Staipa’s Blog

Il Blog di Stefano Giolo

Barbecue!

La pelle dietro il collo gli si tese all’improvviso. C’era un solo modo per spiegare contemporaneamente la tensione che aveva provato entrando in casa e il ricordo che era appena affiorato. E solo in quel momento si accorse che spiegava anche il silenzio quasi spettrale nella stanza accanto.
C’era stato tutto il tempo di pensarci, di arrivarci con calma, quell’odore che aveva sentito, quell’odore strano non era altro che il profumo della sua lacca, no? Ed era qualche minuto che la bambina non faceva alcun rumore. A quell’ora era troppo presto per essersi addormentata e raramente si addormentava senza prima passare a salutarlo. E quel servizio in televisione? Fuga dall’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Tre detenute hanno tentato la fuga ieri notte, due sono state fermate mentre una è riuscita a fuggire, ha strappato un orecchio a morsi ad una guardia carceraria.

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La mia prima volta (Il sangue)

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)
<- La mia prima volta (L’anima)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano lunghi fino quasi a metà schiena castano scuro, lisci e morbidi. Tendevano a stare con la riga in mezzo come li aveva tenuti probabilmente per anni ma la sua mano continuava a scompigliarli dandole un movimento fluido e compatto posizionandoli ogni volta in maniera diversa. Ricordo perfettamente il bianco chiaro del suo corpo, la sua pancia piatta ma morbida di quel lieve strato di adipe che ogni donna dovrebbe avere, ricordo parte di me scivolarle liquida sulla pelle della pancia ed entrare nell’ombelico fino a farlo traboccare e poi scendere di lato accanto all’osso del bacino. Lentamente. Fu quello probabilmente a scatenare il tutto di ciò che avvenne successivamente.

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Il profilo della Montagna

Ho parlato spesso della montagna. Amo il mare, amo la natura in genere, amo viverla ma soprattutto amo la montagna. Sono molti i motivi ma uno di quelli che ho potuto provare in questi giorni è perché puoi osservarne il profilo. Il profilo di una montagna, da lontano, ti ricorderà sempre che tu la sopra ci sei stato. E non potrà mai togliertelo nessuno, neppure quando non sarai più in grado di salirci. Ti ricorderà sempre che la sopra ci sei stato, ti ricorderà sempre il sudore e il sangue e le bestemmie e il dolore delle spalle ma soprattutto ti ricorderà la soddisfazione di guardare il mondo da lassù. E non importa se sia stata un impresa che molti o pochi hanno fatto importa quello che tu hai provato salendoci, la sfida che hai ingaggiato con te stesso e con lei.

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La porta

Ed è ancora quella porta
-maledetta oscura-
che chiudo alle mie spalle una volta ancora.
Era così semplice oltrepassarla un tempo quando non provavo più sentimento alcuno.
Ancora quella porta un tempo introvata passata ancora una volta oltre cui inizia la ricerca in terre desolate.
E nuovamente quella porta, mentre ogni volta mi sento più vecchio
-sono più vecchio-
come si ripetesse da millenni.
E dopo la strada, dopo morti e battaglie ancora.
Ed è ancora quella porta
-maledetta insicura-
chiusa mi sbarra la strada per poi aprirsi a fatica e mostrare nuovi mondi
terre desolate e silenzi e ancora solitudini e fatiche da affrontare fino a raggiungerla
fino a raggiungere quella porta
-rossa oscura-
da abbattere aprire sfondare oltrepassare
e rabbia, e la forza di un guerriero
-stanco, abbattuto-
che lotta per raggiungere infine quella porta oltre cui nuove terre
-desolate, aride, piene di animali marcescenti-
dove affrontare nuove avventure e combattere e finalmente raggiungere
quella porta
-oscura maledetta-
mentre il mondo è andato avanti
l’anima come un telo un tempo bianco ora consunto che si strappa ad una carezza
sporco e secco del fango e della pioggia e del sale del mare
un telo antico con le tracce del sangue e del piscio e del silenzio.

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Il presente è una lente per il passato.

Il presente è una lente per il passato.
Accade qualcosa di inaspettato e poi osservi indietro e capisci di essere arrivato lì per una ragione.
In un’improvvisa epifania.
Non era previsto, prevedibile, immaginabile ma improvvisamente tutto quello che era rabbia, sofferenza, perdita di tempo improvvisamente ha una luce diversa. Tempismo. Guardi le cicatrici sulla tua pelle e ne vedi i disegni, le decorazioni in cui si sono trasformate nel tempo, guardi la solitudine e ti accorgi dei progetti scaturiti in quel mentre, guardi i progetti morti e vedi i fiori che ne sono nati dalle marcescenze. Come ad avere inseguito involontariamente una direzione, un vettore, come aver scantonato, corso, voltato, scelto bivi a caso per poi ritrovarti ancora su quella strada, come a guardare la cresta della lunga montagna tortuosa che hai percorso e renderti conto che tutte quelle salite, svolte, discese, dirupi erano un unico organico preciso percorso.

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Le domande del vivo

Ci sto pensando da un po’. Al togliersi la vita, non specificatamente al togliermi la vita. Ne ho scritto un po’ “Una società incapace di comprendere il suicidio e la droga“, ma non come avrei voluto. Recentemente sembra che il suicidio stia diventando particolarmente mainstream, tra la mezza bufala del Blue Whale,  13 Reasons Why  che ne da una visione piuttosto romanzata e meno drammatica ma che potrebbe aiutare molti a capirne almeno parte dei meccanismi, il suicidio di Chris Cornell. Un mito della gente della mia età, uno che almeno una volta nella vita avresti voluto essere al suo posto, su quel palco, davanti a migliaia di fan in deliro, un uomo da invidiare.
Non credo sia un male parlarne. Credo che la società dovrebbe essere maggiormente in grado di recepire il suicidio come realtà possibile e comportarsi di conseguenza, non tanto per evitarlo come fatto in sé quanto per evitare che le persone che abbiamo accanto soffrano al punto di arrivare a questa scelta.

