Gen 122017
 

Era una serata come un’altra, come mille o come nessuna. Attorno le auto in movimento erano poche, finite le feste la gente era ormai stufa di andare in centro ed era il momento giusto per frequentarlo prima che alla gente tornasse la smania degli acquisti grazie ai saldi.
Era in piedi, era ormai il momento di salutare gli amici dopo una serata piacevole seppur breve, s’era parlato di ogni cosa, di forse e di ma e di certo e di altro ed ancora. Una serata come altre. Di fronte a lui a ridere e parlare un vecchio amico, e due nuove e la distanza frapposta della novità, del non essere nella zona di confort seppure confortato da una situazione piacevole.

Lui le sfiorò le mani. Voleva sentire solo la consistenza di quei guanti di pelle morbida e niente altro. Lui le sfiorò le mani e mentre le sfiorava le mani il mio sguardo cadde su quelle quattro mani, sulle due a stringere le altre due, e sullo sguardo di lui. Rideva con assoluto candore, guardando quelle mani e non lo sguardo che stava poco dietro. Quello sguardo si fece un’istante serio, o forse fu una mia impressione. Si fece serio il mio indubbiamente, involontariamente mentre dentro di me qualcosa di caldo si scioglieva dalle pareti alte del mio interno precipitando improvvisamente verso il basso come in un vortice che non riuscivo a comprendere.

La ragazza voltò lo sguardo verso di lui e parve un’istante accorgersi di cosa accadeva nella sua mente. Un’istante prima che la strada si inclinasse. Mentre la strada si piegava in un imbuto i palazzi attorno si alzavano e le macchine parcheggiate cominciavano a muoversi verso di loro, tutto divenne in qualche modo liquido e mentre cadevano sembravano fondersi in un unico nulla di unico gorgo nero. Tutto attorno a lui era improvvisamente scomparso. O apparso. Quando aprì gli occhi viaggiava su Continue reading »

Mag 302015
 

Non ho voglia di svegliarmi, non credo sia ancora il momento, voglio rimanere ancora qui un po’ nel letto a ricordare la serata di ieri.
Quando mi sono vestita per lui e…
…cos’è successo ieri? Perché non riesco a ricordare?
Il letto non è affatto morbido, ed è freddo, ed ho un dolore forte al centro del petto.
Dove sono?!
Attorno a me buio, non sento il ticchettio della sveglia, ma è qui, la tocco ma sono sul pavimento e attorno sento solo la sveglia che non fa rumore e non sento le fughe delle mattonelle.
Sono seduta e gli occhi si stanno abituando all’oscurità, il pavimento di questo luogo è nero e lucido, somiglia a vetro ma è in qualche modo più solido del vetro, quasi fosse una pietra vetrosa, liscia, infinita. Non vedo niente altro attorno a me. Tranne la mia sveglia a terra, ferma a segnare le dodici, mezzanotte credo data la stanchezza che sento nel corpo.
Mi guardo attorno e mi viene da piangere perché non so cosa fare qui, non c’è lui, non ho modo di contattarlo, e non c’è nessuno.
Hei?! C’è nessuno?! C’è nessuno qui? Dove mi trovo?”.
Sento il mio cuore battere forte e tremo, l’aria mi manca.
“Calmati, su, calmati, cerca di capire cosa è successo, calmati”
Mi alzo e comincio a camminare, mi sento tremare, sento caldo, freddo.
Cammino avanti ed indietro in questo buio, in questa assenza di mondo, cammino e non riesco a stare ferma, avanti, indietro, avanti indietro, ma dove vado?
Calmati, calmati, ragiona, calmati
Mi viene da piangere, mi viene da piangere e non so cosa fare.

Poco distante comincio a scorgere un grande specchio, mi ricorda l’armadio a specchio che ho in camera ma ha più le proporzioni di una porta. Cos’altro ho da fare se non andare a vedere di cosa si tratta?
Cos’ho da fare se non andare a vederlo?
Porterò con me la sveglia, per quel che può servire, è pur sempre un pezzo della mia vita, anche se in questo momento ricordo solo la sveglia e che ero uscita per lui. Non ricordo il suo volto, non ricordo il suo nome e non ricordo il mio, e non ricordo chi fossi io ne niente altro, forse ho preso una botta, non ricordo di essere una che beve molto ne che si droga.
Non mi hanno drogata, non mi sento drogata, mi devo calmare
Il mio lavoro è invece qualcosa che ha a che fare con … una stella, un simbolo, alloro.

