Staipa’s Blog

Il Blog di Stefano Giolo

Immemori battaglie pt1: La fine.

Sembrava quello il giorno.
Dietro di me una vita di scontri, di lotte. Davanti finalmente l’obbiettivo di una vita, di molte vite. Troppe. Lì, in tutta la sua mirabile essenza. Di fronte a me.
Ebbi il tempo di fermarmi ad osservarne l’intera figura e ricordare. Non ero in grado di fare l’elenco di tutti gli uomini, gli amici, che avevo lasciato dietro alle spalle. Delle vite perdute nell’obbiettivo comune di raggiungere questo che ora stavo osservando. Ci provai, provai a ricordare i volti ma mi apparivano distorti, con le bocche aperte o le teste esplose, nei miei ricordi stessi riconoscevo corpi da medagliette o dettagli che ricordiamo solo delle persone importanti. Innumerevoli persone importanti. Ero rimasto solo. L’ultimo era morto pochi giorni prima parandosi di fronte a me un istante prima che qualcosa mi colpisse e venendone colpito al mio posto.

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Cammino comunque sia in una direzione

Cammino in bilico su un filo

indeciso tra rincorrere e fuggire.
Cammino comunque sia in una direzione.

Cammino in bilico su un filo
tra la coscienza di saper rovesciare un mondo e la noia del non volersene sporcare le mani.
Cammino comunque sia in una direzione.

Cammino in bilico su un filo
sul pavimento, dove comunque non posso cadere.
Cammino comunque sia in una direzione.

Cammino in bilico su di un filo
attendo che tu mi prenda per mano, ovunque tu ti trovi
Cammino comunque sia in una direzione, ovunque essa si trovi.

Là rovescerò il mondo. Ovunque serva. Comunque serva.

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Spostamenti

Non è nulla, è tutto, è qualcosa.
Penso, penso ancora decido complotto alle mie spalle e scelgo
poi d’un tratto al vedere il tuo sorriso qualcosa si sposta.
Come se cadessi e poi mi spostassi di lato, o come il mondo si spostasse, come se il tuo volto fosse una tessera di quei mini puzzle fatti di otto quadrati ed uno spazio e come se questa tessera facesse d’un tratto due movimenti, in basso, a sinistra o come il resto dell’universo facesse il movimento opposto.
Non è nulla, è tutto, è qualcosa.
Penso, penso ancora decido complotto alle mie spalle e scelgo
guardo le mie mani -ferite-, le mie dita -morse-,
tremano come sporche, troppo sporche per toccare il tuo viso.

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Racconti

Attese

Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare.

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Racconti

Mathilde

La sua infanzia non fu delle più felici, non che le mancassero gli affetti, i giochi, gli amici, non che la sua famiglia fosse particolarmente povera o disattenta, la causa scatenante fu certamente un evento della durata di poco più di quindici minuti, una frazione di questi quindici minuti durata forse non più di dieci. Una visione sola di un solo istante e di nuovo tutto ciò che ci sta attorno dilatato nuovamente in quello che significavano quei quindici minuti ed infine verso tutto il resto della vita a partire dal centro del tempo, del corpo, dell’energia, dal centro dello stomaco. La sua nascita fu semplice e veloce e in breve si trovò tra le braccia di una mamma medio borghese e di cultura abbastanza alta e quelle di un padre altrettanto medio borghese ma di una cultura ben più elevata, una famiglia ricca sia del tempo che delle sostanze, una famiglia accogliente e di sani principi, quasi da film americano.

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Racconti

Esplode

Con la schiena inarcata, quasi sdraiato, le spalle appoggiate sulla nuda roccia, la nuca ripiegata indietro ascolto. Ascolto i suoni, ascolto il vento, ascolto le stelle muoversi e voci lontane, lontane.
Lontane.
Inesistenti forse.
Ascolto il mondo ed ascolto il mio corpo e le sue sensazioni, ascolto l’universo entrarmi dentro ed uscire, ascolto l’universo nascere al centro del mio corpo in sensazioni multiforme e al contempo univoche e monolitiche come una e molte e molte ed una irradiarsi dal centro del mio corpo.
Apro gli occhi lentamente e al di sopra di me vedo allargarsi le braccia di una croce di ferro che come un albero, una torre, un oggetto inquisitore e non, si staglia sopra di me pesando e al contempo portando la mia mente oltre l’infinito verso l’alto verso dove potrebbe esserci o non un dio o un altro mondo o semplicemente nulla ma un nulla pieno di stelle e di luci che si accendono nella mia testa e sopra la mia testa e sopra quella croce e attorno alle mie mani che sfiorano ciò che ha innescato questo processo ciò che rende il mio viaggio più grande e lontano e al centro dell’essenza di ciò che è l’uomo di quanto avrei mai creduto.

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Avanti

Non è necessario siano dodici i gradi,
è l’umidità che conta,
il vento e l’aria elettrica di ora,
sono le sere in cui non c’è davvero freddo ma senti comunque i brividi,
che ti verrebbero anche se ti coprissi,
che mentre sei fermo a fare benzina o passeggi con un gelato in mano senti gli oggetti tintinnare
e ti guardi attorno come dovesse succedere qualcosa,
come se dietro le ombre si potessero nascondere altre ombre,
le sere in cui ti siedi in macchina e senti un profumo che non può essere lì come se accanto ci fosse stata Lei,
come se mentre eri girato tra le ombre fosse passata davvero un ombra o una luce un’istante.

