Staipa’s Blog

Il Blog di Stefano Giolo

Il profilo della Montagna

Ho parlato spesso della montagna. Amo il mare, amo la natura in genere, amo viverla ma soprattutto amo la montagna. Sono molti i motivi ma uno di quelli che ho potuto provare in questi giorni è perché puoi osservarne il profilo. Il profilo di una montagna, da lontano, ti ricorderà sempre che tu la sopra ci sei stato. E non potrà mai togliertelo nessuno, neppure quando non sarai più in grado di salirci. Ti ricorderà sempre che la sopra ci sei stato, ti ricorderà sempre il sudore e il sangue e le bestemmie e il dolore delle spalle ma soprattutto ti ricorderà la soddisfazione di guardare il mondo da lassù. E non importa se sia stata un impresa che molti o pochi hanno fatto importa quello che tu hai provato salendoci, la sfida che hai ingaggiato con te stesso e con lei.

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La porta

 

 

 

 

Ed è ancora quella porta
-maledetta oscura-
che chiudo alle mie spalle una volta ancora.
Era così semplice oltrepassarla un tempo quando non provavo più sentimento alcuno.
Ancora quella porta un tempo introvata passata ancora una volta oltre cui inizia la ricerca in terre desolate.
E nuovamente quella porta, mentre ogni volta mi sento più vecchio
-sono più vecchio-
come si ripetesse da millenni.
E dopo la strada, dopo morti e battaglie ancora.
Ed è ancora quella porta
-maledetta insicura-
chiusa mi sbarra la strada per poi aprirsi a fatica e mostrare nuovi mondi
terre desolate e silenzi e ancora solitudini e fatiche da affrontare fino a raggiungerla
fino a raggiungere quella porta
-rossa oscura-
da abbattere aprire sfondare oltrepassare
e rabbia, e la forza di un guerriero
-stanco, abbattuto-
che lotta per raggiungere infine quella porta oltre cui nuove terre
-desolate, aride, piene di animali marcescenti-
dove affrontare nuove avventure e combattere e finalmente raggiungere
quella porta
-oscura maledetta-
mentre il mondo è andato avanti
l’anima come un telo un tempo bianco ora consunto che si strappa ad una carezza
sporco e secco del fango e della pioggia e del sale del mare
un telo antico con le tracce del sangue e del piscio e del silenzio.

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La mia prima volta (L’anima)

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell’aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto.

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La mia prima volta (La vita)

<- La mia prima volta

Quando Marco mi fece provare non sembrava nulla di che. Alla fine lo facevano tutti, o almeno lo facevano le persone che io ritenevo le più intelligenti, le più sensibili, quelle di cui preferivo circondarmi. Ero un ragazzo, eravamo tutti ragazzi e sembrava una cosa figa.
Provi. Tanto hai tutta la vita davanti, anzi ai tuoi piedi. Perché a quell’età non hai idea di cosa sia la vita ne davanti ne dietro, sai cos’è l’oggi, l’adesso. Il domani tuttalpiù è il tempo che ti separa tra l’adesso e un evento interessante. Non sapevo ancora che un giorno sarebbe diventato un mondo di possibilità, di scelte, di fatica, fino a quel giorno non esisteva, e basta.
Il gioco è stato divertente, quando me lo ha proposte mi sono chiesto “cosa succede se provo? Cosa se non provo?”. L’unica risposta che mi sono dato è che se non lo avessi fatto sarei stato uno sfigato, che Marco non mi avrebbe considerato all’altezza.

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Immemori battaglie pt2: “Quindi? Hai deciso?”

