Mag 302015
 

Non ho voglia di svegliarmi, non credo sia ancora il momento, voglio rimanere ancora qui un po’ nel letto a ricordare la serata di ieri.
Quando mi sono vestita per lui e…
…cos’è successo ieri? Perché non riesco a ricordare?
Il letto non è affatto morbido, ed è freddo, ed ho un dolore forte al centro del petto.
Dove sono?!
Attorno a me buio, non sento il ticchettio della sveglia, ma è qui, la tocco ma sono sul pavimento e attorno sento solo la sveglia che non fa rumore e non sento le fughe delle mattonelle.
Sono seduta e gli occhi si stanno abituando all’oscurità, il pavimento di questo luogo è nero e lucido, somiglia a vetro ma è in qualche modo più solido del vetro, quasi fosse una pietra vetrosa, liscia, infinita. Non vedo niente altro attorno a me. Tranne la mia sveglia a terra, ferma a segnare le dodici, mezzanotte credo data la stanchezza che sento nel corpo.
Mi guardo attorno e mi viene da piangere perché non so cosa fare qui, non c’è lui, non ho modo di contattarlo, e non c’è nessuno.
Hei?! C’è nessuno?! C’è nessuno qui? Dove mi trovo?”.
Sento il mio cuore battere forte e tremo, l’aria mi manca.
“Calmati, su, calmati, cerca di capire cosa è successo, calmati”
Mi alzo e comincio a camminare, mi sento tremare, sento caldo, freddo.
Cammino avanti ed indietro in questo buio, in questa assenza di mondo, cammino e non riesco a stare ferma, avanti, indietro, avanti indietro, ma dove vado?
Calmati, calmati, ragiona, calmati
Mi viene da piangere, mi viene da piangere e non so cosa fare.

Poco distante comincio a scorgere un grande specchio, mi ricorda l’armadio a specchio che ho in camera ma ha più le proporzioni di una porta. Cos’altro ho da fare se non andare a vedere di cosa si tratta?
Cos’ho da fare se non andare a vederlo?
Porterò con me la sveglia, per quel che può servire, è pur sempre un pezzo della mia vita, anche se in questo momento ricordo solo la sveglia e che ero uscita per lui. Non ricordo il suo volto, non ricordo il suo nome e non ricordo il mio, e non ricordo chi fossi io ne niente altro, forse ho preso una botta, non ricordo di essere una che beve molto ne che si droga.
Non mi hanno drogata, non mi sento drogata, mi devo calmare
Il mio lavoro è invece qualcosa che ha a che fare con … una stella, un simbolo, alloro.

Mal di testa, una fitta, alla testa ed al petto, sto sudando tantissimo, sento l’odore del mio sudore, e il freddo.

Sono arrivata allo specchio, è grande pressappoco come una porta ma privo di maniglie, ha solo un bordo dove potrebbe esserci quello di una porta stessa ma dietro c’è un pannello nero e niente altro. Si tratta di un normale specchio per quanto sembri spuntare dal pavimento con soluzione di continuità.
“Uno specchio.”
Sono una bimba?” Una bimba un po’ gotica però. Appena truccata indosso una maglia con sbuffi di pizzo sul petto e maniche fini quasi trasparenti, una gonna a falde di stoffe delle varie tonalità del nero, asimmetrica e degli stivaletti con il tacco, il tutto in toni di nero.
Qualcosa mi dice che non sia un vestiario tipico per una bambina che potrebbe avere meno di dieci anni.
La mia pelle è stranamente bianca, quasi da bambola di ceramica e con i capelli lisci e biondo scuro do l’impressione di una metallara un po’ prematura, anche se non porto unghie nere o borchie o pendagli strani.
Mi siedo dando le spalle allo specchio e metto le faccia tra le mani.
Devo riuscire a ricordare chi sono, da dove vengo, cosa ci faccio in questo strano ambiente, è come se questo specchio ne fosse in qualche modo l’entrata, o l’uscita, il talismano, il centro. Il centro di un nulla però.

