Ago 172017
 

L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire.
-Cesare Pavese-

Ho sempre creato un legame nella mia mente tra la scrittura e altri tipi di piacere, in particolare l’orgasmo (ne ho già scritto). Nel tempo ogni cosa evolve, cresce matura. Crescono tutte di pari passo con l’esperienza. Quando paragonavo il piacere della scrittura all’orgasmo non conoscevo a fondo nessuna delle due, erano le prime esperienze i primi momenti, le prime cose brevi ed intense. Fossero scritte o provate. Nella vita ci sono momenti in cui il desiderio più forte è quello di provare nuove cose, diverse l’una dall’altra, bruciare come lampi o fuochi fatui in una forma di bulimia compulsiva. Scrivevo cose brevi, racconti, poesie, frasi che oggi si definiscono aforismi ma che per me erano sunti di concetti che avrei voluto utilizzare più avanti. Giravo sempre con un Moleskine in tasca ed una penna. Appuntavo e godevo d’istante, distante dal mondo. Poi quelle rincorse gli impeti, i desideri si acquietano. Credo sia stata così una delle chiavi che hanno definito il mio smettere di scrivere, il mio perdere capacità di emozionarmi, di emozionare, di creare mondi, di vivere nel mondo reale.
Aridità.
Poi un giorno o l’altro si arriva ad uno di quei punti in cui si deve scegliere. Ho finito? Ho finito davvero o mi sono solo infilato nel vicolo sbagliato? Il muro che mi trovo di fronte è solamente l’ennesimo fallimento, il più grande, o c’è da qualche parte una strada che non ho percorso? Che ho lasciato indietro, qualcosa di intentato. Che cosa voglio davvero? Continue reading »

Apr 142017
 

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell’aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l’atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell’atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l’atto non era presente. Continue reading »

Feb 152017
 
  1. Usa il tempo di un perfetto sconosciuto in modo tale che lui o lei non sentirà che il tempo è stato perso.
  2. Dai al lettore almeno un personaggio per il quale possa fare il tifo.
  3. Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche fosse solo un bicchiere d’acqua.
  4. Ogni frase deve fare una delle due cose: rivelare il personaggio o anticipare l’azione.
  5. Inizia il più vicino possibile al finale.
  6. Sii un sadico. Non importa quanto dolci e innocenti siano i tuoi protagonisti, fai accadere loro cose terribili – in modo tale che il lettore possa vedere di cosa sono fatti.
  7. Scrivi per accontentare solo una persona. Se apri una finestra e fai l’amore con il mondo, tanto per dire, la tua storia prenderà la polmonite.
  8. Dai al tuo lettore più informazioni possibili e il prima possibile. Al diavolo la suspense. I lettori dovrebbero avere una così completa comprensione di ciò che sta succedendo, dove e perché, che potrebbero finire la storia da sé, gli scarafaggi dovrebbero mangiare le ultime pagine.

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Gen 012017
 

Ho imparato da tempo le lezioni in questo libro, ancora dai tempi de “La vita è stupenda“, ma Massimo Gramellini diversamente da me è uno scrittore vero. Uno che riesce a riempire duecento pagine di qualcosa che io non riesco ad esprimere in più di qualche pagina.
L’ho trovata una lettura preziosa che qualche anno fa mi sarebbe stata probabilmente fondamentale, un libro scritto con perizia e con la delicatezza giusta per affrontare le cose irrisolte, un libro che fa bene anche a chi ha già affrontato il proprio Belfagor interiore ma ancora di più a chi lo sta affrontando, o peggio ancora non lo vede.

Lui stesso lo riassume con una frase di George Bernard Shaw, e credo possa esserne il sunto migliore senza doverne aggiungere una sola parola, se vi riconoscete nel grumo agitato leggetelo. Se guardandovi indietro avete conosciuto quel grumo che il vostro Belfagor interiore vi ha regalato, leggetelo.
Solo se non sapete nulla di quel grumo allora lasciate pure questo libro scivolare altrove, in tal caso -FORSE- non ne avreste mai avuto bisogno.