“Quindi? Hai deciso?”
La persona da cui proveniva la voce lo stava guardando con aria interrogativa dall’altra parte di una scrivania. Lui era immobile, nel suo completo elegante leggermente stropicciato.
“Sì, non è stata chiara la mia risposta?”
Sembrava stupito del sentire nuovamente chiedere in merito alla decisione, era molto sudato ma apparentemente era come se qualunque fatica avesse fatto fosse relegata al di fuori di quella stanza, in una specie di oblio di cose dimenticate.
“Ricordi cosa hai risposto poco fa?” disse la persona dall’altra parte della scrivania.
“Certo ho detto che…” il volto dell’uomo si rabbuiò qualche istante. “Ho detto che…” Una vena gli si gonfiò sulla fronte, pulsava mentre si copriva il volto con le mani scuotendo la testa.

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“Traffico. Io vivo altrove.”

Ogni tanto le cose ritornano, come cicli come onde. Il ricordo di un passato è più bello quando arriva inaspettato. Non cambierà la mia vita, non il passato. Lo ha già fatto ed è stato bello per questo.
Un tempo ero una di quelle persone da foto di cose vecchie per rimuginare e ripensare, poi nel tempo ho capito come non importi ricordare necessariamente chi c’era in quel posto, cosa hai fatto, cosa hai visto. Preferisco che ciò che non è stato importante finisca lentamente nell’oblio delle cose dimenticate, preferisco che nella mia testa ci sia lo spazio per tutto quello che devo ancora vivere, per accumulare ricordi nuovi. Ed è la memoria a scegliere cosa fosse importante. Come un girasole preferisco guardare verso la luce e muovermi verso un divenire. Ed è in questo contesto che i ricordi importanti, le cose che ti hanno portato ad essere quello che sei emergono talvolta come una carezza od un sorriso che ti dicono che sì, stai andando nella direzione giusta, che sì esiste una linea diretta che porta da quel che eri a quello che sei ed è quella che puoi seguire passo passo da quel ricordo emerso a tutti e soli quei ricordi che ad esso sono legati.

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Passi

Ad ogni passo
-lento-
per quanto live corrisponde il suono frusciante della neve pressata al di sotto delle corde che costituiscono la racchetta da neve.
Le gambe -pesanti- proseguono nel loro lavoro incessante, il ginocchio dolorante si piega,
si alza,
permette al piede
-lentamente-
di salire, di alzarsi dalla neve, da quei centimetri in cui è sceso nonostante la racchetta che intanto si stacca dal tallone inclinandosi e lascia cadere
-piano-
la neve che vi si era depositata poco prima.
I muscoli della coscia hanno un solo breve istante di riposo mentre la gamba sta scendendo nuovamente verso il legno che stava tracciando un solco con il vertice dietro abbassato e torna orizzontale a sprofondare lievemente
-ha nevicato da poco-
e mentre il ginocchio diminuisce l’angolatura il quadricipite torna ad irrigidirsi per sostenere il peso del corpo
-gli acidi lattici-
si fanno sentire
-i chilometri-
le ore di cammino e la salita
-il freddo-
mentre arriva il momento di un altro passo che
-lentamente-
porta avanti ancora di qualche centimetro tra infiniti centimetri dietro in basso da un dove verso altrove molto più in là il freddo
-pungente-
come aghi di questi pini di cui l’odore si spande attutito dall’umidità a congelarsi entra nelle ossa col vento
le braccia intirizzite tremano lievemente
-ed il fiato-
si congela
-l’acqua-
il mondo col vento del nord che soffia bianco trito di ghiaccio a colpire gli oggetti
-il volto-
nel silenzio
-l’anima-
irreale dietro le urla tra le fronde degli alberi e si fa che spazio nella mente.

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Lettera da capo scout a capo scout


Nota del 01/02/2016:
Questo post sta acquistando una inaspettata notorietà e la quantità di visite che riceve è in fortissimo aumento, ci tengo a specificare che tale riflessione è indirizzata ai capi facenti parte dell’associazione Agesci ma non all’istituzione Agesci che come tale non credo possa ad oggi schierarsi pubblicamente su questi temi senza una discussione interna. Non vuole per tanto essere sprono per chi sostiene campagne denigratorie nei confronti della stessa, ma tuttalpiù per chi ne promuova una discussione interna che non passi dai media.
Ringrazio per i commenti ricevuti (che non pubblicherò per evitare l’alimentazione di polemiche) nel bene e nel male e ricordo a chi mi accusa di mantenere l’anonimato che in questo blog non ho mai nascosto il mio nome, e vi si trovano agevolmente le mie generalità.