Mal di testa, una fitta, alla testa ed al petto, sto sudando tantissimo, sento l’odore del mio sudore, e il freddo.

Sono arrivata allo specchio, è grande pressappoco come una porta ma privo di maniglie, ha solo un bordo dove potrebbe esserci quello di una porta stessa ma dietro c’è un pannello nero e niente altro. Si tratta di un normale specchio per quanto sembri spuntare dal pavimento con soluzione di continuità.
“Uno specchio.”
Sono una bimba?” Una bimba un po’ gotica però. Appena truccata indosso una maglia con sbuffi di pizzo sul petto e maniche fini quasi trasparenti, una gonna a falde di stoffe delle varie tonalità del nero, asimmetrica e degli stivaletti con il tacco, il tutto in toni di nero.
Qualcosa mi dice che non sia un vestiario tipico per una bambina che potrebbe avere meno di dieci anni.
La mia pelle è stranamente bianca, quasi da bambola di ceramica e con i capelli lisci e biondo scuro do l’impressione di una metallara un po’ prematura, anche se non porto unghie nere o borchie o pendagli strani.
Mi siedo dando le spalle allo specchio e metto le faccia tra le mani.
Devo riuscire a ricordare chi sono, da dove vengo, cosa ci faccio in questo strano ambiente, è come se questo specchio ne fosse in qualche modo l’entrata, o l’uscita, il talismano, il centro. Il centro di un nulla però.

Le mie mani
Le mie mani non sono quelle di una bimba, le dita sono lunghe, fresche di manicure, affusolate, porto unghie perfette, di media lunghezza e con le cuticole ben curate
-“Di chi sono queste mani?“- smalto trasparente.
Formicolio che attraversa le spalle, muscoli che si irrigidiscono, mi alzo e mi allontano dallo specchio, cammino, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti ed indietro.
Calmati, calmati
La gamba che involontariamente vibra, si muove
Chi cazzo sono?! Chi sono?!” urlo.
Il vestito è quello che ho visto ma non sono una bambina, non ho gambe da bambina, non ho il petto piatto di una bambina.
Ma non so chi sono.
Mi giro di scatto a guardare nuovamente lo specchio, e mi vedo adulta, indosso un tailleur grigio antracite, con una borsa bauletto più chiara, e delle scarpe nere con tacco, i capelli raccolti di lato sulla spalla destra, credo abbia a che fare con il mio lavoro, ma il mio corpo, quello reale, quello che posso toccare continua ad essere vestito di nero, con quella gonna, quei tacchi quelle maniche.
Il mio riflesso si muove come me, ha le stesse unghie curate, la stessa espressione perplessa ma indossa un vestito da rappresentanza, nel riflesso, dietro di me compare per un istante un cartello con scritto “Agenzia investigativa HL”.

Mentre il cuore comincia a battere meno forte sento forse l’ultima goccia di sudore scendere dall’attaccatura dei capelli giù per il mio visto, sfioro le labbra con la mano e riaffiora qualche ricordo.
Agenzia investigativa HL