Le mie mani
Le mie mani non sono quelle di una bimba, le dita sono lunghe, fresche di manicure, affusolate, porto unghie perfette, di media lunghezza e con le cuticole ben curate
-“Di chi sono queste mani?“- smalto trasparente.
Formicolio che attraversa le spalle, muscoli che si irrigidiscono, mi alzo e mi allontano dallo specchio, cammino, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti ed indietro.
Calmati, calmati
La gamba che involontariamente vibra, si muove
Chi cazzo sono?! Chi sono?!” urlo.
Il vestito è quello che ho visto ma non sono una bambina, non ho gambe da bambina, non ho il petto piatto di una bambina.
Ma non so chi sono.
Mi giro di scatto a guardare nuovamente lo specchio, e mi vedo adulta, indosso un tailleur grigio antracite, con una borsa bauletto più chiara, e delle scarpe nere con tacco, i capelli raccolti di lato sulla spalla destra, credo abbia a che fare con il mio lavoro, ma il mio corpo, quello reale, quello che posso toccare continua ad essere vestito di nero, con quella gonna, quei tacchi quelle maniche.
Il mio riflesso si muove come me, ha le stesse unghie curate, la stessa espressione perplessa ma indossa un vestito da rappresentanza, nel riflesso, dietro di me compare per un istante un cartello con scritto “Agenzia investigativa HL”.

Mentre il cuore comincia a battere meno forte sento forse l’ultima goccia di sudore scendere dall’attaccatura dei capelli giù per il mio visto, sfioro le labbra con la mano e riaffiora qualche ricordo.
Agenzia investigativa HL

Stavo seguendo un caso, un uomo aveva ucciso diverse donne, o almeno diverse donne erano morte: due? Tre? Forse anche una bambina.
Investite
Lavoravo da poco per l’agenzia, una giovane spavalda rampante appena arrivata, ma pare che quell’uomo prediligesse giusto le ragazze giovani ed io potevo sembrarlo ancora più di quanto lo fossi. Si fidavano di me perché avevo una buona capacità di correlare dati ma non ero mai stata sotto copertura, non è neppure una pratica che queste agenzie facciano in genere, troppo rischioso. Eravamo stati ingaggiati da una famiglia la cui figlia era scomparsa, all’inizio avremmo dovuto solo trovarla ma quando la trovammo schiacciata ci chiesero di proseguire l’indagine senza coinvolgere le istituzioni ufficiali. Credo che il mio capo accettò solo per l’offerta economica notevole, perché invadere questo genere di indagine per un’agenzia rischia di essere più un danno che un guadagno.
Non eravamo mai riusciti a risalire all’auto perché le stordiva o uccideva prima di investirle e quindi non faceva danni tali da dover riparare il mezzo o comprare ricambi, e non avevamo neppure idea di che modello fosse. Gli omicidi che supponevamo essere stati effettuati dallo stesso autore erano avvenuti in posti apparentemente slegati tra loro, nessun legame se non il gusto nel vestirsi di nero, e le modalità estremamente simili.

Il gusto nel vestirsi di nero.

E poi c’era lui, lo vedo ora nello specchio dietro di me ad osservarmi col suo sorriso ironico di quando mi osservava convinto di non essere visto, quel suo sguardo ironico ed innamorato che tante volte ho spiato mentre lui pensava di spiare me, avrei potuto lasciarlo fare per ore.
Ma non avrei mai dovuto innamorarmi di lui non avrei mai potuto immaginare che avrei finito per farlo quando sono stata inviata ad indagare da vicino, avevamo pensato che potesse essere il nostro uomo solo grazie ad una segnalazione anonima su un auto sporca di qualcosa che poteva essere sangue.
Anonima.
Ma con il cachet proposto non potevamo dire che ce ne stavamo con le mani in mano, non avevo la certezza fosse lui, anzi non c’era nessuna prova che lo fosse, ma era l’unica pista disponibile ed io mi trovavo abbastanza bene nell’ambiente che frequentava.
Avevo scelto di non innamorarmi di lui nonostante quelle spalle non grandi ma fiere, nonostante il suo modo di farmi ridere.

La prima volta che un brivido mi prese fu passeggiando, quando la sua mano sfiorò per un istante la mia, non saprò mai quanto fosse reale, casuale, o manipolatorio quel tocco, ne i successivi, ne quel bacio sulle labbra mancato che doveva essere un normale saluto sulla guancia, ma a pensarli mi fanno ancora sorridere di piacere, sento ancora sulla nuca salire qualcosa tra i capelli.

