Apr 022019
 

Il cambiamento sta avvenendo ormai da qualche anno, prima sottovoce quando al bar la gente diceva “Io non ce l’ho con loro ma…“, poi complice una certa politica tutti quei “io non sono [omissis] ma..” è diventata nella pratica la formula di una nazione tanto da arrivare al governo e venire sdoganata come normale, ampiamente accettata. Conosco perfino persone che pur lavorando nel sociale e con poveri e stranieri non provano nessuna pietà per chi arriva in barcone, e questo vale per ognuna delle minoranze che vengono regolarmente vessate. Non è solo questione del fatto che vessare una minoranza sia più semplice, che faccia sentire un’appartenenza, che aiuti a distrarci da problemi più immediati o ci faccia sentire migliori. Forse esiste un altro meccanismo insito nell’uomo a spingere la massa in quella direzione.

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Ago 172018
 

Il processo in me è iniziato da un po’, ammetto di essere sempre stato piuttosto altalenante nell’uso dei Social Network. So ad esempio di averne abusato ai tempi dei forum quando la parola “Social Network” non era ancora stata coniata ma sui forum si conoscevano persone reali, iniziavano discussioni reali che si perpetravano a volte anche per mesi o anni e che sfociavano in cene, concerti, amicizie, talvolta matrimoni. La venuta di quelli che oggi si chiamano Social Network al contrario è corrisposta ad una maggiore asocialità. Ma non è di questo che voglio parlare. I Social Network sono riusciti a sostituire i vecchi bar di paese in tutto e per tutto, in primis in quello che era la voce di paese, la leggenda metropolitana perpetrata, il mi ha detto mio cugino divenuto il ha condiviso il mio amico, si è espansa fino a diventare realtà come un tempo diveniva realtà nel piccolo quartiere o nella cittadina. Al bar c’era sempre chi aveva un’opinione su tutto, ora sui social tutti hanno un’opinione su tutto. Quello che un tempo era quel ristorante giapponese è il migliore, me lo ha detto una mia amica che lavora all’Asl si è trasformato in un mucchio di avvocati, ingegneri strutturali, giuristi.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso della mia sopportazione è legata ad un grave fatto di cronaca recente, non importa quale perché chi sta leggendo nei giorni vicini lo riconoscerà, chi leggerà più avanti forse ne avrà perso memoria. Ci sono stati diversi modi di reagire sui social, perché ovviamente bisogna reagire, dire la propria, muoversi, mostrarsi. Proverò a farne un semplice elenco cercando di stare tra il serio e il faceto

  • Il buono: ne pubblica la foto facendo con didascalia simile a Rispettiamo il silenzioSolo rispetto per le vittime o cose del genere, di fatto perdendo l’occasione di rispettare il proprio stesso appello e cogliendo quella di farsi vedere buoni
  • Lo sfruttatore: ne pubblica la foto per pompare l’indignazione, è colpa di tizio, l’Italia va a rotoli, quando c’era lui… per lo più a sproposito, ma mai farsi mancare la ghiotta occasione di Continue reading »
Gen 312017
 

(Precedente: Alex pt1)

