implichi gravi difetti psicofisici in chi osasse trovarla qualcosa di normale.</div>
<h4 class="mini"><a name="4"></a>4.</h4>
<div class="ind">Definite tutto quello che è comunemente accettato, e contro cui vi battete, usando l’aggettivo «ufficiale» in senso dispregiativo, come se si trattasse di un’imposizione proveniente da qualche autorità di cui bisogna diffidare e non di cose che chiunque, solo volendolo, può verificare.<br />
Riempitevi la bocca di frasi che iniziano <span id="more-2537"></span>con «secondo la versione “ufficiale”», «secondo la ricostruzione “ufficiale”», «secondo la scienza “ufficiale”», «secondo la medicina “ufficiale”», «secondo la storia “ufficiale”», «secondo la geografia “ufficiale”», «secondo la matematica “ufficiale”», «secondo l’educazione fisica “ufficiale”», «secondo l’intervallo di ricreazione “ufficiale”», «secondo la pausa pranzo “ufficiale”» e così via.<br />
Ricordate e fate ricordare che tutto quello che si legge sui libri di scuola, su qualsiasi argomento, quando non è palesemente falso, è tragicamente obsoleto e che tutto ciò che viene trasmesso dagli organi di informazione è addomesticato e regolato dalla cricca di <span style="font-style: italic;">potenterrimi</span> massoni / templari / gesuiti / <span style="font-style: italic;">bonesmen</span> / banchieri / bilderberghiani / sionisti / case farmaceutiche / militari / rettiliani / SPECTRE / chi-più-ne-ha-più-ne-metta che governano il mondo dietro le quinte, abilmente celati a tutti tranne che a voi, inarrivabili genii e disvelatori di trame oscure, che più i complotti son segreti, più facilmente li scoprite grazie al vostro infallibile fiuto di segugi.</div>
<h4 class="mini"><a name="5"></a>5.</h4>
<div class="ind">Non accettate <strong>mai</strong> le affermazioni della scienza “ufficiale”, a meno che si tratti di cose in cui credete da anni, come per esempio la gravità o la sferoidalità della Terra o ancora che il Sole irradia calore.<br />
Tenete però conto del fatto che i migliori fuffari, i veri fuoriclasse, riescono a mettere in dubbio anche queste cose, prendendo in seria considerazione ipotesi del tipo «la gravità non esiste, se stiamo attaccati al suolo è solo perché la Terra ruota», o del tipo «è possibile e financo plausibile che la Terra sia cava e noi ne abitiamo la superficie interna», o anche del tipo «il sole è freddo e l&#8217;aria si scalda solo per la sua densità»: il tutto in base a (s)ragionamenti quali «dato che la scienza “ufficiale” non spiega tutto, è come se non spiegasse niente, e tutti, ma proprio tutti, i suoi risultati sono in realtà come minimo opinabili, anzi certamente falsi».</div>
<h4 class="mini"><a name="6"></a>6.</h4>
<div class="ind">Alzate parecchio il gomito mentre scrivete, vi renderà molto più creativi e tutto, ma proprio tutto, avrà più senso per voi.</div>
<h4 class="mini"><a name="7"></a>7.</h4>
<div class="ind">Non vergognatevi di proporre le teorie più assurde e bislacche: giustificatele usando il punto di partenza imprescindibile degli sragionamenti del Vero Fuffaro, e cioè l’affermazione «Tutto è possibile». Usando questa formula magica potrete far passare agli occhi degli ingenui qualsiasi scemenza come qualcosa di serio su cui riflettere: sarà poi un gioco da ragazzi, partendo da essa, passare da «possibile» a «probabile», da «probabile» a «praticamente certo» e da «praticamente certo» a «provato al di là di ogni dubbio».</div>
<h4 class="mini"><a name="8"></a>8.</h4>
<div class="ind">Quando vi fanno notare la palese idiozia delle vostre tesi, così palese da non dover neanche essere spiegata, accusate l’interlocutore di avere la mente chiusa e ottenebrata dalla propaganda “ufficiale”, mentre la vostra è aperta, pura e flessibile come quella di un neonato. Gli altri fuffari adorano il concetto di «mente aperta» e vi accoglieranno nel loro <span style="font-style: italic;">sancta sanctorum</span> senz’altro indugio: come voi, non tollerano quei tipacci cattivi d’animo che chiedono sempre le prove di qualsiasi cosa. Ed esattamente come voi non solo ritengono di avere la mente aperte come quella di un neonato, ma ne hanno anche lo stesso spirito critico e le stesse conoscenze.</div>
<h4 class="mini"><a name="9"></a>9.</h4>
<div class="ind">Ridefinite le parole «scettico» e «scetticismo» per far figurare che il vero scettico sia chi accetta come possibili le vostre ridicole fantasie senza discuterle.</div>
<h4 class="mini"><a name="10"></a>10.</h4>
<div class="ind">Fate presente che sarebbe arrogante e presuntuoso pensare che le cose che sostenete possano essere tutte false: qualcuna vera ci deve essere&#8230; il che significa che avete ragione&#8230; e quindi sono tutte vere, <span style="font-style: italic;">quod erat demonstrandum</span>.</div>
<h4 class="mini"><a name="11"></a>11.</h4>
<div class="ind">Quando state discutendo, la tecnica migliore per “provare” la vostra ipotesi è quella di iniziare con una supposizione, e, quando si arriva a metà messaggio, riferirsi alla supposizione non ancora verificata come se fosse un fatto assodato: questo causerà abbastanza confusione iniziale da concedervi un momentaneo trionfo.</div>
<h4 class="mini"><a name="12"></a>12.</h4>
<div class="ind">Ribadite spesso che in un regime democratico come il nostro ognuno è libero di dire ciò che vuole e tutte le opinioni hanno pari valore, la vostra come quella di chiunque altro: perciò se sostenete che la Terra sia a forma di ciambella, avete ragione tanto quanto chi sostiene sia sferoidale. Quando immancabilmente vi spiegheranno che le opinioni sono un conto, e sono rispettabili in quanto soggettive, mentre affermazioni come le vostre vorrebbero essere oggettive e quindi andrebbero supportate da prove e da fatti, non solo da simpatie, fate orecchie da mercante.</div>
<h4 class="mini"><a name="13"></a>13.</h4>
<div class="ind">Se voi fate affermazioni come «tutti sanno che&#8230;», «è acclarato che&#8230;», «è risaputo che&#8230;» quella è da considerarsi una <span style="font-weight: bold; font-style: italic;">prova inoppugnabile</span>, mentre se qualcun altro scrive «in realtà è stato mostrato che&#8230;» riportandone la dimostrazione, quella è solo una <span style="font-weight: bold; font-style: italic;">mera opinione</span>.</div>
<h4 class="mini"><a name="14"></a>14.</h4>
<div class="ind">Il ragionamento per assurdo è un’arma molto potente, quindi fermatevi nei vostri ragionamenti quando avete raggiunto il vostro obiettivo, instillare il dubbio, e non portateli mai alle loro logiche conseguenze finali: è naturale infatti che partendo da sciocchezze si arrivi alla fine del ragionamento a conclusioni ancora più sciocche, che smaschererebbero in un attimo la stupidità delle tesi di partenza.</div>
<h4 class="mini"><a name="15"></a>15.</h4>
<div class="ind">Se qualcuno vi fa notare le irrazionalità cui porterebbero, logicamente, le vostre strambe teorie e ve ne domanda ragione, rispondete sdegnati che quelle assurdità sono solo apparenti: le spiegazioni ad esse possono conoscerle solo coloro che manovrano i fili nell’ombra e quindi va chiesto a loro. Insomma, trinceratevi dietro il più classico dei «io faccio solo domande, le risposte le devono dare gli organi “ufficiali”», quelli di cui, tanto, non vi fidate a priori e dei quali riterrete sempre insoddisfacente ogni spiegazione e risposta.</div>
<h4 class="mini"><a name="16"></a>16.</h4>
<div class="ind">Ribaltate completamente l’onere della prova: voi avete ragione a prescindere, senza bisogno che dobbiate presentare alcuna evidenza delle vostre affermazioni. Che siano gli altri a dimostrare che siete in torto, se ci riescono.<br />
Per giustificarvi citate il <a title="Vai alla voce di Wikipedia sul «criterio di falsificabilità»" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Falsificabilit%C3%A0" target="_blank" rel="noopener noreferrer">criterio di falsificabilità</a> di <a title="Vai alla pagina di Wikipedia su «Karl Popper»" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Popper" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Popper</a>, naturalmente anch’esso debitamente rovesciato per far sembrare che sia chi nega una teoria (e non chi la propone come in realtà dice il criterio, affinché sia ritenuta scientifica) che dovrebbe mostrare come falsificarla.</div>
<h4 class="mini"><a name="17"></a>17.</h4>
<div class="ind">Non accontentatevi di ribaltare l’onere della prova, pretendete che gli scettici vi portino dimostrazioni completamente impossibili da ottenere e del tutto irragionevoli. Ad esempio, parlando di «cerchi nel grano», come prova che essi non hanno nulla di misterioso e sono fattibilissimi da semplici appassionati armati solo di molto ingegno e pazienza, paletti, corde e assi di legno, non vi accontentate delle testimonianze, dei disegni preparatori che spiegano in dettaglio come operare, delle fotografie e financo di qualche video che riprende in azione i <span style="font-style: italic;">circle-maker</span>: pretendete che vi mostrino le riprese che mostrano che <span style="font-weight: bold;">tutti</span> i cerchi nel grano sono opera di esseri umani.<br />
In caso contrario avete ragione voi nel sostenere che quei disegni sono in realtà opera di alieni e/o di militari impegnati in inquietanti operazioni ultra-iper-top-secret.</div>
<h4 class="mini"><a name="18"></a>18.</h4>
<div class="ind">Rivoltate completamente anche i fondamenti attuali della giurisprudenza: coloro che accusate sono colpevoli fino a prova contraria e voi non dovete dimostrare assolutamente nulla delle vostre accuse. Bentornati nel Medioevo, la caccia alle streghe è aperta.</div>
<h4 class="mini"><a name="19"></a>19.</h4>
<div class="ind">Per (vostra) definizione, tutto ciò che è “ufficiale” è menzognero e serve ad ignobili scopi, quindi voi che lo combattete siete, sempre per (vostra) definizione, persone oneste e probe, dei coraggiosi e incorruttibili paladini della verità: in quanto tali tutto vi è concesso, compreso mentire, manipolare, falsificare, minacciare, insultare e quant’altro.<br />
Quando vi faranno notare la vostra ipocrisia, dato che vi comportate come, se non peggio, i cattivoni-malvagi-e-mentitori che dite di voler ostacolare, uscitevene con il motto «il fine giustifica i mezzi» (probabilmente la più grossa fesseria che sia mai stata scritta, che fa il paio con «tutto è possibile»).</div>
<h4 class="mini"><a name="20"></a>20.</h4>
<div class="ind">Riferitevi a chiunque non si dichiari <span style="font-weight: bold;">immediatamente</span> e <span style="font-weight: bold;">totalmente</span> d’accordo con voi, come ad un mentecatto troppo stupido per capire le vostre meravigliose intuizioni, oppure come ad un “disinformatore venduto e servo del potere” al soldo di qualche maligna entità, pagato al solo scopo di mentire e depistare i ”nobili ricercatori della verità”, quali voi vi ritenete.</div>
<h4 class="mini"><a name="21"></a>21.</h4>
<div class="ind">Cambiate versione spesso e volentieri, a secondo di cosa vi fa più comodo al momento, dato che a voi, in quanto “Paladini della Verità” che combattono le “bieche menzogne ufficialiste”, tutto è concesso e quindi potete infischiarvene della coerenza.<br />
Tipico esempio: se i documenti “ufficiali” vi sbugiardano dite che essi sono per definizione inaffidabili e di parte, quindi senz’altro menzogneri e quindi avete senza dubbio ragione voi che li contraddite; se invece appoggiano una parte di ciò che sostenete prendeteli come oro colato e scandalizzatevi di fronte all’impudenza di chi osa metterli in discussione.</div>
<h4 class="mini"><a name="22"></a>22.</h4>
<div class="ind">Da Veri Fuffari DOC vi è concesso superare abbondantemente il limite dell’ipocrisia e arrivare, se appena possibile, al puro <a title="Vai alla voce su Wikipedia sul «bispensiero orwelliano»" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Bispensiero" target="_blank" rel="noopener noreferrer">bispensiero</a> di orwelliana memoria: non limitatevi a cambiare continuamente versione a seconda di quanto sia per voi vantaggioso, negate decisamente di averla mai cambiata e affermate orgogliosi di aver sempre sostenuto una e una sola cosa.<br />
In pratica, se, dopo qualche vostra arrampicata acrobatica sugli specchi con rigiramento di frittata annesso, qualcuno vi ricordasse le vostre precedenti posizioni, prima correte a cancellare i vostri post incriminati e poi accusate chi ha osato sfidarvi di essere un bieco mentitore che si inventa bugie al solo scopo di screditarvi (in puro stile «<a title="Vai alla voce di Wikipedia sul romanzo «1984» di George Orwell" href="https://it.wikipedia.org/wiki/1984_%28romanzo%29" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="font-style: italic;">1984</span></a>», appunto).<br />
Questa tecnica risulta particolarmente utile <strong>quando</strong> avete scritto bestialità più gigantesche del solito, tali da far accorgere chiunque della vostra totale ignoranza anche nelle materie più elementari (robe tipo che 60•tg 30° farebbe 1800). Ho scritto <em>quando</em> e non <em>se</em> per il semplice motivo che per il Fuffaro di razza è imprescindibile fare certe figure barbine periodicamente, considerato che una delle sue caratteristiche essenziali è quella di avere le conoscenze e la preparazione di un lamellibranco non troppo sveglio, ma al contempo credersi un luminare in praticamente tutto lo scibile umano: logico che uno convinto di sapere tutto e di avere la Verità in tasca per una sorta di diritto divino, in vita sua non farà mai la fatica di studiare qualcosa e non imparerà mai niente.<br />
Se poi, conoscendo voi e la vostra cristallina onestà intellettuale, quel qualcuno si premunisce facendo degli <em>screenshot</em> dei vostri voltafaccia e delle vostre idiozie e poi ve li sbatte in faccia, accusatelo di essere, oltre che un bugiardo, un falsario che ha manipolato l’immagine, come da <a href="#56"><em><strong>Regola 56</strong></em></a> del <em>Credo</em>.<br />
