Apr 092018
 

Gocce rosse. Questo erano e questo sarebbero potute restare. Solamente delle stupide gocce rosse sul selciato di arenaria rosa in una piazza piena di gente. Stupide gocce rosse. Forse avrei potuto continuare a pensare che il mondo fosse un mondo normale, dove le persone sono al sicuro e al massimo ti aspetti di incontrare qualcuno di cattivo umore che ti tratta male per rimuginarci su. Ed invece no. Mi accorsi quasi subito che quelle erano macchie di sangue, piccole ma ravvicinate. Venivano da una parte ed andavano dall’altra. Difficile sapere da quale a quale. Rimasi ad osservarle un po’ mentre tutto attorno le persone continuavano a camminare troppo indaffarate per vedere quello che stavo osservando io. Le tracce giravano attorno all’angolo di un palazzo e fino a dove riuscivo a vedere proseguivano lungo la facciata. Non sembrava esserci nulla di anomalo, ci fosse stato probabilmente ci sarebbe stata dell’agitazione, polizia, croce rossa, qualcuno. Stavo per andarmene quando una punta da dentro mi si piantò da qualche parte, e se qualcuno stava male ed ero l’unico ad essersene accorto? Come un topolino che scava nel cervello quell’idea si fece sempre più forte. Sapevo avrebbe continuato a scavare e scavare e scavare fino a che non fossi andato a controllare da dove provenissero quelle gocce, fino a che mi fossi assicurato di non lasciare un essere umano in pericolo. La cosa poteva essere accaduta in piazza e la persona camminare verso la stazione, decisi di seguire le tracce dietro all’angolo del palazzo. Le gocce erano di circa due centimetri di diametro, qualcuna un po’ più piccola e qualcuna un po’ più grande, non erano molto distanziate il che mi faceva pensare che chi le aveva perse non stava correndo. Immaginavo qualcuno che dopo essersi tagliato avesse cercato di tamponare una ferita con un fazzoletto e il fazzoletto che una volta imbevuto perdeva goccia a goccia. Non doveva essere una arteria recisa, il sangue sarebbe stato a schizzi ma comunque la quantità di gocce non era da trascurare, in alcuni punti erano più ravvicinate, forse si era fermato a chiedere aiuto, in alcune invece si distanziavano che quasi rischiavo di perderne la traccia. Molte erano sbavate, rovinate, calpestate dai passanti che non si erano accorti di nulla, camminai per qualche decina di metri poi persi le tracce. Lo trovai strano. Se il ferimento fosse avvenuto lì ci sarebbe stato più sangue, forse in quel punto la persona era salita su un mezzo, per un istante pensai che comunque fosse a quel punto non era affar mio. Sentii però il roditore scavare ancora. Poteva essere sceso da un mezzo e forse all’altro capo di quella collana di perle rosse avrei trovato risposte. Le seguii a ritroso. Cercai di ragionare sulla direzione che potessero indicare ma non mi venne un modo per farmene un’idea, poi persi le tracce più o meno a metà della facciata del palazzo. La ricerca era finita pensai, non aveva portato a niente ma forse era positivo. Forse era meglio non aver trovato nessuno. Continuai a passeggiare sovrappensiero. Ne vidi un’altra. Piccola. Una piccola macchia tonda e rossa. Mi fermai e mi guardai attorno, guardai più avanti. Proseguivano, ce ne erano delle altre. Tic. Toc. Tic. Toc. Cominciavo a sentirmi come se tutte le persone attorno avessero cessato di esistere, come se nulla a parte quel pavimento lastricato esistesse, come se quelle gocce scandissero il tempo e l’universo fosse riassunto in quei pochi metri di campo visivo. Poi me lo trovai di fronte.
Era in un angolo buio, tra il palazzo stesso e l’antica cinta muraria, c’era solo un cassonetto a nasconderlo. Lui era lì. Mi guardai attorno prima di avvicinarlo, le persone camminavano a pochi metri ma sembravano ignorare completamente quell’angolo abituate a camminare di corsa a non pensare di sbirciare in una zona dove non c’era altro che un cassonetto al buio, accanto al palazzo più visto e conosciuto di questa città. L’uomo era chinato a terra, le gambe piegate e il corpo raccolto in posizione fetale, la testa appoggiata al muro. Le gocce arrivavano fino a sotto di lui. Aveva capelli radi e bianchi, lunghi e sporchi e le sue spalle si alzavano e abbassavano in sincronia con una nuvola di vapore che si alzava ad ogni respiro.
