Staipa’s Blog

Il Blog di Stefano Giolo, divulgazione informatica, uso consapevole tecnologia, e fatti miei

Immemori battaglie pt3: Lettere e notti

Succede in notti come queste, notti subito prima o subito dopo di una battaglia, notti insonni, che accade. Dovresti pensare a fare un briefing per il giorno successivo o un debriefing del precedente ma non importa. Non ci riusciresti comunque. E forse è la grappa che hai buttato giù per non pensarci o il manto stesso della notte, del silenzio attorno mentre il mondo sembra scomparso e così lontano ma le inibizioni se ne sono andate, resti solo con te stesso e con i demoni che questa guerra avrebbe dovuto esorcizzare, i demoni da cui volevi scappare il giorno in cui hai iniziato questa strada ti osservano e ti ruotano attorno. Osservi il tuo zaino. Sai che è pronto, non ti serve neppure controllarlo. Sai che è pronto per fuggire al primo cenno di pericolo eppure lo hai scelto. Lo hai scelto tu questo percorso, hai scelto tu di lottare per questa causa, hai scelto tu di andare verso la gloria o la morte.

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Immemori battaglie pt2: “Quindi? Hai deciso?”

“Quindi? Hai deciso?”
La persona da cui proveniva la voce lo stava guardando con aria interrogativa dall’altra parte di una scrivania. Lui era immobile, nel suo completo elegante leggermente stropicciato.
“Sì, non è stata chiara la mia risposta?”
Sembrava stupito del sentire nuovamente chiedere in merito alla decisione, era molto sudato ma apparentemente era come se qualunque fatica avesse fatto fosse relegata al di fuori di quella stanza, in una specie di oblio di cose dimenticate.
“Ricordi cosa hai risposto poco fa?” disse la persona dall’altra parte della scrivania.
“Certo ho detto che…” il volto dell’uomo si rabbuiò qualche istante. “Ho detto che…” Una vena gli si gonfiò sulla fronte, pulsava mentre si copriva il volto con le mani scuotendo la testa.

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Racconti

Achille

Fu così che infine scelse di pugnalarsi nell’unico punto in cui il suo corpo era vulnerabile, non lo fece per morire, ne scelse di voler soffrire per punire una propria scelta od errore.
Si pugnalò nell’unico punto in cui avrebbe potuto creargli dolore, forse morte, e scelse di farlo accanto ad una persona che conosceva appena, una persona di cui aveva però piena fiducia.
“Questo è il più grande dono che possa farti” disse.
“Questo è il dono della conoscenza di ciò che sono, il dono della mia stessa esistenza”
Fu così che scelse di porgergli l’elsa dell’arma.
“Questo è il più grande dono che possa farti” disse.
“Non importa cosa sceglierai di farne”.

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Racconti

Fumo

“Ricorda di quando iniziò ad avere queste fantasie?”
Fantasie?
“Si, omicidi morti, cose di questo genere”
Io non ho di queste fantasie, e soprattutto non vedo perché dovrei averne, al limite ho fatto qualche sogno, poco altro.
“Bene, ricorda quando è iniziata questa sua ossessione, questa serie di sogni, questo suo pensare alla morte di donne?”
Non credo di esserne ossessionato, nel modo più assoluto, mi capita qualche volta di pensarci, si come può capitare di pensare nuda una bella donna che passa, ma non direi di esserne ossessionato o dipendente, io sono uno che sta ben alla larga dalle dipendenze e cose simili, sto lontano dalle droghe, dal fumo, dall’alcool, si qualche birretta a volte tuttalpiù, ma niente di che.
“Cosa le viene in mente pensando parola ossessione?”
I fumatori.

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Racconti

Attese

Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare.

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Lama

È affilando la tua lama che cambio, che al termine del mio mese genetlìaco inizio un mondo nuovo senza compromessi.
È sempre stato l’inizio
-la fine-
il capodanno reale che a dispetto del mondo ho sempre festeggiato
in
solitudine
raccolta.

Affilo la lama del tuo coltello e lascio tu possa scegliere di usarlo
non temo più quello nè altro
non temo più
non tremo più

lascio che il mondo resti indietro
-o vada avanti, non mi importa-
mentre incontro un nuovo mondo che sa di vecchio mondo
un vecchio mondo che sa di nuovo mondo

affilo la tua lama perché ora la so usare
non userò la tua lama perché non ho bisogno di usarla

è la mia strada,
quella mi è stata negata per lasciarmi il tempo di vederla
quella che mi è stata negata per darmi modo di dimostrane l’attaccamento
è la mia strada.

Ed improvviso una luce si accende.