Non puoi capire come gli innesti cibernetici ti cambino fino a quando gli innesti cibernetici non ti hanno cambiato. Non puoi capire fino a che punto tutte quelle stronzate del fatto che ti facciano perdere umanità non siano affatto stronzate. Il primo innesto l’ho fatto quasi per gioco, per moda. Non avevo ancora i miei seguaci all’epoca ma ero entrato nel gruppo da poco. Ognuno di loro aveva la propria caratteristica speciale, che lo rendeva più minaccioso. Gli anni dei tatuaggi, dei piercing o delle creste in testa erano passati, cioè voglio dire tutti li avevano e non era più un segno di distinzione, era quasi conformismo almeno tra chi viveva nei bassifondi, gli innesti sottocutanei tradizionali erano anche questi roba passata. C’era chi si era fatto innestare un braccio bionico solo per il gusto di averlo e di essere più forte senza dover sostituire necessariamente un braccio non più funzionante, c’era chi si era fatto innestare mezza calotta cranica in acciaio a vista, chi denti in titanio affilati. Quello con i denti in titanio tra l’altro si tagliava spesso mangiando, anzi si taglia ancora, è quello che uso come capo apparente, quello che in formazione sta davanti a tutti fingendo di essere me. Io sono sempre stato un ragazzo timido almeno all’apparenza, un ragazzo dimesso. La prima installazione che mi sono fatto fare è stata una sostituzione dell’iride. La prima versione che avevo installato si limitava ad illuminarsi di rosso quando lo sceglievo. Mi permetteva di rimanere anonimo ma diventare minaccioso al bisogno, non era ancora una versione come quella di oggi con Continue reading »

Ott 222014
 

Negli ultimi anni si continua a dire che ci sia stato un boom dell’informatica, che l’informatica sia entrata nelle nostre vite, e sempre più spesso si sente un amico definirsi “informatico” perché “bravo con il computer”, spesso si chiama “informatico” il nostro amico che sa installare Linux, che ci sistema il disco danneggiato o che ci aggiusta il PC.

Il termine informatica e informatico sono sempre più usati e sempre più a sproposito. Si guarda i bimbi meravigliati che capiscono al volo l’iPad o il tablet di turno e si resta a bocca aperta pensando “io di informatica non ci capisco niente”. E così si dimostra la propria tesi.
Molti genitori danno in mano oggetti tecnologici ai loro figli con la convinzione che “ne capiscano più di loro”, ma pochi si rendono conto e spiegano al figlio che sotto quella tecnologia c’è un mondo. Chissenefrega, funziona! Direte voi.

Ebbene è anche a questa incapacità di scindere tra la tecnologia e l’informatica che ci sta sotto, tra la magia di ciò che si vede e la realtà di ciò che è che fa si che ci si infili in situazioni estremamente rischiose. La gran parte dei neofiti del mondo della tecnologia, anche adulti si trova davanti oggetti che funzionano magicamente e che inviano ad altri oggetti simili cose magiche. Tu hai un oggetto che fa tutto, e non ti chiedi cosa faccia. Tu hai un oggetto dove salvi le tue foto e non ti chiedi se dietro queste foto vengano salvate anche altrove, così nasce “the fappening“, il famoso scandalo di foto famose rubate, ma peggio così i nostri figli, fratellini, nipotini e cuginetti si fanno rubare foto intime perché non si rendono conto che tutto ciò che viene inviato attraverso qualsiasi cosa può essere intercettato.
Sono fortunati quei pochi che ancora ricordano il modem fare quegli strani rumori per connettersi, e ancora di più quei pochissimi che ricordano che internet, il nostro smartphone, la smart tv, il frigorifero connesso alla rete funzionano ancora come quel modem, solo silenziosamente e velocemente.

Ma il tema di cui volevo parlare in realtà era ancora più a “basso livello”, come si dice in informatica.
Lavoro in una società di “informatica”, vivo in mezzo a informatici ed “informatici”, e distinguo tra informatici e tecnologici. La società per cui lavoro in realtà è una società di servizi, non offre informatica, ma servizi di informatica applicata, ma questo molti di quelli che ci lavorano non lo sanno, e molti che non hanno a che fare con l’informatica si ritengono informatici.
Io possiedo un modesto pc portatile con prestazioni adatte a grafica di media entità, giochi di media entità, andar ein internet e scrivere un po’, ma quando parlo con gli “informatici” li sento dire cose come, ma come fai a lavorare senza almeno un 8 core, 64giga di ram, la scheda video supermegacattiv di amd multicore stratosfericamente overclockata? Parlano di cambiare componenti, di prenderne più fighi e volere più potenza. Io la chiamo ansia da prestazione, o invidia del pene come un mio collega ha argutamente indicato.