Il momento in cui mi accorsi che il danno era fatto fu però quando una sera parlando di un’amica descrisse con dovizia di particolari il cappottino sfiancato, verde scuro di velluto raso con la cintura in vita, il suo stupido papillon da uomo indossato su una camicia viola con uno strano scollo e perfino l’anello con pietra ovale viola. Stupido non lo disse lui ovviamente, e questo mi fece capire che ne ero gelosa, che non avrei voluto mi fosse portato via neppure da me, dal mio lavoro. Fu il modo di descriverla, così ricco di particolari, così fatto di pregi di poca importanza eppure così piccoli da dover richiedere un interesse nel dettaglio che non aveva con me.

Cominciai ad accorgermi dell’odore della sua pelle quando mi passava accanto, della pelle del suo collo, ricordava i particolari di altre e mi faceva incazzare quando non ricordava la collana che avevo indossato il giorno prima, o forse lo faceva apposta per farmi rodere e trattenermi un po’ più accanto.

Mi convinsi che avevamo sbagliato obbiettivo, mi convinsi che quella persona non poteva essere un assassino, che dalla sua gentilezza d’uomo d’altri tempi non potesse scaturire violenza, mi convinsi che forse dopotutto c’era un motivo se ero finita tra le sue braccia.
C’era un motivo, mi sentivo in una storia scritta da uno scrittore pazzo, ma mi sentivo viva, sentivo il cuore accelerare quando lo stavo per incontrare e fermarsi quando le sue labbra si posavano sulle mie.

Cos’è questo?
Al centro del mio petto c’è una zona di nero più scuro, più secco, più rappreso ed al centro un buco.
Ah

Quella sera lui era strano, lo aspettai più del solito, era sempre puntuale ma non quella sera. Uscimmo come quasi ogni giorno da qualche tempo ma non parlò quasi mai, mi portò in riva al fiume a guardare l’acqua scorrere seduti sui sassi bianchi e lisci e poi tornammo alla macchina dove mi guardò con aria grave.

Ricordo come fosse ieri, o forse era ieri davvero, o forse era addirittura oggi, il suo sussurro a voce bassa ma calda all’orecchio sinistro. La sua voce calda.
Mi dispiace, deve finire. Qui. Oggi. Ora. Ho provato a convincermi che non fosse così, che tu fossi diversa, che io fossi diverso, ma non è così. Io devo seguire la mia strada e tu sulla mia strada sei solo una tappa“.
Il suo fiato si addensava poco distante dalla bocca e le sue braccia non bastavano a non farmi sentire i brividi
Sentivo le lacrime scendere ma mi sentivo apatica, intontita, come immobilizzata. Credevo avrei pensato un milione di cose in un momento simile ma invece la mia mente era piatta, vuota, calma.
Mi passavano solo nella mente i ricordi dei momenti vissuti e niente altro.
“E il senso di colpa.”
L’idea di aver sbagliato io di non essere abbastanza, di non essere adeguata, di essere sbagliata. Non mi passò per la mente neppure per un istante a che cosa si riferisse.

Dissi qualcosa, non so neppure cosa.
Disse qualcosa.

Abbassai la guardia completamente.

Poi come un improvviso spasmo sentii entrarmi nella carne qualcosa. Nel petto.
Mi congelò. Era come sentire un pezzo di ghiaccio che al contempo bruciasse la carne.
Lo vidi girarsi lentamente e mi sentii dire da lontano qualcosa come “io ti amavo stupido idiota” mentre la mente si annebbiava, mentre tutto diveniva scuro, mentre mi sentivo posare su di un pavimento nero di asfalto, mentre una chiazza lucida si allargava sotto di me e faceva apparire l’asfalto vetro nero.

Vidi una porta aprirsi, la sentii chiudersi con un tonfo alle spalle anche se ero sdraiata. Vidi un riflesso come se la porta fosse di specchio ed eccomi qui.

Ed eccomi qui.

Credo che l’unica cosa da fare sia incamminarsi nella direzione indicata da questa che un tempo forse era una porta, credo di sapere dove sto andando anche se non ne conosco ancora la forma, e mentre cammino un pappo di un pioppo mi passa accanto, di sfuggita mi è parso ci fosse un piccolo omino appeso dentro ma la luce, l’erba, il cielo che si stanno aprendo mi fanno pensare di essere quasi giunta alla meta.