Gen 012017
 
Whiskey e cioccolato

A capodanno si fanno i bilanci, ci si guarda indietro e si dice cosa sia andato bene e cosa no. Non lo faccio mai. O piuttosto non è questo il periodo dell’anno in cui sono abituato a farlo. Tuttavia sono per la prima volta in tanti anni a metà tra un cambio epocale e un’altro tra una scelta e un altra.
Mi guardo indietro e penso a quest’anno. Visto da fuori non è accaduto molto forse, ma da dentro è cambiato un mondo. Ma anche da fuori forse. Ho scritto un romanzo, ho viaggiato in Grecia, in Austria, in terra terremotata, ho abbracciato forse la persona più importante della mia vita, di certo di questi ultimi anni, e l’ho persa, ho incontrato un nuovo mostro come quello che dieci anni fa mi ha distrutto e questa volta ho retto, ho intessuto rapporti di amicizia forti in breve tempo e rafforzato rapporti che credevo perduti, ho fatto scelte nuove che porterò avanti nell’anno che viene, ho visto cadere il mio ideale di futuro e chi pensavo l’avesse realizzato e guardandomi attorno ho visto che non è poi così male quello che ho seminato.
Ora inizia un nuovo anno in cui raccoglierne i frutti, un anno fatto di un numero primo. Non sono scaramantico ne credo alla numerologia, ma i numeri primi restano comunque speciali anche per uno scientista, fa sorridere.
Benvenuto nuovo anno, e ben venuto nuovo mondo.
Ti aspetto qui, ancora su una cima di una montagna, dove guardo dall’alto la vita.

Nov 052015
 

Non recensisco spesso ed in genere lo faccio sulla musica, ma oggi mi sento di parlare di questo libro, e di questa scrittrice emergente Veronese che mi è capitato di avere l’onore di conoscere nelle mie peripezie.
Si tratta di “La parabola delle stelle cadenti” e di Chiara Passilongo.

La parabola delle stelle cadenti - Chiara Passilongo

La parabola delle stelle cadenti – Chiara Passilongo

Come ho già avuto modo di dire a lei il genere del romanzo se preso così come in sinossi, non è decisamente qualcosa che normalmente mi attirerebbe, si tratta della storia di una immaginaria famiglia veronese che nell’arco dei circa trent’anni a partire dal 1981 si trova ad affrontare la nascita ed il successo di una azienda dolciaria partendo da una piccola gestione familiare fino a raggiungere il successo nazionale trovandosi ad incontrarsi e scontrarsi con la realtà storica e politica dell’ultimo trentennio fino alla crisi dei nostri giorni, ma si tratta anche della vicende familiari, della crescita dei figli e dello scontro tra una generazione legata alla terra ed una proiettata verso la modernità.
Basta leggere l’incipit per avere un’idea chiara di non trovarsi di fronte un romanzo comune, la delicatezza e la precisione con cui viene tratteggiata l’intera vicenda in poche righe sembra la precisione semplice di un testo come “Imagine” di John Lennon, dove non una sola parola è fuori luogo, non una sola parola è di troppo ed una sola parola in meno sarebbe stata una mancanza.
Traspare in ogni riga un controllo e un dosaggio delle parole che non a tutti è possibile realizzare e l’intero svolgimento tra personaggi ben tratteggiati e da un lato così tipici dall’altro interessanti invoglia alla conoscenza di un mondo che è un po’ quello che ha creato la nostra generazione di trentenni nel bene e nel male e sembra di rileggere senza troppa nostalgia ma anche senza troppo distacco un mondo che sembra ormai distante ma che è ancora il nostro.