Dopo di ciò, per concludere in bellezza e non farvi mancare nulla, accusate di “bispensiero” e di attuare una “riscrittura orwelliana della storia” gli altri.</div>
<h4 class="mini"><a name="23"></a>23.</h4>
<div class="ind">Due parole: «cambiate paradigma».<br />
Cercate di rispondere al minor numero possibile di domande dirette e di confondere le acque a tutti i costi, usando scenari ipotetici («supponiamo che») per cambiare argomento in continuazione.<br />
Infatti, se vi fermate troppo a lungo su un singolo argomento, rischiate che vi chiedano qualcosa di irritante, come le odiatissime <span style="font-weight: bold;">prove</span>: non lasciate assolutamente che questo accada!<br />
Consultate un creazionista, se vi serve una mano per far pratica di <span style="font-style: italic;">mutatio controversiae</span> (Schopenhauer <span style="font-style: italic;">docet</span>).</div>
<h4 class="mini"><a name="24"></a>24.</h4>
<div class="ind">Se vi mettono nell’angolo chiedendovi insistentemente le evidenze di qualcosa, ribattete che non si può escludere a priori che sia come dite voi, prove o non prove. Molti si allontaneranno scuotendo il capo sconsolati, e questo, naturalmente, significa che avete ragione voi: scrollare il capo lateralmente, dopo tutto, potrebbe essere la stessa cosa di un movimento verticale a mo’ di assenso&#8230; ricordate? <span style="font-weight: bold;">Tutto può essere, quindi è!!!</span></div>
<h4 class="mini"><a name="25"></a>25.</h4>
<div class="ind">Se quello che avete scritto viene smentito da un vostro oppositore, contrattaccate;<br />
se viene smentito da qualcuno che per il resto sostiene la vostra posizione, accettate graziosamente la correzione e lasciate cadere la cosa.<br />
In entrambi i casi, dopo qualche giorno, ripetete tutto da capo ed esattamente come prima, fingendo che nulla sia successo.<br />
Lo stesso naturalmente vale quando cambiate pulpito da cui concionare: nonostante da altre parti vi abbiano dimostrato in mille e un modo tutti i vostri errori, quando vi trovate davanti ad un pubblico nuovo, che non ha assistito alle vostre precedenti figure barbine, ripetete da capo tutte le vostre immaginifiche boiate, inalterate. Dopo tutto siete gli eredi diretti di quei ciarlatani e venditori di olio di serpente che vivevano allo spalle dei gonzi rifilando loro immani schifezze spacciate per miracolose panacee, costretti a cambiare piazza di frequente per non essere linciati da chi cascava nelle loro truffe: certe antiche tradizioni vanno rispettate, perbacco!</div>
<h4 class="mini"><a name="26"></a>26.</h4>
<div class="ind">Ripetete <span style="font-weight: bold;">ossessivamente</span> un concetto o una domanda usando sempre le stesse parole: una tale dimostrazione di logica stringente farà crollare le difese dei vostri avversari.<br />
Ignorate domande ironiche, allusioni a film come «<a title="Wikipedia: Rain Man" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Rain_Man" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Rain Man</a>», o termini più oscuri quali «<a title="YouTube: supercazzora al cimitero" href="https://www.youtube.com/watch/v/lDQUnATw4iU?hl=it&amp;gl=IT&amp;cbrd=1&amp;ucbcb=1" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Sbidiguda. Supercazzora brematurata? Come se fosse antani, con scappellamento a destra</a>»: eventualmente ricordate a questi pagliacci che il <a title="Wikipedia: autismo" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Autismo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">comportamento autistico</a> è tipico delle menti superiori (ripetetelo almeno 15-20 volte, così se non convincerete gli altri, convincerete almeno voi stessi).</div>
<h4 class="mini"><a name="27"></a>27.</h4>
<div class="ind">Nel caso siate in difficoltà, iniziate a porre domande retoriche senza <span style="font-weight: bold;">niente</span> a che vedere con il dibattito in corso: se il vostro interlocutore ignora le vostre domande sciocche, e si ostina a rimanere in argomento, ripetete le domande senza senso più e più volte. Questo farà sì che tutti i gonzi nel pubblico si convincano che il vostro avversario stia evadendo il punto.</div>
<h4 class="mini"><a name="28"></a>28.</h4>
<div class="ind">Una tecnica alternativa consiste nell’andarsene sbattendo la porta, con frasi del tipo «ho meglio da fare, IO, che discutere con voialtri [insulto a piacere], addio» o anche «non ho tempo da perdere, IO, con certi [insulto a piacere] come voi, addio» e variazioni sul tema.<br />
Naturalmente la vostra è solo una finta (altrimenti che fuffari sareste?) e non appena vedrete l’occasione di ritornare con qualche battuta sprezzante, lo farete immantinente più agguerriti (e fuffari) di prima.<br />
I fuffari fuoriclasse, cioè quelli meno cretini (non scrivo <em>i fuffari più intelligenti</em> per non usare un ossimoro) aspettano almeno un giorno prima di fare la loro trionfalistica <em>rentrée</em>, mentre ai fuffari <em>standard</em> di solito bastano pochi minuti: cercare di avere l’ultima parola a tutti i costi è più forte di loro.</div>
<h4 class="mini"><a name="29"></a>29.</h4>
<div class="ind">Date velatamente del bugiardo a chiunque vi si opponga, o tentate qualche altra tattica che, sperabilmente, lo faccia arrabbiare: per esempio ignorate le sue spiegazioni, fraintendetele ripetutamente, fate finta di non capire o qualificate qualsiasi obiezione come insufficiente (esempio classico, esclamare: «tutto qui?»).<br />
Se risponde a tono alle vostre estenuanti provocazioni, portate la discussione sulla sua collera, e accusatelo di insulti e accanimento persecutorio;<br />
se invece rimane calmo e in argomento, <strong>insistete</strong>, anche passando dalle velate insinuazioni agli insulti diretti!!!<br />
Tanto i Veri Credenti del pubblico perdoneranno i vostri peggiori attacchi verbali e ignoreranno i vostri più spericolati giochi di gambe, ma riterranno anche la sua più lieve replica come un attacco personale ingiustificato che mina alla base la sua posizione.</div>
<h4 class="mini"><a name="30"></a>30.</h4>
<div class="ind">Usate a piene mani la <a title="Vai alla spiegazione della «fallacia dello spaventapasseri»" href="https://www.linux.it/~della/fallacies/spaventapasseri.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>fallacia dello spaventapasseri</em></a>, consistente nel travisare le affermazioni altrui e nel criticare quindi non le vere argomentazioni di chi vi contesta ma una loro versione storpiata e facilmente smontabile. Ad esempio potete rafforzate il vostro equivocare con citazioni parziali di quanto hanno scritto gli altri, fatte in modo da stravolgerne il senso, al limite eliminando eventuali «non»: rischioso ma di sicuro effetto.</div>
<h4 class="mini"><a name="31"></a>31.</h4>
<div class="ind">Quando tutto il resto fallisce, pur di non concedere il punto, tentate almeno il pareggio usando il <span style="font-style: italic;">jolly</span> de «la verità sta nel mezzo».<br />
Trattasi di sonora sciocchezza quando si parla di fatti oggettivi visto che, ad esempio, la Terra non può certo essere mezza tonda e mezza a forma di ciambella: quella che sta nel mezzo al massimo è la virtù, ma con gli sprovveduti senza speranza è una frase che funziona a meraviglia.</div>
<h4 class="mini"><a name="32"></a>32.</h4>
<div class="ind">Cercate di sembrare una persona che sa il fatto suo, preparata e competente su tutto.<br />
Per dare questa impressione e per mettere in soggezione chi vi legge, usate frasi molto forbite nella forma, anche se assolutamente vuote nella sostanza, e modi di dire arcaici e desueti, incomprensibili ai più: non preoccupativi, neanche voi dovete in realtà capire le parole che usate, basta che prendiate un dizionario e ne cerchiate qualcuna da inserire qui e là nei vostri sproloqui. Chi si nutre di fuffa di solito ha la preparazione scolastica di un lamellibranco e l&#8217;impressionabilità di una pellicola, quindi si fa facilmente irretire da tali dimostrazioni di “cultura”, convinto com&#8217;è che se un tizio usa certi paroloni deve per forza sapere quello che dice ed avere ragione.<br />
In special modo, infarcite a caso i vostri scritti di termini altisonanti e pseudoscientifici, ancorché privi di significato: disseminate liberamente i vostri discorsi di riferimenti all’«universo olografico», alla «cardinalità transfinita», ai «livelli vibrazionali» e ai «campi di risonanza gastrica» <sup><a href="#Nota_1"><small>[1]</small></a></sup>.<br />
Usate la parola «quantistico» in una frase, anche se avete solo una vaga idea di cosa significhi: per un effetto ancora più impressionante, usatelo come aggettivo della vostra superstizione favorita, per esempio «rabdomanzia quantistica». Sentite come suona serio?<br />
È anche molto utile memorizzare tutti i termini fanta-tecnologici di <span style="font-style: italic;">Star Trek</span>, per quando vi serve in fretta una qualche spiegazione “scientifica”: potete parlare ad esempio di «smorzatori inerziali» o «gelatine bioneurali».</div>
<h4 class="mini"><a name="33"></a>33.</h4>
<div class="ind">Fingete di avere una laurea e/o che la abbiano le persone che vi danno ragione: l’importante è non farsi inchiodare sul tipo di laurea o sul dove e quando sia stata conseguita. Limitatevi a ripetere con forza che ne avete una, e quindi siete superiori, competenti, e non potete sottostare agli interrogatori e alle richieste di prove del primo che passa.</div>
<h4 class="mini"><a name="34"></a>34.</h4>
<div class="ind">Fate finta di aver scritto un libro: nulla dice «io sono al di là delle critiche» come aver scritto un libro. Se vi richiedono il numero ISBN del libro, inventate che tanto nessuno sa come verificarlo.</div>
<h4 class="mini"><a name="35"></a>35.</h4>
<div class="ind">Se vi fanno notare che né voi né coloro che citate possedete una seppur minima preparazione nel campo in cui volete imporre le vostre balzane tesi, osservate sagacemente che avere una specializzazione in un campo lontanissimo dall’argomento discusso dona una chiarezza di visione ineguagliabile: aver lavorato sulla fisiologia delle piante leguminose tropicali in India, per esempio, rende delle autorità sull’allettamento del grano in Inghilterra, e saper usare <span style="font-style: italic;">PhotoShop</span> qualifica per interrogare i testimoni oculari di un avvistamento UFO.</div>
<h4 class="mini"><a name="36"></a>36.</h4>
<div class="ind">Per dare ad intendere che avere l’intero mondo che si oppone alle vostre idee dia ad esse un’autorevolezza e una dignità eccezionali, fate riferimento alla lunga serie di famosi autori di teorie che furono lungamente derise dalla scienza “ufficiale”, per poi essere accettate quando ne furono portate le prove: vi verrà in aiuto il fatto che i molto, ma molto, più numerosi cialtroni autori di teorie rivelatesi sballate non sono, logicamente, diventati famosi, perciò nessuno ve li rinfaccerà mai.<br />
A tal proposito tirate in ballo <a title="Vai alla voce di wikipedia su «Galileo Galilei»" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Galileo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Galileo</a>, poiché era stato ostacolato in ogni modo, pur avendo pienamente ragione: attenzione però che dovete essere abili nell’esporre tale argomentazione, perché essa è sì calzante, ma all’incontrario, nel senso che vi dà torto marcio.<br />
Infatti Galileo aveva in mano solide prove e fu osteggiato non da altri scienziati ma da Santo Uffizio e Inquisizione e solo per questioni riguardanti la religione e la lettura letterale della Bibbia: nel vostro caso, quelli che hanno in mano delle prove sono coloro che non accettano le vostre fanfaluche e siete voi che rifiutate tali prove appunto per la vostra cieca e incrollabile fede nell’esistenza del Mega-Complottone Globale e Totale di turno.</div>
<h4 class="mini"><a name="37"></a>37.</h4>
<div class="ind">Citate <a title="Vai alla voce di Wikipedia su «Albert Einstein»" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Einstein" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Einstein</a>, citatelo spesso, e atteggiatevi come se una qualsiasi frase di Einstein sostenesse la vostra posizione.<br />
Se possibile citate frasi che abbia detto davvero, magari modificando una parolina qua e una parolina là per far risaltare il fatto che, se solo Einstein avesse potuto sapere quello che sapete voi oggi, vi avrebbe sostenuto a spada tratta.<br />
Comunque non è necessario usare delle sue vere frasi, che tanto lui è morto da un sacco di tempo per cui è accettabile se lo rinfrescate un pochino, portandolo al passo coi tempi, e comunque non può più difendersi dalle vostre false atribuzioni: figuratevi che quarant&#8217;anni dopo la sua morte <a href="https://www.snopes.com/fact-check/einstein-on-bees/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">lo hanno fatto persino parlare di api</a>, inventandosi di sana pianta la frase a lui attribuita.</div>
<h4 class="mini"><a name="38"></a>38.</h4>
<div class="ind">Il vostro idolo indiscusso deve essere <a title="Vai alla voce di Wikipedia su «Nikola Tesla»" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Nikola_Tesla" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Tesla</a>: scienziato e ingegnere indubbiamente geniale e poliedrico, prese anche parecchi granchi, specie nell’ultima parte della sua vita, passata in preda a disturbi mentali di tipo ossessivo-compulsivo. Sostenete che avendo egli visto giusto su molte cose, allora doveva aver avuto ragione su tutto, anche quando si mise a vaneggiare di raggi della morte e macchine per fotografare il pensiero: tutte invenzioni strabilianti che egli sicuramente portò a termine, e che furono requisite dall’FBI, per essere accuratamente tenute nascoste.</div>
<h4 class="mini"><a name="39"></a>39.</h4>