Copio da una banale wikipedia ma è piuttosto precisa in questo caso:

L’informatica è la scienza che si occupa del trattamento dell’informazione mediante procedure automatizzabili.

Il termine informatica deriva dalla lingua tedesca informatik ed è stato coniato nel 1957 da Karl Steinbuch nel suo articolo Informatik: Automatische. Informationsverarbeitung, poi è stato ripreso da Philippe Dreyfus nel 1962 col libroInformatique, contrazione di informazione automatica.

In particolare è la scienza che ha per oggetto lo studio dei fondamenti teorici dell’informazione, della sua computazionea livello logico e delle tecniche pratiche per la sua implementazione e applicazione in sistemi elettroniciautomatizzati detti quindi sistemi informatici.

Io amo l’informatica, e ci ho messo tanto a capirlo, ci ho messo ben più di un diploma e di una laurea, ci ho investito il mio futuro, e non saprei che farmene di un 8coresuperoverclocckato, perchè questa è tecnologia, non informatica.

Sempre nell’azienda dove lavoro ho seguito quello che fino ad ora credo sia il più bel progetto che mi sia capitato tra le mani, un progetto che ha aperto la strada a diversi sviluppi se possibile ancora più interessanti.
Cercherò di spiegare nel modo più semplice e meno noioso possibile di cosa si tratta.

Il problema è avere centinaia di migliaia di lavori sa svolgere collegati tra loro con milioni di dipendenze. Il lavoro ennesimo non può terminare fino a che non sono finiti i suoi predecessori, ogni predecessore ha però decine di predecessori a sua volta, non in catene lineari ma interconnesse. Non posso montare la ruota se non ho i bulloni e il cerchione e la gomma. La gomma non esiste se non la fabbricano, i bulloni me li deve comprare qualcuno, il cerchione mi arriva da un altra parte.
Basta uno di questi per bloccare avanti il resto.
Questo per centinaia di migliaia di lavori e milioni di legami.
Come avere una stima esatta dei tempi di svolgimento di tutto questo con un anticipo di ventiquattro ore? Come mantenere monitorato tutto questo a intervalli di dieci minuti senza avere troppa complessità computazionale e perdere troppo tempo?

Questa è l’informatica, e questo con tanto lavoro sono riuscito a realizzare con un collega, e siamo riusciti a realizzarlo in modo molto più preciso e performante degli attuali prodotti sul mercato.

Quando racconto questo ad un informatico lui mi risponde “grande! Ma hai usato dijkstra o ti sei fatto un algoritmo tu?”. Dijkstra in effetti è un’ottima strada per risolvere il problema, ma consuma troppe risorse.
Quando lo racconto ad un “informatico” questo mi risponde “grande! Ma con che linguaggio lo hai scritto?” La verità? L’ho scritto su un foglio di carta disegnando degli strani simboli che mi sono inventato. Stavo guardando Grey’s Anathomy, o qualcosa del genere.

L’informatica non è il linguaggio di programmazione, ne la programmazione, ne il pezzo di ferro su cui gira il programma, ne il programma stesso.

L’informatica è la scienza che si occupa del trattamento dell’informazione mediante procedure automatizzabili.

Automatizzabili, non automatizzate. Per quanto mi riguarda ad automatizzarlo lo può fare qualcun’altro, o lo faccio tanto per “concludere il progetto” ma l’informatica sta dietro a tutto questo. Il mio algoritmo non è un algoritmo Java (sebbene gran parte della realizzazione in azienda sia stata realizzata in Java per motivi tecnologici), ma un algoritmo, potrei scriverlo in Java, Rexx, Pascal, C++, pseudocodice, disegnarlo su un foglio con simbolini che mi sono inventato e rimarrebbe informatica allo stesso modo, rimarrebbe quello che è allo stesso modo.