“Signore, tutto bene?” chiesi, “Signore?”.
Nessuna risposta.
“Ha bisogno di aiuto? Posso fare qualcosa per lei? Chiamo i soccorsi?”
L’uomo rimase immobile, il respiro regolare. Mi guardai intorno, avrei potuto chiedere aiuto a qualcuno se mi avesse assalito, magari aveva un coltello o magari… mi parve un pensiero stupido e ordinai al topo nella mia testa di starsene calmo mentre mi avvicinavo all’uomo e gli mettevo una mano sulla spalla.
“Signore…” non so dire se stessi chiamando il vecchio o invocando il santissimo, il volto di quell’uomo aveva qualcosa di inspiegabile a parole. Non posso dire fosse un mostro ma aveva un’inquietudine nello sguardo che andava oltre il mio livello di comprensione. Gli occhi sembravano quelli di un giovane guerriero, quasi senza rughe, le guance invece erano segnate dalla vecchiaia e forse da un tumore alla pelle. Il topo nella mia testa stava correndo all’impazzata nella sua rotellina, incapace di allontanarsi ma voglioso di farlo, i miei muscoli rimasero bloccati per qualche secondo mentre pensavo cosa avrei dovuto fare. Tra le braccia del vecchio c’era un gatto, un gatto bianco e arancione a pelo lungo, il pelo sporco di sangue, la lingua grigia e morta che spuntava dalla bocca, la pancia aperta da cui uscivano le interiora. Non sapevo se agitarmi o rilassarmi. L’uomo in fondo stava bene.
“Il gatto è suo? Ho visto le macchie di sangue per strada, immagino sia stato investito qui vicino, temo non ci sia molto da fare. Se vuole la accompagno da un veterinario che conosco ma…”
L’uomo si girò di scatto a guardarmi. Mi guardava negli occhi con uno sguardo che diceva tutto e niente. Diceva “taci” e “non voglio sentire altre inutili stupide parole” e niente. Mi sentii gelare l’anima mentre guardandomi fisso iniziò a muoversi. Con una mano teneva fermo il corpo del gatto con l’altra scavava nel corpo con due dita come cercando qualcosa, solo quando riuscì a trovarlo tirò e strappò via un piccolo fagiolo scuro, supposi fosse un rene, e se lo mise in bocca. Continuava ad osservarmi fisso negli occhi mentre masticava lentamente.
Mi voltai in cerca dello sguardo di chiunque, di qualunque persona, di un poliziotto, della semplice realtà a cui appigliarmi per non cadere dentro la mia mente. Sentii uno schiocco, per qualche istante pensai al topo nella mia testa che sembrava immobile. Ogni pensiero mi parve congelato. Poi sentii di nuovo quello schiocco, era dietro alle mie spalle. Mi girai a guardare e vidi quell’uomo, quel mostro, con in mano una zampa del gatto. Dopo averla strappata aveva iniziato a mangiarla così come era. I peli rimanevano attaccati al volto sporco di sangue sotto quegli occhi immobili che continuavano a fissarmi. Mi sedetti accanto a lui e mi porse un’altra zampa. Doveva essere stata questa la causa del secondo schiocco. Non so dire cosa mi fosse successo ma dividemmo quel pasto, in silenzio. Senza scambiare una parola. Non venne nessuno a cercarci, nessuno si avvicinò al cassonetto. Finito di mangiare mi alzai e me andai. Non vidi più quel vecchio e non ne sentii mai parlare, ogni tanto guardandomi allo specchio passo le dita sulle rughe che ho sul volto, sono passati anni, decenni ormai e ogni tanto mi chiedo che cosa fosse accaduto. Guardo i miei capelli bianchi, radi e nella mia mente il mio volto si confonde con quello del vecchio.
Oggi un gatto miagolava fuori dalla porta di casa mia, non avevo più pensato a quel giorno.
Forse mai, ci avevo pensato.



Tutto ciò che leggi qui dentro è una libera rielaborazioni di vissuti, sogni e immaginati. Non rispecchia necessariamente la mia realtà. Se chi legge presume di interpretare la mia vera persona sbaglia. Se chi legge presume che tutto sia inventato sbaglia parimenti. Se tu che leggi mi conosci, leggimi come leggeresti uno scrittore sconosciuto e non chiederti altro di diverso di ciò che chiederesti di questo.

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