<div class="ind">Spiegate continuamente che è assodato che i vostri nemici, i militari e la cricca demo — pluto — giudaico — massonico — templare — bilderberg — rettiliana, sono in possesso di tecnologie e di cure mediche avanzatissime che tengono volutamente nascoste da decenni (vedasi ad esempio le invenzioni futuristiche di Tesla e i segreti rubati all’astronave aliena nascosta nell’<span style="font-style: italic;">Area 51</span>).<br />
Probabilmente avevano i forni a microonde fin dal 1915, e i calendari con Sabrina Ferilli fin dai primi anni Cinquanta: il fatto che oggi si possa realizzare un fotomontaggio pressoché perfetto in pochi minuti dimostra che <a title="Wikipedia: Louis Daguerre" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Daguerre" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Daguerre</a> ha probabilmente imbrogliato.<br />
Il perché i cattivoni dominatori del pianeta, se davvero avessero a disposizione armi e mezzi così eccezionali dovrebbero tenerle ben nascoste invece di usarle, è un’obiezione cui non spetta a voi rispondere (voi fate solo domande, ricordate?): al massimo richiamate la scena finale de «Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta», che per i “ricercatori della verità”, si sa, i film hollywoodiani contengono più verità di mille enciclopedie.</div>
<h4 class="mini"><a name="40"></a>40.</h4>
<div class="ind">La scienza progredisce e nel corso di mezzo millennio di storia sono state espresse un’enorme mole di congetture più svariate, moltissime a sproposito, dai più diversi scienziati: per esempio Einstein, un fisico, espresse stima per teorie geologiche poi rivelatesi sballate.<br />
Vi basterà pertanto cercare fra tutte le ipotesi screditate del passato e quelle non provate del presente, per individuare qualcosa che appoggi le vostre idee favorite: un campo particolarmente fertile è offerto dalla meccanica quantistica, che tanto nessuno sa di preciso cosa sia (nessuno nella vostra platea d’elezione, s’intende).</div>
<h4 class="mini"><a name="41"></a>41.</h4>
<div class="ind">Se vi contestano teorie obsolete e screditate, date battaglia in nome della saggezza degli antichi;<br />
se vi contestano teorie recentissime senza ancora lo straccetto di una prova a favore, ribattete con una violenta invettiva contro la scienza “ufficiale” ancorata al passato e a dogmi obsoleti e screditati.<br />
E come sempre, fregatevene altamente della coerenza.</div>
<h4 class="mini"><a name="42"></a>42.</h4>
<div class="ind">Scovate quell’<span style="font-weight: bold;">unico</span> riferimento che supporta le vostre posizioni e se qualcuno ne trova altri che smentiscono il vostro, ribattete che questo significa che il tizio che ha l’ardire di contrastarvi non riesce a pensare con la propria testa e per questo è costretto ad appoggiarsi agli scritti altrui: come al solito, ignorate tutte le domande su con che coraggio riusciate a prendere una posizione così sfacciatamente ipocrita.</div>
<h4 class="mini"><a name="43"></a>43.</h4>
<div class="ind">Se vi forniscono <em>link</em> che sbugiardano le vostre sparate, scrollate le spalle sospirando che nessuna persona ragionevole si può fidare di quel che trova scritto su Internet.<br />
Di contro, ogni volta che leggete qualcosa su Internet che soddisfi le vostre tesi e pregiudizi, riportatelo ovunque come se fosse un fatto accertato e non datevi mai la pena di fare la più elementare ricerca o verifica in proposito.</div>
<h4 class="mini"><a name="44"></a>44.</h4>
<div class="ind">Di fronte ad eventuali <span style="font-style: italic;">link</span> a corsi di fisica, libri di testo, articoli scientifici e similari che vi vengano proposti, sottolineate come siano scritti in un gergo volutamente incomprensibile, per confondere chi li legge.<br />
In casi veramente estremi, sostenete che non si apre il <span style="font-style: italic;">link</span> e deviate il discorso sui problemi di rete e sui protocolli internet.</div>
<h4 class="mini"><a name="45"></a>45.</h4>
<div class="ind">Continuate a rammentare quell’<span style="font-weight: bold;">unico</span> scienziato “ufficiale” e “rispettabile” che <span style="font-weight: bold;">potrebbe</span> aver detto qualcosa che a sua volta <span style="font-weight: bold;">potrebbe</span> essere <span style="font-weight: bold;">interpretato</span> come fornente un <strong>indizio</strong> che <span style="font-weight: bold;">forse, teoricamente, volendo</span>, supporta la vostra tesi: ancora meglio (<span style="font-weight: bold;">ma non indispensabile</span>) se lo scienziato lo ha detto davvero.<br />
Ignorate eventuali osservazioni sul fatto che la ricerca in questione è vecchia di cinquant’anni, che da allora è stata snaturata, che il suddetto scienziato non aveva esperienza in quel particolare settore, o che esperti di quel settore lo considerano un incompetente (e lo possono pure dimostrare): al contrario, riferitevi a lui come «il più famoso scienziato di tutti i tempi», oppure, meglio ancora, parlate di «innumerevoli scienziati», tutti rigorosamente inesistenti.</div>
<h4 class="mini"><a name="46"></a>46.</h4>
<div class="ind">Se proprio non riuscite a trovare manco un pezzettino di frase scritta da chicchessia e a voi favorevole, citate voi stessi, ma come se vi riferiste a qualcun altro: parlate di voi stessi in terza persona o usando un <span style="font-style: italic;">plurale maiestatis</span> (è ammesso usare uno pseudonimo, del tipo «un noto scienzato che chiameremo X&#8230;») e fatevi vanto di ricevere congratulazioni inesistenti (del tipo «riceviamo una interessantissima <span style="font-style: italic;">e-mail</span> da un cultore della materia&#8230;»).</div>
<h4 class="mini"><a name="47"></a>47.</h4>
<div class="ind">Ovunque siate, fate il possibile per far capire ai nuovi venuti le dimensioni e la gravità della Cospirazione che avvelena l’atmosfera nel <em>web</em>: non appena si intavola una discussione con qualcuno dei più “biechi cospiratori”, intromettevi e interloquite con battutine, risatine e <em>non sequitur</em>, in modo da presentarvi subito come una persona seria e civile. Alla minima incomprensione fra uno “sporco disinformatore” e un nuovo arrivato, siate pronti con un «<em>Visto? Eh? Visto?</em> <img decoding="async" src="data:image/gif;base64,R0lGODlhFAAYAPUAMf////jgIPjYGPDIGOjw8OjIGOjAGODg4OC4ENjY2NiwENioENigCNDQyNDIwMioEMiYCLiQCLiICLCQEKiIEKiACKh4AKCYgKCYeJh4EJhwCJCAYIhoCHhoQHhgOHBYMGhQIGhQCGhICGBQGGBIGFhIEEAwEAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAACwAAAAAFAAYAAAG7kCAcEgsGo9EE9KoFDaXRaX0CXWaqEtC49IhkTqXxhV5wIQoikLhUTFhDlhAwpMhmUgGgWCA0HgSRQkgDwIBAQYmBgECBl4ggEIEGxOFhod4ASRCJBsEQg4hlZaHik0mIQ5CGBSViJiGJicnJhoYQh4KopeJmbIkER5CIAW6o5ckCBAgQiPExsYCBckjt7mWitAFC8CqFQOFiNiGewgMtZ8hCHqN4usLEKiRGxVqjCZ60Y3mnUOCEghqBti5YoKBhRGQhjTwwGEBgocIFjCAwOFDgyNlQmiIwICBBA0i3mRpgMFDiRIeMDTwVKUlgCAAOw==" alt=";-)" />» o similari.</div>
<h4 class="mini"><a name="48"></a>48.</h4>
<div class="ind">Ogni qualvolta compare all’orizzonte qualcuno che, non importa per quale motivo, attacca o critica uno dei “mefitici” individui che “cospirano” contro di voi e le vostre strabilianti scoperte che rivoluzioneranno il mondo, blanditelo, lodatelo, scambiateci battutine, strizzatine d’occhio e ammiccamenti. Ignorate il fatto che ciò vi fa sembrare una coppia di fidanzatini che fanno <span style="font-style: italic;">pucci-pucci</span>, oppure il fatto, seppur evidentissimo, che il nuovo arrivato vuole solo fare caciara o sfogare un astio personale: la cosa importante è che finalmente avete un alleato, primo fido soldato dell’<span style="font-style: italic;">Invincibile Esercito della Verità</span> che marcerà sotto le vostre bandiere.</div>
<h4 class="mini"><a name="49"></a>49.</h4>
<div class="ind">I <em>cumparielli</em> possono essere estremamente utili: se non riuscite a trovare abbastanza anime semplici disposte a credere alle vostre luminose quanto bislacche teorie, createvi numerosi <em>nickname</em> diversi ed inviate risposte ammirate ai vostri stessi messaggi. Naturalmente se avete la possibilità di fare commenti anonimi e quindi non dovete neppure prendervi il disturbo di creare false utenze, approfittatene a piene mani e crete dal nulla un vero e proprio esercito di vostri <em>fan</em>, appunto tutti, rigorosamente, anonimi.<br />
Si sa che sostenere di aver ragione solo perché sono in molti a pensarla allo stesso modo è una nota <em>fallacia</em> logica, detta <a href="https://www.linux.it/~della/fallacies/ricorso-alla-popolarita.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>argomentum ad populum</em></a>, molto ben stigmatizzata da <a href="https://it.wikiquote.org/wiki/Marcello_Marchesi" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Marcello Marchesi</a>: <em>«mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliare»</em>.<br />
Ma voi fregatevene: dato che il vostro <em>target</em> sono i boccaloni irrecuperabili, potrete e dovrete far riferimento ai vostri “numerossissimi” sostenitori, e la massa dei suddetti boccaloni si allineerà, inciampando gli uni addosso agli altri nella foga di uscire dal gregge del «popolo bue» per entrare nel vostro, di gregge.</div>
<h4 class="mini"><a name="50"></a>50.</h4>
<div class="ind">Quando non potete creare utenze fantoccio per darvi ragione da soli, riferitevi con alterigia a plotoni di sostenitori che vi incoraggiano per <em>e-mail</em>, citandone ampi stralci: naturalmente rifiutatevi di fornire dati utili ad accertare l’effettiva esistenza di quelle missive, appellandovi a imprescindibili esigenze di <em>privacy</em>.<br />
Lo stesso vale per presunte missive di minacce, sbandierate per far notare quanto diate fastidio ai “poteri forti”, anche queste rigorosamente senza uno straccio di riferimento che possa permettere di verificare la loro reale esistenza.</div>
<h4 class="mini"><a name="51"></a>51.</h4>
<div class="ind">Già che ci siete, create dei <a title="Vai alla voce di Wikipedia su «fake»" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Fake" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="font-style: italic;">fake</span></a> dei vostri avversari, e spammate con essi i vostri siti e la vostra propaganda, per creare confusione e per far credere che in realtà anche i vostri oppositori vi appoggiano. Magari condite il tutto con qualche bella falsa confessione sull’essere degli “agenti” infiltrati e pagati profumatamente per disinformare, firmata ovviamente con il <em>nick</em> dei vostri “nemici”.</div>
<h4 class="mini"><a name="52"></a>52.</h4>
<div class="ind">Aprite, sotto pseudonimo, un sito con l’elenco ragionato degli scettici che vi si oppongono, accusandoli delle peggiori nefandezze, prima tra tutte l’inossidabile essere degli occultatori che agiscono nell’ombra per nascondere la verità, manipolando le menti attraverso menzogne ammantate di scientificità. Fate frequentemente <span style="font-style: italic;">SPAM</span> con questo indirizzo usando identità alternative e domandando a gran voce perché la polizia non faccia nulla in proposito.</div>
<h4 class="mini"><a name="53"></a>53.</h4>
<div class="ind">Fondate un vostro forum oppure blog o ancora <em>news-group</em> privato, con un manifesto studiato per tenere lontano <span style="font-weight: bold;">chiunque</span> non condivida la vostra “illuminata” immagine del mondo, quindi annunciate trionfanti la nascita di un’oasi di pace, democrazia, amore e rispetto reciproco.<br />
Certo, le voci dissenzienti verranno insultate e gratuitamente diffamate senza pietà e senza che sia loro consentita la minima espressione delle proprie opinioni, men che meno di difenderle in modo ragionato, ma questo è il duro prezzo da pagare per difendere la libertà di pensiero e di parola; la <span style="font-weight: bold;">vostra</span> libertà di pensiero e di parola, beninteso, non certo quella altrui.<br />
Unica accortezza da tenere presente: magari non sottolineate entrambe le facce del <em>Fiero Mondo Nuovo</em> nel medesimo post, che qualche scettico dalla mente obnubilata potrebbe tacciarvi di ipocrisia.</div>
<h4 class="mini"><a name="54"></a>54.</h4>
<div class="ind">Inviate <span style="font-style: italic;">crosspost</span> su qualsiasi spazio pubblico troviate nel <span style="font-style: italic;">web</span>, copincollando praticamente ovunque vi capiti il vostro sito personale, con almeno una decina di post al giorno: assicuratevi di dare ripetutamente fiato alle vostre idee complottiste su un sacco di forum e blog, anche se non collegati all’argomento e quindi palesemente in <span style="font-style: italic;">off topic</span>.<br />
La vostra parola d’ordine deve essere: <span style="font-weight: bold; font-style: italic;"><a title="Visualizza «Spam Song» dei Monty Phyton su YouTube" href="https://www.youtube.com/watch/v/a_1dvPlsuLs?gl=IT&amp;hl=it&amp;cbrd=1&amp;ucbcb=1" target="_blank" rel="noopener noreferrer">SPAM! SPAM! SPAM! SPAM! SPAM! SPAM! SPAM!</a></span> Allagate il <span style="font-style: italic;">web</span>!</div>
<h4 class="mini"><a name="55"></a>55.</h4>
<div class="ind">Quando i proprietari e i fruitori legittimi dei siti che avete preso di mira col vostro <em>SPAM</em> dissennato si stuferanno di vedere il loro spazio monopolizzato da voi e dai vostri ossessivi interventi, e, esasperati, vi inviteranno a darvi una calmata o andarvene fuori dalle scatole, cominciate a gridare alla “censura”.</div>
<h4 class="mini"><a name="56"></a>56.</h4>
<div class="ind">Se i vostri sporchi giochetti vengono portati alla luce, sostenete con veemenza che non vi sono prove che voi siate un ciarlatano, un fuffaro, uno spammer, un troll e un bugiardo: riferitevi alle prove in tal senso come interpretazioni, oppure becera disinformazione, o ancora dei falsi fabbricati ad arte.<br />
Avvertite che state per sferrare il colpo finale contro questi cinici mentitori che vi infangano, scoprendo le vostre formidabili carte, che finora avete tenuto abilmente celate: dopo di che tali abietti figuri dovranno pagare amaramente la follia che li ha spinti a sfidarvi.</div>
<h4 class="mini"><a name="57"></a>57.</h4>
