Cinquecento soldati contro un algoritmo

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Due giorni di proteste e saccheggi, decine di video virali, un’ondata di bufale nelle chat dei genitori. La risposta dello Stato è stata un decreto e cinquecento militari. Il problema è che l’incendio è partito da uno smartphone, e nessuna divisa sa spegnere un algoritmo.

Cosa è successo davvero

Sabato 17 ottobre a Milano è partito un corteo contro il carovita, convocato sui social da un movimento chiamato Italia in Piazza. Secondo le cronache in piazza c’erano circa cinquemila persone, e da quel corteo si sono staccati gruppi di giovanissimi, circa cinquecento in tutto. Pietre, bombe carta, scontri con la polizia intorno al Duomo.

Il giorno dopo, domenica, decine di ragazzi a volto coperto sono tornati in centro. Hanno sfondato vetrine in via Torino e in piazza Cordusio, saccheggiato un supermercato, assaltato un negozio di articoli sportivi in largo Cairoli e altri in corso Garibaldi. Scontri ci sono stati anche a Torino, dove è stata vandalizzata la libreria Feltrinelli di Porta Nuova, e a Bologna, davanti alla stazione.

Il bilancio di Milano diffuso il 19 ottobre: 271 persone accompagnate in questura, 220 delle quali minorenni, e 32 arresti, 23 dei quali minorenni.

La risposta è arrivata in poche ore. Il 19 ottobre Matteo Salvini ha annunciato cinquecento militari in più per “difendere Milano”. Il 20 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto-legge: presunzione di imputabilità dai 14 anni, sanzioni ai genitori, un nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, fermo preventivo esteso anche ai minorenni e, fino al 31 dicembre, cinquecento militari in più a Milano nell’operazione Strade sicure.

In quei due giorni però ci sono almeno quattro storie diverse. C’è una piazza pacifica che chiedeva qualcosa. C’è una violenza reale, che ha fatto danni reali. Ci sono i social, che hanno convocato, moltiplicato e trasformato in spettacolo quello che accadeva. E ci sono le bufale, arrivate subito dopo, che hanno spaventato più dei sassi. Il dibattito pubblico ne ha raccontata quasi solo una, e la risposta delle istituzioni ne ha affrontata soltanto un pezzo. Provo a tenerle insieme, perché solo così si vede dove abbiamo sbagliato. Noi adulti, prima dei ragazzi.

La piazza che non fa notizia

Partiamo da un numero che nei titoli si è visto poco. A Milano il corteo contava circa cinquemila persone, e i gruppi che hanno spaccato tutto erano circa un decimo. Gli altri erano lì per protestare, e basta.

Non è solo Milano. Il 17 ottobre a Roma si sono svolte tre manifestazioni con circa venticinquemila presenze complessive secondo la Questura, e nessuna criticità. Ad Ancona un centinaio di studenti e giovani lavoratori si è ritrovato in piazza Cavour senza che nessuno rompesse niente. Il giorno prima, venerdì 16, migliaia di studenti hanno sfilato da Milano a Cagliari e la maggior parte dei cortei si è svolta pacificamente.

E dopo gli scontri? Italia in Piazza ha preso le distanze dalla nuova mobilitazione del 24 ottobre lanciata da chi rivendica i saccheggi, e studenti e militanti stanno pensando a una colletta per sostenere gli autotrasportatori che al Sud protestano contro il caro gasolio. Non è la descrizione di una banda di vandali. È la descrizione di persone che provano a isolare i violenti e a costruire qualcosa.

Cosa chiedevano? La convocazione di Italia in Piazza parlava di caro energia, crisi abitativa, salari insufficienti e servizi pubblici sempre più deboli. Sui loro canali il movimento insiste soprattutto su una cosa: l’articolo 17 della Costituzione, quello che garantisce il diritto di riunirsi pacificamente.