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Sale

Parte tutto da un suono basso e sordo.
All’inizio neppure lo sento.
Tutto parte da un suono basso e sordo, come un peso, come un oggetto dentro la parte bassa della mia pancia. Non ci faccio caso perché è qualcosa che non conosco.
Non ci faccio caso perché la mia testa lo interpreta come qualcos’altro. Non lo conosco.
Sale.
Immagino sale, tra le mie labbra mentre il peso aumenta. Il suono sordo, basso, vibra.
La mia bocca è secca, le mie labbra.
Mi vibra la pancia, in basso, dentro nel profondo. Lo interpreto come qualcos’altro perché non sono in grado di capirlo, non sono più in grado di capirlo.
Ne ho perso i ricordi ricoperti da strati di nulla.
E intanto sale, lo sento quasi a bloccarmi lo stomaco. Vibra lento e pesante e si allarga. Sale.
È nello stomaco che lo sento, che mi accorgo che qualcosa dentro si muove come un gorgo al contrario.

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Arrivederci.

In questi ultimi mesi questo bLog è stato un esperimento sociale e tecnico. Un bell’esperimento. Ho avuto modo di testare vari stili di scrittura dove per testare intendo sia nello scrivere sia nelle reazioni di chi legge. Ho visto come far ripartire il giro dai pochi lettori dello scorso anno ai numerosi che ora lo leggono regolarmente fino a picchi impensabili più di dieci volte superiori al suo standard con l’uso di titoli e tematiche ad oc. Ho conosciuto perfino qualche persona nuova che leggendolo mi ha interpellato non per chiedere ma per ringraziare o dare un’opinione. Pareri preziosi. Certo come di consueto ho incontrato anche chi insiste a interpretare dieci minuti dopo avergli detto di non farlo e ad incazzarsi per futili motivi ma a questo ormai sono abituato da anni.
In tutto questo breve percorso ho imparato molto, più da chi mi ha letto che da cosa ho scritto, più dal parere di poche persone che dallo scrivere per me stesso.

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La mia prima volta (L’anima)

<- La mia prima volta
<- La mia prima volta (La vita)

Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell’aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto.

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Fuga dal mondo. Parte 3

<-Fuga dal mondo. Parte 1
<-Fuga dal mondo. Parte 2

L’uomo gigantesco indossava degli enormi pantaloni di stoffa marroni, a guardare bene era una salopette enorme e marrone. Gli scarponi al bambino sembravano essere due grosse barche piene di terra. Oltre alla salopette il gigante indossava una camicia a scacchi rossa ed aveva una folta barba nera e unta, e dei capelli altrettanto unti.
“Cosa ci fai qui?” disse con voce baritonale.
Il bambino rimase a guardarlo in silenzio fino a quando il gigante lo prese per un orecchio e lo trascinò lontano fino ad un capanno.
“Dov’è la tua mamma? Dovremo di certo avvisarla!” disse l’orco.
“No, la prego signore, la prego! Non dica niente alla mia mamma, si arrabbierebbe moltissimo se lo sapesse, e non dica neppure nulla alla maestra!”
“La maestra?

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La mia prima volta (La vita)

<- La mia prima volta

Quando Marco mi fece provare non sembrava nulla di che. Alla fine lo facevano tutti, o almeno lo facevano le persone che io ritenevo le più intelligenti, le più sensibili, quelle di cui preferivo circondarmi. Ero un ragazzo, eravamo tutti ragazzi e sembrava una cosa figa.
Provi. Tanto hai tutta la vita davanti, anzi ai tuoi piedi. Perché a quell’età non hai idea di cosa sia la vita ne davanti ne dietro, sai cos’è l’oggi, l’adesso. Il domani tuttalpiù è il tempo che ti separa tra l’adesso e un evento interessante. Non sapevo ancora che un giorno sarebbe diventato un mondo di possibilità, di scelte, di fatica, fino a quel giorno non esisteva, e basta.
Il gioco è stato divertente, quando me lo ha proposte mi sono chiesto “cosa succede se provo? Cosa se non provo?”. L’unica risposta che mi sono dato è che se non lo avessi fatto sarei stato uno sfigato, che Marco non mi avrebbe considerato all’altezza.

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La mia prima volta

La prima volta che lo feci non sembrava nulla di che. Alla fine lo facevano tutti, o almeno lo facevano le persone che io ritenevo le più intelligenti, le più sensibili, quelle di cui preferivo circondarmi. Ero un ragazzo, eravamo tutti ragazzi e sembrava una cosa figa.
Provi. Tanto hai tutta la vita davanti, anzi ai tuoi piedi. Perché a quell’età non hai idea di cosa sia la vita ne davanti ne dietro, sai cos’è l’oggi, l’adesso. Il domani è tuttalpiù il tempo che ti separa tra l’adesso e un evento interessante. Non sapevo che un giorno sarebbe diventato il tempo che mi separava tra l’ultima volta e la prossima, niente altro.
Il gioco è stato divertente, me lo ha proposto Marco e mi sono chiesto “cosa succede se provo? Cosa se non provo?”. L’unica risposta che mi sono dato è che se non lo avessi fatto sarei stato uno sfigato, che Marco non mi avrebbe considerato all’altezza.

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