<div class="ind">Tenete sempre presente che <span style="font-style: italic;">La Cospirazione Contro Di Voi</span> può fare praticamente ogni cosa: diamine, dopotutto, hanno tenuto nascosti i motori ad acqua per tutti questi anni!<br />
Inoltre ricordate che questo universo è né più né meno che <strong>PERFETTO</strong> e ogni singolo accadimento <strong>ha per forza una ragione ben precisa ed imputabile solo e unicamente a qualche malvagia entità vostra nemica</strong>: imperfezioni, sbagli, sfortunate coincidenze e roba simile semplicemente non esistono, e qualsiasi cosa accada di indesiderato da voi, è senz&#8217;altro e senza ombra di dubbio una diabolica macchinazione dei soliti “biechi cospiratori” ai vostri danni.<br />
Quindi, qualsiasi problema di comunicazioni, compresi problemi ai satelliti, linee telefoniche difettose, rumorini alla cornetta, messaggi spariti o comparsi in ritardo, segnali di occupato mentre tentate di connettervi al <span style="font-style: italic;">provider</span>, radio rimaste accese durante la telefonata, mosche che ronzandovi attorno vi fanno perdere la concentrazione mentre stavate partorendo la soluzione finale a tutti i mali dell&#8217;Universo conosciuto (e pure di qualcuno sconosciuto) possono e anzi devono essere imputate alla <em>Grande Cospirazione Universale</em>, che sta cercando di soffocare la verità in generale e ostacolare voi, gli unici Eletti, gli unici Consapevoli, in particolare.<br />
Naturalmente, se per caso siete così fortunati da non incontrare mai alcun problema o disfunzione, nulla vi vieta di inventarveli: anzi è caldamente consigliato farlo comunque.</div>
<h4 class="mini"><a name="58"></a>58.</h4>
<div class="ind">Datevi aria di importanza, rivelando di avere la certezza che il vostro telefono è sotto controllo e siete costantemente spiati da orde di agenti segreti: gli organizzatori del Grande Complotto sono potentissimi e controllano il mondo intero, ma evidentemente sono letteralmente terrorizzati da voi e da quello che scrivete.</div>
<h4 class="mini"><a name="59"></a>59.</h4>
<div class="ind">Quando non siete occupati ad atteggiarvi a vittima e povero martire, ricordatevi di informare ogni tanto i vostri oppositori che avete fornito tutte le informazioni raccolte su di loro alla locale Polizia, Polizia Postale, Servizi Segreti, Carabinieri, Bersaglieri, Corazzieri, Guardia di Finanza, Guardia Costiera, Guardia Forestale, Guardie a Cavallo e Guardie Svizzere o ad <span style="font-style: italic;">Amici Molto In Alto</span>, accennando al fatto che questi si sono dimostrati <span style="font-weight: bold;">moooooolto</span> interessati a quello che avevate da dire. Non è che dobbiate veramente raccogliere informazioni o inviarle a chicchessia, ma questo terrà i vostri avversari sulle spine e li renderà paranoici.<br />
Nei casi più ostinati, iniziate a fare velati riferimenti ai vostri parenti avvocati, al giorno in cui toglieste una spina dalla zampa di Toto Riina, o alle feste che vi fanno quando fate una capatina dai vostri carissimi amici a Forte Braschi: cercate di terrorizzarli dicendo che la Legge è alle loro porte e che la loro libertà durerà al massimo ancora pochi minuti.</div>
<h4 class="mini"><a name="60"></a>60.</h4>
<div class="ind">Nel caso la vostra posizione appaia senza speranze, con tutto il pubblico che sta sghignazzando alle vostre spalle, e abbiate perso qualsiasi credibilità, avviandovi ad entrare in lizza per il <a title="Wikipedia: premio IgNobel" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Premio_Ig_Nobel" target="_blank" rel="noopener noreferrer">premio <span style="font-style: italic;">IgNobel</span></a>, minacciate non solo i vostri oppositori ma <span style="font-weight: bold;">tutti quelli a tiro</span> con una bella querela: non dovete veramente sporgerla, che la legge non è tenera con le <a title="Studio legale on-line su ingiuria, diffamazione e calunnia" href="http://www.studiolegale-online.net/penale_r02.php" target="_blank" rel="noopener noreferrer">denunce infondate</a>, solo fare una vuota minaccia. Questo convincerà gli spettatori che siete una persona con la quale non si scherza!</div>
<h4 class="mini"><a name="61"></a>61.</h4>
<div class="ind">Alternate i racconti in cui vi dipingete come vittime predestinate del sistema marcio e corrotto a causa della vostra autonomia di pensiero, appartenenti ad uno sparuto gruppo di eroi senza macchia e senza paura che soli lottano contro le preponderanti forze del male, a perentorie affermazioni in cui sostenete che oramai sono tantissimi quelli che non abboccano più alla <span style="font-style: italic;">Infida e Menzognera Versione Ufficiale</span>.<br />
Anzi, ribaltate completamente la faccenda, dicendo che ormai c’è rimasto soltanto il vostro interlocutore e al più due o tre altri irriducibili, che saranno presto costretti ad abiurare di fronte all’evidenza. Postate statistiche trionfali sulle percentuali di credibilità della vostra tesi, ma, nel caso, cercate se possibile di non eccedere il 100%: gli scettici infami non attendono altro.</div>
<p>Avremo modo, nei prossimi articoli, di esemplificare chiaramente come una gran quantità dei punti sopra esposti sono seguiti fedelmente dagli adepti della <span style="font-style: italic;">Sacra Setta delle Scie Chimiche</span>: naturalmente a primeggiare in questi comportamenti sono gli autoproclamatisi guru della setta, i Marcianò Bros, <span style="font-style: italic;">Straker</span> e <span style="font-style: italic;">Zret</span>.</p>
<div class="post-inbody">
<ol>
<li><em><a name="Nota_1"></a>Il termine specifico per tali sproloqui pseudo-scientifici è </em><a title="Vai alla voce di Wikipedia su «technobabble»" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Technobabble" target="_blank" rel="noopener noreferrer">technobabble</a><em>, letteralmente</em> tecnobalbettio <em>che però io preferisco tradurre in</em> tecnobubbole <em>o</em> <a title="Vai alla voce di Wikipedia su «supercazzora»" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Supercazzora" target="_blank" rel="noopener noreferrer">tecnocazzora</a>.</li>
</ol>
<h2><a href="https://giornidiordinariafollia.blogspot.com/2008/06/il-credo-del-fuffaro.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">FONTE giornidiordinariafollia.blogspot.com</a></h2>
</div>
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		<title>Del suo sorriso, della bellezza.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 12:35:02 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni difetto, fisico o psicologico che fosse.</div>
<div id="_mcePaste">Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni cosa che non fosse il mio cuore, o forse il cuore di chiunque abbia un minimo, infinitesimo gusto per la bellezza: la bellezza in genere, non i visi, le donne, non i paesaggi, non i tramonti estivi in lidi caraibici, la bellezza in genere, un ideale più alto.</div>
<div id="_mcePaste">Un sorriso di quelli che immagini sorridere anche quando chi lo porta sta piangendo, un sorriso che anche nel momento più drammatico avrebbe la capacità di farti pervadere da un senso di bene profondo.</div>
<div id="_mcePaste">Quel giorno ero ad una festa, difficilmente ricordo neppure cosa si festeggiasse, c&#8217;era molta gente e poca che si conoscesse ed in mezzo a tutta quella gente d&#8217;un tratto vidi un sorriso, uno di quelli che ti entrano dentro e poi non li puoi più scordare. Un sorriso di quelli che potresti passare su tutto il resto, di quelli che saprebbero donarti un gioia anche nel peggiore dei momenti.</div>
<div id="_mcePaste">Che bel viso, pensavo, no non tanto il viso in se ma il sorriso, quelle labbra così&#8230;. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che potresti essere la persona più brutta del mondo che la tua bellezza lascerebbe alle spalle ogni altro pensiero. Che poi non ce ne è il bisogno perché non è solo il sorriso ma tutto, come è la forma del tuo collo, il seno pronunciato e ben formato e&#8230; no in effetti forse qualcosa&#8230;. ma no, quello sguardo, quel sorriso&#8230; il sorriso, quelle labbra così&#8230;. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che&#8230;. e poi improvvisamente ti girasti e non riuscii più a vederti, a trovarti.</div>
<div id="_mcePaste">Nei giorni successivi mi misi a cercare nelle foto, nelle foto di amici, ovunque il tuo viso finché non riuscii, nella foto di un amico, a scorgerlo. Si, in realtà era una foto di oscena ubriachezza, il mio amico in una posa plastica a mimare qualcosa che non vorrei pronunciare qui aveva come sfondo il tuo sorriso che guardava giusto verso la fotocamera, forse dietro la fotocamera, forse me dietro la fotocamera. Ma non voglio illudermi di un tale sogno.</div>
<div id="_mcePaste">Eri tu. Cioè quello che conoscevo di te. Tutto quello che conoscevo di te.</div>
<div id="_mcePaste">Tutto quello che avrei conosciuto se mi fossi fermato a quel punto.</div>
<div id="_mcePaste">E così cominciai a chiedere di te, arrivai a lasciare nel locale ed altrove copie della tua foto, ovviamente dopo aver rimosso la parte oscena, a pubblicare su internet questa mia ricerca di quel sorriso, la ricerca della bellezza, non in senso puramente estetico ma in quel senso più alto che puoi comprendere solo quando ti ci trovi dinnanzi. E quando la trovi non puoi lasciarla sfuggire, non puoi che perpetrare la tua ricerca, vivere quel sogno. Non era amore, affetto, sentimento, non è mai stato nulla di questo, ma ricerca della bellezza, solo della bellezza.</div>
<div id="_mcePaste">La ricerca andò avanti per mesi, anni forse, non lo so, non ne ho più memoria ormai, vidi quel sorriso per pochi istanti talvolta sul volto di altre ma scompariva in un attimo perché non vero, perché non tuo.</div>
<div id="_mcePaste">È all&#8217;improvviso che oggi sei tornata come un fantasma del passato all&#8217;improvviso. Un trafiletto sul giornale che parla di te, c&#8217;è la tua foto, c&#8217;è finalmente il tuo nome, e c&#8217;è l&#8217;addio di chi ti ha amato.</div>
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		<title>Noemi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 May 2010 09:37:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non è passato moltissimo da quando ho criticato la produzione della cantante Noemi dicendo che la stavano sprecando, scrivevo testualmente La sua vocalità è indubbiamente superiore a molte delle cantanti che girano, ma la musica? La musica ha solo lo scopo di supportare la voce. Musica piatta. Togli la voce e resta un giro blues [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è passato moltissimo da quando <a href="https://www.staipa.it/blog/sulla-musica-italiana-moderna-soprattutto-sulle-produzioni/" target="_blank">ho criticato la produzione della cantante Noemi</a> dicendo che la stavano sprecando, scrivevo testualmente</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>La sua vocalità è indubbiamente superiore a molte delle cantanti che girano, ma la musica? La musica ha solo lo scopo di supportare la voce. Musica piatta.<br />
Togli la voce e resta un giro blues a caso, che cambia giusto un po’ per il ritornello.<br />
Stimo molto la voce, la tecnica vocale di Noemi, più di quanto si possa stimare la banalità della voce di Grignani, e forse come cantante farà strada, ma il brano, il brano specifico non durerà perché non c’è musica, perché non c’è un atmosfera elaborata e costruita ad arte, così come nella gran parte degli artisti italiani di ora.</em></p>
<p>Parlavo del brano &#8220;Briciole&#8221; il suo primo singolo, inizialmente non incluso nel primo album &#8220;Sulla mia pelle&#8221; ed incluso successivamente nella versione Deluxe (altra nota negativa verso la produzione che per vendere di più fa comprare due volte lo stesso album ai fan accaniti [o ottiene di farlo scaricare?!]).</p>
<p>Ascoltando i brani successivi devo ammettere che hanno decisamente virato direzione, perfino la cura della voce è cambiata migliorando notevolmente. A tratti si sente ancora &#8220;l&#8217;immaturità&#8221; della voce ma le possibilità sono enormi, sia sul <span id="more-2269"></span>cantato soft che quello un po&#8217; più aggressivo.<br />
Ma era della produzione che si parlava, non della voce di lei che era già assodato fosse di alto livello.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/BgVEZpo4MgA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>Ok io ho di per se una passione per la voce della Mannoia, ma ammiro come sia stata scelto l&#8217;affiancamento delle voci. Avrebbero potuto scegliere di affiancare una voce più commerciale, invece la voce della Mannoia è stata scelta ad arte del gusto, simile alla voce di Noemi ma meno aspra si mescola alla sua in un intreccio perfetto, con un brano che inizia con una voce risoluta e senza fronzoli, diretta, pian piano cresce e sotto cresce l&#8217;arrangiamento della musica, alle frasi &#8220;ahh se fosse così facile&#8221; il suoni al di sotto diventano sospesi, sognanti, poi il brano riprende. Solo nella seconda parte entra la voce di Fiorella, un po&#8217; più risoluta, con i suoni sotto un po&#8217; più forti, la voce poteva essere anche quello di Noemi ma poi si capisce il perché della decisione di usare l&#8217;altra, ossia l&#8217;intreccio che si sente subito dopo che da quel senso di stacco, la voce di Noemi usata per le parti rafforzative e quella di Fiorella che fa la parte più &#8220;normale&#8221;, e poco dopo le due voci che si fanno da seconda voce a vicenda in un crescendo di forza che lascia spazio alla chiusura di Noemi sola. Sono riusciti ad inserire una voce famosa e bella senza togliere spazio alla cantante principale ma valorizzandola.<br />
Lo trovo stupendo.</p>
<p>Ne &#8220;i Sentimenti&#8221;<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/IXVJZWqFYWU&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>Si sente una voce più scura, su una base più ritmata, il testo inizia con un&#8217;apparente pessimismo ricco di luoghi comuni che invece si trasformano in una critica verso un uomo, forse verso molti uomini che ragionano a quel modo.<br />