Sono richieste campate in aria? I dati dicono di no. Secondo l’ultima indagine dell’OCSE sull’Italia, alla fine del 2025 i salari reali erano ancora sotto i livelli del 2019, e quelli dei giovani addirittura sotto i livelli del 1990. I giovani che non studiano e non lavorano sono scesi al 13,3%, quasi la metà di dieci anni fa, ma l’Italia resta tra i peggiori Paesi dell’Unione. Non tutto va peggio, insomma: il lavoro c’è più di prima. È il futuro che si vede poco.

C’è un dettaglio che mi è rimasto in testa. Uno dei ragazzi fermati ha raccontato al giudice di essere stato richiamato in piazza da un video su TikTok e di essersi unito per la rabbia legata alla situazione familiare e al rischio che il padre perdesse il lavoro. Non lo giustifica. Ma spiega meglio di tanti editoriali da dove nasce quella rabbia.

Di tutto questo, nel dibattito politico dei giorni successivi, si è parlato pochissimo. Le immagini delle vetrine rotte hanno occupato tutto lo spazio. È comprensibile, sono le immagini più forti. Ma quando un governo risponde a una protesta sul costo della vita parlando solo di ordine pubblico, il messaggio che arriva a chi è sceso in piazza pacificamente è uno: protestare non serve, ti ascoltano solo se rompi qualcosa. Ed è il messaggio peggiore che si possa dare a un sedicenne.

Senza assolvere nessuno

Dire che la maggioranza era pacifica non significa minimizzare il resto. Chi ha spaccato vetrine e lanciato sassi ha fatto male a persone vere: commessi, negozianti, agenti. Solo a Bologna, secondo Open, gli agenti feriti sono stati 36. Chi ha una piccola attività e trova la vetrina in frantumi non deve fare da comparsa nelle analisi sociologiche di nessuno, nemmeno nella mia.

E c’è un pezzo di questa storia che va guardato in faccia. Subito dopo gli scontri è comparsa sui social una sigla, il Movimento 17 ottobre, che si presenta con una frase netta: “Siamo quelli delle piazze. Quelli che vedono l’unica violenza nel manganello degli sbirri”. Ha rivendicato i saccheggi come “esproprio proletario”, ha diffuso il video di alcuni ragazzi che consegnano merce rubata a un senzatetto e ha annunciato manifestazioni ogni sabato fino alla caduta del governo.

Nelle chat collegate al movimento circola anche una guida alle manifestazioni di piazza, e secondo Tgcom24 a scriversi in quei gruppi ci sono anche ragazzini di 11 e 12 anni. Intervistati, alcuni di loro parlano di rabbia, di terrore per il futuro, di “violenza dell’oppresso”.

Questa non è la parte buona delle proteste, e chi difende le piazze pacifiche fa bene a tenerla separata. Italia in Piazza lo ha fatto. Ma non è nemmeno una parte da liquidare con un’etichetta. Il dibattito pubblico ha usato molto la parola “maranza”, che rischia di semplificare una realtà molto più complessa: in piazza c’erano ragazzi italiani e di seconda generazione, arrivati dalle periferie e dall’hinterland, con idee e motivi diversi.

Un’etichetta è comoda perché ci evita di chiederci perché un dodicenne trovi convincente una chat che gli insegna come muoversi negli scontri. È la domanda che conta. E la risposta passa quasi tutta da uno schermo.

Come si convoca una rivolta nel 2026

La manifestazione del 17 ottobre non è nata in una sede di partito o in un’assemblea sindacale. È nata su TikTok. Italia in Piazza aveva fatto circolare l’appuntamento sui social, TikTok in particolare, e il Movimento 17 ottobre si organizza tra pagine Instagram e canali Telegram. Non c’è un leader, non c’è una sede, non c’è un volantino. C’è un video che gira, un commento con un orario, un gruppo in cui entrare con un link.

Leonardo Bianchi, che studia mobilitazioni e cultura digitale, descrive questi gruppi come micro-aggregazioni spontanee di giovanissimi autoconvocati, che sui social trovano ispirazione e sui social ripubblicano le proprie scene. Video brevi, verticali, con la musica trap del momento, girati apposta per finire nei suggerimenti dell’algoritmo. In altre parole la protesta diventa anche un contenuto, costruito per diventare virale.