Ora ricordo

 

Mag 272015
 

Quella sera indossavi un vestito nero, un bellissimo vestito nero. Un po’ oscuro forse ma su di te, sulla tua pelle candida, sul tuo corpo non poteva che essere perfetto. Ricordo come fosse oggi i tuoi capelli castano chiari, lisci ma voluminosi scendere fino metà schiena scalati in modo da avere la zona centrale più lunga. Il rosa chiaro della tua pelle spuntare da dietro ai lati dei tuoi capelli dove la maglia finiva con una scollatura larga ma non volgare lasciando immaginare dove la curvatura del tuo collo andava ad attaccarsi al di sotto di orecchie perfette ed invitanti.
La maglia era nera, come il resto, e a contrapporsi al dietro liscio sulla parte frontale era ricca di fronzoli e pizzi monocromatici spinti all’esterno da un seno non troppo prorompente ne assente, di una misura perfetta. La scollatura lasciava scoperte le clavicole in tutta la loro lunghezza e solo poco più in basso lasciando l’immaginazione scivolare sui tendini del tuo collo piuttosto che sul décolleté pudicamente coperto, e vorticare fino al tuo mento perfetto, le guance lisce e gli occhi di una gradazione tra il verde ed il grigio truccati solo lievemente per allungarne l’angolo. Occhi che avrebbero potuto tagliare in due, o sciogliere, o far ridere a crepapelle, o far morire d’invidia. Le braccia erano coperte da maniche semi trasparenti di pizzo che terminavano con strisce di stoffa da cui uscivano le tue bianche mani con le dita affusolate e unghie mediamente lunghe prive di smalti ma perfette.
La maglia scendeva fino ad una gonna coprendone una piccola parte con un triangolo rivolto verso il basso. Era la gonna il pezzo forte, fatta di veli neri di stoffa finissima alcuni quasi trasparenti ed altri più spessi messi in modo assimmetrico e rialzati dietro dal tuo corpo a scendere sinuosamente staccati dalle tue gambe.
La maglia stretta evidenziava i tuoi fianchi altrettanto stretti e la gonna scendeva a tratti poco sotto il ginocchio a mostrare gambe chiare coperte di collant a rete come una tela di ragno, sostenute da stivaletti col tacco in stoffa opaca.
Ricordo come fosse ieri ogni particolare di quella sera, dal tuo vestito alla musica che stavamo ascoltando, “Crimson” dei Sentenced, la nostra preferita era “Killing Me, Killing you”, ironia della sorte e quella sera la ascoltammo la ascoltammo la ascoltammo ancora ed ancora ed ancora una volta.

Killing Me Killing You
Killing all we have
As our loves wither away

Burning Me Burning You
Burning us to ash
Drowning us in a sea of flames

Darling, do you feel, there is a storm coming our way
The burning light between us is already starting to fade
The fire in our hearts is smothered by the rain
and the crimson flame of passion turns into something gray

Non ci conoscevamo da molto ma era come se tu mi conoscessi da una vita, come se sapessi ogni istante quale sarebbe stata la mia reazione, quale sarebbe stato il luogo che avrei desiderato visitare, quasi ogni istante. Uno ti sfuggì probabilmente.
Era l’una di una notte di primavera, una di quelle in cui il caldo se ne va e il pizzo che copriva il tuo corpo lasciava andare un po’ troppo calore, giusto quel tanto da farti da farti irrigidire i muscoli e dare la possibilità al tuo uomo, a me, di abbracciarti stretta e stringerti per trasmetterti il mio, e farti vedere che c’ero, che ero lì.