La parabola delle stelle cadenti - Chiara Passilongo - Incipit

La parabola delle stelle cadenti – Incipit

Su Amazon è possibile leggerne la prima parte se questa mia recensione avesse acceso in voi il desiderio di conoscerla

Dedica

Dedica

Gen 242015
 

A volte capita di trovare un brano musicale, per caso, per destino, o per sconosciuta serendipità, oggi ne sto ascoltando ossessivamente uno, in questi giorni ne stavo ascoltando ossessivamente un altro.
Sono settimane che vorrei scrivere qualcosa che si chiamerà “Il Destino Razionalista” che spiega tutto questa serendipità che ognuno incontra ogni giorno nella propria vita, ma lo spiega nel modo più scettico e razionalista che mi sia mai capitato di pensare: il destino concetto irrazionale spiegato con il razionalismo.
Nel frattempo questo razionale lato si scontra contro incontri contrari al controllo, che rivolgono, stravolgono, coinvolgono momenti, persone inaspettate.
Lo rifuggo e rincorro, con parte e parte trafitto da parte a parte.
In passato ci ho messo mesi a scrivere qualcosa come quello che vorrei scrivere, ma non c’è fretta perché anche questo è cambiamento.
Ho finito un secondo romanzo, forse non avevo neppure scritto qui di averne iniziato un primo e il cervello ruota rivolta scalpita per iniziarne uno nuovo, quello è in testa da quasi dieci anni, credo dal 2005, quando ne tirerò fuori gli appunti lo saprò, ma non è ancora il tempo.
Oggi è il tempo di ascoltare questo brano, a ripetizione, mille e mille volte e mille ancora.
Mi ispira la scrittura di qualcosa di nuovo, che non ha a che fare col destino ma che è destino, mi ispira lo scrivere cose nuove che non ho mai scritto.
Intanto vago e divago nel vano e insano percorso che si forma nella mia mente.
E così quando il mio lato razionale spinge per scrivere qualcosa di nuovo accanto l’irrazionale spinge per contraddirne con coerenza.

è una piacevole instabilità che potrebbe portare novità o autodistruzione.
Ma intanto ascolto ancora questa musica, ed ancora, ed ancora, ed ancora, ed ancora.
Gen 062015
 

…..

Passai la notte stranamente rilassato, non rivedevo i miei giorni passati, non soffrivo pentendomi, la vissi come una notte normale, come se nulla di diverso dal solito dovesse accadere.

Oggi è il giorno in cui mi uccideranno, la stanza in cui mi trovo è bianca, come il tunnel che si dice ci sia dopo la morte, ma ora sono ancora prima, sono ancora di qua.
L’infermiere è arrivato a prelevarmi, mi chiedo a cosa serva un infermiere, a cosa servano medici, aghi sterilizzati e quant’altro quando sappiamo benissimo che non morirò prendendo qualche malattia.
Il buco per l’ago nella vena potrebbe prenderlo anche mia mamma, non mi sono mai drogato e le mie vene sono sane e ben visibili.
Non avrei mai pensato di fare queste considerazioni a pochi metri dal patibolo ma che vuoi, alla fine non c’è molto altro da pensare. Colpevole? Lo sono.
Pentito? E perché dovrei pentirmi? Tutte quelle persone si meritavano ciò che ho fatto. Lo meritavano i loro genitori almeno, meritavano e meritano tutta la sofferenza che vivranno per il resto delle loro vite. Trovo che sia divertente l’ironia del fatto che io invece non soffrirò più.
-Prigioniero. Perché ride? Abbia rispetto per queste persone a cui ha portato via qualcuno di caro.
Vorrei tanto poter morire col sorriso, ma temo che quelle iniezioni mi faranno perdere la possibilità di controllare i muscoli del volto rilassandoli come se fossi svenuto.
Trovo sia davvero un peccato.
Ora stanno infilandomi l’ago, sorrido al medico, all’assassino. Assassino né più né meno di me, anzi forse ne ha uccisi più lui.

…..

-da “Cuore” Stefano Giolo-

Ott 022014
 

Finalmente dopo tempo sembra che “il motore sia ripartito”, e sto scrivendo parecchio. Probabilmente più di quanto abbia mai fatto ed in una forma che è decisamente diversa da quella di un tempo. Si cambia, si cresce, ed è bello.

