Staipa’s Blog

Il Blog di Stefano Giolo

Itaca

Non li ho compiuti oggi trentacinque anni, è già passato qualche giorno.
Era un tempo del bilancio nella mia testa, di progetti di sogni, di desideri, di obbiettivi.
Sono falliti tutti. Dal primo all’ultimo.
Eppure sono felice.
In procinto di cambiare lavoro abbandonando un progetto che amo ancora durato quasi dieci anni, in procinto di proseguire sul mio grande sogno nonostante le mura alte che lo hanno circondato, in procinto di provarne un’altro più incredibile e assurdo, in continuo cambiamento.
In continuo cambiamento.
Oggi mi è ricapitata in mano, Itaca di Costantino Kavafis, o più precisamente mi è stata fatta ricapitare in mano, è curioso se penso quando e come ne sia venuto a contatto la prima volta. Era l’inizio della mia libertà, della mia vita in qualche modo adulta. La leggevo e sognavo che la mia vita sarebbe stata un viaggio incredibile e pieno di avventure, esperienze viaggi metaforici e non.

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Barbecue!

La pelle dietro il collo gli si tese all’improvviso. C’era un solo modo per spiegare contemporaneamente la tensione che aveva provato entrando in casa e il ricordo che era appena affiorato. E solo in quel momento si accorse che spiegava anche il silenzio quasi spettrale nella stanza accanto.
C’era stato tutto il tempo di pensarci, di arrivarci con calma, quell’odore che aveva sentito, quell’odore strano non era altro che il profumo della sua lacca, no? Ed era qualche minuto che la bambina non faceva alcun rumore. A quell’ora era troppo presto per essersi addormentata e raramente si addormentava senza prima passare a salutarlo. E quel servizio in televisione? Fuga dall’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Tre detenute hanno tentato la fuga ieri notte, due sono state fermate mentre una è riuscita a fuggire, ha strappato un orecchio a morsi ad una guardia carceraria.

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La mia prima volta (Il sangue)

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)
<- La mia prima volta (L’anima)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano lunghi fino quasi a metà schiena castano scuro, lisci e morbidi. Tendevano a stare con la riga in mezzo come li aveva tenuti probabilmente per anni ma la sua mano continuava a scompigliarli dandole un movimento fluido e compatto posizionandoli ogni volta in maniera diversa. Ricordo perfettamente il bianco chiaro del suo corpo, la sua pancia piatta ma morbida di quel lieve strato di adipe che ogni donna dovrebbe avere, ricordo parte di me scivolarle liquida sulla pelle della pancia ed entrare nell’ombelico fino a farlo traboccare e poi scendere di lato accanto all’osso del bacino. Lentamente. Fu quello probabilmente a scatenare il tutto di ciò che avvenne successivamente.

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Non è la vista

12/03/2016

Non è la vista

Sono i suoni che definiscono il mondo
ad occhi chiusi percepisco il mondo
le direzioni, le distanze
ad occhi chiusi
percepisco la tua pelle
non distratto dalla vista
il tuo odore non coperto da profumi.

Non è la vista
-così fallace-
a definire il mondo.

Ed io attendo
-ad occhi chiusi-
di percepire il tuo passaggio.
Di nuovo.

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Racconti

Attese

Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare.

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Fessura nel tempo

Sento ancora scorrere le mie dita, due, nella fessura sul tuo corpo, lentamente.
Come fosse oggi le sento scivolare dall’alto al basso ripercorrendola tutta mentre stiamo abbracciati.
I muscoli della tua schiena né rilassati né contratti, lisci sotto il vestito, sotto quella maglia bianca di lino con sul petto un apertura ricoperta di azzurro quasi come un pizzo e quelle maniche lunghe che scendono con i polsini allargati a strascico e le mie dita a scorrere sulla fessura che i tuoi muscoli sulla schiena lasciano a nascondere la colonna vertebrale.
Ho i tuoi capelli accanto al mio zigomo,
il loro profumo,
chiaro,
chiari,
il loro profumo,
i tuoi capelli come se fossi stata creata per essere tutt’uno con me,
con il mio corpo
danzando lentamente al suono di musiche del tutto nostre.
Sono passati anni -decenni- da allora,
sono passati anni -decenni-.