Su Internazionale Annalisa Camilli racconta di un quindicenne che è andato in piazza Duomo solo per guardare, perché aveva visto la notizia su TikTok e si aspettava qualcosa di simile agli scontri in Francia di quei giorni. E descrive una scena che dice tutto: ogni volta che si rompe una vetrina parte un boato, e i ragazzi corrono a filmare.

Fermiamoci un attimo su questo meccanismo, perché è il cuore del problema.

  • Il feed premia ciò che trattiene lo sguardo. Una vetrina che esplode trattiene più di un corteo che cammina. L’algoritmo non sa cosa sia giusto o sbagliato: sa cosa viene guardato fino in fondo, commentato, condiviso.
  • Chi guarda diventa pubblico, e il pubblico chiama altri attori. Il video di sabato porta in piazza chi domenica vuole esserci, anche solo per riprendere. Il ragazzo che filma non si sente parte della violenza, ma la sta distribuendo.
  • L’imitazione corre più veloce della notizia. Le scene francesi di quei giorni sono arrivate nei feed italiani prima di qualunque analisi, con slogan e gesti da replicare.
  • Lo stesso canale serve a tutti. TikTok ha convocato i cinquemila pacifici e i cinquecento violenti. Lo strumento non distingue, e chi lo usa spesso nemmeno.

C’è poi la domanda che tutti si fanno: chi c’è dietro? Il gip di Milano ha ipotizzato una regia occulta, e anche sulle origini del Movimento 17 ottobre le ricostruzioni non coincidono: per alcune la sigla è nata dopo gli scontri, per Treccani da un account anonimo creato a inizio ottobre. Ad oggi sono ipotesi, e come tali vanno trattate.

Poi c’è l’ipotesi più grossa: che dietro ci sia uno Stato estero. Non è fantapolitica. In Francia l’agenzia governativa Viginum ha attribuito a una rete russa, Storm-1516, settantasette operazioni di disinformazione tra il 2023 e il 2025. Gli investigatori francesi ritengono che i servizi russi abbiano perfino pagato agenti bulgari per sfregiare un memoriale dell’Olocausto a Parigi, un gesto fisico pensato per diventare virale. Lo schema è quasi sempre lo stesso: il malcontento non lo si crea, lo si trova e lo si amplifica.

Su Milano, però, i fatti noti sono questi. La Commissione europea dice che non ci sono prove di interferenze straniere alla base delle proteste, ma che reti di disinformazione legate alla Russia hanno sfruttato la violenza per amplificare le proprie campagne. Secondo fonti della sicurezza citate dal Financial Times, account filorussi e di estrema destra hanno rilanciato i video degli scontri. Le relazioni dei servizi italiani, secondo le ricostruzioni di stampa, parlano di tracce di enfatizzazione sui social, mentre Palazzo Chigi precisa che non si può dire che siano stati i russi a mandare gli adolescenti in piazza. Dentro il governo il ministro Crosetto parla di guerra ibrida, Salvini liquida l’ipotesi e la premier aspetta elementi certi.

Amplificare non è causare, e la differenza conta. Ma questa ipotesi, vera o falsa che si riveli, porta a due conclusioni che dovrebbero preoccupare chi governa. La prima: un Paese i cui cittadini non sanno come funziona un feed è vulnerabile a chiunque voglia usarlo, che sia un servizio segreto straniero, un gruppo politico o un ragazzino a caccia di visualizzazioni. L’educazione digitale è anche una questione di sicurezza nazionale, e nessun militare in piazza Duomo può garantirla. La seconda: la “guerra ibrida” rischia di diventare un alibi. Se è stata Mosca, non serve parlare di salari, di futuro e di scuola. Anche se un’ingerenza venisse provata, resterebbe benzina gettata su un fuoco che era già acceso.

Lo dico da fact-checker: il bisogno di trovare un burattinaio è comprensibile, ma è anche la porta da cui entrano le bufale. E infatti sono entrate.