Ho scritto un romanzo “Romanzo incompiuto“, che non so se davvero mai mi impegnerò a pubblicare, mi piace, si. Ma riconosco che c’è troppo “me” come fosse una contorta biografia immaginaria.
Le pochissime persone che me ne hanno dato un parere, tra le poche persone che lo hanno avuto in mano me ne hanno fatto dei complimenti che non ritengo del tutto sinceri, come a non avere il coraggio di dire il vero. Mi fa ridere perché proprio nel romanzo stesso parlo del fastidio dell’incapacità delle persone che ti vogliono bene di dirti davvero cosa pensano di cosa produci.

So di poter scrivere di meglio ed ho altri progetti per la testa, almeno due.
Del primo questo è la demo, il trailer.
Non penso di metterne online altri pezzi fino a che non sarà finito, ma mi diverte l’idea di pubblicare una specie di Trailer.

Per dire che non mi sono di nuovo spento, per far sapere a chi è lontano che qualcosa si muove, che la vita prosegue. Per dire a chi mi spinge a scrivere che lo sto facendo ancora, per dire a chi non glie ne frega niente che nonostante tutto ha pienamente ragione a fregarsene.

Il tempo

“Vedi? Quello che devi fare è semplicemente concentrarti e ricordare cosa c’è attorno. Ricordare ogni singolo dettaglio e ricrearlo nella tua mente, dopo di che aprire gli occhi e vedere il mondo che c’era di nuovo attorno a te, niente altro”

“Provaci”

“Provaci, su”

“Conta fino a dieci, uno, due…”

Cos’è questa voce?

“tre, quattro…”

Cos’è questa voce? Chi mi parla?

“cinque, sei…”

C’è così buio attorno a me, gli occhi però stanno iniziando ad abituarsi lentamente al buio, sto cominciando a

“sette, otto…”

vedere attorno come se invece vedessi attraverso le palpebre chiuse, o qualcosa del genere

“nove, dieci”

Apro gli occhi, o almeno, sono sicuro che ora siano aperti ma non è cambiato nulla.
Sono nel vuoto.
Non proprio nel vuoto, perché in qualche modo il vuoto sta ruotando, credevo di essere orizzontale ma sono piuttosto sicuro di essere in piedi, le mie braccia si muovono tranquillamente in ogni direzione senza impedimenti.

Se batto i piedi a terra però mi accorgo che un “a terra” esiste, quindi almeno non sto volando. La voce diceva qualcosa riguardo il pensare ai dettagli e ricrearli.
Pensare ai dettagli e ricrearli.
Cosa c’era prima? Prima di cosa?

Che ore sono? L’orologio segna le 19:19, ho un orologio.
Ho un orologio e segna le 15:20, si.

E cosa ci faccio qui? Aspetta, sono le 12:30, oggi alle 12:30 dovevo andare a prendere un cuore. Dovevo andare dal meccanico a prendere un cuore.

Non credo abbia senso tutto questo.
Devo procedere per gradi, intanto mi serve una sedia, una come questa, ecco. Mi siedo. Non sono al chiuso, altrimenti la mi claustrofobia mi avrebbe già fatto uscire di testa, oppure, in alternativa, forse sono già uscito di testa per la claustrofobia.

Hei, da dove è comparsa questa sedia?
Non c’era nulla tuttavia prima di questo. Non arrivo “da qualche parte” o da qualche cosa, è come se io fossi sempre stato qui, o se prima non fossi esistito.
Cos’era la voce.
Se c’era una voce ci deve essere qualcuno, se ci deve essere qualcuno questo qualcuno deve poter comunicare ancora con me.

“Signore, signore, dove siete? Mi avete parlato poco fa, dove siete ora?”

Silenzio.

“Signore, dove siete?”

Mi sembra di distinguere un lieve bagliore, qualcosa di bianco in lontananza, grigio, rosa. Mi alzo, devo scoprire cos’è.
Sento un tuffo al cuore improvviso, qualcosa non va, e forse un ricordo torna alla mente un istante, si affaccia, sorride e se ne va come a voler dire ma ad essere bloccato un istante nella timidezza.

