Staipa’s Blog

Il Blog di Stefano Giolo

Guidare il potente mezzo

Il più vecchio ricordo che ne ho credo si a di me seduto sul sedile dietro. Ero talmente piccolo da potermi rannicchiare e starci nella zona al di sotto del finestrino. All’epoca non c’erano ancora i sedili rialzati per i bambini e non erano neppure obbligatorie le cinture di sicurezza davanti o dietro che fosse, gli appoggia testa erano un optional. Li avrebbe installati mio padre qualche anno dopo. Gli interni erano di un materiale diverso dalla stoffa grigia che li ricopre ora, ricordo che vi fossero degli interni di un materiale plastico, forse vinile. Era rosso. Mi sentivo al sicuro lì dietro e osservavo il mondo dal piccolo finestrino laterale. Attaccati c’erano due adesivi tondi. La copertura in vinile aveva un piccolo buco. Ci giocavo, infilavo il mio piccolo dito e immaginavo che dietro ci fosse un altro mondo, un giorno ci è finita dentro Birba, la mia piccola action figure della gatta di Gargamella dei puffi.

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Il profilo della Montagna

Ho parlato spesso della montagna. Amo il mare, amo la natura in genere, amo viverla ma soprattutto amo la montagna. Sono molti i motivi ma uno di quelli che ho potuto provare in questi giorni è perché puoi osservarne il profilo. Il profilo di una montagna, da lontano, ti ricorderà sempre che tu la sopra ci sei stato. E non potrà mai togliertelo nessuno, neppure quando non sarai più in grado di salirci. Ti ricorderà sempre che la sopra ci sei stato, ti ricorderà sempre il sudore e il sangue e le bestemmie e il dolore delle spalle ma soprattutto ti ricorderà la soddisfazione di guardare il mondo da lassù. E non importa se sia stata un impresa che molti o pochi hanno fatto importa quello che tu hai provato salendoci, la sfida che hai ingaggiato con te stesso e con lei.

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Silenzioso deserto

Osservo attorno a me. Sabbia e deserto e null’altro, e silenzio. Nessun uomo ha mai visto il deserto come lo sto vedendo io ora, nessun uomo ha mai vissuto il silenzio come lo sto vivendo io.
Ed è pace eternamente immobile. Non c’è vento qui. Non c’è pioggia. Non c’è vita.
Questo è il primo momento in cui posso davvero guardarmi attorno senza l’ansia di cosa possa accadere, prima dell’ansia di cosa possa accadere. Ironico che sia anche l’ultimo momento che passerò qui. La prossima volta sarà qualcun’altro al mio posto, o forse chissà un giorno…
Da qui il mondo è così piccolo, infinitesimo. Come guardare uno di quei souvenir che si comprano nelle grandi città: la Tour Eiffel in una sfera di cristallo, il Colosseo. Una sfera di cristallo da prendere e ruotare per vederci scendere la neve.

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Immemori battaglie pt4: Spari?

“Puzzi di grappa Baffo.”
Nessuna risposta.
“Puzzi di grappa, Stronzo mi vuoi dire che hai fatto la sta notte? Sei rimasto a scolarti la bottiglia? Non sembrerebbe, è ancora quasi del tutto piena!”
Nessuna risposta.
“Hai una bottiglia nascosta da qualche parte?” si stava alterando.
“Senti Biondo. Lo sai che non bevo, non troppo almeno.” Baffo sembrava realmente dispiaciuto e altrettanto dispiaciuta parve la risposta di Biondo.
“Lo so, qui beviamo tutti, non c’è modo di sopravvivere a questo senza bere ma non mi piace affatto come ti stai comportando, sembri bloccato, in panico, e lo sembri da giorni. Allunga un braccio in avanti.”
Baffo allungò in avanti il braccio, la sua mano tremava. Lui rimase in silenzio.
“Ti rendi conto che tu sei probabilmente il miglior tiratore tra di noi?

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La porta del paese delle meraviglie – Parte quarta

Mi trovavo lì, immobile, alle mie spalle un mondo, di fronte una porta verso un altro, l’istinto urlava dentro urlava fuori urlava di chiuderla per sempre.
L’istinto posò la mia mano, il palmo della mia mano sulla superficie di legno marrone liscio freddo. La pelle del mio palmo caldo sul freddo del legno liscio marrone. Il cuore batteva forte ma calmo ma forte ma calmo batteva il cuore.
Mentre i muscoli del mio braccio iniziavano a tendersi lievemente prima della spinta il mio sguardo cadde oltre la fessura tra la porta ed il nulla e fu quello il momento in cui cambiarono le cose, cambiò la scelta.
Guardai nella fessura che c’era tra la porta, priva di stipiti, e il rettangolo che ne definiva le dimensioni. Sul lato in cui era aperta lasciava vedere il pavimento nero e lucido della stanza all’esterno -o all’interno, non saprei dire- nella mia mano destra il bicchiere tremò un secondo ed abbassai la sinistra allontanando il palmo mentre le mie dita di riflesso si piegavano lievemente tremando.