Ti guardai diretta negli occhi e ti dissi il mio pensiero. Quel giorno sarebbe dovuta finire.
Mentre parlavo le parole sembravano riassumersi, raggrumarsi nell’aria, addensarsi in nuvole e fermarsi qualche istante tra me e te prima di proseguire dileguandosi nell’aria, non ero sicuro che tu stessi comprendendo quanto stava accadendo
Non dico che sarebbe potuta finire in modo diverso
Mi dissi guardandomi dritto negli occhi.
Dico solo che, poteva non finire
Le lacrime rigavano il tuo volto trascinando quel poco di mascara che era il tuo unico vezzo, il tuo volto era però immobile, impassibile mentre i tuoi occhi sembravano spegnersi virando dal verde grigio al grigio, qualche goccia cadeva sul pizzo esposto dal tuo seno scurendolo se possibile con un piccolo alone, un altro, un altro ancora.
Pensavi che il problema fosse tuo, che fossi tu a non sapermi amare come credi ma non avrei mai potuto dirti dove fosse il problema, non avrei mai potuto rivelarlo a nessuno senza drammatici epiloghi.
Eravamo appoggiati al cofano della mia macchina, tu seduta con un tacco sul paraurti ed un ginocchio in avanti, io abbracciato a te leggermente di lato in piedi probabilmente nel mio cappotto nero di pelle anni settanta, i miei stivali, il cappello con la tesa e qualche jeans e camicia a caso.
Il discorso non durò molto a lungo, d’altronde, non c’era neppure molto da dire se non la realtà di come stavano i fatti. Te lo concessi alla fine, ti concessi di sapere, ti concessi di conoscere ciò che mi portavo dentro da troppo tempo e che mai avevo condiviso, poi misi in tasca la mano e ne estrassi qualcosa.
Ricordo le tue mani posarsi sul mio viso qualunque espressione esso avesse, la tua attesa delle mie parole, e gocce ancora che cadevano. Le ricordo scendere dal tuo volto prima lentamente quando si staccavano dalle tue ciglia e poi accelerare sempre più fino al colmo delle tue gote e precipitare sulla superficie della tua guancia, arrivare in prossimità del centro del mento dove avevi una lieve e buffa rigonfiatura e da lì gettarsi suicide sul pizzo sul tuo petto sul tuo cuore sul tuo sangue sul tuo silenzio sui sussulti dei tuoi polmoni sui suoni del di dentro del tuo corpo a macchiare altre macchie che stavano crescendo.
Il tuo sguardo era allora di stupore, gli occhi grandi aperti più del dovuto, le labbra leggermente aperte, l’incavo al centro del collo tra le sporgenze delle clavicole incavato.
Non ebbi il coraggio di guardarti ulteriormente, non di guardarti così, immobile di sasso, di restare senza aver più nulla da dire ne da sentire, lasciai scivolare le mie mani una dal tuo volto ed una dal tuo addome verso i miei fianchi, pensai ancora quanto avevo amato il liscio di quella pelle e mi girai. Ricordo il vento che mi spingeva i capelli sul volto, sentii la tua voce dire “io ti amavo stupido idiota”, lottai per non voltarti e guardarti un ultima volta, lottai per ricordarti come ti ricordo ora e poi sentii infine un tonfo lieve e sordo.
L’asfalto cominciava a bagnarsi di pioggia, sentii le gocce sul viso e le ringraziai perchè non avrei dovuto chiedermi cos’era quel liquido sul mio volto. Ti immaginai lì ancora sull’asfalto, con i capelli spettinati e bagnati di troppe cose, immobile con il volto della speranza forse non ancora disillusa ma allontanai questa immagine.
Girai attorno alla macchina senza guardare in direzione del muso, salii, mi fermai il tempo di mettere al massimo il volume su “Beyond The Wall Of Sleep” ed diedi gas in avanti.
Poi andai a lavare via i resti di quella sera dall’auto, quelli che la pioggia non aveva lavato.

 