Stavo seguendo un caso, un uomo aveva ucciso diverse donne, o almeno diverse donne erano morte: due? Tre? Forse anche una bambina.
Investite
Lavoravo da poco per l’agenzia, una giovane spavalda rampante appena arrivata, ma pare che quell’uomo prediligesse giusto le ragazze giovani ed io potevo sembrarlo ancora più di quanto lo fossi. Si fidavano di me perché avevo una buona capacità di correlare dati ma non ero mai stata sotto copertura, non è neppure una pratica che queste agenzie facciano in genere, troppo rischioso. Eravamo stati ingaggiati da una famiglia la cui figlia era scomparsa, all’inizio avremmo dovuto solo trovarla ma quando la trovammo schiacciata ci chiesero di proseguire l’indagine senza coinvolgere le istituzioni ufficiali. Credo che il mio capo accettò solo per l’offerta economica notevole, perché invadere questo genere di indagine per un’agenzia rischia di essere più un danno che un guadagno.
Non eravamo mai riusciti a risalire all’auto perché le stordiva o uccideva prima di investirle e quindi non faceva danni tali da dover riparare il mezzo o comprare ricambi, e non avevamo neppure idea di che modello fosse. Gli omicidi che supponevamo essere stati effettuati dallo stesso autore erano avvenuti in posti apparentemente slegati tra loro, nessun legame se non il gusto nel vestirsi di nero, e le modalità estremamente simili.

Il gusto nel vestirsi di nero.

E poi c’era lui, lo vedo ora nello specchio dietro di me ad osservarmi col suo sorriso ironico di quando mi osservava convinto di non essere visto, quel suo sguardo ironico ed innamorato che tante volte ho spiato mentre lui pensava di spiare me, avrei potuto lasciarlo fare per ore.
Ma non avrei mai dovuto innamorarmi di lui non avrei mai potuto immaginare che avrei finito per farlo quando sono stata inviata ad indagare da vicino, avevamo pensato che potesse essere il nostro uomo solo grazie ad una segnalazione anonima su un auto sporca di qualcosa che poteva essere sangue.
Anonima.
Ma con il cachet proposto non potevamo dire che ce ne stavamo con le mani in mano, non avevo la certezza fosse lui, anzi non c’era nessuna prova che lo fosse, ma era l’unica pista disponibile ed io mi trovavo abbastanza bene nell’ambiente che frequentava.
Avevo scelto di non innamorarmi di lui nonostante quelle spalle non grandi ma fiere, nonostante il suo modo di farmi ridere.

La prima volta che un brivido mi prese fu passeggiando, quando la sua mano sfiorò per un istante la mia, non saprò mai quanto fosse reale, casuale, o manipolatorio quel tocco, ne i successivi, ne quel bacio sulle labbra mancato che doveva essere un normale saluto sulla guancia, ma a pensarli mi fanno ancora sorridere di piacere, sento ancora sulla nuca salire qualcosa tra i capelli.

Il momento in cui mi accorsi che il danno era fatto fu però quando una sera parlando di un’amica descrisse con dovizia di particolari il cappottino sfiancato, verde scuro di velluto raso con la cintura in vita, il suo stupido papillon da uomo indossato su una camicia viola con uno strano scollo e perfino l’anello con pietra ovale viola. Stupido non lo disse lui ovviamente, e questo mi fece capire che ne ero gelosa, che non avrei voluto mi fosse portato via neppure da me, dal mio lavoro. Fu il modo di descriverla, così ricco di particolari, così fatto di pregi di poca importanza eppure così piccoli da dover richiedere un interesse nel dettaglio che non aveva con me.

Cominciai ad accorgermi dell’odore della sua pelle quando mi passava accanto, della pelle del suo collo, ricordava i particolari di altre e mi faceva incazzare quando non ricordava la collana che avevo indossato il giorno prima, o forse lo faceva apposta per farmi rodere e trattenermi un po’ più accanto.

Mi convinsi che avevamo sbagliato obbiettivo, mi convinsi che quella persona non poteva essere un assassino, che dalla sua gentilezza d’uomo d’altri tempi non potesse scaturire violenza, mi convinsi che forse dopotutto c’era un motivo se ero finita tra le sue braccia.
C’era un motivo, mi sentivo in una storia scritta da uno scrittore pazzo, ma mi sentivo viva, sentivo il cuore accelerare quando lo stavo per incontrare e fermarsi quando le sue labbra si posavano sulle mie.

Cos’è questo?
Al centro del mio petto c’è una zona di nero più scuro, più secco, più rappreso ed al centro un buco.
Ah

Quella sera lui era strano, lo aspettai più del solito, era sempre puntuale ma non quella sera. Uscimmo come quasi ogni giorno da qualche tempo ma non parlò quasi mai, mi portò in riva al fiume a guardare l’acqua scorrere seduti sui sassi bianchi e lisci e poi tornammo alla macchina dove mi guardò con aria grave.

