Staipa’s Blog

Il Blog di Stefano Giolo

Nulla

Non c’era nulla. Ma non è facile spiegare cosa significhi il non esserci nulla. Quando tu guardi un cassetto vuoto e dici che dentro non c’è nulla non è vero, c’è l’aria. Ma non è tanto quello, la questione è che comunque c’è il cassetto, un contenitore. Un bicchiere vuoto è comunque un bicchiere, un lago prosciugato è comunque una conca piena di sabbia o pietre, un deserto per quanto vuoto è sempre un deserto. Là invece non c’era nulla. O forse è più corretto dire che c’era nulla. Il nulla normalmente non c’è ne nel cassetto vuoto, né nel bicchiere, né nel lago prosciugato né nel deserto. Lì invece era il nulla, guardarvi dentro era esattamente come essere cechi. Non è possibile spiegarlo meglio anche perché nessuno di noi è mai stato cieco probabilmente ma se dovessi immaginare di esserlo lo immaginerei in quel modo, non era nero, non era un buco, non era quello che vedi in una grotta profonda perché tutte queste cose danno una speranza, la convinzione certa che accendendo un lumino qualcosa apparirebbe, anche fosse solo la tua mano.

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Guidare il potente mezzo

Il più vecchio ricordo che ne ho credo si a di me seduto sul sedile dietro. Ero talmente piccolo da potermi rannicchiare e starci nella zona al di sotto del finestrino. All’epoca non c’erano ancora i sedili rialzati per i bambini e non erano neppure obbligatorie le cinture di sicurezza davanti o dietro che fosse, gli appoggia testa erano un optional. Li avrebbe installati mio padre qualche anno dopo. Gli interni erano di un materiale diverso dalla stoffa grigia che li ricopre ora, ricordo che vi fossero degli interni di un materiale plastico, forse vinile. Era rosso. Mi sentivo al sicuro lì dietro e osservavo il mondo dal piccolo finestrino laterale. Attaccati c’erano due adesivi tondi. La copertura in vinile aveva un piccolo buco. Ci giocavo, infilavo il mio piccolo dito e immaginavo che dietro ci fosse un altro mondo, un giorno ci è finita dentro Birba, la mia piccola action figure della gatta di Gargamella dei puffi.

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Il di dentro di me

Non è semplice avere un super potere. La parte più difficile è saper controllarlo. Evitare che ti trasformi in un mostro, o che il mostro che hai dentro ti uccida.
Il processo è stato lento, lungo, passo a passo fino a svuotare tutto ciò che era rimasto dentro di me.
La prima parte a morire è stata l’intestino. Dal basso. Era lì che sentivo la tensione la pressione forte e la costrizione dell’ansia, della paura di perdere qualcuno. Era lì che sentivo il desiderio di amarti per quanto la gente parli di cuore. Era lì che bruciavi di più. Volevo dimenticare quello, cessare di provarlo e basta ma a morire fu soprattutto l’ansia. La paura. Cessai di essere capace di provarne. In effetti aveva i suoi lati positivi. Non era il risultato che avrei voluto ottenere ma non avere paure, non avere ansie, aveva il suo lato positivo.
Non era sufficiente perché lo stomaco bruciava.

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Perché ho smesso di scrivere poesie

Scrivevo molta più poesia un tempo.
Ho scritto sempre molto, ricordo il primo racconto che ho scritto era qualcosa come il 1990. avevo otto anni, forse nove. Raccontava di un viaggio nello spazio in cui io, nel 2017 andavo su Marte e incontravo una popolazione aliena, ma non era fantascienza, utilizzava il cliché inizio novecentesco della perdita di sensi momentanea a distinguere la parte reale da quella immaginaria, un trucco mutuato da Poe o da altri scrittori della sua epoca. Avevo descritto la morte da dentro il morente descrivendo una serie di deformazioni sensoriali e poi la sua resurrezione in questo mondo alieno. Non spiegavo se il protagonista fosse morto davvero o no, se fosse inteso come reale o no tutto quanto accadeva dopo. Avevo otto anni, era il mio primo racconto e non so dire da dove venisse, avevo letto Il Richiamo Della Foresta, 20.000 leghe sotto i mari, forse qualcosa di Salgari non di più.