La seconda ondata: le bufale

Le vetrine si riparano in qualche giorno. La paura dura di più. Dal 19 ottobre in poi Milano non è stata assaltata da nessuno, ma è stata travolta da messaggi.

Su WhatsApp e nelle storie Instagram rimbalzavano avvisi a restare a casa perché sarebbe stato in atto un piano per stuprare le ragazze, aggredire gli stranieri e colpire i “rich”. Si parlava di gruppi da quattrocento persone. Anche una content creator ha rilanciato la voce ai suoi follower. Altri messaggi annunciavano attacchi all’Università Cattolica e accoltellamenti a scuola, spesso con foto ritoccate con l’intelligenza artificiale. Erano tutti falsi, ma alcuni dirigenti scolastici hanno dovuto emanare circolari per limitare le uscite già previste.

Il salto di qualità sta in un dettaglio: insieme ai messaggi giravano finti avvisi istituzionali generati con l’IA, che invitavano alla “massima attenzione” con il tono e la grafica di una comunicazione ufficiale. Fino a pochi anni fa una bufala si riconosceva dalla sciatteria. Oggi produrre un falso credibile costa pochi secondi.

Nell’altra direzione è girato un video di incappucciati presentato come prova che a Milano agissero “agenti provocatori” mandati dal governo, il vecchio “metodo Cossiga”. David Puente ha verificato che era stato girato a Metz, in Francia, e non dimostra nulla su Milano. E Sky TG24 ha pubblicato in calce a un suo articolo la rettifica di un movimento e del suo portavoce, che erano stati accostati all’organizzazione degli scontri e se ne dissociano.

Notate la simmetria. Chi aveva paura dei ragazzi ha ricevuto la conferma che i ragazzi erano mostri. Chi diffida del governo ha ricevuto la conferma che il governo manovrava tutto. Ognuno ha avuto la bufala su misura, ed è esattamente così che funzionano: non ci convincono di qualcosa di nuovo, confermano quello che temevamo già.

E adesso la parte che mi interessa di più. Dove giravano queste bufale? Nelle chat di mamme e alunni. E chi le ha smontate per primo? Secondo Open, gli studenti stessi, che si sono confrontati di persona e in chat fino a bollare i vari avvisi come fake news.

Lo ripeto, perché ribalta il racconto: in questa storia una parte dei ragazzi ha fatto fact checking meglio di una parte degli adulti. Nei miei incontri nelle scuole lo vedo spesso. I ragazzi non sono più ingenui di noi davanti a uno schermo. Sono soli. E quando gli adulti intorno a loro inoltrano il messaggio sbagliato, quella solitudine diventa evidente.

Uno Stato che non sa leggere i social

Torniamo alla vigilia. La manifestazione del 17 girava da giorni su TikTok, era pubblica, chiunque poteva vederla. La Questura era informata e, secondo Sky TG24, alla vigilia l’appuntamento non era considerato preoccupante. Domenica, con i video di sabato ovunque, la polizia non era evidentemente preparata e faticava a raggiungere i ragazzi che si muovevano a piccoli gruppi. Il sindaco Sala e il ministro Piantedosi hanno passato i giorni seguenti a discutere se gli agenti fossero pochi.

Il punto non è quanti agenti ci fossero. È che i segnali c’erano, ed erano su una piattaforma che le istituzioni guardano come si guarda un passatempo per ragazzini. Chi avesse seguito i commenti sotto i video di sabato avrebbe capito cosa stava arrivando domenica.

Poi è arrivato il decreto. E qui c’è un dettaglio che non posso lasciar passare. Molte delle misure presentate come nuove esistevano già: il fermo preventivo fino a 12 ore durante le manifestazioni era stato introdotto dal decreto Sicurezza del febbraio 2026, a sua volta arrivato dopo gli scontri di Torino per Askatasuna, e prima ancora c’era stato il decreto Sicurezza del 2025. Tre decreti in poco più di un anno. Come ha scritto Internazionale, le numerose norme sulla sicurezza adottate dal governo si sono rivelate inefficaci contro proteste spontanee e disorganizzate. Se una regola non ha funzionato, riscriverla con un titolo nuovo non la rende efficace. E che questo decreto venga convertito in legge così com’è, modificato in Parlamento o lasciato decadere, la reazione immediata ci dice già molto: davanti a una protesta sul costo della vita, la prima risposta è stata il codice penale.