Poi si, con il tuo supercomputer costoso puoi montarci video, puoi scriverci software mutithread, puoi sfruttare il parallelismo della scheda video, puoi realizzare un amico virtuale, ma non fa di te un informatico.
Ti fa sentire un informatico.
I più grandi informatici della storia Turing  e Church sono vissuti in un epoca in cui i computer non esistevano, ed hanno scritto loro cosa sia l’informatica. I vari Gates, Jobs, e i famosi “informatici” conosciuti dal pubblico sono tecnologici, sono venditori, sono tante cose che non tolgono nulla al loro genio, ma non sono informatici, Dennis Ritchie era un informatico loro coetaneo e che ha dato una enorme spinta all’informatica applicata alla tecnologia, loro hanno usato il suo lavoro e il lavoro degli informatici per comprare il mondo, ma l’informatica è altro.

Per questo quando dico che vorrei andare a vivere in un paese privo di tecnologia non sono incoerente con la mia passione per l’informatica. Io adoro risolvere problemi che implichino l’elaborazione dell’informazione, ma lo posso fare anche senza un computer.

Informatica e tecnologia non sono la stessa cosa, l’informatica è esistita prima dei computer ed esisterà dopo, come un unico filo che parte dal pallottoliere e arriverà all’intelligenza artificiale. Sfruttando la tecnologia, ma non rimanendone schiava.