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La paura di fallire

Fallire. Il mondo è zeppo di paura di fallire, di provare a fare qualcosa e non arrivarci in fondo. Fallire in uno sport in cui non sei sicuro di eccellere, fallire provando ad imparare a suonare uno strumento musicale, fallire un esame all’università, fallire la scelta degli studi, fallire in un rapporto di coppia, fallire un colloquio di lavoro, fallire l’organizzazione di un viaggio ambizioso, fallire un’attività lavorativa, fallire nello scrivere un libro, fallire nel dichiarare il proprio affetto, fallire nel coltivare un fiore, fallire nel fare un dolce. Fallire.
Fallire fa paura.
Io l’ho fatto un milione di volte. L’ho fatto anche oggi. Anche ieri. Sono abbastanza sicuro che lo farò anche domani, ormai mi conosco abbastanza per conoscere dove andrò a schiantarmi miseramente, come mi sentirò, quale sarà il livello di sofferenza.

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La mia prima volta (L’anima)

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell’aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto.

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La mia prima volta (La vita)

<- La mia prima volta

Quando Marco mi fece provare non sembrava nulla di che. Alla fine lo facevano tutti, o almeno lo facevano le persone che io ritenevo le più intelligenti, le più sensibili, quelle di cui preferivo circondarmi. Ero un ragazzo, eravamo tutti ragazzi e sembrava una cosa figa.
Provi. Tanto hai tutta la vita davanti, anzi ai tuoi piedi. Perché a quell’età non hai idea di cosa sia la vita ne davanti ne dietro, sai cos’è l’oggi, l’adesso. Il domani tuttalpiù è il tempo che ti separa tra l’adesso e un evento interessante. Non sapevo ancora che un giorno sarebbe diventato un mondo di possibilità, di scelte, di fatica, fino a quel giorno non esisteva, e basta.
Il gioco è stato divertente, quando me lo ha proposte mi sono chiesto “cosa succede se provo? Cosa se non provo?”. L’unica risposta che mi sono dato è che se non lo avessi fatto sarei stato uno sfigato, che Marco non mi avrebbe considerato all’altezza.

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Oggi

Incapace di ogni sentimento, di ogni emozione,
osservo questa scatola
nera
chiusa.
Non so dove sia la chiave, non so neppure se esista
non so dove sia la toppa o se basti sollevarne il coperchio.

Incapace di ogni sentimento, di ogni emozione,
osservo questa scatola.
Mi attira.

Incapace di ogni sentimento, di ogni emozione,
osservo questa scatola.

Incapace.

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Qual’è il dritto e quale il rovescio in una moneta?

A volte suoni, a volte sei Dio, a volte sei Il Male, a volte il silenzio esprime meglio il tuo essere.

Una suonata pessima in pubblico, e un cattivo umore, poi la gente pensa che tu sia di cattivo umore per la pessima suonata, e se suonavi male per il pessimo umore invece?
O se le due cose fossero una unica?
E se fossero invece totalmente due cose distinte, non legate?
A cosa era dovuto l’umore? E a cosa il pessimo suonare? Cosa importa? Il “pubblico”, la gente attorno ha le proprie opinioni, ha il proprio mondo, che ruota nella propria direzione.
Ho scritto un libro tempo fa “Luna Nuova”, si dovrei sistemarlo, migliorarlo, è ancora una bozza, nelle mani di chiunque voglia cercarlo ma ancora solo una bozza.
Inizia con un tramonto a est, finisce con un’alba ad est. Una notte in cui il mondo ruotava al contrario, in cui tutto girava per il verso sbagliato.


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