Ricordo come fosse ieri, o forse era ieri davvero, o forse era addirittura oggi, il suo sussurro a voce bassa ma calda all’orecchio sinistro. La sua voce calda.
Mi dispiace, deve finire. Qui. Oggi. Ora. Ho provato a convincermi che non fosse così, che tu fossi diversa, che io fossi diverso, ma non è così. Io devo seguire la mia strada e tu sulla mia strada sei solo una tappa“.
Il suo fiato si addensava poco distante dalla bocca e le sue braccia non bastavano a non farmi sentire i brividi
Sentivo le lacrime scendere ma mi sentivo apatica, intontita, come immobilizzata. Credevo avrei pensato un milione di cose in un momento simile ma invece la mia mente era piatta, vuota, calma.
Mi passavano solo nella mente i ricordi dei momenti vissuti e niente altro.
“E il senso di colpa.”
L’idea di aver sbagliato io di non essere abbastanza, di non essere adeguata, di essere sbagliata. Non mi passò per la mente neppure per un istante a che cosa si riferisse.

Dissi qualcosa, non so neppure cosa.
Disse qualcosa.

Abbassai la guardia completamente.

Poi come un improvviso spasmo sentii entrarmi nella carne qualcosa. Nel petto.
Mi congelò. Era come sentire un pezzo di ghiaccio che al contempo bruciasse la carne.
Lo vidi girarsi lentamente e mi sentii dire da lontano qualcosa come “io ti amavo stupido idiota” mentre la mente si annebbiava, mentre tutto diveniva scuro, mentre mi sentivo posare su di un pavimento nero di asfalto, mentre una chiazza lucida si allargava sotto di me e faceva apparire l’asfalto vetro nero.

Vidi una porta aprirsi, la sentii chiudersi con un tonfo alle spalle anche se ero sdraiata. Vidi un riflesso come se la porta fosse di specchio ed eccomi qui.

Ed eccomi qui.

Credo che l’unica cosa da fare sia incamminarsi nella direzione indicata da questa che un tempo forse era una porta, credo di sapere dove sto andando anche se non ne conosco ancora la forma, e mentre cammino un pappo di un pioppo mi passa accanto, di sfuggita mi è parso ci fosse un piccolo omino appeso dentro ma la luce, l’erba, il cielo che si stanno aprendo mi fanno pensare di essere quasi giunta alla meta.

Ora ricordo

 

Mar 042015
 

Due sono i modi di vestire femminili che fino ad oggi mi facevano più sogghignare, il primo è quello delle donne adulte che si vestono da ragazzine, il secondo quello delle ragazzine che si vestono da donne già fatte e vissute.
Oggi tutto questo è stato superato quando ho visto una ragazzina vestita come una donna che vuole sembrare una ragazzina.
“Il mondo è andato avanti”

Mar 012009
 

Si oggi scrivo della vita, della bellezza universale della vita, la mia, si, ma anche la tua, la tua (e per chi sa… aggiungo anche “La tuaaaaa!!!!”, “La miiiiiaaa?” “Si! La Tuua”).
E non importa cosa ci sia di male, non importa se hai appena detto alla persona che ami “non ci vedremo mai più”, se i tuoi genitori si sono divisi quando eri piccolo, se hai pagato 20.000 euro di preliminare per una casa e la banca a una settimana dal rogito ti ha detto che non può darti il mutuo, se hai perso il lavoro l’altro giorno, se gli amici ti hanno mollato, se da piccolo ti è successo qualcosa che ancora ti porti dentro, se il mondo gira male, se ti senti abbandonato dal mondo, la vita è bella. Non è facile, non è in discesa (ne in salita), non é dolce, non é un viaggio nella leggerezza, non é priva di problemi piccoli grandi enormi, è bella.
Tutto dipende dal modo di porsi.
A molti è successo fin da piccoli di trovare un Continue reading »

© Staipa's Blog: esercizi di stile, poesia o urla. Privacy Policy Grafica sviluppata da Marika Petrizzelli
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