La musica inizia come base poco importante ma comunque ben curata per crescere con la voce con misto tra chitarre, violini e batteria. Quando arriva a ripetere ossessivamente &#8220;Piove&#8221; da l&#8217;idea di quando in un pensiero ci si ferma su un dettaglio, un ricordo, un momento&#8230; e poi ricomincia il brano con le frasi che ora si capisce essere quelle dette dall&#8217;uomo che ha lasciato la protagonista, e il brano prosegue con immagini come di quadri, forse un album fotografico per fermarsi sempre su quella pioggia e le risposte di lei alle frasi, di lui, la spiegazione di cosa sono i sentimenti per lei, e la musica sempre in crescita e cambiamento, fino verso la fine con la batteria leggera ma più ritmata, i violini che crescono e le chitarre che calano, fino ad una chiusura sognante, come forse uno scoppio di lacrime e un abbandonarsi sul letto, giusto quando cresce nuovamente la chitarra per un breve solo tipicamente anti commerciale (per il commercio odierno) ma così giusto nel contesto.</p>
<p>Infine l&#8217;ultimo brano di cui voglio parlare è la traccia che da il nome all&#8217;album, &#8220;sulla mia pelle&#8221;<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/jMXqoA-dW5k&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>Vale la pena citarla in quanto qui la cantante si confronta con uno stile Soul/swing, anche qui la produzione contrariamente al primo singolo ha posto una cura enorme, con una introduzione ricca di effetti e molto spazio perla voce, solo qualche campionatura, una chitarra e la batteria leggera, lasciando ammirare la voce e la ricchezza delle armoniche della stessa, poi pian piano aumentano il numero di suoni, entra un piatto leggero, un sax tenore che si intreccia con la voce lasciando sempre enorme spazio a quest&#8217;ultima, la chitarra si fa più articolata continuando a cambiare ma restando sempre poco invasiva.<br />
A tratti la voce passa da voce dolce a un lieve rauco misurato, entrano un po&#8217; di cori.. che chiamo strumentali in quanto con lo stesso scopo di una sezione fiati, il brano non è lungo ma non ha fretta, si prende le sue pause, chiude con una ripetizione tipicamente jazzistica in cui la cantante può mostrare un po&#8217; le sue capacità vocali senza particolari dimostrazioni di potenza ma enormi dimostrazioni di saper controllare ogni dettaglio.</p>
<p>I brani belli nell&#8217;album sono molti, lasciando anche spazio a qualche  stacco totalmente commerciale e a pezzi più rock o più soul spaziando tra diversi stili ma mantenendo una compattezza rara negli album moderni.<br />
Sono felice che ogni tanto esca qualche buona produzione come questa, oggigiorno non capita spesso.</p>
<p>Da musicista però non posso non ascoltare come canta in live&#8230;<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/Cg8Pgzeg1_4&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>Da un lato mi fa sorridere il vederla impacciata che non sa molto tenere il palco e continua a toccarsi l&#8217;orecchio o a muoversi un po&#8217; goffamente, dall&#8217;altro ascolto i dettagli vocali, ho scelto un video filmato da telecamera perché risulta più &#8220;sporco&#8221; non ci sono i filtri della TV e nonostante le telecamere amatoriali tendano ad andare in saturazione si ha la sicurezza che la voce non sia troppo corretta.<br />
La voce regge alla grande nonostante la fatica di un fine concerto riesce a passare dai bassi volumi all&#8217;urlato rauco, forse ancor più bello dell&#8217;album quasi da Janis Joplin senza grosse stonature, non perde l&#8217;occasione di un finale lievemente allungato.<br />
Eheheh e quasi si dimentica di fermarsi a fare l&#8217;inchino col gruppo.</p>
<p>Beh devo dire che mi devo ricredere sulla produzione che gestisce questa cantante che comunque in se stimavo già in precedenza.</p>
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		<title>Roberto Saviano scrive a Silvio Berlusconi &#034;&#034;Il premier mi vuole zittire ma sui clan non tacerò mai&#034;</title>
		<link>https://www.staipa.it/blog/roberto-saviano-scrive-a-silvio-berlusconi-il-premier-mi-vuole-zittire-ma-sui-clan-non-tacero-mai/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 17:41:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[Lo scrittore: &#8220;Assurdo preferire il silenzio, Berlusconi si scusi con le vittime&#8221;. &#8220;Non so se Mondadori è ancora adatta a me&#8221; di ROBERTO SAVIANO Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scrittore: &#8220;Assurdo preferire il silenzio, Berlusconi si scusi con le vittime&#8221;. &#8220;Non so se Mondadori è ancora adatta a me&#8221; di ROBERTO SAVIANO</p>
<p></p>
<p>Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di &#8220;supporto promozionale alle cosche&#8221;. Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d&#8217;Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt&#8217;ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.</p>
<p>è meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è un&#8217;espressione ancor prima di<span id="more-2227"></span> divenire il nome di un&#8217;organizzazione.<br />
Io credo che solo e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?</p>
<p>Il ruolo della &#8216;ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d&#8217;affari &#8211; cento miliardi di euro all&#8217;anno di profitto &#8211; un volume d&#8217;affari che supera di gran lunga le più granitiche aziende italiane. Questo può non esser detto? Lei stesso ha presentato un dato che parla del sequestro alle mafie per un valore pari a dieci miliardi di euro. Questo significa che sono gli scrittori ad inventare? Ad esagerare? A commettere crimine con la loro parola? Perché? Michele Greco il boss di Cosa Nostra morto in carcere al processo contro di lui si difese dicendo che &#8220;era tutta colpa de Il Padrino&#8221; se in Sicilia venivano istruiti processi contro la mafia. Nicola Schiavone, il padre dei boss Francesco Schiavone e Walter Schiavone, dinanzi alle telecamere ha ribadito che la camorra era nella testa di chi scriveva di camorra, che il fenomeno era solo legato al crimine di strada e che io stesso ero il vero camorrista che scriveva di queste storie quando raccontava che la camorra era impresa, cemento, rifiuti, politica.</p>
<p>Per i clan che in questi anni si sono visti raccontare, la parola ha rappresentato sempre un affronto perché rendeva di tutti informazioni e comportamenti che volevano restassero di pochi. Perché quando la parola rende cittadinanza universale a quelli che prima erano considerati argomenti particolari, lontani, per pochi, è in quell&#8217;istante che sta chiamando un intervento di tutti, un impegno di molti, una decisione che non riguarda più solo addetti ai lavori e cronisti di nera. Le ricordo le parole di Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone pronunciate poco prima che lui stesso fosse ammazzato. &#8220;La lotta alla mafia è il primo problema da risolvere &#8230; non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni le spinga a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale della indifferenza della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l&#8217;appoggio morale dà al lavoro dei giudici, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze&#8221;.</p>
<p>Il silenzio è ciò che vogliono. Vogliono che tutto si riduca a un problema tra guardie e ladri. Ma non è così. E&#8217; mostrando, facendo vedere, che si ha la possibilità di avere un contrasto. Lo stesso Piano Caserta che il suo governo ha attuato è partito perché è stata accesa la luce sull&#8217;organizzazione dei casalesi prima nota solo agli addetti ai lavori e a chi subiva i suoi ricatti.<br />
Eppure la sua non è un&#8217;accusa nuova. Anche molte personalità del centrosinistra campano, quando uscì il libro, dissero che avevo diffamato il rinascimento napoletano, che mi ero fatto pubblicità, che la mia era semplicemente un&#8217;insana voglia di apparire. Quando c&#8217;è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l&#8217;allarme? Guardando a chi ha pagato con la vita la lotta per la verità, trovo assurdo e sconfortante pensare che il silenzio sia l&#8217;unica strada raccomandabile. Eppure, Presidente, avrebbe potuto dire molte cose per dimostrare l&#8217;impegno antimafia degli italiani. Avrebbe potuto raccontare che l&#8217;Italia è il paese con la migliore legislazione antimafia del mondo. Avrebbe potuto ricordare di come noi italiani offriamo il know-how dell&#8217;antimafia a mezzo mondo. Le organizzazioni criminali in questa fase di crisi generalizzata si stanno infiltrando nei sistemi finanziari ed economici dell&#8217;occidente e oggi gli esperti italiani vengono chiamati a dare informazioni per aiutare i governi a combattere le organizzazioni criminali di ogni genealogia. E&#8217; drammatico &#8211; e ne siamo consapevoli in molti &#8211; essere etichettati mafiosi ogni volta che un italiano supera i confini della sua terra. Certo che lo è. Ma non è con il silenzio che mostriamo di essere diversi e migliori.</p>
<p>Diffondendo il valore della responsabilità, del coraggio del dire, del valore della denuncia, della forza dell&#8217;accusa, possiamo cambiare le cose.</p>
<p>Accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al paese non è un modo per migliorare l&#8217;immagine italiana quanto piuttosto per isolare chi lo fa. Raccontare è il modo per innescare il cambiamento. Questa è l&#8217;unica strada per dimostrare che siamo il paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, e non il paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan. Credo che nella battaglia antimafia non ci sia una destra o una sinistra con cui stare. Credo semplicemente che ci sia un movimento culturale e morale al quale aspirare. Io continuerò a parlare a tutti, qualunque sarà il credo politico, anche e soprattutto ai suoi elettori, Presidente: molti di loro, credo, saranno rimasti sbigottiti ed indignati dalle sue parole. Chiedo ai suoi elettori, chiedo agli elettori del Pdl di aiutarla a smentire le sue parole. E&#8217; l&#8217;unico modo per ridare la giusta direzione alla lotta alla mafia. Chiederei di porgere le sue scuse non a me &#8211; che ormai ci sono abituato &#8211; ma ai parenti delle vittime di tutti coloro che sono caduti raccontando. Io sono un autore che ha pubblicato i suoi libri per Mondadori e Einaudi, entrambe case editrici di proprietà della sua famiglia. Ho sempre pensato che la storia partita da molto lontano della Mondadori fosse pienamente in linea per accettare un tipo di narrazione come la mia, pensavo che avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse. Dopo le sue parole non so se sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occupati di mafie esponendo loro stessi e che Mondadori e Einaudi in questi anni hanno pubblicato. La cosa che farò sarà incontrare le persone nella casa editrice che in questi anni hanno lavorato con me, donne e uomini che hanno creduto nelle mie parole e sono riuscite a far arrivare le mie storie al grande pubblico. Persone che hanno spesso dovuto difendersi dall&#8217;accusa di essere editor, uffici stampa, dirigenti, &#8220;comprati&#8221;. E che invece fino ad ora hanno svolto un grande lavoro. E&#8217; da loro che voglio risposte.</p>
<p>Una cosa è certa: io, come molti altri, continueremo a raccontare. Userò la parola come un modo per condividere, per aggiustare il mondo, per capire. Sono nato, caro Presidente, in una terra meravigliosa e purtroppo devastata, la cui bellezza però continua a darmi forza per sognare la possibilità di una Italia diversa. Una Italia che può cambiare solo se il sud può cambiare. Lo giuro Presidente, anche a nome degli italiani che considerano i propri morti tutti coloro che sono caduti combattendo le organizzazioni criminali, che non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta.<br />
©2010 Roberto Saviano/<br />
Agenzia Santachiara</p>
<p>(<em>17 aprile 2010</em>)</p>
<h3><a href="https://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/lettera_saviano-3407443/">FONTE </a></h3>
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		<title>Sulla musica italiana moderna. Soprattutto sulle produzioni.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 20:56:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[si, ho scelto un brano un po' poco &#34;classico della musica italiana&#34; e un artista un po' troppo &#34;fighetto&#34; come esempio di buona musica italiana, ma devo ammettere che sono quindici anni che aspetto di dire questa cosa.<br />Da quando &#232; uscito il primo album di Grignani.<br /><object width="425" height="344">
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										<content:encoded><![CDATA[<p>si, ho scelto un brano un po&#8217; poco &#8220;classico della musica italiana&#8221; e un artista un po&#8217; troppo &#8220;fighetto&#8221; come esempio di buona musica italiana, ma devo ammettere che sono quindici anni che aspetto di dire questa cosa.<br />
Da quando è uscito il primo album di Grignani.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/tEm1K0P3cUI&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object><br />
Premetto che Grignani non mi piace in genere se non appunto per<span id="more-6"></span> il primo (e il secondo) album.<br />
Mi sono sempre chiesto perché questo album sia così bello, e il resto delle sue produzioni mi faccia addormentare.<br />
Mi sono chiesto perché come questo album ci sono alcuni album di musica italiana che acolterò altre mille volte e alcuni che invece dopo poco mi annoiano terribilmente.<br />
Ho analizzato la cosa più volte.<br />
I testi sono diversi? No, Grignani in questo album non ha usato tesi particolarmente migliori di altri artisti, ne melodie particolarmente accattivanti.<br />