Ago 052012
 

In questi giorni mi sono interrogato sul mio scrivere, anzi per l’esattezza sul mio non scrivere.
Perché non scrivo?
Non sento più il bisogno di scrivere?
Talvolta si, ma è ciò che vorrei scrivere a bloccarmi, o meglio chi leggerebbe e non trovo sensato scrivere solo per me, perché ciò che è scritto lo è per essere letto.
La vita è più frenetica, il tempo è meno, vivere da soli ti lascia determinate libertà ma contemporaneamente ti porta via molti tempi morti un tempo utilizzabili per creare, scrivere, comporre, suonare.
L’età fa calare determinati impeti letterari ma neppure questa ne è la causa.
Un tempo la mia vita era più “tumultuosa” come quella di ogni adolescente o ragazzo e amavo creare “mondi” immaginari o pseudo reali ed applicarli alla realtà del momento, scrivere cose struggenti ed applicarle a realtà non necessariamente tali, scrivere racconti o pezzi poetici da psico killer e camuffarli da rabbia adolescenziale, scrivere di uno sguardo incontrato per strada come fosse l’amore di una vita, magari applicarlo ad uno sguardo di persona reale ma non necessariamente corrispondente per giustificare il mio scrivere d’un amore che in realtà non esisteva.
Era semplice una volta immaginato -profilato- qualcosa di struggente trovare una situazione a cui applicarlo e quindi scriverlo già su una data situazione, era semplice data un immagine nella mente renderla reale su un volto, su un luogo, su qualcosa che rendesse l’immagine poetica una poetica realtà.
Ora il mondo attorno a me è cambiato, complice l’età, complice una stabilità (psicologica e sentimentale, dato che quella lavorativa decisamente non è per ora).
Scrivere un racconto sul sorriso di una donna, o l’immagine di un ricordo di un istante modificato nel tempo,  mi espone al dover spiegare alle persone che ho accanto da dove venga tale immagine, a inventare sia il sorriso della persona che ho accanto o a giustificare perché non lo sia,  scrivere del sentimento di vuoto ed assenza dato dalla mancanza di qualcuno mi espone a dover giustificare da dove venga questo desiderio di scriverlo, a inventare a chi applicarlo per quietare almeno parzialmente il dubbio, l’incredulità del fatto che possa non essere applicato a nulla di reale se non al ricordo di ricordi, o a un sogno estemporaneo.
Scrivere una parafrasi di passi della Bibbia mi espone al dubbio di blasfemia, da giustificare di fronte ai ragazzi che educo nello scoutismo, o più probabilmente ai loro genitori che al giorno d’oggi attraverso Facebook possono vedere praticamente tutto, compreso questo post.
Lo scrivere un racconto cyberpunk con la cultura che ci sta dietro legata a modi di dire volgari che lo rendono tale mi espone a sua volta agli stessi rischi, scrivere un racconto di morte invece espone al preconcetto che uno sia psicopatico, che non possa educar ragazzi, che stia male e vada educato quando magari è solo il parto di un sogno, o della visione di un film, o di un’innocente riflessione sulla morte, ma in passato ho scritto e non pubblicato cose ben peggiori che ai miei occhi sono sfoghi, o provocazioni ma agli occhi di una fidanzata, di un genitore, di un datore di lavoro risultano essere tradimenti, sintomi di violenza, mancanza di rispetto.
Poco importa se tutto ciò sia alternato con consigli su come cercare di avere un’informazione non di parte, o se provo a dimostrare l’esistenza dell’anima si può pensar di me che io creda d’esser arrivato chissà dove o essere chissà chi.
Infine se talvolta scrivo cose più filosofiche sulla vita, o cose sulla felicità, indubbiamente meno interpretabili, eppure a volerla tirar tutta tra le righe ci possono essere lì più pezzi della mia vita vera di quanto ce ne siano nel resto di quanto scrivo, ma non è sempre e solo questo che scrivo o che trovo da scrivere.
Io credo non di “scrivere” ma di “trovar qualcosa da scrivere” trovarlo dove? Nell’aria, nel mondo, sotto il cuscino, sotto il tappetino dell’ascensore di lavoro, nella tua tasca, lo trovo lì.
E poi io stesso rileggendomi mi chiedo chi abbia scritto ciò che ho trovato da scrivere, estraniandomi completamente da me, dal perché ho scritto da cosa ho scritto, dimenticando chi sia lo scrittore.
E da tutto questo nasce un ulteriore dubbio, diatriba, una dicotomia del pensiero, perché questo stesso scritto può essere compreso in fondo o può essere lasciato a un livello che mi indichi semplicemente come paranoico.
Quindi in definitiva la domanda è perché non scrivo?
Per che non scrivo o per chi non scrivo?
Non scrivo per chi mi chiede perché scrivo, non scrivo su chi sbaglia a cercare come interpretare ciò i miei scritti, non scrivo per chi quando descrivo un volto si sofferma a pensare a chi sia quel volto e non alla poesia che voglio esprimere, per chi quando scrivo di un amore vuole sapere se quell’amore esista  e non si sofferma a goderne semplicemente l’immaginario, non scrivo per chi quando descrivo un sentimento mi chiede a chi sia diretto e non si limiti a provare a viverlo per nessuno o tutti o chi vuole come lo vivo io scrivendolo, al contrario non scrivo per chi quando scrivo rabbia e insulti si sente offeso invece di chiedersi a cosa e chi siano rivolti e perché, non scrivo per chi non ha la capacità di astrarre dal conoscermi e non riesca a leggere un mio racconto horror, cyberpunk o splatter come leggerebbe il racconto di uno scrittore sconosciuto.
Non scrivo in definitiva per chi giudica e chi legge ciò che scrivo non per quello che scrivo ma per conoscere cose che non vi sono scritte.

Set 162011
 

Dopo aver pubblicato un bel filmatino di Lanterne Cinesi in volo, pubblico un articolo serio (uno dei pochi) sull’ufologia

Sembra un titolo da film di fantascienza di serie B, ma è una notizia seria: un gruppo di ufologi italiani, il CISU (Centro Italiano Studi Ufologici), è a caccia di ragni volanti e chiede l’aiuto degli internauti.