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Racconti

La Genesi. Dalla Bibbia secondo me.

In principio Dio creò il cielo e la terra.
Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: “Sia la luce!”.
E la luce fu.
Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte.

E fu sera e fu mattina:  primo giorno.
Dio disse:  “Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”. Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento.
E così avvenne.
Dio chiamò il firmamento cielo.

E fu sera e fu mattina: secondo giorno.
Dio disse:  “Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto”. E così avvenne.
Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare.

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Il Credo del Fuffaro (sul complottismo)

Qui mi sono imbattuto in un interessante ed esaustivo elenco delle strategie più usate dai ciarlatani in generale e da quelli che bazzicano il web in particolare.
Ho pensato di riproporlo con qualche modifica per adattarlo a ciò che accade in forum e blog (l’originale si riferiva nello specifico all’ambiente dei newsgroup), in quanto veramente illuminante, anche perché quella che ho linkato è la versione italiana di una lista di fuffosità varia redatta inizialmente da un gruppo statunitense, a dimostrazione del fatto che tutto il mondo è paese: le regole che seguono, vi ricordano il comportamento di qualcuno, per purissimo caso?

Per essere un Fuffaro come si deve, è necessario seguire le seguenti norme:

1.

Preferite sempre la chiave di lettura cospirazionista rispetto alla chiave di lettura noiosamente banale: le spiegazioni naturali, come ad esempio che a Roswell sia caduto un pallone-sonda, sono per i sempliciotti e per le spie del governo.


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Alex pt1

Sono Alex, non ho un cognome e se anche lo avessi non lo verrei a dire a te.
Sono nato in una famiglia medio borghese, non si stava male, anzi forse a dirla tutta si stava fin troppo bene, almeno prima che scoppiasse la guerriglia.
I miei genitori lavoravano in una corporazione erano entrambi a un buon livello gerarchico ed economico, non c’era nulla di cui potersi lamentare, io crescevo primo della classe fin dall’asilo, fin dall’asilo stupivo gli insegnanti per la mia acuta intelligenza e i miei compagni per la mia inettitudine ed incapacità di rapportarmi a loro.
Ero preso in giro, bistrattato, ero lo sfigato del gruppo, quello che non c’era posto per un altro giocatore, quello che “è stato lui maestra”, quello che…. ho imparato presto quanto le persone siano infide, quanto appena mostri un lato debole queste in massa ti attacchino in quel punto per distruggerti, ho cominciato ad isolarmi.

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I dimenticati d'Abruzzo

di Fabrizio Gatti

Centri storici abbandonati, strade invase dalle macerie, 30 mila ancora sfollati, 15 mila senza lavoro. Nuovi alloggi già deteriorati. Viaggio nei luoghi martoriati dal terremoto. Sedici mesi dopo le scosse

(19 agosto 2010)

Il centro di Sant Eusanio Forconese foto di Fabrizio Gatti Il centro di Sant’Eusanio Forconese
foto di Fabrizio Gatti
Qualcuno ha chiamato per nostalgia il numero della sua casa pericolante. E un bel giorno ha sentito rispondere. “Chi parla?”. “Chi parla? Ma chi sei tu?”. Quello dell’Aquila è stato il primo grande disastro italiano nell’era della comunicazione. E la comunicazione non può aspettare. È per questo che Telecom, secondo quanto è stato detto ad alcuni sfollati dallo sportello clienti, sta assegnando ad altri i numeri dei contratti sospesi dopo il terremoto.

Comincia così l’oblio. Ti cancellano dall’elenco telefonico.



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