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La porta del paese delle meraviglie – Parte terza

Ero ancora lì, accanto alla porta in attesa di un ricordo per sapere cosa attendessi, in attesa che un’attesa terminasse mentre terminava quello che veniva proiettato sullo schermo, non mancava molto al termine quando iniziò a nevicare nel bosco.
Nevicava ovunque nel bosco ma non nella casa di bosco, la neve si posava lieve e immobile ma non si accumulava, cadeva ancora. Non che ci fossero finestre da cui osservarla, non che ci fossero pareti a proteggere ma non c’era ne caldo ne freddo, ne vento ne bonaccia, e nevicava attorno e sopra e sotto e ovunque ma non nella casa che non era una casa. Nevicava.
Pensai per un momento, pensai che era strano non ci fosse freddo, e pensai che avrei voluto aprire il mobile accanto al divano, e che avrei voluto bere un Ballantine’s, che era un tempo infinitamente breve e lungo che ero qui, che avrei voluto chiudere quella maledetta porta una volta per tutte, che non sapevo cosa stavo aspettando e perché e che quindi era stupido non chiuderla e mentre osservavo cadere la neve cadere i pensieri cadere i ricordi di perché mi sentissi vagamente svenire, come io stesso fossi neve che lentamente scende come se io fossi in qualche modo mondo e questo mondo fosse me si mosse il mobile accanto allo schermo, si aprì, ne uscì una bottiglia di Ballantine’s che si versò in un bicchiere, la bottiglia alzata si sciolse e si versò nel bicchiere divenendo liquido ambrato, non più di due dita.

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Passi

Ad ogni passo
-lento-
per quanto live corrisponde il suono frusciante della neve pressata al di sotto delle corde che costituiscono la racchetta da neve.
Le gambe -pesanti- proseguono nel loro lavoro incessante, il ginocchio dolorante si piega,
si alza,
permette al piede
-lentamente-
di salire, di alzarsi dalla neve, da quei centimetri in cui è sceso nonostante la racchetta che intanto si stacca dal tallone inclinandosi e lascia cadere
-piano-
la neve che vi si era depositata poco prima.
I muscoli della coscia hanno un solo breve istante di riposo mentre la gamba sta scendendo nuovamente verso il legno che stava tracciando un solco con il vertice dietro abbassato e torna orizzontale a sprofondare lievemente
-ha nevicato da poco-
e mentre il ginocchio diminuisce l’angolatura il quadricipite torna ad irrigidirsi per sostenere il peso del corpo
-gli acidi lattici-
si fanno sentire
-i chilometri-
le ore di cammino e la salita
-il freddo-
mentre arriva il momento di un altro passo che
-lentamente-
porta avanti ancora di qualche centimetro tra infiniti centimetri dietro in basso da un dove verso altrove molto più in là il freddo
-pungente-
come aghi di questi pini di cui l’odore si spande attutito dall’umidità a congelarsi entra nelle ossa col vento
le braccia intirizzite tremano lievemente
-ed il fiato-
si congela
-l’acqua-
il mondo col vento del nord che soffia bianco trito di ghiaccio a colpire gli oggetti
-il volto-
nel silenzio
-l’anima-
irreale dietro le urla tra le fronde degli alberi e si fa che spazio nella mente.

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Saldi inferno 2015

  • 40 minuti per arrivare
  • 10 minuti per girare l’intero centro commerciale e decidere che non c’è nulla che valga la pena (e che per la cronaca ora vanno di moda anche gli uomini anoressici)
  • 40 minuti per uscire dalla bolgia tornare

Anche quest’anno dirotterò i miei soldi altrove: un bel paio di ciaspole e via sulla neve!

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I dimenticati d'Abruzzo

di Fabrizio Gatti

Centri storici abbandonati, strade invase dalle macerie, 30 mila ancora sfollati, 15 mila senza lavoro. Nuovi alloggi già deteriorati. Viaggio nei luoghi martoriati dal terremoto. Sedici mesi dopo le scosse

(19 agosto 2010)

Il centro di Sant Eusanio Forconese foto di Fabrizio Gatti Il centro di Sant’Eusanio Forconese
foto di Fabrizio Gatti
Qualcuno ha chiamato per nostalgia il numero della sua casa pericolante. E un bel giorno ha sentito rispondere. “Chi parla?”. “Chi parla? Ma chi sei tu?”. Quello dell’Aquila è stato il primo grande disastro italiano nell’era della comunicazione. E la comunicazione non può aspettare. È per questo che Telecom, secondo quanto è stato detto ad alcuni sfollati dallo sportello clienti, sta assegnando ad altri i numeri dei contratti sospesi dopo il terremoto.

Comincia così l’oblio. Ti cancellano dall’elenco telefonico.



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Racconti

Acino

Non lo so perché oggi ho scelto di salire sul sedile dietro della macchina, credo sia venuto spontaneo, così… fatto sta che mi ritrovo qui.
Alla guida c’è il buon vecchio Simon, lato passeggero nessuno.
Io sto piegato in avanti, appoggiato al sedile anteriore con la testa al di là del poggia testa, a parlare con lui, è una bella giornata di sole questa, inverno e sole, ottima per un bel giro sulla neve.
Siamo in autostrada già da qualche ora, in tranquillità, Simon non è solito correre ed è bello godersi il paesaggio e fare quattro chiacchere nel tragitto, godersi il tempo, godersi lo spazio, godersi la compagnia di…
D’un tratto accanto a noi un camion sembra sbandare un po’, stringerci di lato da destra.
In un’istante sfiora la macchina sul mio lato, non la tocca per un nonnulla e Simon lo schiva, ma sull’altro lato c’è ancora un camion.

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Frange di ricordi

Frange di Ricordi
30/07/2009

Malinconia del ricordo di canti
De Andrè, Battiato, un pizzico di Tozzi, i Modena
ma non importa neppure che cosa

il ricordo di sorrisi

impugno la mia penna come fosse ancora lei,
come ci fosse ancora lei
e scrivo

“io mi dico è stato meglio lasciarci
che non esserci mai incontrati”

pensando alla sua voce,
alla mia penna
alle parole

e ruoto come il

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