Intanto mi avvicino e vedo come un immagine di un uomo, sembra anziano. Sembra un quadro, l’immagine sembra di un uomo sulla settantina, e seduto su una sedia di legno ma nel buio se ne vede solo un pomello salire accanto alla spalla destra. È rivolto verso di me, la fronte ampia. È un uomo di cui si direbbe ironicamente “ha la fronte alta” i capelli sono brizzolati, più bianchi che neri, le sopracciglia grandi e folte, lo sguardo buono ma vecchio e stanco. Il naso grande ma non troppo e porta una folta barba unita ai baffi, grigia brizzolata anch’essa, forse con qualche tratto ancora di castano lieve.
Porta una tunica nera di cui si vede poco se non il grande colletto largo a sua volta bianco, o grigio più chiaro della barba.

La mano sinistra è posata sull’appoggia braccio della grande sedia di legno, porta un anello con una pietra tonda all’anulare sinistro, non sembra però un anello che abbia a che fare con le nozze. La tunica o comunque questo vestito nero ha dei polsini bianchi, come il colletto.
Nella mano destra ha quello che sembrerebbe un antico cannocchiale.

“Ma per trovar il bene io ho provato
che bisogna proceder pel contrario:
Cerca del male, e l’hai bell’e trovato;
Però che ‘l sommo bene e ‘l sommo male
S’appaion com’i polli di mercato.”

Non ho capito, signore, ma è lei che ha parlato?

“Quello, che noi ci immaginiamo, bisogna che sia o una delle cose già vedute, o un composto di cose o di parti delle cose altra volta vedute.”

Poi si alzò. L’uomo si alzò dall’immagine e mi si avvicinò.

“Mio giovane allievo” disse.
“Osserva”
accanto a lui c’era un tavolo, non lo avevo visto prima, ed in mano non aveva più un antico cannocchiale ma un cronometro digitale moderno.
Sul tavolo una struttura di metallo reggeva un filo, al filo era appeso un gancio ed al gancio un cono con la punta verso il basso.
Sul cono c’era scritto 100g, cento grammi.

Prese il cono lo spostò di lato e lo fece ricadere in modo che dondolasse, in modo che facesse da pendolo.
Misurò con il cronometro l’oscillazione, per diverse oscillazioni, il tutto in assoluto silenzio.

Scrisse dei numeri su un foglio e poi dichiarò “1,60 secondi”.
Prese nuovamente il pendolo e lo alzò nuovamente, questa volta più di quanto lo avesse alzato precedentemente.
Riprese a misurare, scrisse nuovamente.
“1,60 secondi mio allievo”
Sorrise lievemente, con quel sorriso stanco e con gli occhi stanchi e gialli di un vecchio stanco e lentamente, come si muove un vecchio, prese il peso a forma di cono e lo sostituì con uno più grande, mi guardò un istante e lo fece nuovamente oscillare.

Misura, misura, misura, misura, scarabocchio.
“1,60 secondi, ancora”
Cambiò altri due pesi, e misurò sempre lo stesso valore.
Questa volta sempre in silenzio. Concentrato.
Poi girò una piccola vite all’altezza alla quale iniziava il filo e accorciò il filo stesso.
Mise nuovamente sul gancetto il primo peso e lo fece oscillare.
“1,40 secondi questa volta”
Ricominciò nuovamente l’esperimento con la nuova lunghezza.
Cambiare il peso, misurare, scrivere, “1,40 secondi”, cambiare il peso, misurare, scrivere “1,40 secondi”, cambiare il peso misurare.
Non so quanto andò avanti.
Poi d’un tratto si fermò e mi guardò, non proprio negli occhi, era come se guardasse contemporaneamente dentro di me ma lo sguardo fosse puntat0 leggermente più in basso delle mie pupille.