C&#8217;è qualcos&#8217;altro. Qualcosa che c&#8217;è nella musica buona e che oggi si sta perdendo.<br />
Un giorno poi ho conosciuto il produttore di questi due album, tale Massimo Luca, (chitarrista tra le altre cose di Battisti e della gran parte dei cantautori più famosi e produttore di molti album di buon livello) il quale mi ha parlato di atmosfere. Mi ha parlato di come si, sia valida la regola che una canzone bella è bella anche solo con chitarra acustica e voce e che difficilmente una canzone che non sia bella così sarà bella in altre versioni, si ma la produzione è fondamentale.<br />
Il suono.<br />
Il suono.<br />
La ricerca del suono.<br />
Sono tornato ad analizzare quell&#8217;album prodotto da lui e questa canzone.<br />
La chitarra che parte lenta, nulla di complesso, ma la tastiera sotto che fa da tappeto inizia a creare un atmosfera, siamo distanti dal mondo, staccati, distaccati.<br />
La voce inizia filtrata, anch&#8217;essa distante, come un pensiero, come un altro mondo.<br />
L&#8217;andamento è molto simile a quello della chitarra e della voce.<br />
Al secondo 29 dopo un giro la voce prende coscienza di se, perde il filtro e inizia a decidere cosa vuole fare &#8220;ed allora volo via&#8221;, entra la batteria, entra la decisione. Ma sempre con dolcezza. Parte il viaggio.<br />
Ma il brano non è ancora del tutto lanciato, siamo ancora all&#8217;inizio del viaggio.<br />
Al secondo 56 parte sul serio. Poteva essere semplicemente chitarra acustica e batteria ed invece una chitarra elettrica cantilentante, apparentemente inutile contribuisce alla creazione dell&#8217;atmosfera che non viene mai lasciata andare a se stessa.<br />
Al secondo 1.29 si torna a sognare, si torna di nuovo all&#8217;inizio dopo aver intrapreso il viaggio, si ricomincia a vedere il mondo in un modo diverso, e così i suoni si ripetono apparentemente, ma la chitarra sotto è diversa, più elaborata, arpeggia invece di cantilenare, i suoni sono più aperti, più chiari, anche nel ritornello il suono è più aperto.<br />
Dopo il ritornello invece di tornare all&#8217;inizio il viaggio continua con un solo della chitarra che ricorda il volo, che sarebbe adattissimo ad immagini in volo radente dall&#8217;alto, e i suoni che salgono e scendono in modo cantilenante continuano a ripetersi per quanto riguarda le note, ma con un suono aggressivo e velocizzati, mantenendo compattezza del brano ma dando carica e significato diverso.</p>
<p>La trovo un capolavoro.<br />
Sarebbe stato lo stesso se l&#8217;attenzione fosse stata tutta alla voce e per nulla al suono?<br />
Questo è un brano talmente ben costruito che anche togliendo la voce si reggerebbe da solo. Talmente ben costruito a livello di produzione che nemmeno il suo autore (ufficiale) non è mai riuscito a ripetersi, tanto da abbassarsi a chiedere di nuovo anni dopo il successo al vecchio produttore (che però non ha accettato) di aiutarlo a produrre il nuovo album.<br />
Ma questa canzone è e resta nell&#8217;anima di molti italiani.</p>
<p>La gran parte della musica prodotta invece in questi ultimi venti anni e sempre più non resta. Perché?<br />
Ho preso un&#8217;artista a caso tra quelli che quest&#8217;anno parteciperanno a San Remo.<br />
Neomi.<br />
Sono convinto (e se vorrete ne parleremo tra quindici anni, ma anche tra due) che questo brano</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/PB9V_AZn0pE&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object><br />
La sua vocalità è indubbiamente superiore a molte delle cantanti che girano, ma la musica? La musica ha solo lo scopo di supportare la voce. Musica piatta.<br />
Togli la voce e resta un giro blues a caso, che cambia giusto un po&#8217; per il ritornello.<br />
Stimo molto la voce, la tecnica vocale di Noemi, più di quanto si possa stimare la banalità della voce di Grignani, e forse come cantante farà strada, ma il brano, il brano specifico non durerà perché non c&#8217;è musica, perché non c&#8217;è un atmosfera elaborata e costruita ad arte, così come nella gran parte degli artisti italiani di ora.</p>
<p>Restano alcuni &#8220;eccessi&#8221; come può essere Morgan (che poi si ri fa al colossale Battiato), e Max Gazzè che arrivano ad un uso maniacale delle atmosfere (che io amo ma che all&#8217;ascoltatore medio fa fastidio) e pochi che abbiano un equilibrio.<br />
Equilibrio che un tempo esisteva e che ci ha regalato la gran parte dei brani indimenticabili e indimenticati dei vecchi mostri sacri della musica.</p>
<p>La cosa brutta è che programmi come X-Factor e dintorni non fanno che puntare sulla voce e non sul gruppo, sul suono, sulla produzione, sull&#8217;atmosfera, sull&#8217;insieme.<br />
Fa figo essere il cantante, non il bassista, non il tecnico audio, non il mixerista, non quello che costruisce il brano, ma quello che ci mette la faccia.<br />
Con tutto il rispetto per i cantanti, visto che ce ne sono alcuni (due dei quali ho citato) in grado di essere al contempo musicisti e produttori, e forse con meno rispetto per altri musicisti (me compreso forse) che si limitano a suonare e non a costruire un brano.</p>
<p>Mi mancano le buone produzioni.<br />
Mi mancano i buoni suoni.<br />
Mi manca la buona musica.</p>
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		<title>Stampa, Freedom House declassa l&#039;Italia &#034;Non è più un Paese pienamente libero&#034;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2009 01:00:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La libertà di stampa si sta riducendo in tutto il mondo, e l&#8217;Italia non è esente da questa forma di degrado. Nel rapporto 2009 di Freedom House (organizzazione autonoma con sede negli Stati Uniti, che si pone come obiettivo la promozione della libertà nel mondo), infatti il nostro Paese viene declassato da Paese &#8216;libero&#8217; (free) [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La libertà di stampa si sta riducendo in tutto il mondo, e l&#8217;Italia non è esente da questa forma di degrado. Nel rapporto 2009 di Freedom House (organizzazione autonoma con sede negli Stati Uniti, che si pone come obiettivo la promozione della libertà nel mondo), infatti il nostro Paese viene declassato da Paese &#8216;libero&#8217; (free) a &#8216;parzialmente libero&#8217; (partly free), unico caso nell&#8217;Europa Occidentale insieme alla Turchia.</p>
<p>Le ragioni della retrocessione dell&#8217;Italia sono molteplici, spiegano gli estensori del Rapporto, che esamina la libertà di stampa in 195 Paesi da quasi 30 anni (dal 1980): &#8220;Nonostante l&#8217;Europa Occidentale goda a tutt&#8217;oggi della più ampia libertà di stampa, l&#8217;Italia è stata retrocessa nella categoria dei <span id="more-56"></span>Paesi parzialmente liberi, dal momento che la libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi di estrema destra, e a causa dell&#8217;eccessiva concentrazione della proprietà dei media&#8221;.</p>
<p>Più in dettaglio, Freedom House riconosce che, in generale, in Italia &#8220;la libertà di parola e di stampa sono costituzionalmente garantite e generalmente rispettate, nonostante la concentrazione della proprietà dei media&#8221;. Ma è proprio quest&#8217;ultimo il punto dolente. Certo, c&#8217;è la legge Gasparri, rispetto alla quale l&#8217;organizzazione avalla le critiche secondo le quali introduce norme che favoriscono l&#8217;attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ci sono i tanti processi per diffamazione a carico di altrettanti giornalisti, Freedom House ne cita alcuni tra i più eclatanti, tra i quali quelli a carico di Alexander Stille e di Marco Travaglio.</p>
<p>Ma il punto veramente dolente, a giudizio dell&#8217;organizzazione, è costituito &#8220;dalla concentrazione insolitamente alta della proprietà dei media rispetto agli standard europei&#8221;. Berlusconi, affermano senza reticenze gli autori del rapporto, controlla attraverso il governo la Rai, e possiede Mediaset. E la crisi di La7 non ha certo giovato in questo panorama.</p>
<p>Tra i Paesi europei, anche la Grecia ha subito un significativo arretramento: precede infatti l&#8217;Italia di una sola postazione, e tuttavia mantiene la valutazione &#8216;free&#8217;, a differenza del nostro Paese. La quartultima posizione nell&#8217;Europa Occidentale è occupata dalla Grecia, preceduta, a parità di giudizio, da Malta, Francia e Cipro. Nella classifica generale l&#8217;Italia è al settatreesimo posto, dopo Benin e Israele.</p>
<p>I Paesi più liberi dell&#8217;Europa Occidentale sotto il profilo della libertà di stampa, sono, a giudizio di Freedom House, l&#8217;Islanda (primo), la Finlandia e la Norvegia (secondi), la Danimarca e la Svezia (quarti). Gli stessi Paesi sono anche in cima alla classifica generale. I primi Paese non europei nella classifica mondiale della libertà di stampa redatta da Freedom House sono la Nuova Zelanda e la Repubblica di Palau, all&#8217;undicesimo posto a pari merito con il Liechtenstein. Gli Stati Uniti arrivano solo al ventiquattresimo posto, a pari merito con la Repubblica Ceca e con la Lituania (rientrano ampiamente comunque tra i Paesi che godono di una libera stampa).</p>
<p>Ma la situazione europea, a parte il significativo deterioramento del clima in Italia, è decisamente positiva rispetto a quella di altre aree del mondo. &#8220;La professione giornalista è attualmente alle corde &#8211; denuncia Jennifer Windsor, direttore esecutivo di Freedom House &#8211; e sta lottando per rimanere in vita, stremata dalle pressioni dei governi e di altri potenti soggetti e dalla crisi economica globale. La stampa è la prima difesa della democrazia e la sua vulnerabilità ha enormi implicazioni per la sua tenuta, se i giornalisti non sono in grado di tener fermo il loro tradizionale ruolo di controllori dei poteri&#8221;.</p>
<p>Poco più di un terzo dei 195 Paesi esaminati garantiscono attualmente la libertà di stampa: sono classificati &#8216;free&#8217; solo 70 Stati, il 36% del campione. Sessantuno (il 31%) sono &#8216;parzialmente liberi&#8217; e 64 (il 33%) sono &#8216;non liberi&#8217;. Secondo l&#8217;indagine, solo il 17% della popolazione mondiale vive in Paesi che godono di una stampa libera.</p>
<p>La situazione è particolarmente peggiorata, oltre che in Italia, nell&#8217;Est asiatico, mentre per alcuni Paesi dell&#8217;ex Unione Sovietica, del Medio Oriente e del Nord Africa Freedom House parla di vere e proprie intimidazioni nei confronti della stampa libera. Un significativo passo in avanti è stato registrato dalle Maldive, passate dalla categoria &#8216;not free&#8217; a quella &#8216;free&#8217; grazie all&#8217;adozione di una nuova costituzione che protegge la libertà di manifestazione del pensiero, e al rilascio di un importante giornalista, detenuto in carcere.</p>
<p><!-- do nothing --> Decisi peggioramenti si sono registrati in Cambogia (&#8216;not free&#8217;), Paese nel quale sono aumentate le forme di intimidazione e di violenza nei confronti dei giornalisti; Hong Kong (&#8216;partly free&#8217;), a causa delle eccessive forme di pressione esercitate dalla Cina, la stessa Cina e Taiwan; Bulgaria, Croazia, Bosnia e Russia; Israele, dove le pressioni sui giornalisti sono fortemente aumentate nel corso dell&#8217;ultimo conflitto a Gaza; Senegal e Madagascar; Messico, Bolivia, Ecuador, Guatemala e Nicaragua.<br />
<!-- do nothing --> <!-- fine TESTO --> <span class="date">(<em><!-- inizio DATA -->1 maggio 2009<!-- fine DATA --></em>)</span></p>
<p><a href="https://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/esteri/rapporto-freedomhouse/rapporto-freedomhouse/rapporto-freedomhouse.html"><span style="font-size: medium;">FONTE</span></a></p>
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		<title>Parallelismi 4</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 11:48:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Scrivere per me è come camminare, passo passo, come viaggiare. Inizia un progetto, anzi no, inizia un passo che può essere una poesia, un racconto, una singola frase, e poi intravedo il secondo, non lo vedo, non so come sarà ma lo intravedo, talvolta ne intravedo diversi altri. E mi incammino. Ad un certo punto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivere per me è come camminare, passo passo, come viaggiare.<br />
Inizia un progetto, anzi no, inizia un passo che può essere una poesia, un racconto, una singola frase, e poi intravedo il secondo, non lo vedo, non so come sarà ma lo intravedo, talvolta ne intravedo diversi altri.<br />
E mi incammino.<br />
Ad un certo punto mi trovo talvolta, non sempre, a conoscere la meta dove arriverò, ma mai la strada, solo qualche passo, i prossimi passi.<br />
Una volta scrissi una frase, parlava di un uomo che fuggiva immobile da un albero, ci vollero sette anni per raggiungere la meta e completare quell&#8217;idea, tre per capire dove sarebbe andata a parare.<br />
Passo passo,<br />
passo passo.<br />
Un giorno mi venne in<span id="more-61"></span> mente &#8220;Luna Nuova&#8221;, niente altro, e da lì nacque un libro intero.<br />
Molti viaggi sono ancora lontani dall&#8217;iniziarsi, &#8220;Contrapposizioni di Contrapposizioni&#8221;, &#8220;Il romanzo circolare&#8221;, &#8220;Il Romanzo dei bivi&#8221;, &#8220;il romanzo musicale&#8221;, &#8220;Il Pensiero&#8221;, &#8220;L&#8217;opera omnia&#8221;, &#8220;Progetto 2&#8243;&#8230;.<br />
Un altro giorno invece scrissi la mia poesia più bella e che nessuno mai potrà più leggere, non la capii neppure io: camminavo da solo al buio nei binari morti della stazione di Verona scrissi &#8220;Rievocazione dei sensi&#8221; su un pezzo di carta, lo rimisi in tasca. Molto tempo dopo, chissà un anno credo, giocavo con una pallina di carta in tasca, la tirai fuori, la aprii delicatamente per non distruggerla e lessi &#8220;Rievocazione dei sensi&#8221;. Capii solo allora il senso di ciò che avevo scritto.<br />
Passo passo.<br />
