Staipa’s Blog

Esercizi di stile, poesie o urla.

La bestia

Questo sarà il resoconto fedele di quanto accadde realmente quella notte di tredici anni fa, perché tutto quello che si è detto, le leggende che ne sono nate sulla mia persona non sono più reali di una fiaba per bambini. Non racconterò di quello che già sapete, di come affrontai il mostro e di come lo uccisi se davvero questo è quello che è accaduto, non mi soffermerò su quanto già scritto nei resoconti pubblici che ormai tutti avete letto e riletto, ma solamente su quanto in quei resoconti non è stato scritto. Su quanto non ho mai confessato ad anima viva. Ad anima. Viva.
Perché ora dopo tredici anni scelgo di scriverne? Perché sento che le forze mi stanno abbandonando, che il processo iniziato quel giorno sta arrivando a compimento, perché sappiate che cosa dovrete affrontare quando io me ne sarò andato. Io lo compresi quasi immediatamente, quando dopo essermi pulito di tutto quel sangue, dopo che il mio corpo fu recuperato alla fine di quella battaglia memorabile mi ritrovai a guardare nel piatto che sarebbe stata la mia cena. Quando mi guardai allo specchio e notai i primi impercettibili cambiamenti.
La domanda che mi è stata posta più spesso è certamente come sia stato possibile sopravvivere ad un simile scontro, si dice che nessun essere umano fosse in grado di affrontare la bestia, che non fosse possibile abbatterla con mezzi umani tanto che da quel giorno mi consideraste quasi un semidio o qualcosa di più. La risposta temo fosse che avevate ragione voi. Nessun essere umano ha la forza, il potere, il coraggio, l’arguzia o quello che volete, o meglio l’insieme di tutto questo per avvicinarsi neppure alla bestia. Accanto a lei non esiste altra scelta che soccombere o fuggire. Niente altro. Mi trovai io stesso a scegliere tra le due strade e scelsi la seconda. Fuggii prima di soccombere, o almeno ero convinto di aver fatto questo. Lo so che la delusione in molti di voi vi porterà ad odiarmi per l’immagine che avete creato su di me, per l’aspettativa, ma quando fui abbastanza vicino da vederla in tutta la sua interezza nonostante i mesi spesi nella ricerca, quando la vidi negli occhi fuggii in quella valle oscura, attraversai il ponte e fuggii via. Fu in quel momento che iniziò la battaglia vera e propria quando dall’altra parte del ponte trovai nuovamente quegli occhi a guardarmi. Ero suo. Non mi ero mai chiesto davvero come avrei potuto fermarla, l’impavida gioventù e la certezza in una morte eroica me lo avevano impedito. Non mi era più data la scelta tra fuggire e soccombere, ero stato un vile, un coniglio ma non era bastato a salvarmi. Rimasi immobile mentre invece di mordermi alla giugulare come mi aspettavo prese le mie armi, una ad una e le rivolse verso di me.
“Sono belle, forti” disse. Lo disse con voce suadente, più come un complimento che come un’accusa. “Raramente ho visto armi di tale fattura” aggiunse. Mi mostrò come usarle meglio di quanto avrei mai potuto fare. Meglio di come Cort, il mio maestro, mi avesse mai insegnato. Mi mostrò come avrei potuto usarle per ucciderla e poi le posò a terra. Non ebbi più il coraggio di impugnarle. Sarebbe stato più vile che fuggire, sarebbe stato più debole di morire. Fece l’amore con me. Come non lo avevo mai fatto, come non lo avrei mai più fatto. Mi chiese di usare una delle mie armi su di lei, mi chiese di punirla e ferirla, di farle del male ma non lo feci. Prese lei quell’arma e si tagliò fino a perdere più sangue di quanto credevo possibile e rimase a guardarmi mentre stava per morire. Lasciarla morire sarebbe stato più vile che usare contro di lei le mie armi come mi aveva insegnato a fare. Lasciarla morire sarebbe stato più vile di qualunque altra cosa. La salvai. Ne leccai le ferite perché altro non avevo per pulirne i lembi e li ricucii come lei mi mostrò. Ne bevvi il sangue e la ricucii. La bestia mi sorrise guardandomi ricoperto del suo di dentro, del suo odore ferroso e forte. Ne avevo la bocca, il viso, il collo, l’intero corpo ricoperti. Non so per quanto tempo mi tenne con sé, voi dite poche ore io ricordo secoli. Ricordo di essere invecchiato accanto a lei e morto e rinato e aver vissuto altre vite, ed altre ancora. Voi dite minuti io ricordo millenni di cui ricordo ogni istante e potrei raccontarvi resoconti di intere civiltà morte e sepolte e rinate e fiorite e morte e divenute polvere dalla cui polvere sono nati mondi. Rimasi lì accanto al mostro, alla bestia come se io fossi la regina e lei il re, lei la divinità di interi universi ed io l’umile messia. Persi le forze nel tempo. Invecchiai nei millenni ma era come se fossero durati pochi istanti come se ogni energia di cui ero in grado mi venisse succhiato e mentre invecchiavo io, lei, la bestia, ringiovaniva e diveniva più forte.
Un giorno infine svenni. Privato di ogni energia dopo aver visto nascere e morire l’ultimo degli universi possibili svenni. Quando mi risvegliai ero ancora ricoperto del suo sangue, le mie armi a terra come mi avete ritrovato, il mostro se ne era andato ed io ero divenuto un eroe.
Fu quando potei pulirmi e lavarmi dopo aver dormito non so quanto che osservai il mio volto, la forma dei miei denti, lo sguardo. Era cambiato qualcosa di impercettibile ma mi sentivo diverso. Fu quando mi portaste la cena che il mio sguardo era attratto più dal gocciolio lieve e rosso della carne che da qualunque altra cosa. Mi chiesi per la prima volta cosa sarei diventato.
Mi chiesi per la prima volta davvero come si potesse fermare la bestia.
Me lo sto chiedendo ora. Qui. Mentre vi scrivo.
Non so se riuscirò a fermarla, o se ci riuscirete mai voi.

Disclaimer

Tutto ciò che leggi qui dentro è una libera rielaborazioni di vissuti, sogni e immaginati. Non rispecchia necessariamente la mia realtà. Se chi legge presume di interpretare la mia vera persona sbaglia. Se chi legge presume che tutto sia inventato sbaglia parimenti. Se tu che leggi mi conosci, leggimi come leggeresti uno scrittore sconosciuto e non chiederti altro di diverso di ciò che chiederesti di questo.

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