La sua pelle,
l’odore la sua pelle,
l’odore del profumo sparso sulla sua pelle.

E vorresti prendere e fuggire,
prendere e rincorrere,
prendere e come in una ruota da tortura spaccarti in due per seguire le tue folli parti,
la tua razionalità ed il desiderio,
la follia,
e vorresti farti trovare là dove non devi,
dove potresti al massimo far trovare dei fiori come in passato,
dove non saresti accolto o lo saresti troppo
dove ogni movimento sarebbe frainteso o forse profondamente compreso,
dove ogni movimento, parola, istante sarebbero vere quanto lo sono su un palco,
poco per chi non sa e troppo per chi conosce.

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Viscido

Ti osservo da un po’, sei lì, seduto immobile con gli occhi chiusi.
È ora di svegliarsi mio amato, è ora di vegliarsi.
Scuoto il pavimento.
Ti osservo mentre improvvisamente apri gli occhi, lo sguardo allucinato con il quale ti guardi attorno, spaventato attonito incredulo nel buio.
Ti osservo.
Senti il morbido di quel molle pavimento sotto il tuo corpo.
Viscido.
Senti le pieghe morbide e tumide su cui sei seduto.
Viscido.
Ti osservo mentre come cieco abbassi le mani e lo tocchi, ne saggi la consistenza, cerchi di comprenderne il significato mentre la tua mente torna lentamente attiva, lentamente.
Ti metti a carponi mentre speri che il tuo sguardo si abitui al rossastro buio che ti circonda.
Ti metti a carponi e tocchi
viscido
ciò che ti circonda.
Vedo nei tuoi occhi la paura, il dubbio, l’incomprensione prima e poi lentamente montante dal nulla all’estremo il panico.

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L’inizio della fine, l’inizio di un inizio

Sono sulla fine del progetto che ho messo in piedi dagli “esercizi di stile” che ho presentato su questo blog negli ultimi mesi, credo di aver costruito un qualcosa che va molto al di là delle mie aspettative, non so se lo saranno anche di chi leggerà ma per la prima volta dopo dieci anni dalla pubblicazione di “Contrapposizioni” ho per le mani un prodotto che mi soddisfi finalmente a pieno e che possa essere paragonabile in termini di sperimentazione e qualità.
Scrivendolo ed ancor più componendone le parti mi sono chiesto se mai avrei potuto avere un’idea sufficientemente forte e bella per poter proseguire a scrivere dopo averlo terminato, mi chiedevo se la spinta che ho ricevuto anche grazie a chi mi legge qui sarebbe bastata, se nella mia testa potesse starci ancora qualcosa di nuovo o se la vena si sarebbe nuovamente sopita.

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Racconti

Oltre il muro

Non ho voglia di svegliarmi, non credo sia ancora il momento, voglio rimanere ancora qui un po’ nel letto a ricordare la serata di ieri.
Quando mi sono vestita per lui e…
…cos’è successo ieri? Perché non riesco a ricordare?
Il letto non è affatto morbido, ed è freddo, ed ho un dolore forte al centro del petto.
Dove sono?!
Attorno a me buio, non sento il ticchettio della sveglia, ma è qui, la tocco ma sono sul pavimento e attorno sento solo la sveglia che non fa rumore e non sento le fughe delle mattonelle.
Sono seduta e gli occhi si stanno abituando all’oscurità, il pavimento di questo luogo è nero e lucido, somiglia a vetro ma è in qualche modo più solido del vetro, quasi fosse una pietra vetrosa, liscia, infinita. Non vedo niente altro attorno a me. Tranne la mia sveglia a terra, ferma a segnare le dodici, mezzanotte credo data la stanchezza che sento nel corpo.

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Racconti

Oltre il muro del sonno

Quella sera indossavi un vestito nero, un bellissimo vestito nero. Un po’ oscuro forse ma su di te, sulla tua pelle candida, sul tuo corpo non poteva che essere perfetto. Ricordo come fosse oggi i tuoi capelli castano chiari, lisci ma voluminosi scendere fino metà schiena scalati in modo da avere la zona centrale più lunga. Il rosa chiaro della tua pelle spuntare da dietro ai lati dei tuoi capelli dove la maglia finiva con una scollatura larga ma non volgare lasciando immaginare dove la curvatura del tuo collo andava ad attaccarsi al di sotto di orecchie perfette ed invitanti.
La maglia era nera, come il resto, e a contrapporsi al dietro liscio sulla parte frontale era ricca di fronzoli e pizzi monocromatici spinti all’esterno da un seno non troppo prorompente ne assente, di una misura perfetta. La scollatura lasciava scoperte le clavicole in tutta la loro lunghezza e solo poco più in basso lasciando l’immaginazione scivolare sui tendini del tuo collo piuttosto che sul décolleté pudicamente coperto, e vorticare fino al tuo mento perfetto, le guance lisce e gli occhi di una gradazione tra il verde ed il grigio truccati solo lievemente per allungarne l’angolo.

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