C’è poi un precedente che aiuta a capire dove porta questa strada. Nel settembre 2023, dopo i fatti di Caivano, il governo aveva approvato un altro decreto, che ha allargato la custodia cautelare in carcere per i minorenni e introdotto preclusioni automatiche alle misure alternative. Quando questo governo si è insediato, nell’ottobre 2022, negli istituti penali per minorenni c’erano 392 ragazzi. Alla fine del 2025 erano 572, e al 30 aprile 2026 581, il 52,5% in più rispetto alla fine del 2022. Per la prima volta gli istituti minorili italiani sono sovraffollati.

Due precisazioni, perché i numeri vanno letti bene. Negli istituti minorili stanno anche giovani adulti fino a 25 anni che hanno commesso il reato da minorenni: dei 572 presenti a fine 2025, i ragazzi tra 14 e 17 anni erano 344. E l’aumento non dipende da reati nuovi, ma da un uso più largo del carcere per quelli che esistevano già.

Secondo Antigone, che lavora sui dati del ministero della Giustizia, la crescita è dovuta all’inasprimento della reazione penale e non a un aumento della criminalità minorile più seria. Il ministero aveva contestato questa lettura: rispondendo a un’interrogazione al Senato nell’aprile 2024, il ministro Nordio sosteneva che il decreto Caivano non avesse influito sul numero dei ragazzi detenuti, ma lo dimostrava confrontando le presenze di fine dicembre 2023 con quelle di metà gennaio 2024. Due anni dopo, i numeri raccontano un’altra storia. E secondo i dati ufficiali di aprile 2026 riportati da ItaliaOggi, il 95% dei ragazzi è recluso per reati di media o lieve gravità, come furti, risse o spaccio.

Più ragazzi in cella per reati non gravi, istituti minorili pieni, e un nuovo decreto che va ancora nella stessa direzione. Se la sicurezza si misurasse in posti letto occupati nelle carceri minorili, saremmo già al sicuro. Le vetrine di Milano dicono il contrario.

I cinquecento militari meritano un discorso a parte. Non avranno poteri di polizia giudiziaria, perché il Quirinale aveva espresso perplessità e la norma è stata tolta. Potranno presidiare. Ma una rivolta che si convoca in un’ora con un video, e che si sposta a piccoli gruppi da una via all’altra, non si presidia: si previene, oppure si insegue. Un soldato davanti a una vetrina protegge quella vetrina. Non ferma il video che manda cento ragazzi davanti alla vetrina successiva.

C’è un paradosso che mi colpisce. La premier ha presentato il decreto con sei minuti di video sui social, Salvini aveva annunciato i militari con un post. La politica italiana usa i social benissimo per parlare. Quello che non sa fare è capirli come ambiente: un luogo dove si formano gruppi, si diffondono paure, si costruiscono identità. Conosce il megafono, non conosce la piazza.

Lo stesso schema si vede a scuola. Dall’anno scolastico 2025/2026 lo smartphone è vietato anche alle superiori, durante le lezioni e in generale in orario scolastico. Il ministero rivendica anche l’attenzione all’educazione digitale nelle linee guida di educazione civica, e ci sono buone ragioni per tenere i telefoni fuori dalle lezioni. Ma le rivolte di Milano sono state convocate un sabato pomeriggio. Togliere il telefono dalle mani dei ragazzi per sei ore non insegna loro niente su cosa fare nelle altre diciotto.

Voglio essere chiaro su un punto: non è una questione di colore politico. Questo governo ha scelto la via dei decreti e delle divise, ma non ho mai visto nessuna forza politica, di nessuno schieramento, mettere davvero al centro la comprensione di come funzionano gli ambienti digitali in cui vivono i ragazzi. È una classe dirigente intera che ha imparato a usare i social per comunicare, e non ha mai imparato a leggerli.