Apr 232015
 

Ti vidi su di una panchina, abbracciata a tu sorella la quale leggeva, rimasi ad osservare il tuo volto pieno e vivo come quello di chi non sa soffrire che per istanti nonostante fossi seria ed annoiata, ti osservai sbuffare da lontano nascosto dietro un cespuglio.
Incantato ed incapace di mostrarmi, di parlarti, di palesare la mia presenza. Tante volte ti avevo immaginata, avevo osservato altre mentre non c’eri immaginando fossi tu e lasciandomi innamorare anche della loro presenza nella tua assenza, immaginarmi te davanti a me a muoverti e correre e sorridere, osservare i -non- tuoi capelli muoversi e saltare e supporre di conoscerti ed ora ero lì a guardarti finalmente di nuovo. Immobile bloccato.
Ero lì mentre passò quello strano coniglio: “Povero me, povero me! Farò tardi!” diceva, e quando il coniglio tirò fuori l’orologio a cipollotto dal doppio petto vidi il tuo sguardo stupito ma non come chi vede qualcosa di assurdo, stupito come qualcuno che vede qualcosa di bello ed inaspettato ma non incredibile, uno sguardo così naturale da rendere naturale a me il vedere questo strano personaggio saltellare di tutto punto vestito.
Ti osservai da lontano seguirlo, forse un po’ geloso lo ammetto perché lui si era palesato anche se involontariamente, ti osservai osservarlo entrare nella sua tana e pochi istanti dopo cadervi dentro.
Ti seguii.
Caddi o volai, non ricordo il vento dell’aria contro la pelle, non ricordo la paura della caduta se non per un’istante, era come se invece di scendere fosse il mondo a salire ed io immobile, vidi credenze e mobili, comodini, mi parve di cadere o salire miglia e miglia, non ti vidi più mentre scendevo e forse neppure dopo non lo so perché cominciai d’un tratto a complicarmi.
Ricordo di non ricordare cosa pensassi nell’istante stesso in cui lo pensavo e di ricordare ricordi passati di passati invissuti, ricordo che come al solito quando mi annoio cercai di calcolare cose, la velocità di caduta in base a punti di riferimento, la larghezza del corridoio verticale che mi pareva scorrermi addosso, ricordo di aver provato a calcolare quanti anni avessi ma non ricordavo quando fossi nato, e di contare quante dita avessi ma dopo essere arrivato a ventitré ricominciai e arrivai a due, e provando nuovamente erano quindici o trentatré ma poi ricordo di non ricordare se davvero quelli fossero i numeri e poi pensai che era una buona idea provare a calcolare i miei anni e mi fossi ricordato quando sono nato o quanto veloce andasse il suono, non ricordo eco o effetto doppler ma ricordo che i pensieri rimbalzavano sulle pareti e se pensavo verso il basso i pensieri correvano correvano senza tregua e se pensavo verso l’alto dimenticavo in fretta cosa non so perché non lo ricordo.
D’un tratto il pavimento o il terreno o il dove stavo andando mi raggiunse.
Mi ritrovai seduto.
Poco lontano un coniglio stava allontanandosi, indossava un doppio petto e reggeva con una zampa un orologio a cipollotto, sembrava agitato e frettoloso “Orecchi miei, baffi miei, come è tardi!” disse e si voltò un istante verso di me, ma non aveva baffi, non aveva orecchi o forse si nascosti da quei suoi bei capelli che contornavano un volto umano e dolce, pieno e vivo come quello di chi non sa soffrire che per istanti per nulla serio o annoiato, e perché avrebbe dovuto poi esserlo, ma neppure pieno della tensione e della fretta di chi corre per qualcosa che non ha scelto, il tuo sorriso era quello di chi sa cosa sta facendo e con la frenesia della gioia di fare, la gioia dell’inquietudine del non saper stare con le mani in mano e correvi, correvi, correva con quell’orologio il coniglio bianco dal volto umano, correvi lontano ed io dietro te con il tuo sorriso dentro.

Apr 092015
 

Il turno di lavoro oggi è stato duro, più duro del solito e sento la stanchezza chiudermi gli occhi, apro i finestrini e metto l’aria al massimo per cercare di svegliarmi meglio per questa ultima mezzora di strada e poi potrò infilarmi sotto le coperte. Il termometro indica che fuori ci sono dodici gradi ed io indosso solo la t-shirt dell’Oktoberfest 2011, ottima situazione per svegliarmi fuori un po’.
Il navigatore da qualche giorno quando punto casa dopo un po’ sembra impazzire e mi indica un altro luogo, gli altri giorni questa cosa mi fa incazzare terribilmente oggi stranamente invece mi sento così rilassato, forse per questo misto tra stanchezza e freddo da sentirmi quasi inerte. La mente riprende a lavorare anche se gli occhi rimangono mezzo chiusi, e la testa mi

cade

non sono sulla strada di casa!
Mi sono distratto e come uno scemo mi sono messo a seguire l’indicazione sbagliata del navigatore che non so dove mi sta portando, indica un luogo a dieci minuti da qui, e stanchezza a parte non ho davvero molto da perdere, domani finalmente potrò starmene a casa almeno il mattino e a casa nessuno mi aspetta quindi quale miglior momento per fare una cosa scema?
Fermo al semaforo osservo le mie braccia scoperte, i peli dritti della pelle d’oca, tremo leggermente ma è un bene, mi tiene senza dubbio più sveglio, metto la testa fuori e respiro l’odore umido di questa serata, non mi ero accorto avesse piovuto, il respiro si addensa e dietro il respiro vedo il rosso del semaforo trasformarsi un verde. Sono in una zona della città che mi sembra terribilmente, ancora un paio di svolte e ci sono, chissà dov…