Una delle tesi di complotto più popolari su Internet è infatti quella delle cosiddette “scie chimiche”: le scie lasciate in cielo dagli aerei sarebbero una forma di avvelenamento chimico su scala mondiale, fatto da chissà chi per scopi imprecisati. I sostenitori di questa tesi (sbufalata da tempo da chi in cielo e con gli aerei ci lavora, come i meteorologi e i piloti di linea) affermano che dalle “scie chimiche” precipiterebbero dei filamenti biancastri di natura misteriosa.

Gli aracnologi ribattono che non c’è nulla di misterioso e che le scie degli aeroplani non c’entrano affatto: i filamenti sono prodotti dai ragni migratori, che usano queste bave come vele per farsi trasportare dal vento. Ogni anno questo fenomeno stagionale crea non solo angosce infondate in chi si è fatto sedurre dalle teorie sulle “scie chimiche” ma anche un’ondata di avvistamenti ufologici fasulli, perché le tele s’intrecciano e formano chiazze iridescenti che si spostano in cielo. Così gli ufologi del CISU ne raccolgono campioni e chiedono agli internauti di fare altrettanto o di scattare fotografie, in modo da documentare e quantificare il fenomeno per smentire una volta per tutte le tesi aliene o complottiste.

Se non vi appassionano i ragni, tranquilli: quelli migratori sono piccolissimi e innocui. Le istruzioni dettagliate sono su Photobuster. Buona caccia!

Articolo di Paolo Attivissimo tratto da RSI rete tre
Set 112011
 

Lug 272011
 

Da qualche giorno spopola “l’incredibile video” di un avvistamento di un ufo durante l’attentato di Oslo.

Il video in oggetto, e che ormai abbiamo visto decine di volte è questo

Lo trovo, inquietamte, davvero inquietate. Soprattutto per la quantità di persone che si bevono l’avvistamento ufologico lanciando pure fantasiose ipotesi del tipo che la mente del terrorista fosse controllata dall’ufo, o che gli alieni vengano a controllarci nei momenti importanti della storia o addirittura che viaggiatori del tempo vengano a vedere gli stessi istanti.

A nessuno sfiora l’idea di pensare ad una spiegazione razionale, a nessuno sfiora neanche lontanamente l’idea che ci sia una spiegazione neppure scientifica, ma semplicemente stupida.
Intanto i siti fanno un sacco di click, la gente sogna incredibili mirabolanti sconvolgimenti del mondo e incredibili complotti dei governi che ci nascondono le informazioni privandoci della conoscenza di fatti che potrebbero cambiare l’andamento della storia.

Intanto nessuno fa un minimo di ricerca e scopre che senza neanche muoversi dal divano la soluzione è a portata di click.
Resta sempre più facile sognare, o farsi abbindolare.


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Mag 182011
 

Mag 052011
 

Giorni fa riflettevo sull’anima. Se esiste, dov’è, come dimostrarne l’esistenza o quantomeno come averne una percezione, una teoria che la renda più vicina, più reale.
Dire che non esiste è semplice, basta dire “io non ci credo”, “non ce ne sono prove”, “non l’ho mai vista” quindi risulta francamente poco stimolante come operazione.

Ammetto che in realtà questa ricerca è partita anni prima quando volevo scrivere “Pensiero” che sarebbe una enorme teoria filosofica sulla vita, trasversale alle diverse religioni e culture, teoria che poi ho accantonato in attesa di risolvere alcune contraddizioni. Una di queste era la convivenza tra materiale e immateriale, insomma qualcosa alla base dell’esistenza dell’anima e di Dio.
Una delle parti di “pensiero” è quella relativa al Ka, una sorta di destino fatto di vettori che trascinano gli eventi in determinate direzioni. Negli anni da quando ho iniziato a ragionarvi ad oggi ho letto diversi libri inerenti e soprattutto non inerenti all’argomento, alcuni nel tempo, pian piano mi hanno fatto arrivare ad una visione nuova sull’esistenza dell’anima.

Non sarà facile spiegarlo ma ci proverò. Continue reading »

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Privacy Policy Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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