Si girò e disse “1,80 secondi”, regolò il filo, mise un peso scelto a caso senza guardare, misurò, misurò, misurò, scrisse.
“1,80 secondi”.
“Mio giovane allievo, cosa comprendi da questo?”
“Credo sia il principio del pendolo, l’oscillazione è indipendente dal peso ma dipendente dalla lunghezza del filo”

Fece qualche istante di silenzio. Poi d’un tratto come se non avessi parlato
“Mio giovane allievo, cosa comprendi da questo?”
Non sapevo cosa rispondere.
Mi distrassi un secondo guardandomi riflesso in uno dei pesi, erano lucidi e curvi, modificavano certamente l’aspetto, le forme. Ma difficilmente i colori.

I miei capelli erano corti, con la riga di lato, indossavo un grembiule da scuola elementare blu, non potevo esserne certo data la distorsione delle misure ma dovevo essere un bambino. O essere almeno travestito da bambino.
“Mio giovane allievo, forse lo capirai nel tempo e nello spazio. Senza velocità. Nel tempo e nello spazio”

Mi porse il cronometro digitale parlammo ancora a lungo di cose che non ricordo e che non saprei ripetere, poi si allontanò.

Il tavolo, non saprei dire quando, era scomparso, ed in mano ora ho un orologio antico come l’eterno. Un vecchio orologio da taschino, con dentro la foto di una signora che deve essere vissuta non so quante epoche fa. Pensandoci meglio ricordo che avevamo parlato della necessità di un metodo di verifica per comprendere ciò che siamo, da dove veniamo, per comprendere la realtà e riprodurla. Mi aveva detto di metterci il cuore, mi di non tradire mai me stesso neanche sotto minaccia o qualcosa del genere.

Ora sono di nuovo nel vuoto, accanto alla mia sedia con un orologio antico in mano.
Segna mezzogiorno.

Tic
Tac
Tic
Tac
Tic
Tac

Come il cuore del tempo.
Come il cuore

Nel tempo.

Non so perché, ma spesso mi viene spontaneo contare i battiti del mio cuore tum, tum, tum, confrontarlo con il battito dell’orologio leggermente più veloce, tic, tic, tic.

Lasciar passare una trentina di secondi, e poi fare la moltiplicazione e accorgermi che non mi ricordo assolutamente quale sia la frequenza cardiaca corretta e di aver fatto questo lavoro per niente.

Un tuffo al cuore, nuovamente.

Accade quando qualcosa cambia?

L’orologio segna mezzogiorno e un minuto. O è mezzanotte? Come se in questo istante iniziasse un viaggio, un mondo, qualcosa.

Sfugge

Tic, tac, tic, tac, tic, tac. C’è qualcosa che mi sfugge, è come l’impressione che questo orologio in qualche modo acceleri. Non è facile definirlo, e non ho modo di confrontarlo.
Voglio dire, avevo un orologio digitale poco fa, ma ora per qualche motivo non l’ho più al polso, forse me lo sono tolto parlando con quel vecchio eppure la sensazione è che qualcosa sia cambiato, come un salto nel vuoto.

Il battito del cuore. Devo rilassarmi, lasciare regolarizzare il battito del cuore e confrontarlo ancora una volta con il tempo.
Devo rilassarmi.

È divertente come rilassarsi sia la cosa più difficile al mondo quando vuoi rilassarti e quando una sensazione di irrequietezza inspiegata attanaglia la tua anima.

Tic, tac, tic, tac, tump, tump, tump, tic, tac, tic, tac.
L’orologio accelera, si, o rallenta il cuore.
Non dovrebbe rallentare il cuore, a meno che non stia rilassandomi. Non sto rilassandomi affatto, non dovrebbe rallentare il cuore quindi accelera l’orologio.
L’orologio è a carica, forse è troppo carico, ho letto da qualche parte che questi orologi a piena carica accelerano così quando sono scarichi possono rallentare un poco e mantenersi mediamente corretti.

O l’ho immaginato non ricordo, quindi forse ora è troppo carico.
Provo a girare la rotella per vedere quanto lo è.
Un giro, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove.
Beh, forse tira avanti di suo.
Probabilmente tira avanti da solo.

