Staipa’s Blog

Il Blog di Stefano Giolo

Il grigio nel mezzo

“L’istanza di scarcerazione è andata a buon fine”
Me lo ha detto così, me lo ha detto. Senza nessun preambolo. Si è presentato al colloquio e mi ha detto che sarei presto uscito.
“Ma che cazzo dici?” risposi.
“Sì, insomma verrai rilasciato a breve”
“Ma perché? Non ti ho chiesto io di farlo che cazzo di avvocato sei se non fai quello che dico?”
“Cercare di farti allungare la pena? Allo stato delle cose non sarebbe neppure possibile, e poi è ridicolo io i miei clienti li devo difendere non incastrare peggio di quello che sono, che figura ci farei? Non troverai mai un avvocato disposto a lavorare per farti peggiorare volutamente la pena!”
“Non è possibile… sei un folle.”
“Vedrai che quando respirerai l’aria di fuori mi ringrazierai”.
Stava sorridendo.

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Il di dentro di me

Non è semplice avere un super potere. La parte più difficile è saper controllarlo. Evitare che ti trasformi in un mostro, o che il mostro che hai dentro ti uccida.
Il processo è stato lento, lungo, passo a passo fino a svuotare tutto ciò che era rimasto dentro di me.
La prima parte a morire è stata l’intestino. Dal basso. Era lì che sentivo la tensione la pressione forte e la costrizione dell’ansia, della paura di perdere qualcuno. Era lì che sentivo il desiderio di amarti per quanto la gente parli di cuore. Era lì che bruciavi di più. Volevo dimenticare quello, cessare di provarlo e basta ma a morire fu soprattutto l’ansia. La paura. Cessai di essere capace di provarne. In effetti aveva i suoi lati positivi. Non era il risultato che avrei voluto ottenere ma non avere paure, non avere ansie, aveva il suo lato positivo.
Non era sufficiente perché lo stomaco bruciava.

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La mia prima volta (L’anima)

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell’aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto.

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NudO

Gli anelli. Quelli che porto ogni giorno alle dita. Mi accorgo oggi di come siano divenuti scudi, rifugi, oggetti transizionali di situazioni che mi fanno tornare alla zona di confort.
Senza mi sento nudo e le mie dita ansiose si sfregano in cerca della loro mancanza, della mancanza del feticcio e degli altri. Sono fughe, ricordi, memento di mura erette e di ritirate strategiche. Sono rifugio dietro cui ritrovare le consuetudini che impediscono di proseguire.
Sono nudo oggi, più che mai, e mentre guardo le dita pulite, i segni dell’assenza, i ricordi stessi dell’assenza, mi chiedo cosa mi sia perso sfiorandoli e nascondendomi dietro essi. Cosa ci sia davanti.
Sono nudo oggi, e solo.

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Racconti

Attese

Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare.

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Sui film… i media… l'opinione pubblica… le leggi… la dittatura.

Mentre il governo prepara la futura dittatura facendo passare leggi con la fiducia invece che con il parlamento ed ignorando cosucce come la costituzione italiana, e la tv ci propina informazioni giornalistiche di dubbia riscontrabilità e realtà, tra quanto ci troviamo a sorbirci c’è un film che consiglio.
Domani, Mercoledì Sera su Italia 1 daranno “V For Vendetta“, ovviamente in seconda serata.
Forse c’è chi si chiede perché “ovviamente” e non credo che siano però le persone che lo già hanno visto con occhio critico-politico, ovviamente perché?
Scene troppo violente? No, molto meno di altri. Scene di sesso? No, neppure una, neppure un “seno al vento”. Scene che potrebbero spingere dei ragazzini ad emulare qualcosa di cattivo? No, ma quasi.
Scene che potrebbero spingere gli adulti ad emulare qualcosa di cattivo, ossia aprire la propria mente e ragionare sul controllo psicologico che i media e i governi tendono a creare su di noi senza farcene accorgere, comprendere come le notizie messe ad arte servano a distrarci da cose più importanti, o a farci avere paure che servano a scegliere di votare da una parte piuttosto che da un altra, o a tenere la nostra attenzione su qualcosa, o peggio a farci credere qualcosa.


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