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Avanti

Non è necessario siano dodici i gradi,
è l’umidità che conta,
il vento e l’aria elettrica di ora,
sono le sere in cui non c’è davvero freddo ma senti comunque i brividi,
che ti verrebbero anche se ti coprissi,
che mentre sei fermo a fare benzina o passeggi con un gelato in mano senti gli oggetti tintinnare
e ti guardi attorno come dovesse succedere qualcosa,
come se dietro le ombre si potessero nascondere altre ombre,
le sere in cui ti siedi in macchina e senti un profumo che non può essere lì come se accanto ci fosse stata Lei,
come se mentre eri girato tra le ombre fosse passata davvero un ombra o una luce un’istante.

La sua pelle,
l’odore la sua pelle,
l’odore del profumo sparso sulla sua pelle.

E vorresti prendere e fuggire,
prendere e rincorrere,
prendere e come in una ruota da tortura spaccarti in due per seguire le tue folli parti,
la tua razionalità ed il desiderio,
la follia,
e vorresti farti trovare là dove non devi,
dove potresti al massimo far trovare dei fiori come in passato,
dove non saresti accolto o lo saresti troppo
dove ogni movimento sarebbe frainteso o forse profondamente compreso,
dove ogni movimento, parola, istante sarebbero vere quanto lo sono su un palco,
poco per chi non sa e troppo per chi conosce.

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Roberto Saviano scrive a Silvio Berlusconi ""Il premier mi vuole zittire ma sui clan non tacerò mai"

Lo scrittore: “Assurdo preferire il silenzio, Berlusconi si scusi con le vittime”. “Non so se Mondadori è ancora adatta a me” di ROBERTO SAVIANO

Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di “supporto promozionale alle cosche”. Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d’Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt’ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare.

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Mani, profumi

Nella folla oggi ho toccato mani,
tra queste la mano di una sconosciuta che mai rivedrò.

Nella folla oggi ho sfiorato mani,
tra queste il ricordo di una che mai più stringerò.

Nella folla oggi ho toccato mani,
una, una sola col tuo profumo.

Fluiscono i ricordi dalle mie dita,
entrano in testa,
ruotano,
volano,
legano.

Ed infine escono dalle mie labbra come sorriso.

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Desiderio

Desiderio
(14/05/09)

È desiderio d’affetto
è desiderio di Nuovo

forte

urlo silente
misto d’urlo di battaglia e di sospiro

Squarcio dirompente di pace la confusione della vita.

È desiderio incompiuto da compiere
è desiderio il profumo nell’aria e non sogno.
Cambia il mondo.

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Frutto

Frutto
(11/05/09)

Entra la brezza dalla finestra di camera mia,
brezza primaverile che scivola sulla mia pelle
sui miei pensieri
sulle mie ferite

Ed io resto qui nel silenzio
avvolto
nel suono di una chitarra classica e di un flauto
alla luce di una candela che danza.

Resto qui.

Resto a chiedermi cosa sia giusto e cosa no
a chiedermi che cosa ci sia dentro me.

Come un frutto,
come una pesca da aprire
con uno schiocco vorrei sapere cosa c’è nel nocciolo.
Dentro me
dentro me.
Nel profondo sotto la dolcezza
nel profondo sotto l’essenza stessa.

Per scoprirlo, per raggiungere il nocciolo
per raggiungere il dentro però vorrei vivere
vivere tutto ciò che c’è attorno

e non importa cosa troverò

non importa cosa c’è dentro perché avrò vissuto il gusto
avrò vissuto profumi inebrianti
avrò vissuto i colori

avrò vissuto.

Entra la brezza dalla finestra della mia camera,
brezza primaverile che mi carezza la pelle
i pensieri
le ferite

Ed resto qui nel silenzio
avvolto
nel suono di chitarra classica e di flauto
nella luce di una candela danzante.

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Fiore

Fiore
(30/04/09)

Ti osservo
da lontano,

per quel che posso ti osservo fiore

fiore forte
aggrappato al terreno nella tempesta di questi giorni

aggrappato

i petali si piegano al vento
segnati
feriti

i petali ricchi dei tuoi colori
il tuo profumo

il tuo profumo

il tuo profumo si spande e si mescola a quello della terra bagnata e ti osservo

non ti arrendi
lotti
forte

ma ti vorresti appoggiare
riposare
lasciare che sia il sole a scaldarti

darti vita

illuminarti

ti osservo fiore sporco di terra a lottare
ti osservo incantato

non ti si può mettere in una teca di cristallo
morresti
non ti si può proteggere in alcun modo
ma ti osservo e prego perché torni il sole
perché questa tempesta divenga rugiada

perché i tuoi colori possano tornare a splendere
e il tuo profumo spandersi nell’aria.

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