TUMPH

…una bambina?! Era una bambina! Ho investito una bambina? Cosa ci faceva in mezzo alla strada?
Scendo a controllare? Scappo? Non credo mi abbia visto nessuno, ma cosa ci faceva una bambina da sola in mezzo alla strada immobile, come mi guardasse, e poi era vestita completamente di nero, non fosse per quella pelle bianca cinerea non avrei neppure visto che era una bambina, avrei sentito il tonfo, e… e la macchina che si è alzata quando la ruota sinistra le è passata sopra.
La macchina che si è sbilanciata spingendo il mio corpo verso destra mentre la ruota le passava sopra.
Il rumore molliccio di qualcosa sotto la mia ruota sinistra che passava su di lei.
Il rumore della gomma che cigola su qualcosa di umido dopo essere scesa, dopo essere passata sul corpo della bambina.
E sto ancora guidando, il navigatore punta a casa mia, casa mia e rimbomba nella mia testa il rumore, lo spostamento del corpo la ruota il silenzio, non ho neppure frenato.

Sono a casa ora, non ho il coraggio di scendere di guardare il sangue che deve essere sul fanale, sulla ruota sulla ruota che ha schiacciato quel corpo sul fanale che ha spaccato quel corpo.

Scendo e guardo a terra la strada priva di segni, osservo il muso della macchina, anch’esso normale, liscio, senza ammaccatura, senza macchie, addirittura impolverato, la ruota normale, sporca di terra come sempre e di nient’altro.
Credo di aver sognato.
L’unica cosa è questa sostanza nera, come carta velina bagnata incollatasi sul paraurti come un adesivo umido, come le decalcomanie per i tatuaggi dei bambini prima che si asciughino, come foglie umide e fini portate dal vento e sferzate da ore di pioggia.

 

Mar 092015
 

Sono passate alcune notti da che ti ho sognata, ma resta indelebile la sensazione mentre sfumano i ricordi come fumo nel vento.
Ricordo d’essermi svegliato immerso nella sensazione d’infatuazione con cui nella più piena adolescenza ci si innamora la prima volta, ricordo di essermi svegliato stupito dal sogno stupendo e perfettamente coerente appena fatto.
Volevo alzarmi dal letto e scriverlo per filo e per segno, con il suo inizio, lo svolgimento e la fine perfetta come mai avrebbe potuto essere una storia ragionata a tavolino, rimasi a letto a cullarmi del tuo ricordo inaspettato proveniente da non so quale recesso della mia mente.
Al mattino non ricordavo più nulla. Non ricordavo neppure di averti sognata, ma provavo quella sensazione di dolce inquietudine che si prova poco prima o poco dopo di un bell’incontro.
Sono andato a lavoro pensandoti, pensando perché ti pensavo, e poi d’un tratto il ricordo di quel sogno.
Non saprei ripetere il finale, e neppure lo svolgimento a dire il vero, ricordo l’inizio, lo svolgimento che era durato moltissimo invece lo ricordo compresso in una sensazione che non saprei spiegare.

Ero in una casa di pietra, saprei dirti anche dove probabilmente, ma più probabilmente è un dettaglio che la mia mente ha aggiunto a posteriori, c’erano molte persone, anche queste seppure nel sogno ci fossero potrebbero essere identificate con persone che potrei aver aggiunto a posteriori, ma poi c’eri tu, e di questo non c’è alcun dubbio.
Ci incontravamo come non ci vedessimo da moltissimo tempo, come è poi un dato di fatto, ma anche come fosse inaspettato. Immobili qualche secondo che potevano essere secoli a guardarci con lo sguardo tipico indeciso di chi non sa cosa fare e perché.
Poi come se tu fossi miglia lontana prendevi la rincorsa per abbracciarmi. Ricordo come fosse reale l’istante in cui il tuo corpo ha abbracciato il mio, è penetrato nel mio e si è fuso al mio, ricordo come la sensazione che tu stessi danzando con e dentro di me, come se ruotassi e la tua testa attraversata la mia facesse una capriola e con te me e il mio corpo e la mia mente compenetrati a te, vedevo dai miei occhi e vedevo dai tuoi e tu danzavi e mi danzavi, e ruotavamo e volavamo e non eri più tu od io a guidare era un tutt’uno con infiniti occhi infiniti orecchi, senza più un corpo fisico ma con un corpo fisico, senza più essere due ma senza essere uno, come due enormi palline di plastilina di colori diversi amalgamate, ricordo i colori diversi eravamo azzurri e verdi, eravamo blu e rossi ed eravamo una sfera e una forma mutante immutabile in movimento.
E poi il finale, bellissimo, è rimasto nell’oblio dei sogni scordati.

 

 

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Privacy Policy Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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