Un giorno mi venne un&#8217;idea: rappresentarmi come una linea retta, ed ora vedo dei passi, e conosco la meta, ma non ho la più pallida idea di quanti saranno i passi, di quali saranno.<br />
Intanto cammino, proseguo, vado avanti&#8230; sempre nella mia direzione.</p>
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		<title>Pensiero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 13:29:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pensiero 03-04/08/2009 Il pensiero di non pensarti mi porta a pensare ciò che non penserei: C&#8217;è un pezzettino di me che è rimasto in te e quando ti penso canta Ed io lo ascolto cantare. E lui canta fiabe stupende. C&#8217;è un pezzettino di me che è rimasto in te e quando vedo quei colori [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: bold;">Pensiero</span><br />
<span style="font-size: xx-small;">03-04/08/2009</span></p>
<p>Il pensiero di non pensarti mi porta a pensare ciò che non penserei:</p>
<p>C&#8217;è un pezzettino di me che è rimasto in te e quando ti penso canta<br />
Ed io lo ascolto cantare.<br />
E lui canta fiabe stupende.</p>
<p>C&#8217;è un pezzettino di me che è rimasto in te e quando vedo quei colori danza<br />
Ed io lo guardo danzare.<br />
E lui danza per te.</p>
<p>C&#8217;è un pezzettino di me che è rimasto in te e quando sento dei profumi canta<br />
Ed io lo ascolto cantare.<br />
E lui racconta di te.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>&#034;La mia uniforme significa di più da quei giorni, dal tuo incontro, da quei colori&#034;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2009 09:07:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pensavo al processo mentale che mi porta a scrivere, spesso non parte da un concetto ma da una frase. Questa mattina nella mia mente ruotava una frase &#8220;la mia uniforme significa di più da quei giorni, dal tuo incontro, da quei colori&#8221; e con questa frase, in mezzo a questa frase, il fulcro attorno cui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Pensavo al processo mentale che mi porta a scrivere, spesso non parte da un concetto ma da una frase.<br />
Questa mattina nella mia mente ruotava una frase &#8220;la mia uniforme significa di più da quei giorni, dal tuo incontro, da quei colori&#8221; e con questa frase, in mezzo a questa frase, il fulcro attorno cui questa frase gira è un volto, un sorriso, dei ricordi. Parte così la mia scrittura e da lì anche a me stesso è ignoto cosa ne uscirà.<br />
Potrei scrivere di lei, potrei scrivere solo dello scoutismo, potrei scrivere di quasliasi cosa, potrei scrivere in un meta-discorso quello che avrei scritto senza in realtà scriverlo.<br />
Lo scopo certo è quello di trasmettere le emozioni che ho dentro, di trasmettere che la mia vita è cambiata, di trasmettere.<br />
Parte così una digressione che io stesso seguo, <span id="more-93"></span>come la penna corresse ed io tenendola per il guinzaglio la seguissi, una penna con un collare bianco, una camicia azzurra, un fazzolettone arancione che corre corre, una piccola penna nera che da qualche parte ancora scrive.<br />
&#8220;La mia uniforme significa di più da quei giorni, dal tuo incontro, da quei colori&#8221; acquista un significato nuovo, un peso nuovo e ad indossarla fluiscono i ricordi come nuova energia, sorrido, rido e penso a cosa diresti tu, che poi alla fin fine è quasi sempre quello che direi io: qualcosa di assurdo e stupido, penso alla tua risata che ritieni sguaiata, e poi penso ai bimbi, agli adulti, ai ragazzi che abbiamo conosciuto, penso alle case crollate, penso che la vita ha davvero uno scopo quando questo scopo è aggiungere almeno una goccia anonima nel mare, penso all&#8217;infinita quantità di coincidenze che mi ha portato quei giorni ad essere in quei luoghi nonostante le avversità, a come io inconsciamente abbia cercato con forza di arrivarvi.<br />
E così ne scrivo, sempre seguendo quella penna, sempre lasciando che scivoli via dove vuole perché tanto tornerà, o almeno così è bello pensare finché si può &#8220;La mia uniforme significa di più da quei giorni, dal tuo incontro, da quei colori&#8221; porto al collo un fazzolettone arancione su quell&#8217;uniforme nei miei pensieri e sei sorrisi amici, sei abbracci, sei fratelli e tanti bimbi, persone, adulti, tanti sogni raccolti tra le frasi, tra le parole, gli scambi gli affetti, gli abbracci. Si rianima l&#8217;anima al contatto di questi pensieri al ricordo di questi scambi.<br />
Guardo in alto, guardo il cielo e ringrazio Dio di ogni cosa, di te, di me, di tutto quel che è stato e di quel che sarà, di questo azzurro che ho dentro, dell&#8217;arancione che mi attornia e del vento.<br />
&#8220;La mia uniforme significa di più da quei giorni, dal tuo incontro, da quei colori&#8221; e così la mia digressione continua, continua in ogni parola, pensiero, azione, puramente viva come freccia proiettata verso cosa non so, nella vita, nei sogni, in ciò che sono e sarò.<br />
Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare, la bonaccia d&#8217;agosto non calmerà i nostri sensi.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La vita è stupenda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2009 17:41:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si oggi scrivo della vita, della bellezza universale della vita, la mia, si, ma anche la tua, la tua (e per chi sa&#8230; aggiungo anche &#8220;La tuaaaaa!!!!&#8221;, &#8220;La miiiiiaaa?&#8221; &#8220;Si! La Tuua&#8221;). E non importa cosa ci sia di male, non importa se hai appena detto alla persona che ami &#8220;non ci vedremo mai più&#8221;, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si oggi scrivo della vita, della bellezza universale della vita, la mia, si, ma anche la tua, la tua (e per chi sa&#8230; aggiungo anche &#8220;La tuaaaaa!!!!&#8221;, &#8220;La miiiiiaaa?&#8221; &#8220;Si! La Tuua&#8221;).<br />
E non importa cosa ci sia di male, non importa se hai appena detto alla persona che ami &#8220;non ci vedremo mai più&#8221;, se i tuoi genitori si sono divisi quando eri piccolo, se hai pagato 20.000 euro di preliminare per una casa e la banca a una settimana dal rogito ti ha detto che non può darti il mutuo, se hai perso il lavoro l&#8217;altro giorno, se gli amici ti hanno mollato, se da piccolo ti è successo qualcosa che ancora ti porti dentro, se il mondo gira male, se ti senti abbandonato dal mondo, la vita è bella. Non è facile, non è in discesa (ne in salita), non é dolce, non é un viaggio nella leggerezza, non é priva di problemi piccoli grandi enormi, è bella.<br />
Tutto dipende dal modo di porsi.<br />
A molti è successo fin da piccoli di trovare un <span id="more-138"></span>appiglio per piangere, per rattristarti, un amico racconta questo aneddoto: da piccolo sei in stanza col tuo fratellino, che quella sera è malato, la mamma arriva da te e ti dice &#8220;buona notte&#8221; e poi va dal fratellino e gli fa un sacco di coccole &#8220;dai che domani starai meglio, dai che adesso passa!&#8221; e tu tu senti abbandonato, cominci a pensare che la mamma vuole bene a lui e non a te, che lui è il preferito, che tu forse hai anche sbagliato qualcosa, che la vita è brutta, poi&#8230; poi arrivi a piangere e piangere&#8230; beh piangere è una così bella consolazione, piangi piangi piangi e poi quando non ne puoi più stai bene, sfogato, stanco e pronto a dormire, la sera dopo il tuo fratellino non è ancora guarito e si ripete la stessa scena, e tu cominci a capire come sia bello e liberante piangere, come restarsene un po&#8217; in quella sofferenza ti dia in qualche modo soddisfazione. Pian piano in tante situazioni cominci a provare lo stesso, insomma è così dolce soffrire in un certo modo, così liberatorio piangere alla fine di una sofferenza&#8230; crescendo questo diventa in qualche modo più chirurgico, più preciso, più ragionato &#8220;non sai cosa mi è successo nella vita&#8221;, &#8220;tu non puoi capire queste cose, io che le ho passate invece&#8230;&#8221;, &#8220;tutto il mondo è diverso da come sono io&#8230;&#8221;, &#8220;gli altri sono superficiali, certe cose non le hanno vissute&#8221;, e giù a piangere, e a rodersi, e a farsi del male, è così dolce un certo tipo di sofferenza, rotolarsi nella propria sofferenza, farsi il bagnetto nella propria solitudine, è dolce, e così si cresce, pian piano si cresce con la consapevolezza di essere diversi, peggiori o migliori non importa, tanto gli altri non capiscono, si arriva anche ad illudersi di non essere più così, a dire &#8220;io non ascolto più i miei sentimenti&#8221;, &#8220;preferisco non pensare a come sto&#8221;, &#8220;da quando non penso a come sto vado avanti meglio&#8221;, e intanto a non dormire, a farsi venire l&#8217;ulcera allo stomaco, a non mangiare e avanti avanti avanti in questo continuo starsene nella bambagia della sofferenza autocreata.<br />
Eppure&#8230; eppure qualche pazzo è lì a dirti che la vita è bella, qualche pazzo che ha appena detto alla persona che ama &#8220;non ci vedremo mai più&#8221;, qualche pazzo i cui genitori si sono divisi quando era piccolo, che ha pagato 20.000 euro di preliminare per una casa e la banca a una settimana dal rogito gli ha detto che non può dargli il mutuo, che ha perso il lavoro l&#8217;altro giorno, che è stato mollato dagli amici, che da piccolo gli è successo qualcosa, qualcuno che ha i suoi problemi, come tutti, grandi o piccoli problemi che siano, qualcuno per cui la vita non è facile.<br />
Le parole di <a href="https://www.staipa.it/blog/il-cammino-delluomo-martin-buber-post-modificato/">Martin Buber in &#8220;Il Cammino dell&#8217;uomo&#8221;</a> in qualche modo forse possono aiutarmi nelle mie dissertazioni:<br />
<em>Bisogna che l&#8217;uomo si renda conto innanzitutto lui stesso che le situazioni conflittuali che l&#8217;oppongono agli altri sono solo conseguenze di situazioni conflittuali presenti nella sua anima, e che quindi deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore per potersi cosi rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato, pacificato, e allacciare con loro relazioni nuove, trasformate.<br />
[&#8230;]<br />
Indubbiamente, per sua natura, l&#8217;uomo cerca di eludere questa svolta decisiva che ferisce in profondità il suo rapporto abituale con il mondo: allora ribatte all&#8217;autore di questa ingiunzione &#8211; o alla propria anima, se è lei a intimargliela &#8211; che ogni conflitto implica due attori e che perciò, se si chiede a lui di risalire al proprio conflitto interiore, si deve pretendere altrettanto dal suo avversario. Ma proprio in questo modo di vedere &#8211; in base al quale l&#8217;essere umano si considera solo come un individuo di fronte al quale stanno altri individui, e non come una persona autentica la cui trasformazione contribuisce alla trasformazione del mondo &#8211; proprio qui risiede l&#8217;errore fondamentale<br />
[&#8230;]<br />
Cominciare da se stessi: ecco l&#8217;unica cosa che conta. In questo preciso istante non mi devo occupare di altro al mondo che non sia questo inizio. Ogni altra presa di posizione mi distoglie da questo mio inizio, intacca la mia risolutezza nel metterlo in opera e finisce per far fallire completamente questa audace e vasta impresa. Il punto di Archimede a partire dal quale posso da parte mia sollevare il mondo è la trasformazione di me stesso. Se invece pongo due punti di appoggio uno qui nella mia anima e l&#8217;altro là, nell&#8217;anima del mio simile in conflitto con me, quell&#8217;unico punto sul quale mi si era aperta una prospettiva, mi sfugge immediatamente.<br />
Cosi insegnava Rabbi Bunam: &#8220;I nostri saggi dicono: &#8216;Cerca la pace nel tuo luogo&#8217;. Non si può cercare la pace in altro luogo che in se stessi finché qui non la si è trovata. E detto nel salmo: &#8216;Non c&#8217;è pace nelle mie ossa a causa del mio peccato&#8221;. Quando l&#8217;uomo ha trovato la pace in se stesso, può mettersi a cercarla nel mondo intero&#8221;.<br />
[&#8230;]<br />
Si tratta del conflitto fra tre principi nell&#8217;essere e nella vita dell&#8217;uomo: il principio del pensiero, il principio della parola e il principio dell&#8217;azione. Ogni conflitto tra me e i miei simili deriva dal fatto che non dico quello che penso e non faccio quello che dico. In questo modo, infatti, la situazione tra me e gli altri si ingarbuglia e si avvelena sempre di nuovo e sempre di più; quanto a me, nel mio sfacelo interiore, ormai incapace di controllare la situazione, sono diventato, contrariamente a tutte le mie illusioni, il suo docile schiavo. Con la nostra contraddizione e la nostra menzogna alimentiamo e aggraviamo le situazioni conflittuali e accordiamo loro potere su di noi fino al punto che ci riducono in schiavitù. Per uscirne c&#8217;é una sola strada: capire la svolta &#8211; tutto dipende da me &#8211; e volere la svolta &#8211; voglio rimettermi in sesto.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> Ma per essere all&#8217;altezza di questo grande compito, l&#8217;uomo deve innanzitutto, al di là della farragine di cose senza valore che ingombra la sua vita, raggiungere il suo sé, deve trovare se stesso, non l’io ovvio dell&#8217;individuo egocentrico, ma il sé profondo della persona che vive con il mondo. E anche qui tutte le nostre abitudini ci sono di ostacolo.<br />
</em></p>
<p><em> Vorrei concludere questa riflessione con un divertente aneddoto antico ripreso da uno zaddik. Rabbi Hanoch raccontava: &#8220;C&#8217;era una volta uno stolto così insensato che era chiamato il Golem. Quando si alzava al mattino gli riusciva cosi difficile ritrovare gli abiti che alla sera, al solo pensiero, spesso aveva paura di andare a dormire. Finalmente una sera si fece coraggio, impugnò una matita e un foglietto e, spogliandosi, annotò dove posava ogni capo di vestiario. Il mattino seguente, si alzò tutto contento e prese la sua lista: &#8216;Il berretto: là&#8217;, e se lo mise in testa; &#8216;I pantaloni: lì, e se li infilò; e così via fino a che ebbe indossato tutto. &#8216;Si, ma io, dove sono? &#8211; si chiese all&#8217;improvviso in preda all&#8217;ansia &#8211; Dove sono rimasto?&#8217;. Invano si cercò e ricercò: non riusciva a trovarsi. Cosi succede anche a noi&#8221;, concluse il Rabbi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma se tutto questo dipende da noi come si può trovare una strada per uscire da tutto questo?<br />
