Pubblicare un libro non è come sembra

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Sì, lo è, non lo voglio negare. Ricevere una proposta editoriale, lavorarci per mesi, rifinire ogni parola, correggere le bozze, tenere il segreto e poi, finalmente, vedere il proprio nome sugli store online e tra le mani di conoscenti e sconosciuti. È bello.

Ma non è affatto come sembra.

Dall’uscita del mio libro è passato circa un mese. Contrariamente a quanto uno si aspetta, io non so ancora nulla. Sia chiaro: non è una critica a nessuno, è solo quella parte del processo che non ti aspetti.

Il “calcione” e il silenzio

Quando sei un autore (ma alla fine anche quando sei l’editore) prendi il libro, lo infiocchetti, gli dai un calcione e via. Provi a seguirlo, provi a infilarlo ovunque. Sono riuscito a farlo arrivare in mano a persone piuttosto interessanti, anche se ne mantengo il riserbo.

Ma continuo a non sapere nulla.

Gran parte della tiratura se ne sta nelle edicole della Liguria e del Piemonte. Non ho idea di se e quanto stia vendendo. Guardo le classifiche di Amazon, per quel poco che valgono, e cerco tracce nelle recensioni online. È lì che spero di trovare un “segnale di vita”, ma so bene che fermarsi a scrivere due righe su uno store richiede un piccolo sforzo di volontà che spesso, nel flusso veloce di oggi, tendiamo a rimandare.

Un figlio che non “smessaggia”

Credo sia come mandare un figlio all’estero e aspettare che torni con delle novità. La differenza è che oggi con un figlio puoi “smessaggiare” tutto il tempo; il libro, invece, non scrive affatto. Se n’è andato e si fa i suoi giri in giro.

Io non sono una persona ansiosa, ma sono molto curioso. Non morirò se scoprirò di aver venduto pochissime copie, ma sarei curioso di capire se ne ho vendute abbastanza da poterne pubblicare un altro. L’idea di ricevere quel segnale — che sia un commento pubblico o un’analisi di chi lo ha letto — è l’unica cosa che mi farebbe dire: “Ok, il valore è arrivato a destinazione”. Un secondo libro l’avrei anche già scritto, ma si sa: in questo settore vanno seguiti i trend e non è detto che sia il titolo giusto. Eppure, l’idea di qualcuno che mi dica “Figo, fanne un altro” e la possibilità di esplorare ancora questo mondo mi emozionano.

Il potere è nelle mani di chi legge

Sapete cos’è la cosa più bella e, allo stesso tempo, snervante? A parte la promozione che sto facendo — scrivere ad associazioni, cercare collaborazioni, organizzare eventi — tutto il resto è in mano ad altri. È tutto in mano a chi legge.

Il valore vero è già tutto lì, dentro il libro. Nonostante la diffidenza di certe librerie che non si degnano nemmeno di rispondere (perché se non hai un nome noto, per loro non vale la pena), il valore non lo decido io, né l’editore. Lo decide il lettore.

È affascinante. È come un figlio a cui dai tutto quello che puoi: poi lui è quello che è, e la sua strada dipende da come è “venuto fuori”. Lo puoi aiutare, ma il valore è intrinseco. Se il libro riuscirà a farsi strada nel caos degli algoritmi di cui scrivo, dipenderà solo da quanto chi lo legge crederà in quelle pagine, le condividerà o lascerà una traccia visibile del suo passaggio. Senza quella traccia, per il mondo digitale, il libro semplicemente non esiste.

Il “brutto brutto” e la realtà

Anche se riuscissi a farlo finire in mano ai più grandi giornalisti o influencer, il fatto che scelgano di parlarne tra i centomila titoli sul mercato dipende solo da quello che c’è già dentro.

E lì dentro c’è il mio lavoro, con i suoi momenti noiosi e quelli divertenti. Con le sue idee interessanti e, sì, anche con i suoi errori di battitura. Ce n’è uno “brutto brutto” proprio nella prima pagina dell’introduzione (sì, c’è scritto inotroduzione); purtroppo succede, è normale, ma fa parte del pacchetto.

“Allora? Come vanno le vendite?”

Molti mi scrivono in privato per farmi i complimenti e molti mi chiedono: “Allora? Come va?”. La risposta semplice è: non lo so. I messaggi privati mi fanno un piacere immenso e mi scaldano il cuore, ma la verità è che il “termometro” pubblico è ancora fermo. So quello che mi dite voi, ma non so ancora cosa il libro stia dicendo al resto del mondo.

Ho capito che pubblicare un libro non è come sembra. Il difficile è metterci dentro del valore, ma è altrettanto difficile lasciarlo andare e attendere mesi per sapere se ha avuto o meno un impatto da qualche parte.

Restare in ascolto

Quindi rimango qui, in questo silenzio strano ma affascinante. Tra un algoritmo che non mi dà risposte e un’attesa che mi ricorda quanto sia umano, in fondo, tutto questo processo.

Perché un libro non è fatto solo di carta o di pixel, ma del tempo che qualcuno decide di regalargli. E io, con la mia curiosità addosso, resto semplicemente in ascolto. Aspetto di sentire se, da qualche parte, quel valore che ho provato a raccontare ha iniziato a far rumore.

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