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Racconti

Mathilde

La sua infanzia non fu delle più felici, non che le mancassero gli affetti, i giochi, gli amici, non che la sua famiglia fosse particolarmente povera o disattenta, la causa scatenante fu certamente un evento della durata di poco più di quindici minuti, una frazione di questi quindici minuti durata forse non più di dieci. Una visione sola di un solo istante e di nuovo tutto ciò che ci sta attorno dilatato nuovamente in quello che significavano quei quindici minuti ed infine verso tutto il resto della vita a partire dal centro del tempo, del corpo, dell’energia, dal centro dello stomaco. La sua nascita fu semplice e veloce e in breve si trovò tra le braccia di una mamma medio borghese e di cultura abbastanza alta e quelle di un padre altrettanto medio borghese ma di una cultura ben più elevata, una famiglia ricca sia del tempo che delle sostanze, una famiglia accogliente e di sani principi, quasi da film americano.

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Fessura nel tempo

Sento ancora scorrere le mie dita, due, nella fessura sul tuo corpo, lentamente.
Come fosse oggi le sento scivolare dall’alto al basso ripercorrendola tutta mentre stiamo abbracciati.
I muscoli della tua schiena né rilassati né contratti, lisci sotto il vestito, sotto quella maglia bianca di lino con sul petto un apertura ricoperta di azzurro quasi come un pizzo e quelle maniche lunghe che scendono con i polsini allargati a strascico e le mie dita a scorrere sulla fessura che i tuoi muscoli sulla schiena lasciano a nascondere la colonna vertebrale.
Ho i tuoi capelli accanto al mio zigomo,
il loro profumo,
chiaro,
chiari,
il loro profumo,
i tuoi capelli come se fossi stata creata per essere tutt’uno con me,
con il mio corpo
danzando lentamente al suono di musiche del tutto nostre.
Sono passati anni -decenni- da allora,
sono passati anni -decenni-.

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Viscido

Ti osservo da un po’, sei lì, seduto immobile con gli occhi chiusi.
È ora di svegliarsi mio amato, è ora di vegliarsi.
Scuoto il pavimento.
Ti osservo mentre improvvisamente apri gli occhi, lo sguardo allucinato con il quale ti guardi attorno, spaventato attonito incredulo nel buio.
Ti osservo.
Senti il morbido di quel molle pavimento sotto il tuo corpo.
Viscido.
Senti le pieghe morbide e tumide su cui sei seduto.
Viscido.
Ti osservo mentre come cieco abbassi le mani e lo tocchi, ne saggi la consistenza, cerchi di comprenderne il significato mentre la tua mente torna lentamente attiva, lentamente.
Ti metti a carponi mentre speri che il tuo sguardo si abitui al rossastro buio che ti circonda.
Ti metti a carponi e tocchi
viscido
ciò che ti circonda.
Vedo nei tuoi occhi la paura, il dubbio, l’incomprensione prima e poi lentamente montante dal nulla all’estremo il panico.

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Racconti

Come una freccia lanciata nel cielo

Finalmente ciò che avevo iniziato e nato dagli esercizi di stile recenti e da dell’altro è terminato, ha una sua dignità un suo essere ed è ora per me di lasciarlo andare non tanto alle spalle quanto per la sua strada qualunque essa sia.
Verrà a chiamarmi quando sarà ora, a bussarmi alla spalla dicendo “Hei, io sono qui, è il momento”.

Come un arciere lancia una freccia in una direzione ma non avrà mai la certezza di dove questa sia arrivata fino a quando non la vedrà piantarsi.

Un tributo ad Elisabetta Grieco che ha così celermente e precisamente trasposto su carta l’idea che avevo in testa nell’immagine che aveva in testa lei pur non avendo ancora letto una versione completa dell’opera stessa e pur non avendola io ancora finita nel mentre.
Mi sono reso conto solo a posteriori che rappresentava ciò che vi è dentro molto più di quanto avrei mai potuto immaginare in quei giorni.

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Lettera al mio lettore

Grazie.
Iniziava così la lettera, senza un riferimento ad un nome, ad una persona specifica, semplicemente Grazie. La lettera era indirizzata a coloro che nel tempo avevano iniziato a seguirne le creazioni. Il tutto era iniziato come un blog di poesia trasformatosi nel tempo in uno di politica, fatti propri, e varie ed eventuali. Nel tempo, negli anni era cambiato, evoluto per certi versi ed involuto per altri. I lettori erano stati molti in alcuni periodi e pochi in altri, talvolta dall’estero e spesso invece da specifici centri e zone nazionali.
Negli anni c’erano state crisi, periodi di scrittura compulsiva, periodi di assenza e silenzio.
Ultimamente vi era stata una nuova evoluzione improvvisa, come dal nulla, dopo un periodo di silenzio aveva ricominciato a scrivere, molto in privato ma molto anche sul blog. Racconti prevalentemente, alcuni filoni di racconti.

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