Staipa’s Blog

Il Blog di Stefano Giolo

Barbecue!

La pelle dietro il collo gli si tese all’improvviso. C’era un solo modo per spiegare contemporaneamente la tensione che aveva provato entrando in casa e il ricordo che era appena affiorato. E solo in quel momento si accorse che spiegava anche il silenzio quasi spettrale nella stanza accanto.
C’era stato tutto il tempo di pensarci, di arrivarci con calma, quell’odore che aveva sentito, quell’odore strano non era altro che il profumo della sua lacca, no? Ed era qualche minuto che la bambina non faceva alcun rumore. A quell’ora era troppo presto per essersi addormentata e raramente si addormentava senza prima passare a salutarlo. E quel servizio in televisione? Fuga dall’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Tre detenute hanno tentato la fuga ieri notte, due sono state fermate mentre una è riuscita a fuggire, ha strappato un orecchio a morsi ad una guardia carceraria.

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Come cambierà la mia vita

Ci sono persone che riescono a farti odiare le cose che ami di più, rivolgerle e sconvolgerle di inettitudine, incapaci neppure di rendersi conto della propria incapacità e di essere un danno per chi li circonda, convinte di salvare il mondo che stanno prendendo a calci nel culo fino farti capire che il mondo è degli inetti e che per chi ha una testa non c’è luogo.
Ci sono persone che riescono a farti amare le cose che odi di più, a spingerti a credere che l’impossibile non esiste, che è l’impegno a rivoltare il mondo, cambiarlo, farlo progredire, che i limiti sono fatti per essere superati che nel mondo sono gli inetti che

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Gene Cernan Apollo 10

“Io sono riuscito a camminare sulla Luna. Cos’è che non puoi fare tu?”.

Ieri se ne è andato uno dei miei miti, Gene Cernan. In pochi lo ricordano di fronte ai più blasonati Neil Armstrong o Buzz Aldrin, ma lo ricordo con grande affetto. Ho sempre trovato affascinante l’epoca dei pionieri dello spazio, forse l’ultima grande conquista dopo Cristoforo Colombo: salire su una navicella poco più grande di te ed andare là dove nessun’uomo è mai stato prima, lontano centinaia di migliaia di km da terra senza possibilità di recupero.
Lo si ricorda come “L’ultimo uomo a camminare sulla luna” ma ha fatto parte del piccolo gruppo di Astronauti che vi camminò fin dal primo giorno, fu il secondo americano ed il terzo uomo in assoluto a camminare liberamente nello spazio con la missione Gemini 9 per effettuare una serie di esercizi e di prove di macchinari all’esterno della nave, successero cose che abituati alla fantascienza non ci aspetteremmo come l’appannarsi della visiera e il non avere appigli sufficientemente ergonomici per portare a termine la missione.

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È mozione

Lo so che sono sensazioni che ogni umano ha provato nella sua vita. Per voi sono probabilmente
cose di una banalità sconfinata, ma non per me.
Lo capisci perché non mi sono mai sentito uno di voi?
Io non avevo mai provato prima di ieri la sensazione della pelle che per un contatto casuale si sveglia e innalza come una ola di infiniti omini elettrizzati, o se l’avevo mai provata è rimasta perduta nei ricordi di vite passate, non avevo mai provato la rabbia che ti fa ruggire e dare zampate come un leone per difendere qualcosa che non ti appartiene solo per la giustizia o la difesa di un bisogno altrui, né la paura.
La paura. Quanto è bella la paura? La paura di iniziare, quella di finire, la paura di fare la cosa sbagliata. Io non sapevo cosa sono, non le avevo mai provate tutte queste cose che per te sono banali, che per te sono alla base dell’essere umano, dell’essere un essere umano.

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Racconti

Oltre il muro del sonno

Quella sera indossavi un vestito nero, un bellissimo vestito nero. Un po’ oscuro forse ma su di te, sulla tua pelle candida, sul tuo corpo non poteva che essere perfetto. Ricordo come fosse oggi i tuoi capelli castano chiari, lisci ma voluminosi scendere fino metà schiena scalati in modo da avere la zona centrale più lunga. Il rosa chiaro della tua pelle spuntare da dietro ai lati dei tuoi capelli dove la maglia finiva con una scollatura larga ma non volgare lasciando immaginare dove la curvatura del tuo collo andava ad attaccarsi al di sotto di orecchie perfette ed invitanti.
La maglia era nera, come il resto, e a contrapporsi al dietro liscio sulla parte frontale era ricca di fronzoli e pizzi monocromatici spinti all’esterno da un seno non troppo prorompente ne assente, di una misura perfetta. La scollatura lasciava scoperte le clavicole in tutta la loro lunghezza e solo poco più in basso lasciando l’immaginazione scivolare sui tendini del tuo collo piuttosto che sul décolleté pudicamente coperto, e vorticare fino al tuo mento perfetto, le guance lisce e gli occhi di una gradazione tra il verde ed il grigio truccati solo lievemente per allungarne l’angolo.