Le vetrine, quelle vere e quelle nel telefono

Nei giorni successivi agli scontri i negozi del Quadrilatero hanno svuotato le vetrine. È un’immagine che mi è rimasta addosso, perché dice qualcosa che va oltre l’ordine pubblico.

Abbiamo costruito città in cui ogni angolo è una vetrina, e una cultura in cui il valore di una persona si misura da quello che può mostrare. Abbiamo chiamato libertà la possibilità di scegliere tra molte merci, e poi ci stupiamo se qualcuno finisce per credere che possedere un oggetto significhi possedere un pezzo di riconoscimento. Non è una giustificazione: la stragrande maggioranza dei ragazzi non ha rotto niente. È una domanda su chi ha insegnato a desiderare cosa.

Oggi però la vetrina più grande non è in corso Vittorio Emanuele. È nel telefono. Il feed è una vetrina che non chiude mai, che espone vite, corpi, oggetti e successi degli altri, e che premia chi si mette in mostra di più. In quella vetrina il bottino più prezioso non è la felpa rubata. È il video della felpa rubata, con le visualizzazioni sotto.

Qui sta lo scarto rispetto alle rivolte del passato. Un ragazzo che filma una vetrina in frantumi non sta solo prendendo qualcosa. Sta cercando di esistere agli occhi degli altri, nel modo che il suo ambiente gli ha insegnato a riconoscere come valore. Se l’unico palcoscenico disponibile premia lo spettacolo, lo spettacolo arriverà. E più sarà estremo, più verrà premiato.

Allora le domande da fare non riguardano solo i ragazzi. Dove può un sedicenne sentirsi importante senza umiliare qualcuno? Dove può appartenere a un gruppo senza dover dimostrare di non avere paura? Dove può diventare adulto senza copiare i modelli di successo che lo schermo gli mostra ogni sera? Ho passato anni da capo scout, e la risposta che ho visto funzionare è sempre stata la stessa: un adulto presente, un gruppo che ha uno scopo, un posto dove il valore si dimostra facendo qualcosa insieme, non esibendolo.

La repressione può contenere un comportamento. Non costruisce da sola un’alternativa. Un soldato può impedire un’aggressione, ma non può sostituire un insegnante che crede in un ragazzo o un educatore che non sparisce alla prima difficoltà. E non c’è decreto che possa sostituire un genitore che sa cosa succede dentro il telefono di suo figlio.

Cosa si può fare, concretamente

Criticare è facile. Provo a dire cosa farei io, divisa per chi può farla.

A scuola

  • Educazione digitale come materia vera. Ore dedicate, programmi e docenti formati, non un paragrafo dentro l’educazione civica. Il divieto dello smartphone in classe può restare, ma da solo insegna a stare senza telefono, non a starci con la testa.
  • Usare Milano come caso di studio. Prendere in classe i video di quei giorni e chiedersi: chi l’ha girato, perché è arrivato a me, cosa resta fuori dall’inquadratura. Prendere i falsi avvisi generati con l’IA e smontarli insieme. Non c’è materiale didattico migliore di quello che i ragazzi hanno già visto.
  • Dare la parola ai ragazzi che hanno capito per primi. Gli studenti che hanno bollato come falsi gli allarmi nelle chat sono i migliori formatori dei loro compagni. L’educazione tra pari funziona proprio perché non arriva dall’alto.

In famiglia

  • Formare gli adulti, non solo i figli. Serate nei comuni, nelle biblioteche, nelle associazioni dei genitori: come funziona un feed, come nasce una bufala, come si riconosce un’immagine generata. Le chat dei genitori di quei giorni dimostrano che ce n’è bisogno.
  • Tre domande prima di inoltrare. Chi lo dice? Dove lo posso verificare? Chi ci guadagna se ci credo? Se un messaggio sembra un avviso ufficiale, lo si cerca sul sito ufficiale. Se non c’è, non si inoltra.
  • Conoscere l’ambiente, non spiare il figlio. Sapere come funziona TikTok, cosa sono i canali Telegram, perché un video ne chiama un altro. Non per controllare ogni messaggio, ma per poter parlare con i figli di quello che vivono senza sembrare marziani.