La sedia non c’è più.

Credo non resti che camminare.
Gli occhi ormai si sono abituati al buio ed ora posso dire con certezza che non c’è nulla. Ho anche dubbi se il pavimento esista davvero o se non sia una qualche specie di campo di forza che esiste solo dove sono i miei piedi o dove metto le mani quando le porto all’altezza dei piedi stessi.

Potrei provare a saltare improvvisamente, ma la paura mi attanaglia. E se saltando questa specie di campo di forza non facesse in tempo a crearsi? E se cadessi? E se si creasse un istante dopo mozzandomi un piede? E se non ci fosse fondo e cadessi in eterno?

In realtà ne sarei curioso, l’attrito dell’aria dovrebbe permettermi di accelerare fino ad un certo punto per poi mantenere la mia velocità costante, e a velocità costante non dovrei poter distinguere l’essere in movimento o il non esserlo.

Potrei stare cadendo anche ora quindi… no. No, i capelli sono fermi e sotto i piedi se spingo sento qualcosa.

E se quel qualcosa stesse cadendo e impedisse all’aria da sotto di scompigliarmi i capelli? Se fosse destinato ad arrivare su un fondo?
Se stessi semplicemente precipitando per trasformarmi in una polpetta di ossa e sangue sul fondo di qualcosa?

No. No. Non lo è, non ho modo di dimostrarlo ma non credo possa essere questo che sta accadendo.

“Mississipì”.
Non ricordo dove l’ho imparato ma “Mississipì” è una parola che pronunciata con il giusto accento dura un secondo.
Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic Mississipì-tic.

Forse mi sto facendo influenzare.
Posso nascondere l’orologio e dire Mississipì sessanta volta, ora segna le mezzanotte e diciotto, o mezzogiorno, non lo so.

Mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì, mississipì.

Dodici e diciannove.

Misure

C’è qualcosa là in fondo. Sembra un luccichio, sembra come un piccolo rettangolo che riflette la luce.
Non so quale luce dato che c’è buio.

Che alternative ho? Credo che tra stare qui in piedi a contare secondi e battiti del cuore e andare a vedere di cosa si tratta l’alternativa meno noiosa sia decisamente andare a vedere di cosa si tratta.

Tic, tac, tic, tac, tic, tac. Mi sta ossessionando. Questo orologio mi sta ossessionando.
Lo devo gettare.

No.

Non posso, è l’unico baluardo della realtà. Non so di quale realtà, ma mi pare così terribilmente l’unica cosa che abbia un qualcosa di certo, di scientifico che separarmene forse mi porterebbe alla follia più che tenerlo con me.

Eppure quel pendolo, quel vecchio… questo stesso orologio con la sua catena è un pendolo.
Ho un modo per valutare se a sbagliare sia l’orologio o il mio cuore!

Quante oscillazioni fa l’orologio a mo’ di pendolo in un minuto?
Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, ventisei, ventisette, ventotto, ventinove, trenta, trentuno, trentadue, trentatré, trentaquattro, trentacinque, trentasei, trentasette, trentotto, trentanove, quaranta, quarantuno, quarantadue, quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque, quarantasei, quarantasette, quarantotto, quarantanove, cinquanta, cinquantuno.
Sono passati trenta secondi. Fanno centodue oscillazioni al minuto, circa un secondo e sette decimi.

Se la fisica non mi abbandona questa è l’unica costante che ho.
Alle dodici e ventidue il mio pendolo oscillava centodue volte al minuto.
Queste sono le mie uniche misure del mondo, del tempo e dello spazio. La lunghezza della catena del mio pendolo, e centodue oscillazioni che misurano quello che per me sarà un minuto.