&#8220;Quel che mi è successo da piccolo non cambierà, l&#8217;aver perso la persona che amo non cambierà, l&#8217;aver perso gli amici non cambierà, l&#8217;aver perso il lavoro non cambierà, la banca che non mi da il mutuo non cambierà&#8230;&#8221; eccetera.<br />
Ne sei sicuro? Sei sicuro che cambiando dentro molte di queste cose non possano cambiare?<br />
Forse non tutte, e forse pian piano comincerai a comprendere l&#8217;utilità di quelle che non possono cambiare, addirittura comincerai ad apprezzarle.<br />
&#8220;I miei genitori da piccolo non mi coccolavano mai, non mi davano mai carezze&#8221; già, ed é forse per questo che tu ora ne conosci il valore, che di carezze ne darai il giusto e ne darai il peso giusto.<br />
&#8220;Da piccolo quell&#8217;uomo mi ha toccato&#8221; e forse ora tu sai davvero dare un valore alla tua sessualità.<br />
&#8220;Ho peso la persona che amo&#8221; sai cosa significa amare ora, sai se i tuoi sentimenti sono deboli e fragili o forti, e se lo impari forse impari anche che non importa se non gli sei accanto perchè l&#8217;amore é qualcosa di più grande.<br />
&#8220;Ho perso il lavoro&#8221; si, forse é il momento però di rialzarsi e memore anche di questo rimboccarsi le maniche per trovare un nuovo futuro, forse migliore.<br />
Le risposte però, quelle vere, le <span style="font-style: italic;">tue</span>, sono dentro di <span style="font-style: italic;">te</span>, dentro la <span style="font-style: italic;">tua</span> vita, dentro le <span style="font-style: italic;">tue</span> sofferenze e dentro alle <span style="font-style: italic;">tue</span> gioie e una buona strada è ringraziare, lodare per ogni cosa della propria vita, lodare per quell&#8217;amore che hai avuto e perso e che ancora conservi dentro e forse conserverai per sempre perché è stato ciò che è stato, lodare il male fattoti da quell&#8217;uomo perché ti ha dato quel qualcosa che ti permette di sapere il valore delle cose, dell&#8217;affetto, lodare quella cosa brutta che ti è successa perché ti ha dato modo di crescere, lodare la situazione negativa che oggi stesso stai vivendo perché è la chiave del tuo futuro, è ciò che come da piccolo la mancanza di affetto ti ha abilitato a conoscere l&#8217;affetto vero, ti abiliterà a qualcosa di più grande, di più vero.<br />
E poi pian piano, pian piano scoprirai che la vita è bella, che la vita è grande, e non è facile, non è priva di problemi, non è priva di sofferenze, non è priva di conti inaspettati che ti chiedono più di quanto saresti disposto a spendere, non è, non è tante cose. Ma la vita è bella e questa è l&#8217;unica certezza di cui avrai bisogno per andare avanti.<br />
E comincerai a ringraziare per ogni cosa, per ogni istante, per ogni persona che incontri, per ogni ora, per ogni minuto, per ogni sorriso. E comincerai a sorridere davvero.<br />
La vita é bella e se la vita è tutto ciò che hai tutto sarà bello.</p>
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		<title>Il Giardino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2009 13:37:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il giardino è grande, grande davvero eppure&#8230;. eppure pian piano nell&#8217;erba due ricci si avvicinano tra loro. Si allontanano, ognuno nella sua parte di giardino, ognuno con le sue cose. Uno intento rotolar sulle foglie gialle e rosse autunnali, infilarle, raccoglierle, catalogarle, comporre nuovi disegni, nuove sculture e rappresentazioni, cammina, si muove un po&#8217; goffo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il giardino è grande, grande davvero eppure&#8230;. eppure pian piano nell&#8217;erba due ricci si avvicinano tra loro.<br />
Si allontanano, ognuno nella sua parte di giardino, ognuno con le sue cose.<br />
Uno intento rotolar sulle foglie gialle e rosse autunnali, infilarle, raccoglierle, catalogarle, comporre nuovi disegni, nuove sculture e rappresentazioni, cammina, si muove un po&#8217; goffo di qua e di là dondolando sulle zampette corte, pof pof pof&#8230; poi vede una foglia che gli piace, e ci rotola sopra, la porta alla sua tana e poi comincia a scuotersi <span id="more-156"></span>fino a sganciarla, a volte le rovina, a volte le tiene stupendamente, non importa, è più divertente così, e poi di foglie ce ne sono tante, che importa! Però prima o poi troverà la foglia più bella, farà la composizione più bella, realizzerà qualcosa, cosa non lo sa.<br />
L&#8217;altro riccio anche lui passeggia qua è la per la sua zona di giardino, non ci sono solo due zone, il giardino è grande e c&#8217;è posto per tanti, tanti, tanti altri animali, e anche per due ricci.<br />
L&#8217;altro riccio dicevo passeggia nella sua zona, si guarda intorno e segue gli uccellini in volo. Guarda sempre in alto, li osserva e quando gli uccellini saltellano sui rami li osserva saltare, li ascolta, ascolta il loro canto, ogni tanto tra i rami vede correre qualche scoiattolo o qualche piccolo animale, quando corrono fanno spesso cadere le foglie, trova così bello quando uno scoiattolo correndo tra i rami li piega e fa cadere una piccola pioggia di foglioline che scendono lente! Allora corre e cerca di mettersi su due zampe per toccarle col naso prima che tocchino terra. La cosa più bella è quando invece di scendere foglie cadono le samare dagli aceri, quei semi con l&#8217;aletta attaccata che quando si staccano dal ramo ruotano ruotano ruotano fino a toccare terra. Diventa quasi imprevedibile dove cadranno e il riccio lentamente e goffamente dondola alla ricerca di dove andranno a finire, per toccarle al volo col nasino tondo, pin pin pin pin si muove qua e la, a volte cerca anche di fare un piccolo balzo ma la natura non l&#8217;ha dotato di questo dono.<br />
Ogni tanto però questi due ricci, uno rotolando l&#8217;altro col musino all&#8217;insù si ritrovano uno accanto all&#8217;altro, osservano la stessa foglia, uno mentre sta cadendo, l&#8217;altro mentre è già a terra, e poi si guardano timidamente.<br />
A volte uno, a volte l&#8217;altro si avvicina da un annusatina. Quasi sempre l&#8217;altro si richiude timido, forse spaventato chissà, si arrotola su se stesso e mostra gli aculei. Qualche volta quando proprio le cose non vanno bene punge pure il malcapitato come gli avesse fatto chissà cosa e quest&#8217;ultimo scappa.<br />
Il riccio pungitore però poi ci pensa, ci pensa, ci pensa e gli spiace, poi&#8230; poi torna a rotolar sulle foglie, o a guardare sui rami i piccoli animali.<br />
E così continua la vita, come niente fosse, o forse qualcosa si, ma continua, così, ognuno nelle proprie faccende affaccendato.<br />
Poi, poi pian piano una foglia che cade più in là, un colore più bello di qua&#8230; ancora i due ricci si trovano uno in fronte all&#8217;altro, di sorpresa, ancora, come un filo li legasse in qualche modo, come un sentiero disegnato, sognato, immaginato li portasse in ogni caso lì, come non potessero non ritrovarsi ogni tanto accanto.<br />
Si ritrovano uno in fronte all&#8217;altro e si osservano un istante, uno azzarda un timido sorriso, l&#8217;altro risponde, uno si avvicina un po&#8217;, gira intorno all&#8217;altro, l&#8217;altro si lascia osservare, si lascia guardare, si fermano di nuovo uno in fronte all&#8217;altro, poi uno si fa coraggio e col nasino spinge dolcemente il muso dell&#8217;altro e&#8230; e questo d&#8217;improvviso si chiude, mostra le spine, ed una spina si pianta sul musetto ancora sorridente del primo riccio il quale fugge via pensando non tornerò mai più qui.<br />
Non è sempre lo stesso a pungere, non è lo stesso ad essere punto. A volte uno a volte l&#8217;altro. Comunque sia il pungitore timido resta ancora lì per un po&#8217; chiuso, poi pian piano si schiude, lentamente. Si guarda attorno e si scopre nuovamente l&#8217;unico riccio presente. Si guarda un po&#8217; intorno quasi sperando di non esser solo, passeggia un po&#8217; e se ne torna alle sue cose pensando chissà perché, chissà che cosa, pensando e se fosse stato&#8230; pensando.<br />
E ancora tante foglie sono sparse sul prato, e ancora tante foglie cadono dagli alberi che le stanno perdendo, poi pian piano viene il freddo, scende la neve, rotolar sulla neve non è come sulle foglie, la neve si sfalda, si rompe, e fa freddo e copre i colori, e gli scoiattoli sono tutti a dormire e anche i ricci cominciano ad essere stanchi e scende il sonno, un sonno lungo mesi, ma un sonno talvolta interrotto da sogni, pensieri chissà perché, chissà che cosa, e se fosse stato.<br />
Poi pian piano il tepore riscalda i cuori, riscalda il cielo, riscalda il mondo, &#8220;che il sole alzandosi possa sfiorare il tuo viso con il primo raggio, se lo merita dopo tutte queste ere che ogni mattina si occupa di dar vita al mondo&#8221; è il primo pensiero a volar nell&#8217;aria, poi il tempo comincia a scorrere, le foglie sono verdi, belle si, ma non come quelle d&#8217;autunno e non cadono così spesso e i frutti degli aceri non sono maturi ma il tempo ancora passa ed ogni riccio vive il proprio spazio, il proprio giardino, il proprio momento, le cose cambiano nel tempo.<br />
Poi pian piano torna l&#8217;autunno, le foglie gialle, le foglie rosse, tornano colori dei sogni ed una foglia rossa color del sangue, rossa color del cuore scende dal cielo, e vede un riccio affannarsi per prenderla, così si sposta, e il riccio la segue ancora, si sposta verso il centro del giardino, ed il riccio la segue ancora, si sposta e vede un altro riccio indifferente che guarda invece in basso, tocca così il naso del primo e poi scende giusto accanto agli occhi del secondo.<br />
E si ferma lì.<br />
Un riccio alza lo sguardo, l&#8217;altro lo abbassa e lì s&#8217;incrociano un istante solo in cui uno come per farsi avanti si ferma un istante tentennando e l&#8217;altro già si chiude un istante, poi apre un solo occhio come per vedere cosa l&#8217;altro ha fatto, poi apre entrambi gli occhi, si guardano ancora un istante.<br />
E poi.</p>
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		<title>Quadri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jan 2009 20:37:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non è facile talvolta osservare alcuni quadri, certe immagini così scomposte o compostamente prive di appigli, immagini in cui l&#8217;immagine trascende se stessa fino a confondere la mente e l&#8217;idea. A volte diventa inutile incaponirsi, cercare di attribuire un significato che non sia emozione, dare un&#8217;interpretazione di ciò che l&#8217;autore pensava, di ciò che voleva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è facile talvolta osservare alcuni quadri, certe immagini così scomposte o compostamente prive di appigli, immagini in cui l&#8217;immagine trascende se stessa fino a confondere la mente e l&#8217;idea.<br />
A volte diventa inutile incaponirsi, cercare di attribuire un significato che non sia emozione, dare un&#8217;interpretazione di ciò che l&#8217;autore pensava, di ciò che voleva trasmettere se qualcosa voleva trasmettere.<br />
A volte la cosa migliore è fermarsi davanti al quadro e chiudere gli occhi, liberare ogni pensiero, riaprirli, allargare la vista, lasciarla annebbiare, riprenderne il controllo ed entrarvi dentro, entrare nel quadro.<span id="more-160"></span><br />
Aprire la porta e sedersi accanto a chi abita quella casa, guardarne i movimenti, le storie, ascoltarne le voci, le parole.<br />
Entrare nei colori e lasciarsene pervadere, volare nel cielo e scendere, essere luce, essere buio, essere, vivere.</p>
<div style="text-align: justify;">Vivere, non capire; essere, non domandarsi il perché. Essere luce e riflesso, essere acqua ed essere cielo, e restare nel quadro una vita, ricordare quel che ci hai vissuto dentro, perché tu ci hai vissuto già dentro e poi lentamente morirvi nel tempo, morirvi ed uscirne come voltandosi e guardando un altro quadro appeso alla parete, un quadro che rappresenta una persona che osserva in un museo, un quadro che pian piano comincia a ricordarti qualcosa. A volte diventa inutile incaponirsi, cercare di attribuire un significato che non sia emozione, dare un&#8217;interpretazione di ciò che l&#8217;autore pensava, di ciò che voleva trasmettere se qualcosa voleva trasmettere. A volte la cosa migliore è fermarsi davanti al quadro e chiudere gli occhi, liberare ogni pensiero, riaprirli, allargare la vista, lasciarla annebbiare, riprenderne il controllo ed entrarvi dentro, entrare nel quadro. Essere quella persona che osserva, esserne i movimenti, la storia, esserne la voce, le parole.<br />
Entrare nei colori e lasciarsene pervadere, volare nel cielo e scendere, essere sorriso, essere sguardo, essere, vivere.</p>
<div style="text-align: justify;">Vivere, non capire; essere, non domandarsi il perché.<br />
E poi camminare, osservare, crescere, amare&#8230; realizzare un quadro più bello.</div>
<div style="text-align: center;">
<p><figure id="attachment_1015" aria-describedby="caption-attachment-1015" style="width: 370px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2009/01/Magritte-LImperoDelleLuci.jpg?ssl=1"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-1015" title="L'impero delle luci - Magritte" src="https://i0.wp.com/www.staipa.it/blog/wp-content/uploads/2009/01/Magritte-LImperoDelleLuci.jpg?resize=370%2C460&#038;ssl=1" alt="L'impero delle luci - Magritte" width="370" height="460" /></a><figcaption id="caption-attachment-1015" class="wp-caption-text">L&#39;impero delle luci - Magritte</figcaption></figure></p>
</div>
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