Nelle istituzioni

  • Imparare a leggere i social come si leggono le strade. Competenze di analisi delle fonti aperte nelle questure e nelle prefetture, per cogliere i segnali prima e non dopo. Non per sorvegliare chi protesta, ma per capire quando una convocazione sta cambiando natura.
  • Smentite ufficiali rapide, sugli stessi canali delle bufale. Se gira un falso avviso istituzionale, prefettura e comune dovrebbero dire entro un’ora, su Instagram e su WhatsApp, che quell’avviso è falso. Il silenzio istituzionale è il miglior alleato del panico.
  • Ascoltare chi protesta senza rompere niente. Ricevere gli organizzatori delle piazze pacifiche e gli studenti, dare risposte su casa, salari e scuola. Se l’unica protesta che ottiene attenzione è quella violenta, stiamo insegnando la violenza.
  • Educatori prima dei soldati. Spazi di aggregazione nelle periferie e nell’hinterland, educatori di strada, luoghi dove un ragazzo possa sentirsi qualcuno facendo qualcosa.
  • Pretendere responsabilità dalle piattaforme. Il Digital Services Act europeo obbliga le piattaforme molto grandi a valutare e ridurre i rischi sistemici, compresi disinformazione e contenuti che incitano alla violenza. Il governo può e deve chiedere in Europa che quelle regole vengano applicate anche nei momenti di crisi, con la stessa energia usata per proporre il divieto dei telefoni a scuola.

Nei media

  • Stesso spazio alle piazze pacifiche. Venticinquemila persone a Roma senza incidenti sono una notizia quanto una vetrina rotta a Milano.
  • Non trasformare i saccheggi in intrattenimento. Ogni video rilanciato senza contesto fa il lavoro dell’algoritmo. Si può raccontare la violenza senza diventarne la cassa di risonanza.
  • Spiegare i motivi, non solo i danni. Chi era in piazza e perché. Altrimenti il racconto si riduce a una gara tra chi vuole più divise e chi le vuole meno.

La domanda che resta

Immaginiamo che da qui in avanti tutte le vetrine restino intatte, le strade siano presidiate e i ragazzi se ne stiano tranquilli. Avremmo risolto il problema?

O avremmo soltanto ristabilito l’ordine visibile, lasciando intatto tutto il resto: i salari fermi, il futuro che non si vede, gli algoritmi che premiano lo spettacolo, le chat dei genitori dove un falso allarme corre più veloce di una verifica, uno Stato che parla sui social ma non sa leggerli.

I ragazzi che hanno rotto le vetrine vanno fermati, e chi ha commesso reati ne deve rispondere. Ma i cinquemila che hanno manifestato senza toccare niente, e gli studenti che hanno smontato le bufale prima dei loro genitori, meritano più di un decreto. Meritano adulti che si facciano la stessa domanda che pretendiamo da loro: cosa sono disposto a cambiare, io, perché domani non servano i soldati?

Una società che sa vendere desideri ma non sa educare alla libertà, prima o poi deve chiedersi cosa ha insegnato ai suoi figli. Se per rispondere le bastano cinquecento militari, la domanda non l’ha nemmeno capita.

Fonti

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Questo è un blog politico. Che piaccia o no. Ma difficilmente mi si vedrà schierato a favore di un partito, o contro un partito… per partito preso.
Politica è essere o non essere razzisti, essere o non essere a favore dei diritti e delle libertà, politica è scegliere di buttare per terra una cartaccia o di raccoglierla e metterla in un cestino della differenziata, politica è scegliere tra accogliere o discriminare, sono tutte cose che non sono di destra o di sinistra, che non dovrebbero appartenere a l’uno o all’altra fazione politica. Sono “cosa pubblica”, sono bene pubblico.
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