Set 192014
 

Ancora una volta inizierò scrivendo “è da molto che non scrivo qui”, e mi chiedo anche perché mi ritrovo a farlo. Negli anni ho raggiunto la convinzione che scrivere un blog sia privo di senso a meno che lo scopo non sia professionale, di autopromozione o simili. Ti chiedi “a chi può interessare leggere ciò che scrivo?”.
Negli ultimi mesi sono cambiate molte cose, cose perse, cose trovate, cose ritrovate. E persone.

La prima cosa ritrovata, perché è più bello parlare di quel che si trova che di quel che si lascia, è la voglia di scrivere, e la motivazione soprattutto. Scrivere.
Per un paio mesi ho lavorato ad un progetto che avevo in mente da anni ma che non ero mai stato in grado di scrivere, ne è uscito un romanzo breve.
Credo sia un po’ strano, particolare, non so giudicare se bello.
Anni fa dopo aver pubblicato Contrapposizioni avevo fatto una promessa, avevo promesso ad una mia insegnante di Italiano di avvisarla qualora avessi “prodotto” qualcosa di nuovo.
Non è stato facile rintracciarla dopo tanti anni.

Rintracciarla però è stato un tuffo in un mondo vecchio e nuovo. Mi aspettavo di incontrarmi davanti una signora dall’aspetto più anziano di quanto è stato nella realtà, mi aspettavo di entrare in una casa piena di cultura e così è stato, tra mobili di pregio, quadri, e infiniti soprammobili con riferimenti alla storia e alla letteratura.
Mi sono trovato davanti una donna come ricordavo essere quella donna, quella di cui tutti avrebbero riconosciuto il rumore dei passi nel corridoio. Fiera e forte e dolce al contempo.

Il tuffo più forte, al cuore, è stato quando mi ha porto la sua copia di Contrapposizioni con le pieghe agli angoli delle pagine delle poesie che preferisce, il suo raccontarmi che lo tiene nel comodino, ed ogni tanto lo rilegge, ed ogni volta che lo rilegge le da emozioni diverse e lo interpreta diversamente.
Uno scopo raggiunto nella mia idea di scrittura in quel libro.
Un tuffo più forte quando mi ha porto una copia di un giornale con un mio racconto, un giornale che non ricordavo neppure fosse mai stato edito, un giornale che neppure io ho.

E mi sono chiesto ancora “a chi può interessare leggere ciò che scrivo?” non lo so. E forse non deve neppure interessarmi troppo. Forse la vera domanda è “per chi scrivo?” non darò una risposta pubblica ne univoca questa domanda, ma questo è il motore che fa si che abbia senso farlo.
Che sia per l’arte, che sia per te che stai leggendo, che sia per qualcuno che mai leggerà ciò che serve per scrivere è un motore e nulla che possa uccidere la motivazione.

Pubblicare non so se farlo ancora o no, importa più scrivere che pubblicare, non puoi pubblicare ciò che non scrivi, che ti tieni dentro, che soffochi, che lasci morire dentro.

E poi quando scrivi, quando vivi, quando affronti il mondo con la faccia pulita di chi guarda al futuro con curiosità e fiducia le cose vanno, le cose tornano, i mondi cambiano. Incontrare una persona che non vedevi, sentivi, incontravi da anni, troppi anni.
Trovare la foto di uno sguardo che non riesci a non continuare guardare, che non riesci a guardare senza che il cuore acceleri come, parlare con quello sguardo, non nella mente ma con la voce. Accorgersi che il tempo dilatato dell’assenza si può comprimere ed il tempo essere come pochi istanti dopo di un altra foto di quando avevi quattordici anni.

So che scriverò ancora perché la testa è piena di idee, so che vivrò ancora perché la testa è piena di sogni, so che correrò ancora perché le gambe, i piedi l’intero corpo non vedono l’ora di uscire da questo tepore delle coperte.

Il mondo va, il mondo viene, e nel mondo noi andiamo e veniamo e ci muoviamo e nuotiamo.
E il tempo scorre, non torna mai indietro, e il tempo scorre e talvolta il passato acquista significati che prima non aveva e da un significato ad un futuro che prima non si vedeva all’orizzonte.

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Privacy Policy Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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