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Passi

Ad ogni passo
-lento-
per quanto live corrisponde il suono frusciante della neve pressata al di sotto delle corde che costituiscono la racchetta da neve.
Le gambe -pesanti- proseguono nel loro lavoro incessante, il ginocchio dolorante si piega,
si alza,
permette al piede
-lentamente-
di salire, di alzarsi dalla neve, da quei centimetri in cui è sceso nonostante la racchetta che intanto si stacca dal tallone inclinandosi e lascia cadere
-piano-
la neve che vi si era depositata poco prima.
I muscoli della coscia hanno un solo breve istante di riposo mentre la gamba sta scendendo nuovamente verso il legno che stava tracciando un solco con il vertice dietro abbassato e torna orizzontale a sprofondare lievemente
-ha nevicato da poco-
e mentre il ginocchio diminuisce l’angolatura il quadricipite torna ad irrigidirsi per sostenere il peso del corpo
-gli acidi lattici-
si fanno sentire
-i chilometri-
le ore di cammino e la salita
-il freddo-
mentre arriva il momento di un altro passo che
-lentamente-
porta avanti ancora di qualche centimetro tra infiniti centimetri dietro in basso da un dove verso altrove molto più in là il freddo
-pungente-
come aghi di questi pini di cui l’odore si spande attutito dall’umidità a congelarsi entra nelle ossa col vento
le braccia intirizzite tremano lievemente
-ed il fiato-
si congela
-l’acqua-
il mondo col vento del nord che soffia bianco trito di ghiaccio a colpire gli oggetti
-il volto-
nel silenzio
-l’anima-
irreale dietro le urla tra le fronde degli alberi e si fa che spazio nella mente.

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Racconti

L’uomo nero

Non riesco a capire.
Qualcosa è cambiato, ma non focalizzo se a cambiare sia stato il mondo, lentamente, o la mia mente. Cammino, mi guardo attorno e vedo cloni, cloni di cloni, e altri cloni. Guardo il volto delle persone, i vestiti, i movimenti, gli argomenti. Cloni, cloni di cloni ed altri cloni.
Ogni persona che incontro, ogni persona con cui parlo, inaffidabile, presa dai pensieri di qualcosa che crede essere solo un suo problema ma che è identico ai finti problemi di tutti quelli che lo circondano, incapace di mantenere parola o attenzione. Manca il tempo, manca il tempo. Sembra che tutti vivano conquistati dagli uomini grigi di Momo di Ende. Un libro che oggi tutti dovrebbero leggere, ma che basterebbe leggesse uno perché uno è uguale a tutti. Almeno ho questo sospetto.
Non riesco a focalizzare.
Non capisco se ieri il mondo non fosse così, se sia cambiato nel tempo lentamente o se sia io ad essere cambiato.

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Racconti

Dodici gradi

Era una sera di quelle in cui la temperatura ti fa rabbrividire solo un istante, il respiro si addensava in una piccola nube prima di scomparire quasi improvvisamente, indossavamo tutti maglioncini leggeri o giacche leggere, ed era buio.
Moltissimo buio.
Ricordo l’aria frizzante di quella sera come fosse oggi, come fosse vera, e ricordo di aver girato la testa incontrando accanto ai miei occhi la mano di mio padre, la presi e la tirai leggermente verso di me, lui sembrava assorto a guardare nella stessa direzione in cui stavo guardando io solo pochi istanti prima.
Ho sentito la mia voce dire “papà, papà, ma chi è quella ragazzina”?
Era sulla strada davanti a casa mia, a terra, piatta come un foglio di carta leggermente raggrinzito, attorno a lei c’erano dei signori che non conoscevo e qualche mio zio o zia che non saprei definire, c’era anche la zia gilda, e quella signora che mi dava sempre le caramelle al miele.

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Ƹ̵̡Ӝ̵̨̄Ʒ















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Parto.

Il mio cervello corre, corre.
Persone convivono, vivono, corrono in ogni direzione.
Razionale irrazionale.
Corre.

Per strada mi ritrovo a fare strade che non ho mai fatto ma che conosco,
strade nuove, vecchie, sconosciutamente conosciute.

Ci sei tu che corri nel cervello.
Corri, corri come non mai,
-ho letto da qualche parte che una pallottola che attraversi la testa ed entri diagonalmente finisca per girare radente al cranio e ruotare per tutto esso all’interno-
Corri e ti guardo e rido a vederti correre.

Nella mia testa.

Non posso chiudere nel cassetto una cosa così grande che non mi ci sta in testa.
Non posso chiudere nel cassetto qualcosa di così grande senza chiudere un pezzo di me.

Esplode nella testa come razzi la razione di irrazionalità che avevo nascosto razziando nella mia mente ogni relazione alla reazione del pensiero della tua immagine.

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